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Millet Tour du Rutor Extrême, scialpinismo tra la vette valdostane

✍️ Andrea Lessona

Tra le maestà delle vette valdostane, l’estremo diventa sport e racconta la storia iniziata nel 1933 della gara più tecnica e affascinante dello scialplinismo italiano: la Millet Tour du Rutor Extrême. La 21° edizione di quest’anno sarà anche finale di Coppa Italia FISI e unica tappa italiana 2024 di La Grande Course.

Dal 22 al 24 marzo, tra i 7000 metri di dislivelli tra La Thuile, Valgrisenche e Arvier, le squadre da due elementi per il settore assoluto e individuale per le categorie giovanili con percorsi appositi sfideranno la Natura per vincere se stessi.

Il primo giorno del Millet Tour du Rutor Extrême, la gara inizia da La Thuile con arrivo a Valgrisenche. Una gara di 2400 m di dislivello in salita che almeno in parte ricalca l’itinerario del ’33 con la spettacolare traversata su uno dei ghiacciai più grandi della Valle d’Aosta e delle Alpi.

Il secondo giorno da Valgrisenche e Alpe Vielle si disegna di tante salite, discese, canalini, cambi d’assetto e tratti alpinistici in cresta. La tappa ha un tratto alpinistico della Cresta, sino ai 2963 mslm dell’Alpe Vielle.

Da lì, la discesa nel vallone di San Grato al confine con la Francia per risalire su un pendio incontaminato dritto alla picchiata del traguardo della seconda tappa del Millet Tour du Rutor Extrême. Questa volta i metri di salita sono 2100.

Il terzo giorno, l’ultima tappa della gara inizia e finisce Planaval nel comune di Arvier (1554 mslm), proprio dove il Tour du Rutor moderno è nato. L’itinerario prevede di raggiungere la vetta a 3.422 mslm dopo aver superato gli alpeggi Orfeuille (1982) e Plan-Petet (2282). Il tutto con un dislivello positivo di 2300 metri.

Nell’organizzazione della 21° edizione del Millet Tour du Rutor Extrême, sono coinvolti oltre 150 volonatri – tutti pronti a garantire la massima sicurezza e a mostrare la bellezza estrema di questo territorio unico e maestoso.

ℹ️ 📷 Tour du Rutor
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Hofgarten, il parco di Innsbruck

✍️ Andrea Lessona

Nel verde primavera dell'Hofgarten, il cielo è un intreccio d'antichi rami: un tetto profumato attraverso cui i raggi del sole filtrano a terra, e sfiorano l'erba rigogliosa del più bel parco di Innsbruck.

Qui, su questo manto nel centro storico del capoluogo del Tirolo settentrionale, vicino al palazzo imperiale dell'Hofburg, al palazzo dei Congressi e al Teatro statale tirolese, respiro un'aria diversa.

Effervescente ma naturale, contraddistingue questo parco di Innsbruck. Considerato da tutti il polmone verde della città, è un luogo di incontro, di socializzazione ma anche di arte e cultura.

Durante i seicento anni della sua fondazione, l'Hofgarten è cambiato molto: disteso su circa dieci ettari, è stato dapprima zona ripariale, poi giardino rinascimentale, barocco e, da 150 anni, all'inglese.

Qui, in questo parco di Innsbruck, ancora oggi, ci sono alcuni alberi piantati dall'imperatrice Maria Teresa d'Austria (13 maggio 1717 - 29 novembre 1780). Che tanto amava l'attuale capoluogo del Tirolo settentrionale.

Gestito dall'Österreichische Bundesgärten, il dipartimento subordinato al ministero dell'ambiente, l'Hofgarten è una delle zone più frequentate dalle persone di qui, soprattutto durante la bella stagione.

Il parco di Innsbruck vanta una grande varietà di piante, uno stagno magnifico in cui si specchiano, un parco giochi moderno per i più piccoli, una serra e un famoso ristorante con un giardino rigoglioso.

Al centro dell'Hofgarten, un padiglione costruito nel 1733 ospita diversi eventi – in particolar modo concerti. Ci sono anche due scacchiere sovradimensionate su cui gli appassionati si sfidano in infinite partite di scacchi.

Nei giorni feriali, è possibile vedere le oltre 1700 specie di piante che si trovano nella serra del parco di Innsbruck. Durante l'esposizione di quadri e sculture, sempre nel periodo estivo, il vivaio è aperto anche nei giorni festivi. Un tripudio di colori e di profumi che riflette quello di fuori.

ℹ️ Innsbruck Info
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Castello di Olavinlinna, sentinella della Finlandia

📸 ✍️ Andrea Lessona

Nel cielo basso e grigio dei Mille Laghi della Finlandia, le tre torri del castello di Olavinlinna entrano nelle nuvole. Mentre attraverso il ponte che lega la città di Savonlinna alla fortezza medievale, vedo chiaro l’imponenza delle sue mura innalzate nel 1745 su questo sperone di roccia.

