Castello di Olavinlinna, sentinella della Finlandia
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel cielo basso e grigio dei Mille Laghi della Finlandia, le tre torri del castello di Olavinlinna entrano nelle nuvole. Mentre attraverso il ponte che lega la città di Savonlinna alla fortezza medievale, vedo chiaro l’imponenza delle sue mura innalzate nel 1745 su questo sperone di roccia.
Fu realizzato dal danese Erik Axelsson Tott, governatore di Vyborg e delle Province Orientali, per proteggere il confine finnico-svedese da quello russo. A quei tempi, la Finlandia non era uno stato indipendente ma parte dell'Unione di Kalmar con Svezia, Norvegia e Danimarca. Axelsson Tott battezzò il maniero con il nome di un crociato norvegese: Olavinlinna o Olaf, divenuto poi santo patrono di tutti i cavalieri.
Oltre la porta in legno massiccio del castello di Olavinlinna, si apre la grane piazza su cui i soldati si dividevano le incombenze e le bevande: infatti, venivano pagati con cinque litri di birra al giorno e sette la domenica. Oggi, invece, per l'intero mese di Luglio si può assistere al Festival dell'Opera e a Gennaio al Festival del ghiaccio.
Ed è proprio per queste acque, strette in una morsa gelida d'inverno, che il maniero venne edificato qui. Oltre a garantirgli protezione dagli attacchi nemici, era una sentinella attenta per vigilare e controllare la zona.
Con l'annessione della Finlandia alla Russia nel 1809, il castello di Olavinlinna perse la sua “vena” militare e negli anni 50 del XIX secolo divenne una prigione. Poi negli anni 60 due incendi lo danneggiarono gravemente. Solo tra il 1961 e il 1975 fu restaurato così come lo vedo io oggi.
Tornato indietro dal ponte, risalgo la salita verso il centro di Savonlinna: dei suoi 27.253 abitanti incontro solo un giovane in bicicletta. Pattina sul ghiaccio con due ruote, ma non desiste. Poi, prima di ripartire, guardo per l'ultima volta le tre torri del castello di Olavinlinna: da quassù sembrano ancora più dentro le nuvole.
ℹ️ Visit Finland
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel cielo basso e grigio dei Mille Laghi della Finlandia, le tre torri del castello di Olavinlinna entrano nelle nuvole. Mentre attraverso il ponte che lega la città di Savonlinna alla fortezza medievale, vedo chiaro l’imponenza delle sue mura innalzate nel 1745 su questo sperone di roccia.
Fu realizzato dal danese Erik Axelsson Tott, governatore di Vyborg e delle Province Orientali, per proteggere il confine finnico-svedese da quello russo. A quei tempi, la Finlandia non era uno stato indipendente ma parte dell'Unione di Kalmar con Svezia, Norvegia e Danimarca. Axelsson Tott battezzò il maniero con il nome di un crociato norvegese: Olavinlinna o Olaf, divenuto poi santo patrono di tutti i cavalieri.
Oltre la porta in legno massiccio del castello di Olavinlinna, si apre la grane piazza su cui i soldati si dividevano le incombenze e le bevande: infatti, venivano pagati con cinque litri di birra al giorno e sette la domenica. Oggi, invece, per l'intero mese di Luglio si può assistere al Festival dell'Opera e a Gennaio al Festival del ghiaccio.
Ed è proprio per queste acque, strette in una morsa gelida d'inverno, che il maniero venne edificato qui. Oltre a garantirgli protezione dagli attacchi nemici, era una sentinella attenta per vigilare e controllare la zona.
Con l'annessione della Finlandia alla Russia nel 1809, il castello di Olavinlinna perse la sua “vena” militare e negli anni 50 del XIX secolo divenne una prigione. Poi negli anni 60 due incendi lo danneggiarono gravemente. Solo tra il 1961 e il 1975 fu restaurato così come lo vedo io oggi.
Tornato indietro dal ponte, risalgo la salita verso il centro di Savonlinna: dei suoi 27.253 abitanti incontro solo un giovane in bicicletta. Pattina sul ghiaccio con due ruote, ma non desiste. Poi, prima di ripartire, guardo per l'ultima volta le tre torri del castello di Olavinlinna: da quassù sembrano ancora più dentro le nuvole.
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Monumento di Dante, la Trento del Vate
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel parco vicino alla stazione, il monumento a Dante è luce viva che attraversa la notte di Trento: scivola sul suo profilo marmo e tratteggia una lunga ombra. Arriva sino alla panchina dove sono seduto, intento a guardarlo.
Uno sguardo che dal basamento sale alla corona d'alloro che cinge il capo al Vate e sfoca nel buio. Oltre, c'è solo il cielo scuro e la gloria che lo accompagna nei secoli per averci dato una lingua comune.
Ed è questo il motivo per cui il monumento a Dante venne realizzato: simbolo dell'italianità in un Trentino che nel 1896 era territorio della Contea del Tirolo, nell'Impero austro-ungarico.
I lavori affidati a Cesare Zocchi (1851-1922) iniziarono il 20 aprile 1893 con la prima posa simbolica con incisa la scritta: “Pietra fondamentale del Monumento dei Tridentini a Dante Alighieri. Mostrò ciò che potea la lingua nostra. XX APR MDCCCXCIII”.
Sfidando le ombre, mi avvicino al monumento a Dante per vederne i particolari. La base, in granito carnicino di Predazzo, ha statue bronzee con risvolti allegorici. Sotto, c'è l'Inferno con Minosse seduto su un drago che guidica i dannati.
