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Centro Tessile di Edimburgo, filati di Scozia

📸 ✍️ Andrea Lessona

Nel Centro Tessile di Edimburgo, i vecchi telai intrecciano storia a memoria: a ogni passaggio, lana spessa dai colori intensi forma il tartan - il tessuto più famoso e caratteristico di Scozia.

Qui, sul Royal Mile, a pochi metri dal castello, scesi i cinque piani di quest’edificio antico, si può assistere a un lavoro che le macchine hanno reso più veloce ma non meno affascinante.

Il loro continuo filare produce un rumore assordante e riempie l’aria di un odore unico e inconfondibile. Il caldo è soffocante tanto da dover togliere la giacca che fuori dal Centro Tessile di Edimburgo è indispensabile per camminare il cuore della capitale scozzese.

Chi vuole provare in prima persona l’esperienza di tessere deve solo pagare il biglietto e farsi fotografare mentre ci si cimenta in questa antico mestiere. Poche sterline per portare via un click e un pezzo di stoffa.

Chi invece vuole comprare quella già pronta e tessuta da mani sapienti ci sono gli altri quattro piani in cui il Centro Tessile di Edimburgo regala negozi colmi di ninnoli e sorprese per ogni tasca.

Dentro si trova davvero qualsiasi oggetto che riguarda la Scozia, soprattutto il superfluo. L’immancabile musica registrata di cornamuse delle Highlands riempie queste antiche pareti di pietra.

Prima di diventare il Centro Tessile di Edimburgo, lo stabile era un bacino idrico e riforniva d'acqua tutta la zona che scorre lungo il Royal Mile e origina la Old Town della capitale.

Oggi questo edificio che penetra nelle viscere della città ha ancora storia da raccontare: quella intrecciata nella memoria dei suoi filati, sepolti sotto una montagna di ninnoli inutili.

ℹ️ Visit Scotland
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Valle delle 72 cascate, dipinto svizzero

📸 ✍️ Andrea Lessona

Acqua che fende la roccia e screzia l'orizzonte, la valle delle 72 cascate è un lunga galleria d'arte svizzera creata dalla natura: mentre in macchina la attraverso lento, ne ammiro una ad una le opere esposte.

Conosciuta come la vallata di Lauterbrunnen per il paese che apre la porta della zona, questo luogo è il cuore di una delle riserve più grandi dell'Oberland Bernese e del paese elvetico tutto.

Ventaglio di rocce incise da bianche lame trasparenti, la valle delle 72 cascate racchiude in sé distese terrene, pascoli alpini e rifugi di montagna: un quadro dipinto a parole dai più grandi della letteratura mondiale giunti qui per ammirarne l'elegante bellezza.

«L'Anima dell'uomo somiglia all'acqua, dal cielo discende, al cielo risale, di nuovo alla terra deve tornare, in eterna vicenda…» scrisse Goethe dopo aver visto la Staubbach, a Lauterbrunnen. Nella tragedia Manfred, Lord Byron ne paragonò il fragore al galoppo di un cavaliere dell’Apocalisse.

Il nome significa ruscello di polvere per la miriade di gocce che schizzano dalle rocce e, grazie al vento, diventano un turbinio trasparente che dà così vita uno degli spettacoli più affascinanti nella valle delle 72 cascate.

Di una bellezza ancora più sconvolgente, sono le cascate di Trümmelbach: le uniche al mondo nate da un ghiacciaio con accesso sotterraneo. Considerate le più grandi d'Europa del genere, sono collegate grazie a un ascensore, gallerie, tunnel, sentieri e piattaforme.

Solo loro convogliano nelle valle delle 72 cascate l'acqua fusa del ghiacciaio della Jungfrau, con una portata massima di venti mila litri al secondo. Ogni anno erodono più di venti mila tonnellate di detriti.

Mentre ne ammiro il flusso primordiale, ascolto rapito il fragore della loro caduta: assomiglia a un tuono che dilata i sensi e muta la percezione - fragore bianco nel bianco estremo della natura dipinta e viva.