Fu realizzato dal danese Erik Axelsson Tott, governatore di Vyborg e delle Province Orientali, per proteggere il confine finnico-svedese da quello russo. A quei tempi, la Finlandia non era uno stato indipendente ma parte dell'Unione di Kalmar con Svezia, Norvegia e Danimarca. Axelsson Tott battezzò il maniero con il nome di un crociato norvegese: Olavinlinna o Olaf, divenuto poi santo patrono di tutti i cavalieri.

Oltre la porta in legno massiccio del castello di Olavinlinna, si apre la grane piazza su cui i soldati si dividevano le incombenze e le bevande: infatti, venivano pagati con cinque litri di birra al giorno e sette la domenica. Oggi, invece, per l'intero mese di Luglio si può assistere al Festival dell'Opera e a Gennaio al Festival del ghiaccio.

Ed è proprio per queste acque, strette in una morsa gelida d'inverno, che il maniero venne edificato qui. Oltre a garantirgli protezione dagli attacchi nemici, era una sentinella attenta per vigilare e controllare la zona.

Con l'annessione della Finlandia alla Russia nel 1809, il castello di Olavinlinna perse la sua “vena” militare e negli anni 50 del XIX secolo divenne una prigione. Poi negli anni 60 due incendi lo danneggiarono gravemente. Solo tra il 1961 e il 1975 fu restaurato così come lo vedo io oggi.

Tornato indietro dal ponte, risalgo la salita verso il centro di Savonlinna: dei suoi 27.253 abitanti incontro solo un giovane in bicicletta. Pattina sul ghiaccio con due ruote, ma non desiste. Poi, prima di ripartire, guardo per l'ultima volta le tre torri del castello di Olavinlinna: da quassù sembrano ancora più dentro le nuvole.

ℹ️ Visit Finland
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Monumento di Dante, la Trento del Vate

📸 ✍️ Andrea Lessona

Nel parco vicino alla stazione, il monumento a Dante è luce viva che attraversa la notte di Trento: scivola sul suo profilo marmo e tratteggia una lunga ombra. Arriva sino alla panchina dove sono seduto, intento a guardarlo.

Uno sguardo che dal basamento sale alla corona d'alloro che cinge il capo al Vate e sfoca nel buio. Oltre, c'è solo il cielo scuro e la gloria che lo accompagna nei secoli per averci dato una lingua comune.

Ed è questo il motivo per cui il monumento a Dante venne realizzato: simbolo dell'italianità in un Trentino che nel 1896 era territorio della Contea del Tirolo, nell'Impero austro-ungarico.

I lavori affidati a Cesare Zocchi (1851-1922) iniziarono il 20 aprile 1893 con la prima posa simbolica con incisa la scritta: “Pietra fondamentale del Monumento dei Tridentini a Dante Alighieri. Mostrò ciò che potea la lingua nostra. XX APR MDCCCXCIII”.

Sfidando le ombre, mi avvicino al monumento a Dante per vederne i particolari. La base, in granito carnicino di Predazzo, ha statue bronzee con risvolti allegorici. Sotto, c'è l'Inferno con Minosse seduto su un drago che guidica i dannati.

Salgo al secondo livello, dove si trova il Purgatorio: lì vedo il Vate con il maestro Virgilio mentre sul loro cammino incontrano le anime travagliate degli espianti: i superbi, gli invidiosi e gli oziosi.

Dove la luce è più vivida, ecco rappresentato il Paradiso sul monumento a Dante: lì si trova Beatrice con le braccia distese, l'ideale. E gli angeli che ricordano la circulata melodia dei Beati.

In cima alla scultura, lui: il Poeta è immortalato mentre avanza. Con la mano sinistra tiene un libro - si pensa la Divina Commedia; il braccio destro è teso verso Nord – forse a indicare le Alpi, il confine geografico dell'Italia. A cui ha dato una lingua comune e da cui gloria ha ricevuto.

ℹ️ Visit Trentino
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Saas Fee, perla delle Alpi

📸 ✍️ Andrea Lessona

Circondato dall'eternità dei ghiacciai, Saas Fee si distende sull'altopiano della valle a cui dà nome. Qui, mani contadine innalzarono le prime case già dal 1300 realizzando quella che sarebbe poi diventata la “Perla delle Alpi”.

Così è conosciuto questo villaggio svizzero dove il cielo è blu e l'aria frizzante per l'assenza di traffico: sin dal 1951, le sue vie strette e curate sono attraversate da gente a piedi o da piccole auto elettriche.