Salgo al secondo livello, dove si trova il Purgatorio: lì vedo il Vate con il maestro Virgilio mentre sul loro cammino incontrano le anime travagliate degli espianti: i superbi, gli invidiosi e gli oziosi.
Dove la luce è più vivida, ecco rappresentato il Paradiso sul monumento a Dante: lì si trova Beatrice con le braccia distese, l'ideale. E gli angeli che ricordano la circulata melodia dei Beati.
In cima alla scultura, lui: il Poeta è immortalato mentre avanza. Con la mano sinistra tiene un libro - si pensa la Divina Commedia; il braccio destro è teso verso Nord – forse a indicare le Alpi, il confine geografico dell'Italia. A cui ha dato una lingua comune e da cui gloria ha ricevuto.
ℹ️ Visit Trentino
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel parco vicino alla stazione, il monumento a Dante è luce viva che attraversa la notte di Trento: scivola sul suo profilo marmo e tratteggia una lunga ombra. Arriva sino alla panchina dove sono seduto, intento a guardarlo.
Uno sguardo che dal basamento sale alla corona d'alloro che cinge il capo al Vate e sfoca nel buio. Oltre, c'è solo il cielo scuro e la gloria che lo accompagna nei secoli per averci dato una lingua comune.
Ed è questo il motivo per cui il monumento a Dante venne realizzato: simbolo dell'italianità in un Trentino che nel 1896 era territorio della Contea del Tirolo, nell'Impero austro-ungarico.
I lavori affidati a Cesare Zocchi (1851-1922) iniziarono il 20 aprile 1893 con la prima posa simbolica con incisa la scritta: “Pietra fondamentale del Monumento dei Tridentini a Dante Alighieri. Mostrò ciò che potea la lingua nostra. XX APR MDCCCXCIII”.
Sfidando le ombre, mi avvicino al monumento a Dante per vederne i particolari. La base, in granito carnicino di Predazzo, ha statue bronzee con risvolti allegorici. Sotto, c'è l'Inferno con Minosse seduto su un drago che guidica i dannati.
Salgo al secondo livello, dove si trova il Purgatorio: lì vedo il Vate con il maestro Virgilio mentre sul loro cammino incontrano le anime travagliate degli espianti: i superbi, gli invidiosi e gli oziosi.
Dove la luce è più vivida, ecco rappresentato il Paradiso sul monumento a Dante: lì si trova Beatrice con le braccia distese, l'ideale. E gli angeli che ricordano la circulata melodia dei Beati.
In cima alla scultura, lui: il Poeta è immortalato mentre avanza. Con la mano sinistra tiene un libro - si pensa la Divina Commedia; il braccio destro è teso verso Nord – forse a indicare le Alpi, il confine geografico dell'Italia. A cui ha dato una lingua comune e da cui gloria ha ricevuto.
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Saas Fee, perla delle Alpi
📸 ✍️ Andrea Lessona
Circondato dall'eternità dei ghiacciai, Saas Fee si distende sull'altopiano della valle a cui dà nome. Qui, mani contadine innalzarono le prime case già dal 1300 realizzando quella che sarebbe poi diventata la “Perla delle Alpi”.
Così è conosciuto questo villaggio svizzero dove il cielo è blu e l'aria frizzante per l'assenza di traffico: sin dal 1951, le sue vie strette e curate sono attraversate da gente a piedi o da piccole auto elettriche.
Le macchine tradizionali appartengono al mondo di fuori, e fuori restano da Saas Fee – stipate in un apposito parcheggio alla periferia del paese, proprio dove i pullman gialli finiscono la loro corsa.
Ed è da lì che inizia il viaggio in questo villaggio di oltre 1600 anime, case come baite, hotel per accogliere i turisti d'estate e d'inverno, la chiesa del Sacro Cuore per raccogliersi e un piccolo museo per raccontarsi.
Fede e storia divisi da pochi passi soltanto e uniti lungo il cammino che grazie a un sistema coordinato di funivie e teleferiche porta lassù, sull'eternità dei ghiacciai che circondano Saas Fee.
Il comprensorio sciistico invernale del paese si avvale di 22 impianti di risalita e oltre cento chilometri di piste preparate. Ed è considerato il cuore dell’intera regione sciistica.
Saas Fee dispone della più alta funicolare sotterranea di tutto il mondo: la Metro Alpin sale lassù, sino alla zona sciistica, dove a 3.500, metri si trova anche il più alto ristorante girevole della Terra. E poi c'è il padiglione di ghiaccio per vivere da dentro la sua trasparenza.
A primavera inoltrata, dal villaggio partono 350 chilometri di percorsi con itinerari a tema. Là, sotto la stazione di montagna di Spielboden, appena svegliate dal lungo sonno, si possono incontrare le marmotte.
Gli occhi cisposi e il corpo magro, aspettano impazienti che grandi e piccoli diano loro noccioline e carote per riprendersi dal letargo. E iniziare a respirare l'orizzonte di Saas Fee che qui sembra non finire mai.
ℹ️ Svizzera Turismo
📸 ✍️ Andrea Lessona
Circondato dall'eternità dei ghiacciai, Saas Fee si distende sull'altopiano della valle a cui dà nome. Qui, mani contadine innalzarono le prime case già dal 1300 realizzando quella che sarebbe poi diventata la “Perla delle Alpi”.
Così è conosciuto questo villaggio svizzero dove il cielo è blu e l'aria frizzante per l'assenza di traffico: sin dal 1951, le sue vie strette e curate sono attraversate da gente a piedi o da piccole auto elettriche.
