Skärhamn, acquerello di Svezia
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nelle acque crespe del porto, Skärhamn si dipinge ogni giorno di sé: riflessi tremuli delle case e delle tante barche ormeggiate fanno di questo villaggio della provincia di Västra Götaland l’acquerello di Svezia.
È così che lo vedo mentre i miei passi scricchiolano sulla lunga banchina in legno: un quadro tratteggiato dal Mare del Nord e sferzato dal vento che fa oscillare le imbarcazioni ormeggiate.
Diventato famoso nella prima metà del XX secolo per essere il più grande porto svedese di piccole dimensioni, Skärhamn vanta anche industrie per la lavorazione del pesce e delle aringhe.
Nel 2000, è stato inaugurato il Nordiska Akvarellmuseet, il Museo nordico dell'acquerello che è anche un laboratorio per artisti e una struttura di ricerca. Verniciata nel tipico colore rosso Falu, la struttura è facilmente riconoscibile.
Nel 2010, è stato nominato Museo svedese dell'anno. L’edificio dispone di cinque studi a disposizione di chi lo desidera. Gli studi supportano la collaborazione artistica per programmi pubblici, corsi di studio, pubblicazioni, conferenze e offrono agli artisti opportunità di visite in studio.
Come i turisti, arrivano qui, su questo lembo di terra, per ammirare gli scenari intorno e immortalare chi col pennello, chi con la macchina fotografica ciò che Skärhamn dipinge ogni giorno di sé.
ℹ️ Visit Sweden
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nelle acque crespe del porto, Skärhamn si dipinge ogni giorno di sé: riflessi tremuli delle case e delle tante barche ormeggiate fanno di questo villaggio della provincia di Västra Götaland l’acquerello di Svezia.
È così che lo vedo mentre i miei passi scricchiolano sulla lunga banchina in legno: un quadro tratteggiato dal Mare del Nord e sferzato dal vento che fa oscillare le imbarcazioni ormeggiate.
Diventato famoso nella prima metà del XX secolo per essere il più grande porto svedese di piccole dimensioni, Skärhamn vanta anche industrie per la lavorazione del pesce e delle aringhe.
Nel 2000, è stato inaugurato il Nordiska Akvarellmuseet, il Museo nordico dell'acquerello che è anche un laboratorio per artisti e una struttura di ricerca. Verniciata nel tipico colore rosso Falu, la struttura è facilmente riconoscibile.
Nel 2010, è stato nominato Museo svedese dell'anno. L’edificio dispone di cinque studi a disposizione di chi lo desidera. Gli studi supportano la collaborazione artistica per programmi pubblici, corsi di studio, pubblicazioni, conferenze e offrono agli artisti opportunità di visite in studio.
Come i turisti, arrivano qui, su questo lembo di terra, per ammirare gli scenari intorno e immortalare chi col pennello, chi con la macchina fotografica ciò che Skärhamn dipinge ogni giorno di sé.
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Cari amiche e amici de il Reporter
il giornalismo di viaggio libero e indipendente ha grandi costi per realizzare ogni giorno testi, foto e video da tutto il mondo.
Se anche tu credi in quel che faccio per regalarti l’emozione di luoghi nuovi, sostieni il mio lavoro con una donazione attraverso il conto corrente bancario:
IT20J0623010010000063709208 Credit Agricole, Andrea Lessona, causale DONAZIONE
Oppure tramite PayPal: andrea.lessona@gmail.com
Grazie e buon viaggio insieme!
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Plas Mawr, la dimora elisabettiana del Galles
📸 ✍️ Andrea Lessona
Il rosa tenue intonaca le mura di Plas Mawr, e imbelletta la dimora elisabettiana meglio conservata della Gran Bretagna. Lungo la via dove sorge, nel cuore di Conwy, risalta per colore e foggia tra gli altri edifici della cittadina sulla costa nord ovest del Galles.
Fu Robert Wynn (1520-1598) con la moglie Dorothy Griffith ad acquistare la residenza nel 1570. Dopo una vita in viaggio e commerci redditizi, Wynn tornò qui per stabilirvisi, e nel 1576 diede avvio ai lavori di ristrutturazione.