ℹ️ Svizzera Turismo
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Municipio di Maribor, rinascimentale sloveno

📸 ✍️ Andrea Lessona

Il suo profilo rinascimentale veste d'eleganza italiana Glavni trg. È lì, sulla piazza principale della seconda città della Slovenia, che spicca il municipio di Maribor – fiero, con la torre dell'orologio che si alza nel cielo grigio.

Realizzato nel 1515, l'edificio che ho di fronte subì diversi cambiamenti tra il 1563 e il 1565 quando la famiglia Del Allio gli diede questa foggia chiamando a realizzarlo maestri provenienti dall'Italia.

Così il municipio di Maribor (Mariborski Rotovž in sloveno) ha conservato nei secoli la sua facciata a sette assi simmetrica, con avancorpo e loggia minore. Al piano terreno si trova un portale semicircolare.

Ci entro, attraversando il corridoio che porta nell’interno. Qui si apre uno splendido cortile porticato: è collegato da una via riservata ai pedoni con piazza Slomšek. Sopra il portale, un balcone veneziano con tettoia e balaustrata mi riempie gli occhi di bellezza fine.

Il cortile interno del municipio di Maribor ha, sia al piano terra sia al primo piano, un corridoio porticato con volte a crociera e colonnine toscane. Tutto lo spiazzo è finemente selciato.

Gli ambienti interni, che un tempo facevano parte di due case confinanti, sono a volte. Di notevole fattura è anche la sala del consiglio: il soffitto con stucchi realizzati nel 1728 da Antonio Quadrio lascia senza fiato.

Tra il 1952 e il 1954, dopo gli anni bui della Seconda Guerra Mondiale, il municipio di Maribor fu radicalmente ristrutturato grazie al prezioso lavoro degli architetti J. Černigoj e S. Lovše.

Mentre esco di nuovo sulla piazza principale della città, non posso fare a meno di vedere la colonna della peste: quella originale risale al 1743 e fu realizzata da Jožef Straub. Quella che ho davanti, invece, è una coppia. Anch'essa, comunque, testimone di una libertà ritrovata dalla malattia attraverso una grazia ricevuta.

ℹ️ Ente Sloveno per il Turismo
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Il Centro nazionale delle Arti di Tokyo

✍️ Andrea Lessona

Con la sua collezione di oltre seicento pezzi, il Centro nazionale delle Arti di Tokyo è uno dei musei più importanti di arte moderna di tutto il Sol Levante. Si trova nella capitale giapponese, nel distretto di Roppongi.

Il Centro nazionale delle Arti di Tokyo venne inaugurato il 21 gennaio 2007 a seguito di un progetto promosso dall'Agenzia per gli affari culturali e l'Istituzione indipendente amministrativa.

Sull'attuale sito, dove oggi si trova il Centro nazionale delle Arti di Tokyo, in passato sorgeva la sede di un centro di ricerca della importante e famosa università della capitale giapponese.

Il Centro nazionale delle Arti di Tokyo è stato realizzato dall'architetto Kisho Kurokawa. Si dispone sua una superficie di circa 50 mila metri quadrati, suddivisi in quattro livelli in superficie e uno sotto.

Il Centro nazionale delle Arti di Tokyo vanta una collezione ricchissima: oltre 600 opere, che riguardano in particolar modo pitture del XX secolo e di arte moderna.

ℹ️ JNTO
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Hamburgische Staatsoper, l’Opera di Amburgo

✍️ Andrea Lessona

L'Opera di Amburgo è uno dei maggiori teatri operistici della Germania. L'Hamburgische Staatsoper, in lingua teutonica, fu fondata il 2 gennaio 1678, quando l'Opern-Theatrum venne inaugurato con la Singspiel, una rappresentazione biblica di Johann Theile.

L'Opera di Amburgo non era un teatro di Corte ma il primo teatro d'opera pubblico in terra tedesca. A fondarla era stato un gruppo di cittadini locali che facevano parte della Lega anseatica e amavano la musica.

Così, negli anni, l'Opera di Amburgo diventò il luogo più importante per la musica barocca teutonica a discapito dello stile italiano – in gran voga in quel periodo in molte parte del continente.