Le macchine tradizionali appartengono al mondo di fuori, e fuori restano da Saas Fee – stipate in un apposito parcheggio alla periferia del paese, proprio dove i pullman gialli finiscono la loro corsa.
Ed è da lì che inizia il viaggio in questo villaggio di oltre 1600 anime, case come baite, hotel per accogliere i turisti d'estate e d'inverno, la chiesa del Sacro Cuore per raccogliersi e un piccolo museo per raccontarsi.
Fede e storia divisi da pochi passi soltanto e uniti lungo il cammino che grazie a un sistema coordinato di funivie e teleferiche porta lassù, sull'eternità dei ghiacciai che circondano Saas Fee.
Il comprensorio sciistico invernale del paese si avvale di 22 impianti di risalita e oltre cento chilometri di piste preparate. Ed è considerato il cuore dell’intera regione sciistica.
Saas Fee dispone della più alta funicolare sotterranea di tutto il mondo: la Metro Alpin sale lassù, sino alla zona sciistica, dove a 3.500, metri si trova anche il più alto ristorante girevole della Terra. E poi c'è il padiglione di ghiaccio per vivere da dentro la sua trasparenza.
A primavera inoltrata, dal villaggio partono 350 chilometri di percorsi con itinerari a tema. Là, sotto la stazione di montagna di Spielboden, appena svegliate dal lungo sonno, si possono incontrare le marmotte.
Gli occhi cisposi e il corpo magro, aspettano impazienti che grandi e piccoli diano loro noccioline e carote per riprendersi dal letargo. E iniziare a respirare l'orizzonte di Saas Fee che qui sembra non finire mai.
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Besalu, Spagna medievale
📸 ✍️ Andrea Lessona
Ricamato in pietra da sette arcate, il ponte Vell attraversa il fiume Fluvià e il tempo: oltre i suoi 105 metri curvi e la torre di osservazione, vive Besalu - l'antica metropoli medievale nella regione della Garrotxa, in Catalogna.
È lì, sul promontorio della collina, crocevia tra le strade più importanti della zona che nel X secolo venne costruito il castello da cui origina. La morte di Goffredo il Peloso ne segnò la nascita come capitale di contea, status che perse quando fu annessa alla Casa di Barcellona.
Ieri meta di pellegrini e mercanti, oggi di turisti curiosi, Besalu è un dedalo affascinante di strade acciottolate e vie strette: trattengono la storia e il tempo che qui sembra essersi fermato, dimensione sospesa di in mondo dentro un altro mondo.
Il traffico, il vociare, la frenesia sono lasciti di fuori - oltre il ponte. Quello che ho camminato prima è l'ultima ricostruzione, delle tante avvenute dal XI secolo, realizzata da Pons Sorolla dopo la guerra civile spagnola - quando fu fatto saltare in aria.
I suoi piloni poggiati sulle pietre del fiume sono attrazione che sostiene i trenta metri di altezza della camminata dove la gente passa ogni giorno sotto la torre di vedetta per entrare a Besalu.
Dichiarato sito nazionale storico e artistico per il grande valore della sua architettura, il borgo è stato connubio di convivenza pacifica tra la comunità cristiana ed ebraica. I resti ebrei più significativi sono stati scoperti per caso nel 1964 sulla terrazza che dà sul fiume.
Lì, dove ci sono i lasciti della vecchia sinagoga di Besalu del 1264, è stato ritrovato un miqweh, il primo edificio di questo tipo rinvenuto in Spagna e il terzo più grande dei dieci conservati in Europa.
Realizzato in stile romanico, serviva per le abluzioni: ancora oggi un po' di acqua conservata nelle sue fondamenta ne testimonia l'uso originale. Poi, ridiscendendo il tratto che costeggia il Fluvià, sono arrivato davanti all'ospedale di San Giulia.
Fu fatto realizzare dai conti di Besalu per ospitare i pellegrini. La sua facciata del XII secolo ha sei archi e quattro capitelli, due dei quali hanno figure di animali. A pochi metri, si trova il monastero di Sant Pere.
Edificata in stile romanico nel XI secolo, la chiesa più importante di Besalu ha tre navate con un deambulatorio formato da cinque archi retti e quattro coppie di colonne. I capitelli, molto raffinati, sono decorati ad intarsio in perfetto stile italiano settentrionale.
Lasciata l'ombra del vecchio monastero benedettino, ho attraversato piazza della Libertat per arrivare alla chiesa di San Vicenc. Fondata tra il XII e il XIII secolo, ha spiccate connotazioni romaniche e gotiche ed è caratterizzata da un'abside sontuosa e da due minori.
Prima di uscire sul lungo fiume e imboccare di nuovo il ponte Vell, ho riattraversato la piazza del monastero di Sant Pere. Al fianco dell'edificio ecclesiastico, si trova il museo delle miniature - attrazione irresistibile cui non ho potuto rinunciare per fermarmi ancora un po' nel tempo di Besalu.
ℹ️ Ente Spagnolo del Turismo
📸 ✍️ Andrea Lessona
Ricamato in pietra da sette arcate, il ponte Vell attraversa il fiume Fluvià e il tempo: oltre i suoi 105 metri curvi e la torre di osservazione, vive Besalu - l'antica metropoli medievale nella regione della Garrotxa, in Catalogna.
È lì, sul promontorio della collina, crocevia tra le strade più importanti della zona che nel X secolo venne costruito il castello da cui origina. La morte di Goffredo il Peloso ne segnò la nascita come capitale di contea, status che perse quando fu annessa alla Casa di Barcellona.