Nove anni dopo, l'abitazione era pronta per accogliere lui, la consorte, i sette figli e gli onori che gli sarebbero stati riservati: l'elezione in Parlamento e la rappresentanza della Corona nella contea di Caernarvon nel 1591.
Superato il cortile interno di Plas Mawr, entro nell'atrio dove c'è l'enorme stemma araldico poggiato sullo stipite di marmo del camino sotto: in passato doveva riscaldare questa stanza e gli ospiti della dimora durante i loro incontri intorno al tavolo per le cene.
Proseguendo sul legno scricchiolante del pavimento, arrivo davanti all'ingresso della cucina. Tutto è come allora: perfettamente ricostruita, la scena sembra quella di un tempo, quando si spennava la cacciagione, si pelavano le patate e si faceva bollire l'acqua: mancano solo i sapori.
Come tutte le dimore nobiliari, anche la residenza di Robert Wynn era autosufficiente, e quasi tutto il necessario veniva prodotto al suo interno. Persino la birra. Infatti, Plas Mawr aveva, tra le tante altre cose, anche un vero e proprio birrificio. Sopra il quale sembra, dormisse addirittura il proprietario.
Da un inventario del 1665 risulta che la camera da letto, sopra la stanza pregna di alcool, fosse proprio la sua. Oltre a questo particolare curioso, è importante soprattutto perché è uno dei primi esempi di decorazione in gesso nelle case gallesi.
Sul soffitto e sulla fascia ornamentale posso vedere 23 differenti emblemi appartenuti alle famiglie Wynn e Griffith, ad altri casati imparentati, e a potenti famiglie locali. Ci sono anche stoffe fabbricate a Kidderminster, e tessuti di lana del XVII secolo.
Poco oltre si apre la Camera Grande. Ampia e illuminata, questa sala è il cuore dell'abitazione caratterizzata da mura adornate di stoffe speciali a imitazione del Dornix, e panche in legno intarsiato.
L'ultima stanza in cui entro è quella da letto, in solaio: il soffitto a botte e il pavimento molto inclinato ospitano una culla, un tavolo a due sedie e un camino a muro che nelle notti fredde bruciava la legna tagliato di sotto nel cortile.
Guardo fuori dalla piccola finestra: tra le abitazioni vicine i colori e la foggia di Plas Mawr continuano a risaltare della loro nobiltà.
ℹ️ Visit Wales
📸 ✍️ Andrea Lessona
Il rosa tenue intonaca le mura di Plas Mawr, e imbelletta la dimora elisabettiana meglio conservata della Gran Bretagna. Lungo la via dove sorge, nel cuore di Conwy, risalta per colore e foggia tra gli altri edifici della cittadina sulla costa nord ovest del Galles.
Fu Robert Wynn (1520-1598) con la moglie Dorothy Griffith ad acquistare la residenza nel 1570. Dopo una vita in viaggio e commerci redditizi, Wynn tornò qui per stabilirvisi, e nel 1576 diede avvio ai lavori di ristrutturazione.
Nove anni dopo, l'abitazione era pronta per accogliere lui, la consorte, i sette figli e gli onori che gli sarebbero stati riservati: l'elezione in Parlamento e la rappresentanza della Corona nella contea di Caernarvon nel 1591.
Superato il cortile interno di Plas Mawr, entro nell'atrio dove c'è l'enorme stemma araldico poggiato sullo stipite di marmo del camino sotto: in passato doveva riscaldare questa stanza e gli ospiti della dimora durante i loro incontri intorno al tavolo per le cene.
Proseguendo sul legno scricchiolante del pavimento, arrivo davanti all'ingresso della cucina. Tutto è come allora: perfettamente ricostruita, la scena sembra quella di un tempo, quando si spennava la cacciagione, si pelavano le patate e si faceva bollire l'acqua: mancano solo i sapori.
Come tutte le dimore nobiliari, anche la residenza di Robert Wynn era autosufficiente, e quasi tutto il necessario veniva prodotto al suo interno. Persino la birra. Infatti, Plas Mawr aveva, tra le tante altre cose, anche un vero e proprio birrificio. Sopra il quale sembra, dormisse addirittura il proprietario.