Le macchine tradizionali appartengono al mondo di fuori, e fuori restano da Saas Fee – stipate in un apposito parcheggio alla periferia del paese, proprio dove i pullman gialli finiscono la loro corsa.

Ed è da lì che inizia il viaggio in questo villaggio di oltre 1600 anime, case come baite, hotel per accogliere i turisti d'estate e d'inverno, la chiesa del Sacro Cuore per raccogliersi e un piccolo museo per raccontarsi.

Fede e storia divisi da pochi passi soltanto e uniti lungo il cammino che grazie a un sistema coordinato di funivie e teleferiche porta lassù, sull'eternità dei ghiacciai che circondano Saas Fee.

Il comprensorio sciistico invernale del paese si avvale di 22 impianti di risalita e oltre cento chilometri di piste preparate. Ed è considerato il cuore dell’intera regione sciistica.

Saas Fee dispone della più alta funicolare sotterranea di tutto il mondo: la Metro Alpin sale lassù, sino alla zona sciistica, dove a 3.500, metri si trova anche il più alto ristorante girevole della Terra. E poi c'è il padiglione di ghiaccio per vivere da dentro la sua trasparenza.

A primavera inoltrata, dal villaggio partono 350 chilometri di percorsi con itinerari a tema. Là, sotto la stazione di montagna di Spielboden, appena svegliate dal lungo sonno, si possono incontrare le marmotte.

Gli occhi cisposi e il corpo magro, aspettano impazienti che grandi e piccoli diano loro noccioline e carote per riprendersi dal letargo. E iniziare a respirare l'orizzonte di Saas Fee che qui sembra non finire mai.

ℹ️ Svizzera Turismo
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Besalu, Spagna medievale

📸 ✍️ Andrea Lessona

Ricamato in pietra da sette arcate, il ponte Vell attraversa il fiume Fluvià e il tempo: oltre i suoi 105 metri curvi e la torre di osservazione, vive Besalu - l'antica metropoli medievale nella regione della Garrotxa, in Catalogna.

È lì, sul promontorio della collina, crocevia tra le strade più importanti della zona che nel X secolo venne costruito il castello da cui origina. La morte di Goffredo il Peloso ne segnò la nascita come capitale di contea, status che perse quando fu annessa alla Casa di Barcellona.

Ieri meta di pellegrini e mercanti, oggi di turisti curiosi, Besalu è un dedalo affascinante di strade acciottolate e vie strette: trattengono la storia e il tempo che qui sembra essersi fermato, dimensione sospesa di in mondo dentro un altro mondo.

Il traffico, il vociare, la frenesia sono lasciti di fuori - oltre il ponte. Quello che ho camminato prima è l'ultima ricostruzione, delle tante avvenute dal XI secolo, realizzata da Pons Sorolla dopo la guerra civile spagnola - quando fu fatto saltare in aria.

I suoi piloni poggiati sulle pietre del fiume sono attrazione che sostiene i trenta metri di altezza della camminata dove la gente passa ogni giorno sotto la torre di vedetta per entrare a Besalu.

Dichiarato sito nazionale storico e artistico per il grande valore della sua architettura, il borgo è stato connubio di convivenza pacifica tra la comunità cristiana ed ebraica. I resti ebrei più significativi sono stati scoperti per caso nel 1964 sulla terrazza che dà sul fiume.

Lì, dove ci sono i lasciti della vecchia sinagoga di Besalu del 1264, è stato ritrovato un miqweh, il primo edificio di questo tipo rinvenuto in Spagna e il terzo più grande dei dieci conservati in Europa.

Realizzato in stile romanico, serviva per le abluzioni: ancora oggi un po' di acqua conservata nelle sue fondamenta ne testimonia l'uso originale. Poi, ridiscendendo il tratto che costeggia il Fluvià, sono arrivato davanti all'ospedale di San Giulia.

Fu fatto realizzare dai conti di Besalu per ospitare i pellegrini. La sua facciata del XII secolo ha sei archi e quattro capitelli, due dei quali hanno figure di animali. A pochi metri, si trova il monastero di Sant Pere.

Edificata in stile romanico nel XI secolo, la chiesa più importante di Besalu ha tre navate con un deambulatorio formato da cinque archi retti e quattro coppie di colonne. I capitelli, molto raffinati, sono decorati ad intarsio in perfetto stile italiano settentrionale.

Lasciata l'ombra del vecchio monastero benedettino, ho attraversato piazza della Libertat per arrivare alla chiesa di San Vicenc. Fondata tra il XII e il XIII secolo, ha spiccate connotazioni romaniche e gotiche ed è caratterizzata da un'abside sontuosa e da due minori.