Ieri meta di pellegrini e mercanti, oggi di turisti curiosi, Besalu è un dedalo affascinante di strade acciottolate e vie strette: trattengono la storia e il tempo che qui sembra essersi fermato, dimensione sospesa di in mondo dentro un altro mondo.
Il traffico, il vociare, la frenesia sono lasciti di fuori - oltre il ponte. Quello che ho camminato prima è l'ultima ricostruzione, delle tante avvenute dal XI secolo, realizzata da Pons Sorolla dopo la guerra civile spagnola - quando fu fatto saltare in aria.
I suoi piloni poggiati sulle pietre del fiume sono attrazione che sostiene i trenta metri di altezza della camminata dove la gente passa ogni giorno sotto la torre di vedetta per entrare a Besalu.
Dichiarato sito nazionale storico e artistico per il grande valore della sua architettura, il borgo è stato connubio di convivenza pacifica tra la comunità cristiana ed ebraica. I resti ebrei più significativi sono stati scoperti per caso nel 1964 sulla terrazza che dà sul fiume.
Lì, dove ci sono i lasciti della vecchia sinagoga di Besalu del 1264, è stato ritrovato un miqweh, il primo edificio di questo tipo rinvenuto in Spagna e il terzo più grande dei dieci conservati in Europa.
Realizzato in stile romanico, serviva per le abluzioni: ancora oggi un po' di acqua conservata nelle sue fondamenta ne testimonia l'uso originale. Poi, ridiscendendo il tratto che costeggia il Fluvià, sono arrivato davanti all'ospedale di San Giulia.
Fu fatto realizzare dai conti di Besalu per ospitare i pellegrini. La sua facciata del XII secolo ha sei archi e quattro capitelli, due dei quali hanno figure di animali. A pochi metri, si trova il monastero di Sant Pere.
Edificata in stile romanico nel XI secolo, la chiesa più importante di Besalu ha tre navate con un deambulatorio formato da cinque archi retti e quattro coppie di colonne. I capitelli, molto raffinati, sono decorati ad intarsio in perfetto stile italiano settentrionale.
Lasciata l'ombra del vecchio monastero benedettino, ho attraversato piazza della Libertat per arrivare alla chiesa di San Vicenc. Fondata tra il XII e il XIII secolo, ha spiccate connotazioni romaniche e gotiche ed è caratterizzata da un'abside sontuosa e da due minori.
Prima di uscire sul lungo fiume e imboccare di nuovo il ponte Vell, ho riattraversato la piazza del monastero di Sant Pere. Al fianco dell'edificio ecclesiastico, si trova il museo delle miniature - attrazione irresistibile cui non ho potuto rinunciare per fermarmi ancora un po' nel tempo di Besalu.
ℹ️ Ente Spagnolo del Turismo
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Cattedrale di Vilnius, neoclassico lituano
✍️ Andrea Lessona
Imponente riverbero neoclassico, la cattedrale di Vilnius allunga la sua ombra sulla piazza a cui dà nome - cuore della città vecchia e luogo antico dove una volta bruciava il fuoco sacro e si venerava il dio del tuono Perkunas.
È lì che durante il restauro della chiesa sono stati ritrovati alcuni altari e un pavimento originale di un tempio che risalgono al 1200, periodo in cui regnava re Mindaugas - l’unico sovrano nella storia della Lituania convertitosi al cristianesimo per questioni politiche.
Fu lui a ordinare la costruzione del primo edificio ecclesiastico che poi sarebbe diventato la cattedrale di Vilnius, principale luogo di culto cittadino dedicato ai santi Stanislao e Vladislao e sede vescovile della omonima arcidiocesi.
Quella che ho davanti è l'ultima struttura sopravvissuta a incendi, attacchi, distruzioni: venne costruita tra il 1779 e il 1783 in stile neoclassico su progetto dell’architetto locale Laurynas Stuoka Gucevicius.
Avvicinandomi, supero l'ombra del campanile a pianta rettangolare, sormontato da una guglia con croce dorata che, distaccato dalla la cattedrale di Vilnius, ne anticipa l'imponenza.
L’interno è a tre navate con volte a crociera. Il bianco vivido di fuori dipinge anche gli interni dagli arredi sacri in marmo dell'altare, dell'ambone e della cattedra del primo livello del presbiterio. Nel secondo spicca l'altare maggiore ottocentesco: ha un timpano triangolare sorretto da sei colonne tuscaniche in marmo verde.
Prima di uscire, raggiungo la cappella barocca di San Casimiro. Annessa alla chiesa, ha un'antica immagine bizantina del Santo e un altare con un altorilievo raffigurante la Gloria della Vergine.
La struttura dell’architetto svizzero Matteo Castelli è coperta da una cupola con lanterna e ornata da statue di santi che si trovano all'interno di alcune nicchie lungo le pareti. Fuori, l'ombra della cattedrale Vilnius occupa tutta la piazza.
ℹ️ Lituania Travel
✍️ Andrea Lessona
Imponente riverbero neoclassico, la cattedrale di Vilnius allunga la sua ombra sulla piazza a cui dà nome - cuore della città vecchia e luogo antico dove una volta bruciava il fuoco sacro e si venerava il dio del tuono Perkunas.
È lì che durante il restauro della chiesa sono stati ritrovati alcuni altari e un pavimento originale di un tempio che risalgono al 1200, periodo in cui regnava re Mindaugas - l’unico sovrano nella storia della Lituania convertitosi al cristianesimo per questioni politiche.