Da un inventario del 1665 risulta che la camera da letto, sopra la stanza pregna di alcool, fosse proprio la sua. Oltre a questo particolare curioso, è importante soprattutto perché è uno dei primi esempi di decorazione in gesso nelle case gallesi.
Sul soffitto e sulla fascia ornamentale posso vedere 23 differenti emblemi appartenuti alle famiglie Wynn e Griffith, ad altri casati imparentati, e a potenti famiglie locali. Ci sono anche stoffe fabbricate a Kidderminster, e tessuti di lana del XVII secolo.
Poco oltre si apre la Camera Grande. Ampia e illuminata, questa sala è il cuore dell'abitazione caratterizzata da mura adornate di stoffe speciali a imitazione del Dornix, e panche in legno intarsiato.
L'ultima stanza in cui entro è quella da letto, in solaio: il soffitto a botte e il pavimento molto inclinato ospitano una culla, un tavolo a due sedie e un camino a muro che nelle notti fredde bruciava la legna tagliato di sotto nel cortile.
Guardo fuori dalla piccola finestra: tra le abitazioni vicine i colori e la foggia di Plas Mawr continuano a risaltare della loro nobiltà.
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Fontana di Gefion, leggenda di Copenaghen
📸 ✍️ Andrea Lessona
La fontana di Gefion zampilla storia, flusso d'acqua eterno a raccontare la nascita di Selandia. Terra arata via alla Svezia per diventare patria di una dea norrena dove oggi sorge Copenaghen.
Così la capitale danese ha voluto che questa leggenda, apparsa per la prima volta nel poema epico Ragnarsdrápa del IX secolo, diventasse testimonianza tangibile della sua origine.
Seconda la storia la dea norrena, da cui il monumento prende nome, andò da re Gulfe per domandargli una patria. Il sovrano svedese le promise tutta la terra che sarebbe stata in grado di arare in una notte. Allora Gefion trasformò i suoi quattro figli in tori.
Insieme lavorarono il tempo concesso, e delimitarono la zona corrispondente all'attuale lago Vänerm: seconda la tradizione, Gulfe avrebbe poi spostato l'area nel Baltico al largo della penisola di Jyland, creando così l'isola di Selandia.
In accordo con la leggenda la dea norrena appartiene alla stirpe degli Æsir, i signori assoluti del cielo. Lei e i suoi quattro figli tori sono oggi bronzo, storia viva che zampilla ogni giorno dalla fontana di Gefion per raccontare la nascita di Selandia.
E ha accettato il dono della Fondazione Carlsberg che, in occasione del 50° anniversario della famosa fabbrica di birra, regalò alla città la fontana di Gefion. A realizzarla fu Anders Bundgaard.
Lo scultore creò tra il 1897 e il 1899 le figure naturalistiche, le vasche e le decorazione furono completate nel 1908. Dopo aver pensato di allocarla davanti dal municipio, la struttura fu messa vicino al fronte del porto, a poca distanza dalla Sirenetta.
Il 14 luglio del 1908, la fontana di Gefion venne inaugurata diventando da allora il più grande monumento di Copenaghen. Oggi è pozzo dei desideri dei danesi come dei turisti che nelle sue acque grigie buttano qualche moneta e qualche sogno.
ℹ️ VisitDenmark
📸 ✍️ Andrea Lessona
La fontana di Gefion zampilla storia, flusso d'acqua eterno a raccontare la nascita di Selandia. Terra arata via alla Svezia per diventare patria di una dea norrena dove oggi sorge Copenaghen.
Così la capitale danese ha voluto che questa leggenda, apparsa per la prima volta nel poema epico Ragnarsdrápa del IX secolo, diventasse testimonianza tangibile della sua origine.
Seconda la storia la dea norrena, da cui il monumento prende nome, andò da re Gulfe per domandargli una patria. Il sovrano svedese le promise tutta la terra che sarebbe stata in grado di arare in una notte. Allora Gefion trasformò i suoi quattro figli in tori.
Insieme lavorarono il tempo concesso, e delimitarono la zona corrispondente all'attuale lago Vänerm: seconda la tradizione, Gulfe avrebbe poi spostato l'area nel Baltico al largo della penisola di Jyland, creando così l'isola di Selandia.