Altro merito dell'Opera di Amburgo fu l'ingaggio, nel 1703, come violinista e clavicembalista, di Georg Friedrich Händel (Halle, 1685 – Londra, 1759) . Ma solo due anni dopo, nel 1705, andò in scena la sua opera Nero.

Nel1826, invece, fu costruito il primo teatro in pietra per sostituire quello in legno. Venne inaugurato il 18 maggio con l'Egmont di Beethoven. I 2800 posti a sedere trovarono casa dove oggi sorge l'Opera di Amburgo.

Gli anni a venire, soprattutto nel XX secolo, furono forieri di grandi rappresentazioni. Poi la notte del 2 agosto 1943, l'Opera di Amburgo e gli edifici limitrofi furono rasi al suolo dai bombardamenti aerei alleati.

Dopo la II guerra mondiale l'edificio venne ricostruito. Per inaugurare la nuova Opera di Amburgo il 15 ottobre 1955 fu eseguito Il flauto magico di Mozart. Da allora sino ai giorni nostri, il teatro ha voluto dare spazi sempre più importanti a nuovi lavori. Una scelta coraggiosa che ha riscosso grande successo.
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Biblioteca del Palazzo nazionale di Mafra, meraviglia rococò

📸 ✍️ Andrea Lessona

Inestimabile tesoro del sapere antico che la rende la più importante raccolta monastica del Portogallo, la biblioteca del Palazzo nazionale di Mafra è un immenso scrigno rococò che custodisce quasi 40 mila libri.

I suoi ottanta metri di lunghezza, nove e mezzo di larghezza e 13 di altezza occupano una parte importante dell'edificio costruito da João V a inizio del 1700 in questa città a 24 chilometri da Lisbona.

Mentre cammino le piastrelle in marmo rosa, grigio e bianco del pavimento, guardo i volumi della biblioteca del Palazzo nazionale di Mafra sfilare immobili sui due ordini di scaffali.

Alzando gli occhi oltre, lo sguardo diventa stupore nel vedere la volta a botte che sovrasta la sala. Fu l'architetto portoghese Manuel Caetano de Sousa che, su ordine dei canonici regolari di Sant'Agostino, la realizzò nel 1771.

La maggior parte dei volumi nella biblioteca del Palazzo nazionale di Mafra sono testi stampati, tra cui diversi incunaboli: rappresentano il livello della scienza occidentale dal XIV al XIX secolo. Pochi, invece, i manoscritti. Tra loro ci sono gli spartiti musicali dei più grandi compositori portoghesi.

Per preservare valore e storia dei libri è stata anteposta un'intercapedine di aria fra i muri e gli scaffali. E, anche se sembra strano, nella sala vengono “ospitati” dei pipistrelli affinché mangino gli insetti presenti - il nemico principale, insieme all'umidità, dei volumi.

Arrivato in fondo al lungo corridoio della biblioteca del Palazzo nazionale di Mafra, dove furono girate alcune scene della miniserie televisiva I viaggi di Gulliver, penso alla fatica di chi, questi tesori di carta, lì ha classificati.

Mentre torno verso l'uscita, mi fermo un attimo lungo il pavimento in marmo. Guardo un'ultima volta la sala: il silenzio avvolge la biblioteca del Palazzo nazionale di Mafra, e la rende ancora più preziosa.

ℹ️ Visit Portugal
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In Finlandia a pesca sul lago Saimaa

📸 ✍️ Andrea Lessona

Nel cielo di Anttolanhovi, i raggi intensi del sole cadono obliqui sui pescatori: e allungano la loro ombra sul ghiaccio screziato del Lago Saimaa. Li guardo, seduti immobili su un seggiolino pieghevole, immergere la lenza nei fori del pack.

«Il buco è profondo mezzo metro, più o meno», mi spiega uno di loro mentre mi avvicino, attento a non disturbarlo. Guardo nel suo cestino, ma è vuoto. «Sono qui da tre ore, ma non ho ancora preso niente», mi dice con un sorriso.

Lui e suoi amici sono arrivati nell'Art & Design Villas, vicino al villaggio di Anttola, per vivere un week end nel freddo dei Mille Laghi della Finlandia e godere delle bellezze naturali intorno al Saimaa.