Fu lui a ordinare la costruzione del primo edificio ecclesiastico che poi sarebbe diventato la cattedrale di Vilnius, principale luogo di culto cittadino dedicato ai santi Stanislao e Vladislao e sede vescovile della omonima arcidiocesi.
Quella che ho davanti è l'ultima struttura sopravvissuta a incendi, attacchi, distruzioni: venne costruita tra il 1779 e il 1783 in stile neoclassico su progetto dell’architetto locale Laurynas Stuoka Gucevicius.
Avvicinandomi, supero l'ombra del campanile a pianta rettangolare, sormontato da una guglia con croce dorata che, distaccato dalla la cattedrale di Vilnius, ne anticipa l'imponenza.
L’interno è a tre navate con volte a crociera. Il bianco vivido di fuori dipinge anche gli interni dagli arredi sacri in marmo dell'altare, dell'ambone e della cattedra del primo livello del presbiterio. Nel secondo spicca l'altare maggiore ottocentesco: ha un timpano triangolare sorretto da sei colonne tuscaniche in marmo verde.
Prima di uscire, raggiungo la cappella barocca di San Casimiro. Annessa alla chiesa, ha un'antica immagine bizantina del Santo e un altare con un altorilievo raffigurante la Gloria della Vergine.
La struttura dell’architetto svizzero Matteo Castelli è coperta da una cupola con lanterna e ornata da statue di santi che si trovano all'interno di alcune nicchie lungo le pareti. Fuori, l'ombra della cattedrale Vilnius occupa tutta la piazza.
ℹ️ Lituania Travel
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Tikehau, atollo sperduto della Polinesia
✍️ Andrea Lessona
Anello di corallo sperduto nell’arcipelago delle Tuamotu, l’atollo di Tikehau è una laguna smeraldo di motu con spiagge bianche e rosa - una piscina naturale e ovale di 26 chilometri con un piccolo passaggio chiamato Tuheiava.
È da lì, sulla sponda occidentale, che le imbarcazioni entrano ed escono da questo paradiso della Polinesia francese – un luogo incantato composto da due isole grandi e numerose isolette ricoperte di palme da cocco. Il villaggio principale è Tuherahera.
Per arrivare qui, e godere della magia di Tikehau, oggi, ci sono voli giornalieri che lo collegano a Rangiroa e a Tahiti. In passato, il primo europeo che raggiunse questa destinazione fu il marinaio russo Otto von Kotzebue.
Chiamò l’atollo Krusenstern Island, e dopo lui fu la volta dell'esploratore russo Adam Johann von Krusenstern. La Spedizione di Wilkes passò per queste terre emerse il 9 settembre 1839.
Nel 1987, durante una visita, il gruppo di ricerca di Jacques Cousteau ha effettuato uno studio sulla laguna di Tikehau e ha scoperto che ha una maggiore varietà di specie di pesci rispetto a qualsiasi altro posto nella Polinesia francese.
Oggi, l’atollo è una destinazione turistica. Vanta un’eccezionale fauna sottomarina con diavoli di mare, banchi di barracuda e di tonni, squali grigi, tartarughe marine e delfini.
A Tikehau ci sono anche numerose varietà di uccelli che nidificano sulle spiagge disabitate: sabbia rosa, sollevata leggera dalla brezza del mare, che ogni giorno le intinge del suo smeraldo sale.
È il colore della laguna che muta al passare delle canoe, tratti leggeri che come penne variopinte ne sfregiano la superficie: pagaiano per raggiunge i numerosi motu disabitati che si trovano qui.
Zolle si terra strappate al mare dove passare una giornata in perfetta tranquillità e a stretto contatto con la natura. E guardare il sole imporporare le acque mentre la brezza fa crepitare il fuoco di nuove emozioni.
ℹ️ Tahiti Tourisme
✍️ Andrea Lessona
Anello di corallo sperduto nell’arcipelago delle Tuamotu, l’atollo di Tikehau è una laguna smeraldo di motu con spiagge bianche e rosa - una piscina naturale e ovale di 26 chilometri con un piccolo passaggio chiamato Tuheiava.
È da lì, sulla sponda occidentale, che le imbarcazioni entrano ed escono da questo paradiso della Polinesia francese – un luogo incantato composto da due isole grandi e numerose isolette ricoperte di palme da cocco. Il villaggio principale è Tuherahera.
Per arrivare qui, e godere della magia di Tikehau, oggi, ci sono voli giornalieri che lo collegano a Rangiroa e a Tahiti. In passato, il primo europeo che raggiunse questa destinazione fu il marinaio russo Otto von Kotzebue.
Chiamò l’atollo Krusenstern Island, e dopo lui fu la volta dell'esploratore russo Adam Johann von Krusenstern. La Spedizione di Wilkes passò per queste terre emerse il 9 settembre 1839.
Nel 1987, durante una visita, il gruppo di ricerca di Jacques Cousteau ha effettuato uno studio sulla laguna di Tikehau e ha scoperto che ha una maggiore varietà di specie di pesci rispetto a qualsiasi altro posto nella Polinesia francese.
Oggi, l’atollo è una destinazione turistica. Vanta un’eccezionale fauna sottomarina con diavoli di mare, banchi di barracuda e di tonni, squali grigi, tartarughe marine e delfini.
A Tikehau ci sono anche numerose varietà di uccelli che nidificano sulle spiagge disabitate: sabbia rosa, sollevata leggera dalla brezza del mare, che ogni giorno le intinge del suo smeraldo sale.