In accordo con la leggenda la dea norrena appartiene alla stirpe degli Æsir, i signori assoluti del cielo. Lei e i suoi quattro figli tori sono oggi bronzo, storia viva che zampilla ogni giorno dalla fontana di Gefion per raccontare la nascita di Selandia.
E ha accettato il dono della Fondazione Carlsberg che, in occasione del 50° anniversario della famosa fabbrica di birra, regalò alla città la fontana di Gefion. A realizzarla fu Anders Bundgaard.
Lo scultore creò tra il 1897 e il 1899 le figure naturalistiche, le vasche e le decorazione furono completate nel 1908. Dopo aver pensato di allocarla davanti dal municipio, la struttura fu messa vicino al fronte del porto, a poca distanza dalla Sirenetta.
Il 14 luglio del 1908, la fontana di Gefion venne inaugurata diventando da allora il più grande monumento di Copenaghen. Oggi è pozzo dei desideri dei danesi come dei turisti che nelle sue acque grigie buttano qualche moneta e qualche sogno.
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Pylos, la Baia di Navarino
✍️ Andrea Lessona
Nel sole della Messenia, Platia Trion Navarhon è riverbero soffocante d'asfalto e pietra lastricata. Il cuore di Pylos è caldo vivo, e neanche il vecchio platano al centro della piazza riesce ad attenuarlo con la sua ombra timida.
Solo dai colonnati dei caffè intorno, con i loro tavolini colorati pieni di bibite ghiacciate, si può vedere il centro di questa cittadina elegante sorta su una dei più bei porti naturali della Grecia: la Baia di Navarino.
Proprio lì di fronte c'è il monumento in onore dei tre ammiragli che sconfissero i turchi e gli egiziani di Ibrahim Pasha nella battaglia navale combattuta qui il 8 ottobre 1827. I nomi di Sir Edward Cordington d'Inghilterra, Chevalier de Rigny di Francia e Login Petrovich Geiden di Russia sono incisi nella memoria di Pylos.
Intorno alla piazza spiccano edifici neoclassici, costruiti nell'epoca di Capodistria. Su Megalos Dromos (la strada di Re Costantino), l'edificio che risalta di più è l'attuale municipio di Nauplia – nel 1833 ospitò la prima scuola superiore di Grecia per ordine del re Ottone.
Lì vicino si trova la prima farmacia della Grecia un tempo di proprietà dell'italiano Vonifatio Vonafin - l'uomo che imbalsamò il corpo di Ioannis Kapodistrias, il governatore greco assassinato. L'esercizio operò a Pylos dal 1828 sino al 1972.
Anche Dimitrios Ypsilantis, capo dell'esercito regolare del Peloponneso, ha il suo monumento nel cuore di Platia Trion Navarhon. Il militare prese parte all'assedio di Nauplia e Argo e alla battaglia di Dervenakia. Morì a Nafplio nel 1832.
Appena dietro la statua di Ypsilantis, c'è quella dedicata a re Ottone: fu eretta nel 1995 in riconoscimento dell'amore del re per la Grecia, nonostante il suo comportamento autocratico. E Pylos ha voluto ricordarlo così.
Lasciata la piazza principale della città si incontra il museo Antonopouleion dove sono conservati i reperti della battaglia di Navarino e i resti archeologici della regione della Messenia.
Poco oltre si trova la chiesa metropolitana di Pylos dedicata a Agios Georgios (San Giorgio). Venne costruita agli inizi del XVI secolo come basilica a cupola dai veneziani nel periodo in cui dominavano la zona.
Durante la successiva occupazione turca, l'edificio venne trasformato in moschea e poi di nuovo in chiesa al ritorno della Serenissima. Al suo interno c'è un affresco che raffigura l'Ultima Cena di Leonardo da Vinci e il trono scarlatto su cui sedeva re Ottone durante la messa.
Proseguendo verso la fortezza di Methoni si incontra il Neo Kastro, l'altra attrattiva storica di Pylos. Costruito dai turchi nel 1572, il castello nuovo è oggi baluardo visitabile: si può camminare sui bastioni sovrastati da grandi arcate, lunghe un chilometro e mezzo.