Prima di uscire sul lungo fiume e imboccare di nuovo il ponte Vell, ho riattraversato la piazza del monastero di Sant Pere. Al fianco dell'edificio ecclesiastico, si trova il museo delle miniature - attrazione irresistibile cui non ho potuto rinunciare per fermarmi ancora un po' nel tempo di Besalu.

ℹ️ Ente Spagnolo del Turismo
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Cattedrale di Vilnius, neoclassico lituano

✍️ Andrea Lessona

Imponente riverbero neoclassico, la cattedrale di Vilnius allunga la sua ombra sulla piazza a cui dà nome - cuore della città vecchia e luogo antico dove una volta bruciava il fuoco sacro e si venerava il dio del tuono Perkunas.

È lì che durante il restauro della chiesa sono stati ritrovati alcuni altari e un pavimento originale di un tempio che risalgono al 1200, periodo in cui regnava re Mindaugas - l’unico sovrano nella storia della Lituania convertitosi al cristianesimo per questioni politiche.

Fu lui a ordinare la costruzione del primo edificio ecclesiastico che poi sarebbe diventato la cattedrale di Vilnius, principale luogo di culto cittadino dedicato ai santi Stanislao e Vladislao e sede vescovile della omonima arcidiocesi.

Quella che ho davanti è l'ultima struttura sopravvissuta a incendi, attacchi, distruzioni: venne costruita tra il 1779 e il 1783 in stile neoclassico su progetto dell’architetto locale Laurynas Stuoka Gucevicius.

Avvicinandomi, supero l'ombra del campanile a pianta rettangolare, sormontato da una guglia con croce dorata che, distaccato dalla la cattedrale di Vilnius, ne anticipa l'imponenza.

L’interno è a tre navate con volte a crociera. Il bianco vivido di fuori dipinge anche gli interni dagli arredi sacri in marmo dell'altare, dell'ambone e della cattedra del primo livello del presbiterio. Nel secondo spicca l'altare maggiore ottocentesco: ha un timpano triangolare sorretto da sei colonne tuscaniche in marmo verde.

Prima di uscire, raggiungo la cappella barocca di San Casimiro. Annessa alla chiesa, ha un'antica immagine bizantina del Santo e un altare con un altorilievo raffigurante la Gloria della Vergine.

La struttura dell’architetto svizzero Matteo Castelli è coperta da una cupola con lanterna e ornata da statue di santi che si trovano all'interno di alcune nicchie lungo le pareti. Fuori, l'ombra della cattedrale Vilnius occupa tutta la piazza.

ℹ️ Lituania Travel
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Tikehau, atollo sperduto della Polinesia

✍️ Andrea Lessona

Anello di corallo sperduto nell’arcipelago delle Tuamotu, l’atollo di Tikehau è una laguna smeraldo di motu con spiagge bianche e rosa - una piscina naturale e ovale di 26 chilometri con un piccolo passaggio chiamato Tuheiava.

È da lì, sulla sponda occidentale, che le imbarcazioni entrano ed escono da questo paradiso della Polinesia francese – un luogo incantato composto da due isole grandi e numerose isolette ricoperte di palme da cocco. Il villaggio principale è Tuherahera.

Per arrivare qui, e godere della magia di Tikehau, oggi, ci sono voli giornalieri che lo collegano a Rangiroa e a Tahiti. In passato, il primo europeo che raggiunse questa destinazione fu il marinaio russo Otto von Kotzebue.

Chiamò l’atollo Krusenstern Island, e dopo lui fu la volta dell'esploratore russo Adam Johann von Krusenstern. La Spedizione di Wilkes passò per queste terre emerse il 9 settembre 1839.

Nel 1987, durante una visita, il gruppo di ricerca di Jacques Cousteau ha effettuato uno studio sulla laguna di Tikehau e ha scoperto che ha una maggiore varietà di specie di pesci rispetto a qualsiasi altro posto nella Polinesia francese.

Oggi, l’atollo è una destinazione turistica. Vanta un’eccezionale fauna sottomarina con diavoli di mare, banchi di barracuda e di tonni, squali grigi, tartarughe marine e delfini.

A Tikehau ci sono anche numerose varietà di uccelli che nidificano sulle spiagge disabitate: sabbia rosa, sollevata leggera dalla brezza del mare, che ogni giorno le intinge del suo smeraldo sale.

È il colore della laguna che muta al passare delle canoe, tratti leggeri che come penne variopinte ne sfregiano la superficie: pagaiano per raggiunge i numerosi motu disabitati che si trovano qui.

Zolle si terra strappate al mare dove passare una giornata in perfetta tranquillità e a stretto contatto con la natura. E guardare il sole imporporare le acque mentre la brezza fa crepitare il fuoco di nuove emozioni.

ℹ️ Tahiti Tourisme
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