È il colore della laguna che muta al passare delle canoe, tratti leggeri che come penne variopinte ne sfregiano la superficie: pagaiano per raggiunge i numerosi motu disabitati che si trovano qui.
Zolle si terra strappate al mare dove passare una giornata in perfetta tranquillità e a stretto contatto con la natura. E guardare il sole imporporare le acque mentre la brezza fa crepitare il fuoco di nuove emozioni.
ℹ️ Tahiti Tourisme
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Piazza Venceslao, cuore di Praga
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nella notte di Praga, le luci di piazza Venceslao brillano sui due lati della grande statua. L'effigie marmo del santo patrono della Boemia è lì, di fronte al museo Nazionale, a dare nome e presidiare il cuore politico e commerciale della capitale ceca.
Circondato da cespugli in fiore, il monumento equestre venne commissionato allo scultore Josef Václav Myslbek in sostituzione dell'opera originale trasferita a Vyšehrad nel 1879. Quella che ho di fronte, imponente, fu finita nel 1924.
Sei anni prima, una grande folla si era radunata per celebrare la fine dell'Impero Austroungarico e la propria indipendenza. Da allora piazza Venceslao è diventata il simbolo dei grandi eventi che hanno segnato la Cecoslovacchia, poi divenuta Repubblica Ceca.
Nato come Mercato dei Cavalli (Konský trh) nel 1348 per volere di Carlo IV, il cuore della capitale ha avuto il suo nome attuale nel 1848 durante la Rinascita Nazionale. Sempre qui il 16 gennaio 1969, Jan Palach si diede fuco in nome della libertà stuprata dai russi.
In segno di protesta contro l'oppressione sovietica, lo studente universitario di filosofia si lasciò morire tra le fiamme. Il suo gesto estremo superò i confini di piazza Venceslao, e attraversò il mondo inorridito. Stava finendo la Primavera di Praga.
Ma per salutare la Libertà e respirarla nel vento dovevano passare ancora vent'anni: un'altra folle enorme si radunò all'ombra del monumento equestre, quando Václav Havel l'arringava durante la Rivoluzione di velluto – il movimento pacifico che rovesciò il regime comunista cecoslovacco.
Oggi piazza Venceslao è luce distesa sui due lati della grande statua: 750 metri di negozi, hotel, ristoranti, nightclub e casinò – tanto da meritare l'appellativo di Piccoli Champs-Élysées per la sua somiglianza con la famosa strada di Parigi.
ℹ️ Visit Czech Republic
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nella notte di Praga, le luci di piazza Venceslao brillano sui due lati della grande statua. L'effigie marmo del santo patrono della Boemia è lì, di fronte al museo Nazionale, a dare nome e presidiare il cuore politico e commerciale della capitale ceca.
Circondato da cespugli in fiore, il monumento equestre venne commissionato allo scultore Josef Václav Myslbek in sostituzione dell'opera originale trasferita a Vyšehrad nel 1879. Quella che ho di fronte, imponente, fu finita nel 1924.
Sei anni prima, una grande folla si era radunata per celebrare la fine dell'Impero Austroungarico e la propria indipendenza. Da allora piazza Venceslao è diventata il simbolo dei grandi eventi che hanno segnato la Cecoslovacchia, poi divenuta Repubblica Ceca.
Nato come Mercato dei Cavalli (Konský trh) nel 1348 per volere di Carlo IV, il cuore della capitale ha avuto il suo nome attuale nel 1848 durante la Rinascita Nazionale. Sempre qui il 16 gennaio 1969, Jan Palach si diede fuco in nome della libertà stuprata dai russi.
In segno di protesta contro l'oppressione sovietica, lo studente universitario di filosofia si lasciò morire tra le fiamme. Il suo gesto estremo superò i confini di piazza Venceslao, e attraversò il mondo inorridito. Stava finendo la Primavera di Praga.
Ma per salutare la Libertà e respirarla nel vento dovevano passare ancora vent'anni: un'altra folle enorme si radunò all'ombra del monumento equestre, quando Václav Havel l'arringava durante la Rivoluzione di velluto – il movimento pacifico che rovesciò il regime comunista cecoslovacco.
Oggi piazza Venceslao è luce distesa sui due lati della grande statua: 750 metri di negozi, hotel, ristoranti, nightclub e casinò – tanto da meritare l'appellativo di Piccoli Champs-Élysées per la sua somiglianza con la famosa strada di Parigi.
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Ludbreg, in Croazia il centro del mondo
✍️ Andrea Lessona
Dalla piazza di Ludbreg, cerchi concentrici di mattonelle colorate si allargano all'infinito: originano lì, dove una placca con la scritta in latino Centrum Mundi sostiene che il cuore della città croata sia anche il centro del mondo.
Tanto che il primo aprile di ogni anno, in questa cittadina della Podravina superiore, vicino a Zagorje, si celebra una festa per ricordarlo.
Famosa in tutta Europa come importante centro spirituale istituito con decreto pontificio, Ludberg è luogo di pellegrinaggio al santuario locale, consacrato al Santissimo Sangue di Gesù.
Era il 1411 quando nella cappella del castello avvenne un miracolo eucaristico: mentre il sacerdote celebrava messa, il vino nel calice sarebbe divenuto sangue. Il fatto fu confermato da papa Leone X nel 1513.
L'antica leggenda che vuole la città centro del mondo risale invece al 1141 quando nella vicina Varaždinske Toplice nacque una bimba di nome Ludbrega. Figlia del fattore della tenuta del conte, divenne patrona di Ludbreg dopo essere cresciuta e aver bandito Satana.