Nei secoli XVIII e XIX, il maniero servì da prigione e il suo spazio interno venne diviso in cortili stretti, separati da mura altissime. Oggi sono state abbattute per restaurare il Neo Kastro e farne un museo di archeologia subacquea.
La fortificazione come tutta la città è circondata da colline colme d'ulivi e da strade strette che le attraversano. Seguendole si raggiunge il crinale su cui si trovano i resti del palazzo di Nestore: da lassù il saggio re citato da Omero guardava la baia di Navarino e l'antica Pylos.
ℹ️ Ente Nazionale Ellenico per il Turismo
✍️ Andrea Lessona
Nel sole della Messenia, Platia Trion Navarhon è riverbero soffocante d'asfalto e pietra lastricata. Il cuore di Pylos è caldo vivo, e neanche il vecchio platano al centro della piazza riesce ad attenuarlo con la sua ombra timida.
Solo dai colonnati dei caffè intorno, con i loro tavolini colorati pieni di bibite ghiacciate, si può vedere il centro di questa cittadina elegante sorta su una dei più bei porti naturali della Grecia: la Baia di Navarino.
Proprio lì di fronte c'è il monumento in onore dei tre ammiragli che sconfissero i turchi e gli egiziani di Ibrahim Pasha nella battaglia navale combattuta qui il 8 ottobre 1827. I nomi di Sir Edward Cordington d'Inghilterra, Chevalier de Rigny di Francia e Login Petrovich Geiden di Russia sono incisi nella memoria di Pylos.
Intorno alla piazza spiccano edifici neoclassici, costruiti nell'epoca di Capodistria. Su Megalos Dromos (la strada di Re Costantino), l'edificio che risalta di più è l'attuale municipio di Nauplia – nel 1833 ospitò la prima scuola superiore di Grecia per ordine del re Ottone.
Lì vicino si trova la prima farmacia della Grecia un tempo di proprietà dell'italiano Vonifatio Vonafin - l'uomo che imbalsamò il corpo di Ioannis Kapodistrias, il governatore greco assassinato. L'esercizio operò a Pylos dal 1828 sino al 1972.
Anche Dimitrios Ypsilantis, capo dell'esercito regolare del Peloponneso, ha il suo monumento nel cuore di Platia Trion Navarhon. Il militare prese parte all'assedio di Nauplia e Argo e alla battaglia di Dervenakia. Morì a Nafplio nel 1832.
Appena dietro la statua di Ypsilantis, c'è quella dedicata a re Ottone: fu eretta nel 1995 in riconoscimento dell'amore del re per la Grecia, nonostante il suo comportamento autocratico. E Pylos ha voluto ricordarlo così.
Lasciata la piazza principale della città si incontra il museo Antonopouleion dove sono conservati i reperti della battaglia di Navarino e i resti archeologici della regione della Messenia.
Poco oltre si trova la chiesa metropolitana di Pylos dedicata a Agios Georgios (San Giorgio). Venne costruita agli inizi del XVI secolo come basilica a cupola dai veneziani nel periodo in cui dominavano la zona.
Durante la successiva occupazione turca, l'edificio venne trasformato in moschea e poi di nuovo in chiesa al ritorno della Serenissima. Al suo interno c'è un affresco che raffigura l'Ultima Cena di Leonardo da Vinci e il trono scarlatto su cui sedeva re Ottone durante la messa.
Proseguendo verso la fortezza di Methoni si incontra il Neo Kastro, l'altra attrattiva storica di Pylos. Costruito dai turchi nel 1572, il castello nuovo è oggi baluardo visitabile: si può camminare sui bastioni sovrastati da grandi arcate, lunghe un chilometro e mezzo.
Nei secoli XVIII e XIX, il maniero servì da prigione e il suo spazio interno venne diviso in cortili stretti, separati da mura altissime. Oggi sono state abbattute per restaurare il Neo Kastro e farne un museo di archeologia subacquea.
La fortificazione come tutta la città è circondata da colline colme d'ulivi e da strade strette che le attraversano. Seguendole si raggiunge il crinale su cui si trovano i resti del palazzo di Nestore: da lassù il saggio re citato da Omero guardava la baia di Navarino e l'antica Pylos.