Il centro è stato realizzato su un disegno di Emma Johansson, vincitrice del concorso indetto nel 2006 dall'Università di Oulu. Dall'idea del suo progetto “Nel cuore della Natura” sono sorte sette ville sulle sponde del lago.

Il ragazzo davanti a me, si alza provato dal suo seggiolino, e scuote la testa. Si arma di un aggeggio simile a un cavatappi gigante e tenta di fare un altro buco nel pack. Dopo aver visto salire l'acqua, cambia l'esca alla sua pilkki, la piccola canna da pesca adatta per questo sport. E riprova. «Speriamo in bene», mi dice fiducioso.

Lo lascio al suo nuovo tentativo, e provo a vedere se i suoi amici sono stati più fortunati. Niente: oggi non è giornata. «Ancora mezz'ora e poi smonto e ritorno nella mia villa», ammette amareggiato l'altro pescatore.

Riguadagno il molo in legno da dove sono arrivato e dove sotto inizia a sciogliersi il ghiaccio. Resto lì, nel tepore del sole, a guardare altri ospiti attraversare il lago con le racchette mentre tutt'intorno alte betulle disegnano l'orizzonte.

Piano piano il sole perde i suoi raggi e cade dietro gli alberi. Cerco di seguirlo, camminando sino alla fine del sentiero del centro: da una parte sfilano le ville, dall'altra il bosco spento. Tutt'intorno e dentro me è silenzio. ℹ️

Visit Finland
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Faro di Kéreon, il Palazzo dell’isola di Ouessant

📸 ✍️ Andrea Lessona

Il Faro di Kéreon si staglia al largo dell'isola di Ouessant, Palazzo sospeso tra il cielo e il mare sud orientale della Bretagna. Lo hanno soprannominato così per l'eleganza dei suoi interni. Anche se, visto dalla spiaggia oro di Arlan, sembra un'umile candela spenta.

Eppure Kéreon è davvero importante non solo per la sua posizione strategica nel passaggio di Fromveur ma anche perché è l'ultimo faro monumento costruito in Francia e uno degli ultimissimi a essere automatizzati.

È stato abbandonato al suo destino computerizzato come Jument solo il 29 gennaio del 2004, quando il guardiano ha guardato malinconico i mobili in quercia d'Ungheria e i pavimenti intarsiati in legno che arredano le cinque sale. E poi ha chiuso la porta per sempre.

L'automazione ha posto fine a una spola di custodi che negli anni hanno percorso i tre chilometri tra il faro e l'Isola: qui c'è ancora chi ricorda le traversate epiche col mare in burrasca e gli uomini aggrappati ai battelli.

Fu così sin da quando si decise di costruirlo nel 1907 nel braccio di mare tra Ouessant e Molène e la terraferma – il Fromveur. Nel 1910 il progetto fu modificato grazie al lascito della nipote di Charles-Marie Le Dall de Kéréon (ufficiale della Marina francese ghigliottinato nel 1794 a 19 anni). Da quel momento il faro prese il suo nome.

Alle difficoltà ambientali si aggiunsero quelle causate dalla Grande Guerra: perciò la luce artificiale iniziò a illuminare il tratto di mare solo il 25 ottobre 1916. Prima veniva usato il petrolio, poi nel 1972 la struttura fu elettrificata grazie a due mulini a vento, sempre sorvegliati da due elettricisti.

Oggi, dall'alto dei suoi 38 metri, il bagliore bianco e rosso del faro di Kéréon continua a essere visibile per oltre 17 miglia, corona intermittente di un Palazzo abbandonato nell'Atlantico.

ℹ️ Explore France
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Torre di Trump, simbolo di un magnate

✍️ Andrea Lessona

Riflesso di cemento armato e vetro temprato, la Torre di Trump sale per 202 metri il cielo di New York: 58 piani d'ombra caduta dal numero 721 della Fifth Avenue sino all'angolo con la 56° Strada.