La ragazza piantò un crocefisso in legno nel terreno con veemenza, tanto da farlo esplodere dall'altra parte della Terra, in una piccola isola vulcanica: quella che oggi fa parte degli Antipodi.
Molti credono che sia Ludberg, in questo luogo costruito sulle fondamenta romane dell'antico Castrum Ioviu, dove i cerchi del globo furono immaginati e su cui si troverebbero le grandi città del mondo.
La supposizione sarebbe stata confermata da un dottore svizzero, Erasmus Weddingen. Grazie a un divisore grafico e a una mappa, ha fatto partire linee immaginarie dal centro cittadino. E ha notato che sulle vie tracciate si trovavano davvero grandi agglomerati urbani.
Studiando latitudini e longitudini, Weddingen è riuscito a scoprire che il punto opposto di Ludbreg sono le piccole isole degli Antipodi nel Sud Pacifico, proprio vicino alla Nuova Zelanda.
ℹ️ Ente Nazionale Croato per il Turismo
✍️ Andrea Lessona
Dalla piazza di Ludbreg, cerchi concentrici di mattonelle colorate si allargano all'infinito: originano lì, dove una placca con la scritta in latino Centrum Mundi sostiene che il cuore della città croata sia anche il centro del mondo.
Tanto che il primo aprile di ogni anno, in questa cittadina della Podravina superiore, vicino a Zagorje, si celebra una festa per ricordarlo.
Famosa in tutta Europa come importante centro spirituale istituito con decreto pontificio, Ludberg è luogo di pellegrinaggio al santuario locale, consacrato al Santissimo Sangue di Gesù.
Era il 1411 quando nella cappella del castello avvenne un miracolo eucaristico: mentre il sacerdote celebrava messa, il vino nel calice sarebbe divenuto sangue. Il fatto fu confermato da papa Leone X nel 1513.
L'antica leggenda che vuole la città centro del mondo risale invece al 1141 quando nella vicina Varaždinske Toplice nacque una bimba di nome Ludbrega. Figlia del fattore della tenuta del conte, divenne patrona di Ludbreg dopo essere cresciuta e aver bandito Satana.
La ragazza piantò un crocefisso in legno nel terreno con veemenza, tanto da farlo esplodere dall'altra parte della Terra, in una piccola isola vulcanica: quella che oggi fa parte degli Antipodi.
Molti credono che sia Ludberg, in questo luogo costruito sulle fondamenta romane dell'antico Castrum Ioviu, dove i cerchi del globo furono immaginati e su cui si troverebbero le grandi città del mondo.
La supposizione sarebbe stata confermata da un dottore svizzero, Erasmus Weddingen. Grazie a un divisore grafico e a una mappa, ha fatto partire linee immaginarie dal centro cittadino. E ha notato che sulle vie tracciate si trovavano davvero grandi agglomerati urbani.
Studiando latitudini e longitudini, Weddingen è riuscito a scoprire che il punto opposto di Ludbreg sono le piccole isole degli Antipodi nel Sud Pacifico, proprio vicino alla Nuova Zelanda.
ℹ️ Ente Nazionale Croato per il Turismo
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Schoner Brunnen, la Fontana Bella di Norimberga
✍️ Andrea Lessona
Guglia gotica traforata, la Fontana Bella di Norimberga si alza per 19 metri sulla piazza del Mercato Maggiore. E la riempie della sua bellezza istoriata. La struttura, cinta da una corona in ferro battuto, è uno dei monumenti più importanti della città bavarese.
Tanto che chi arriva qui, nel centro economico e culturale della Franconia, non può fare a meno di ammirare quest'opera: che da secoli, insieme alla vicina Frauenkirche, la Chiesa di Nostra Signora, regala meraviglia e stupore.
La Fontana Bella di Norimberga fu costruita tra il 1385 e il 1396: alcune fonti sostengono sia stato lo scultore locale Heinrich Beheim, altre attribuiscono la paternità ai fratelli Georg e Fritz Rupprecht che la realizzarono con l'aiuto di Sebald Schönhofer.
Infatti quella che ho davanti e che ogni giorno è ammirata da centinaia di persone è una coppia in calcare realizzata nel 1903 e innalzata qui, sull'Hauptmarkt, la piazza del Mercato Maggiore, nel 1912.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, la Fontana Bella di Norimberga fu circondata da un involucro di cemento, manto avvolto per proteggerla e preservarla dalle bombe alleate che cadevano dal cielo tedesco.
Avvicinandomi al monumento, posso meglio veder i particolari dei quattro livelli in cui è diviso: quaranta statue colorate simboleggiano la Visione del mondo del Sacro Romano Impero.
Dal basso, il mio sguardo sale piano sulla Fontana Bella di Norimberga per incontrare i Filosofi, le sette Arti liberali, i quattro Evangelisti i quattro Padri della Chiesa, i sette Principi elettori e i Nove Prodi, Mosè e sette Profeti.
La loro bellezza rapisce e il desiderio di toccarle si ferma contro la recinzione in ferro battuto: otto griglie forgiate nel 1587 nella città bavarese di Augusta da Paul Kühn nel 1587. Quelle sul lato sud-ovest hanno due anelli d'ottoni. Secondo una tradizione, chi li fa girare su stessi avrà fortuna. Ci provo.