ℹ️ Ente Nazionale Ellenico per il Turismo
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Notre Dame, la cattedrale di Papeete
📸 ✍️ Andrea Lessona
Con il suo campanile rosso, la cattedrale di Papeete buca le nubi e fa uscire il sole nel capoluogo di Tahiti. Lo stesso che scivola sul suo profilo gotico, e ne illumina i colori pastello di cui è vestita.
Intitolata a Nostra Signora dell'Immacolata concezione, la chiesa di Notre Dame venne costruita nel 1856 da missionari cattolici. Fu il primo vescovo della Polinesia francese, monsignor Tepano Jaussen, a favorire la sua realizzazione.
Impegnato personalmente, presenziò quasi quotidianamente ai lavori fatti dagli isolani di Mangareva: gente capace e ingegnosa che, sotto la supervisione del presule, edificarono la cattedrale di Papeete in poco tempo.
Per motivi finanziari la chiesa di Notre Dame ebbe dimensioni ridotte con una lunghezza di venti metri per una larghezza di cinquanta. Venne realizzata con blocchi di granito portati dai Gambier per sostenere le pareti spesse.
Furono progettati finestre ogivali e cancelli. Purtroppo un anno più tardi, i lavori si fermarono a causa della mancanza di risorse. Per due lustri, il progetto della cattedrale di Papeete rimase fermo e l'edificio ecclesiastico venne definitivamente distrutto nel 1867.
Due anni dopo, la chiesa di Notre Dame fu ricostruita - seppur con dimensioni ulteriormente ridotte - e completata nel 1875. Da allora, ci sono stati diversi restauri: nel 1967, 1988. L'ultimo, abbastanza recente, risale al 2005.
Realizzata al chilometro zero della strada che fa il giro di Tahiti, come ricorda una pietra miliare davanti al prato verde della cattedrale di Papeete, è un punto di riferimento importante per gli isolani.
Anche i turisti considerano la chiesa di Notre Dame uno dei monumenti più apprezzati: e la visitano soprattutto durante le messe quando i magnifici inni religiosi riempiono il suo piccolo spazio gotico e lo impregnano di fede.
ℹ️ Tahiti Tourisme
📸 ✍️ Andrea Lessona
Con il suo campanile rosso, la cattedrale di Papeete buca le nubi e fa uscire il sole nel capoluogo di Tahiti. Lo stesso che scivola sul suo profilo gotico, e ne illumina i colori pastello di cui è vestita.
Intitolata a Nostra Signora dell'Immacolata concezione, la chiesa di Notre Dame venne costruita nel 1856 da missionari cattolici. Fu il primo vescovo della Polinesia francese, monsignor Tepano Jaussen, a favorire la sua realizzazione.
Impegnato personalmente, presenziò quasi quotidianamente ai lavori fatti dagli isolani di Mangareva: gente capace e ingegnosa che, sotto la supervisione del presule, edificarono la cattedrale di Papeete in poco tempo.
Per motivi finanziari la chiesa di Notre Dame ebbe dimensioni ridotte con una lunghezza di venti metri per una larghezza di cinquanta. Venne realizzata con blocchi di granito portati dai Gambier per sostenere le pareti spesse.
Furono progettati finestre ogivali e cancelli. Purtroppo un anno più tardi, i lavori si fermarono a causa della mancanza di risorse. Per due lustri, il progetto della cattedrale di Papeete rimase fermo e l'edificio ecclesiastico venne definitivamente distrutto nel 1867.
Due anni dopo, la chiesa di Notre Dame fu ricostruita - seppur con dimensioni ulteriormente ridotte - e completata nel 1875. Da allora, ci sono stati diversi restauri: nel 1967, 1988. L'ultimo, abbastanza recente, risale al 2005.
Realizzata al chilometro zero della strada che fa il giro di Tahiti, come ricorda una pietra miliare davanti al prato verde della cattedrale di Papeete, è un punto di riferimento importante per gli isolani.
Anche i turisti considerano la chiesa di Notre Dame uno dei monumenti più apprezzati: e la visitano soprattutto durante le messe quando i magnifici inni religiosi riempiono il suo piccolo spazio gotico e lo impregnano di fede.