Simbolo verticale del potere del magnate americano, ed ex presidente degli Stati Uniti, la struttura che gli appartiene fu realizzata tra il 1979 e 1983 nel cuore della Grande Mela grazie al suo denaro e al progetto disegnato dall'architetto Der Scutt.

Inaugurata il 30 novembre, la Torre di Trump risultò per diversi anni l'edificio più alto della città. Ciononostante la sua realizzazione suscitò molte polemiche. Come quasi tutto ciò che fa l'imprenditore prestato alla politica.

Infatti per innalzare la struttura attuale, ne è stata demolita una precedente in cui abitavano pregevoli statue art-déco. Opere, queste, che sembra Trump avesse promesso al Metropolitan Museum.

Chi lo accusa sostiene invece che le fece distruggere per non ritardare la costruzione di dieci giorni della Torre di Trump. Altro motivo del contendere è l'impiego di duecento operai polacchi non in regola.

Sembra che qualcuno vivesse sul posto, se non addirittura in cantiere. E fosse sottopagato. Eppure è a questi uomini che si deve la realizzazione dell'edificio che grazie a un sistema di capriate sulla sommità unisce le colonne esterne con il nucleo in cemento.

Un'intuizione che ampia le effettive dimensioni della struttura e la rafforza lateralmente contro i terremoti, il vento e gli impatti violenti che hanno una direzione perpendicolare alla Torre di Trump.

L'edificio, oltre a ospitare sia uffici di ogni dimensione e foggia così come lussuosi appartamenti residenziali, è sin dalla sua realizzazione la sede operativa della Trump Organization.

È lì che il magnate ha progettato la propria discesa in campo nell'agone politico studiando per giorni e notti intere la strategia politica che lo ha poi portato alla Casa Bianca a Washington dove vuole presto tornare.
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Caffè Argana, il palcoscenico di Marrakech

📸 ✍️ Andrea Lessona

Seduto a uno dei tavoli sulla terrazza del Caffè Argana, mentre sorseggio il mio tè zuccherato, guardo lo spettacolo che ogni giorno va in scena a Jemâa El Fna, la piazza più famosa di Marrakech.

Qui, dove l’alcol è proibito per motivi religiosi, la gente si disseta con bevande fresche o calde mentre chiacchiera e si riempie gli occhi dei colori che di sotto vestono il grande catino sgargiante della piazza.

Situato proprio nella parte frontale di Jemâa El Fna, il Caffé Argana sembra un loggione teatrale da cui godere di questo spettacolo particolare fatto di trattative sfinenti, vociari sguaiati, personaggi degni di una fiaba.

Mentre continuo a sorseggiare il mio tè caldo e zuccherato, ricordo quando il 28 Aprile del 2011, una forte esplosione all’interno dell’edificio causò la morte di 18 persone e ne ferì 25.

La prima supposizione di una fuga di gas fu presto accantonata a favore di un atto terroristico di al Qaeda che negò categoricamente. Secondo le fonti ufficiali, il reo confesso fu tale Adil el-Atmani non affiliato al gruppo terroristico ma un semplice suo simpatizzante.

Per fortuna, oggi, dalla terrazza del Caffè Argana, mentre finisco il mio tè caldo e zuccherato, sento solo il rullio dei tamburi che accompagnati dagli zufoli scandiscono il mercanteggiare insistente su piazz Jemâa El Fna.
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Jorvik Viking Centre, York vichinga

📸 ✍️ Andrea Lessona

Nel buio del Jorvik Viking Centre, attraverso il tempo dell'antica York. Un tempo ricostruito e sospeso, rivelato a ogni metro del percorso che racconta l'insediamento vichingo del 948 scoperto nella città inglese.

Era il 1976 quando, durante la demolizione della ditta di confetteria Cravens, in Coppergate street vennero alla luce quattro file di case di un villaggio norreno: dentro, non c'erano solo stivali, scarpe, spille, ma anche piante e insetti.

La scoperta dello York Archaeological Trust, portò poi alla realizzazione del Jorvik Viking Centre. Progettato da John Sunderland, fu inaugurato nell'aprile del 1984. Da allora è stato visitato da circa venti milioni di persone.