✍️ Andrea Lessona
Guglia gotica traforata, la Fontana Bella di Norimberga si alza per 19 metri sulla piazza del Mercato Maggiore. E la riempie della sua bellezza istoriata. La struttura, cinta da una corona in ferro battuto, è uno dei monumenti più importanti della città bavarese.
Tanto che chi arriva qui, nel centro economico e culturale della Franconia, non può fare a meno di ammirare quest'opera: che da secoli, insieme alla vicina Frauenkirche, la Chiesa di Nostra Signora, regala meraviglia e stupore.
La Fontana Bella di Norimberga fu costruita tra il 1385 e il 1396: alcune fonti sostengono sia stato lo scultore locale Heinrich Beheim, altre attribuiscono la paternità ai fratelli Georg e Fritz Rupprecht che la realizzarono con l'aiuto di Sebald Schönhofer.
Infatti quella che ho davanti e che ogni giorno è ammirata da centinaia di persone è una coppia in calcare realizzata nel 1903 e innalzata qui, sull'Hauptmarkt, la piazza del Mercato Maggiore, nel 1912.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, la Fontana Bella di Norimberga fu circondata da un involucro di cemento, manto avvolto per proteggerla e preservarla dalle bombe alleate che cadevano dal cielo tedesco.
Avvicinandomi al monumento, posso meglio veder i particolari dei quattro livelli in cui è diviso: quaranta statue colorate simboleggiano la Visione del mondo del Sacro Romano Impero.
Dal basso, il mio sguardo sale piano sulla Fontana Bella di Norimberga per incontrare i Filosofi, le sette Arti liberali, i quattro Evangelisti i quattro Padri della Chiesa, i sette Principi elettori e i Nove Prodi, Mosè e sette Profeti.
La loro bellezza rapisce e il desiderio di toccarle si ferma contro la recinzione in ferro battuto: otto griglie forgiate nel 1587 nella città bavarese di Augusta da Paul Kühn nel 1587. Quelle sul lato sud-ovest hanno due anelli d'ottoni. Secondo una tradizione, chi li fa girare su stessi avrà fortuna. Ci provo.
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Centro Tessile di Edimburgo, filati di Scozia
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel Centro Tessile di Edimburgo, i vecchi telai intrecciano storia a memoria: a ogni passaggio, lana spessa dai colori intensi forma il tartan - il tessuto più famoso e caratteristico di Scozia.
Qui, sul Royal Mile, a pochi metri dal castello, scesi i cinque piani di quest’edificio antico, si può assistere a un lavoro che le macchine hanno reso più veloce ma non meno affascinante.
Il loro continuo filare produce un rumore assordante e riempie l’aria di un odore unico e inconfondibile. Il caldo è soffocante tanto da dover togliere la giacca che fuori dal Centro Tessile di Edimburgo è indispensabile per camminare il cuore della capitale scozzese.
Chi vuole provare in prima persona l’esperienza di tessere deve solo pagare il biglietto e farsi fotografare mentre ci si cimenta in questa antico mestiere. Poche sterline per portare via un click e un pezzo di stoffa.
Chi invece vuole comprare quella già pronta e tessuta da mani sapienti ci sono gli altri quattro piani in cui il Centro Tessile di Edimburgo regala negozi colmi di ninnoli e sorprese per ogni tasca.
Dentro si trova davvero qualsiasi oggetto che riguarda la Scozia, soprattutto il superfluo. L’immancabile musica registrata di cornamuse delle Highlands riempie queste antiche pareti di pietra.
Prima di diventare il Centro Tessile di Edimburgo, lo stabile era un bacino idrico e riforniva d'acqua tutta la zona che scorre lungo il Royal Mile e origina la Old Town della capitale.
Oggi questo edificio che penetra nelle viscere della città ha ancora storia da raccontare: quella intrecciata nella memoria dei suoi filati, sepolti sotto una montagna di ninnoli inutili.
ℹ️ Visit Scotland
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel Centro Tessile di Edimburgo, i vecchi telai intrecciano storia a memoria: a ogni passaggio, lana spessa dai colori intensi forma il tartan - il tessuto più famoso e caratteristico di Scozia.
Qui, sul Royal Mile, a pochi metri dal castello, scesi i cinque piani di quest’edificio antico, si può assistere a un lavoro che le macchine hanno reso più veloce ma non meno affascinante.
Il loro continuo filare produce un rumore assordante e riempie l’aria di un odore unico e inconfondibile. Il caldo è soffocante tanto da dover togliere la giacca che fuori dal Centro Tessile di Edimburgo è indispensabile per camminare il cuore della capitale scozzese.
Chi vuole provare in prima persona l’esperienza di tessere deve solo pagare il biglietto e farsi fotografare mentre ci si cimenta in questa antico mestiere. Poche sterline per portare via un click e un pezzo di stoffa.
Chi invece vuole comprare quella già pronta e tessuta da mani sapienti ci sono gli altri quattro piani in cui il Centro Tessile di Edimburgo regala negozi colmi di ninnoli e sorprese per ogni tasca.
Dentro si trova davvero qualsiasi oggetto che riguarda la Scozia, soprattutto il superfluo. L’immancabile musica registrata di cornamuse delle Highlands riempie queste antiche pareti di pietra.
Prima di diventare il Centro Tessile di Edimburgo, lo stabile era un bacino idrico e riforniva d'acqua tutta la zona che scorre lungo il Royal Mile e origina la Old Town della capitale.
Oggi questo edificio che penetra nelle viscere della città ha ancora storia da raccontare: quella intrecciata nella memoria dei suoi filati, sepolti sotto una montagna di ninnoli inutili.
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