ℹ️ Tahiti Tourisme
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Museo delle marionette di Pilsen, magica emozione
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel museo delle marionette di Pilsen, i burattini danzano al ritmo dell'organetto. Melodiosa e allegra, la musica attraversa i tre piani dell'edificio patrizio al 23 di náměstí Republiky – cuore della quarta città della Repubblica Ceca.
Qui, in questo luogo, dove viene preservato l'ingegno meccanico e il talento manuale, si racconta la storia di un'arte iniziata verso la fine del XIX secolo. E sopravvissuta alla modernità.
Nel museo delle marionette di Pilsen si narra degli spettacoli di strada che la gente tanto amava e aspettava con impazienza: gli artisti arrivavano con i loro cavalli belli e stanchi per aver trainato carri pieni di gioia e meraviglia.
Grandi e piccoli si facevano loro intorno e, nella magia del vento che dilatava la musica degli organetti, li vedevano muovere con mani invisibili marionette e passione per raccontare che la principessa aveva baciato il suo bello e il drago soffiato l'ultimo fuoco.
Erano tante, allora, le famiglie ad attraversare le strade e il tempo per poter narrare storie e guadagnare due spicci: i nomi di Kopecký, Maizner, Dubský, Kočka o Fink sono eco vivo nel museo delle marionette di Pilsen.
Come quello del Teatro Skoda, il primo ad avere un unico modello animato realizzato grazie a un negativo ben preservato. Al secondo piano dell'edificio, il mondo dei bambini si unisce a quello degli adulti e diventa uno sull'asse del tempo immaginario.
Una magia riuscita agli artisti Karel Novák, Josef Skupa e Jiri Trinka il cui teatro è stato ricostruito e meccanizzato. Esposto al museo delle marionette di Pilsen, regala ai visitatori di oggi l'incanto di ieri.
Al terzo piano dell'edificio patrizio, ci sono spazi espositivi e una sala dove i visitatori possono gestire pupazzi e conoscere le varie tecniche. Nella sala si organizzano conferenze e spettacoli teatrali perché la meraviglia non abbia fine.
ℹ️ V isit Czech Republic
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel museo delle marionette di Pilsen, i burattini danzano al ritmo dell'organetto. Melodiosa e allegra, la musica attraversa i tre piani dell'edificio patrizio al 23 di náměstí Republiky – cuore della quarta città della Repubblica Ceca.
Qui, in questo luogo, dove viene preservato l'ingegno meccanico e il talento manuale, si racconta la storia di un'arte iniziata verso la fine del XIX secolo. E sopravvissuta alla modernità.
Nel museo delle marionette di Pilsen si narra degli spettacoli di strada che la gente tanto amava e aspettava con impazienza: gli artisti arrivavano con i loro cavalli belli e stanchi per aver trainato carri pieni di gioia e meraviglia.
Grandi e piccoli si facevano loro intorno e, nella magia del vento che dilatava la musica degli organetti, li vedevano muovere con mani invisibili marionette e passione per raccontare che la principessa aveva baciato il suo bello e il drago soffiato l'ultimo fuoco.
Erano tante, allora, le famiglie ad attraversare le strade e il tempo per poter narrare storie e guadagnare due spicci: i nomi di Kopecký, Maizner, Dubský, Kočka o Fink sono eco vivo nel museo delle marionette di Pilsen.
Come quello del Teatro Skoda, il primo ad avere un unico modello animato realizzato grazie a un negativo ben preservato. Al secondo piano dell'edificio, il mondo dei bambini si unisce a quello degli adulti e diventa uno sull'asse del tempo immaginario.
Una magia riuscita agli artisti Karel Novák, Josef Skupa e Jiri Trinka il cui teatro è stato ricostruito e meccanizzato. Esposto al museo delle marionette di Pilsen, regala ai visitatori di oggi l'incanto di ieri.
Al terzo piano dell'edificio patrizio, ci sono spazi espositivi e una sala dove i visitatori possono gestire pupazzi e conoscere le varie tecniche. Nella sala si organizzano conferenze e spettacoli teatrali perché la meraviglia non abbia fine.
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