Nel 2001 il centro viene ampliato al costo di cinque milioni di sterline: elementi tecnologici, di animazione e nuovi stimoli sensoriali vengono aggiunti per meglio ricostruire l'atmosfera dell'antico villaggio vichingo di York.

Ecco perché venire qui non è solo visitare un museo ma vivere un'esperienza. Così, dopo aver superato la coda infinita dell'ingresso, sono sceso nelle viscere della terra inglese e ho iniziato il viaggio sotterraneo nello Jorvik Viking Centre.

Teche incastonate nelle mura colorate proteggono le collezioni di manufatti originali. Fanno parte della nuova sezione museale inaugurata il 13 febbraio del 2010 e costata un altro milione di sterline. Tra loro spicca il Coppergate Helmet, la coppia dell'elmo il cui originale è conservato nello Yorkshire Museum.

E adesso sono qui, a bordo di una delle semisfere meccaniche che attraversano il villaggio vichingo del 948: le mani appoggiate alla bar di sicurezza, ascolto dei manichini parlare una lingua simile all'islandese.

Realizzati in fibra di vetro a grandezza naturale, popolano la fila di case rifatte. E ogni giorno vivono lo stesso tempo: quello ricostruito e sospeso nel buio del Jorvik Viking Centre di York.

ℹ️ Visit Britain Visit York
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Oude Stadhuis, il Municipio Vecchio de L’Aia

✍️ Andrea Lessona

Icona perfetta del rinascimentale olandese, il Municipio Vecchio de L’Aia si alza sulla Groenmarkt - la piazza del Mercato delle Erbe.

Proprio qui, sorgeva il castello dei Signori di Brederode. Dopo il coinvolgimento di uno di loro nell’omicidio dell’amante del conte d'Olanda, Alberto I di Baviera, nel 1392 il maniero fu sequestrato e donato a L’Aia come "Casa di Città".

Nel 1561, i due borgomastri Joost Jacobszoon e Dirck van Alckemade, invece di usare i fondi raccolti per edificare le mura cittadine, utilizzarono il denaro per realizzare il municipio, uno dei più ricchi esempi dell'architettura rinascimentale dei Paesi Bassi.

Sull’attico della facciata del palazzo comunale furono poste le statue della Fede, Speranza, Amore, Fortezza e Giustizia. Sul finire del XVI secolo, venne aggiunta la torretta ottagonale con un antico orologio, forse già presente nella "Casa di Città".

Il meccanismo, realizzato nel 1493, faceva suonare la campana quattro volte al giorno: alle 9 e alle 18 come fine e inizio della giornata lavorativa, e alle 12 e alle 13 per la pausa pranzo. Rubato dai tedeschi, l'orologio originale è stato sostituito da una coppia.

Durante la Guerra degli Ottant'anni, il Municipio fu saccheggiato. E solo nel 1671 venne riallestito in stile Luigi XIV. Nel 1733, grazie all'architetto francese Daniel Marot, fu aggiunta la grande ala posteriore decorata con boiserie, stucchi e dipinti in stile Luigi XV.

Rifatta nel 1882, la facciata sulla Groenmarkt è ancora qui di fronte a me - icona perfetta del rinascimentale olandese.

ℹ️ Holland
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Albertine, la biblioteca francese di New York

✍️ Andrea Lessona

Un cielo di stelle e pianeti dipinti a mano disegna il soffitto di Albertine - la libreria di New York con la più grande collezione di libri in lingua francese degli Stati Uniti.

Oltre 14 mila titoli provenienti da trenta Paesi francofoni trovano casa a Manhattan, nella storica Payne Whitney House, l’edificio rinascimentale italiano progettato da Stanford White.

Aperta al pubblico nel settembre 2014, Albertine è stata concepita da Antonin Baudry, ex consigliere culturale francese, come centro di scambio intellettuale franco-americano.

La libreria, che prende il suo nome dal famoso personaggio de La Recherche dello scrittore Marcel Proust, non è stata pensata come un luogo di vendita al dettaglio ma come una grande biblioteca privata.

Un tesoro di parole su carta che ognuno vorrebbe avere nella propria casa.

ℹ️ 📷 Albertine Library
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