Safari delle balene in Norvegia
foto e testo di Andrea Lessona
Nell'orizzonte basso dell'oceano Artico, guardo la megattera inarcare la schiena e alzare la coda: ventaglio vivo che scuote aria e mare e fa fremere i passeggeri della Reine, tutti stretti a prua per vivere l'emozione più grande del safari delle balene in Norvegia.
È lì, al largo delle isole Vesteralen, che questi animali maestosi nuotano. Ed è lì, dopo essersi staccata dal molo di Andenes che la nave costruita nel 1947 si è diretta. I suoi 28,6 metri di lunghezza per 6,8 di larghezza possono portare sino a 80 persone.
Il vecchio battello per la caccia alla foca è stato convertito a missione più nobile: quella di mostrare alle persone la bellezza dei cetacei. Il tutto grazie alla Whalesafari che organizza un safari delle balene in Norvegia davvero speciale.
Il viaggio comincia nel piccolo museo di Andoy, realizzato nel centro della compagnia nata l'8 giugno del 1989 con il municipio locale e la regione Nordland: lì, accompagnati da guide esperte, si familiarizza con l'oceano e i suoi abitanti enormi.
Nelle varie stanze si vedono i resti e le immagini del capodoglio, della balenottera minore, dell'orca, del globicefalo, della focena e della megattera: preludio concentrato di quel che sarà poi il safari delle balene in Norvegia.
Grazie ai due idrofoni di cui è dotata l'imbarcazione, l'avvistamento dei cetacei è dato per certo. Ne è così sicuro l’armatore della Reine che, nel caso non accadesse, è pronto a risarcire il prezzo del biglietto.
«In cinque anni di lavoro, è successo solo un paio di volte - mi ha detto un membro dell’equipaggio -. Tranquillo, qualcosa vediamo». Parole profetiche, le sue. Dopo pochi minuti, il marinaio sul pennone ha urlato: «Laggiù!».
Il capitano ha accelerato, spingendo l'imbarcazione quasi al limite massimo di nove nodi per arrivare più vicino alla megattera. E adesso è lì davanti a me che inarca la schiena, alza la coda e soffia forte nell'orizzonte basso dell'oceano Artico.
ℹ️ Visit Norway
foto e testo di Andrea Lessona
Nell'orizzonte basso dell'oceano Artico, guardo la megattera inarcare la schiena e alzare la coda: ventaglio vivo che scuote aria e mare e fa fremere i passeggeri della Reine, tutti stretti a prua per vivere l'emozione più grande del safari delle balene in Norvegia.
È lì, al largo delle isole Vesteralen, che questi animali maestosi nuotano. Ed è lì, dopo essersi staccata dal molo di Andenes che la nave costruita nel 1947 si è diretta. I suoi 28,6 metri di lunghezza per 6,8 di larghezza possono portare sino a 80 persone.
Il vecchio battello per la caccia alla foca è stato convertito a missione più nobile: quella di mostrare alle persone la bellezza dei cetacei. Il tutto grazie alla Whalesafari che organizza un safari delle balene in Norvegia davvero speciale.
Il viaggio comincia nel piccolo museo di Andoy, realizzato nel centro della compagnia nata l'8 giugno del 1989 con il municipio locale e la regione Nordland: lì, accompagnati da guide esperte, si familiarizza con l'oceano e i suoi abitanti enormi.
Nelle varie stanze si vedono i resti e le immagini del capodoglio, della balenottera minore, dell'orca, del globicefalo, della focena e della megattera: preludio concentrato di quel che sarà poi il safari delle balene in Norvegia.
Grazie ai due idrofoni di cui è dotata l'imbarcazione, l'avvistamento dei cetacei è dato per certo. Ne è così sicuro l’armatore della Reine che, nel caso non accadesse, è pronto a risarcire il prezzo del biglietto.
«In cinque anni di lavoro, è successo solo un paio di volte - mi ha detto un membro dell’equipaggio -. Tranquillo, qualcosa vediamo». Parole profetiche, le sue. Dopo pochi minuti, il marinaio sul pennone ha urlato: «Laggiù!».
Il capitano ha accelerato, spingendo l'imbarcazione quasi al limite massimo di nove nodi per arrivare più vicino alla megattera. E adesso è lì davanti a me che inarca la schiena, alza la coda e soffia forte nell'orizzonte basso dell'oceano Artico.
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Le Porte colorate di Dublino
✍️ Andrea Lessona
Nella pioggia che le bagna di traverso, le porte colorate di Dublino brillano di più. Infinite gocce di cielo ne solcano il legno secolare sino a scendere i gradini che ogni giorno la gente sale per aprire questo simbolo della capitale dell’Irlanda.
Le incontro ovunque, sparse per la città: belle ed eleganti, dai colori vividi, attraggono attenzione e invidia. Alcune di loro vantano lunette a ventaglio, raschietti in ferro battuto ed elaborati battenti.
Ninnoli preziosi che ne aumentano il valore, e raccontano la storia delle porte colorate di Dublino. Una storia iniziata col forte sviluppo delle capitale irlandese nel periodo georgiano quando da centro provinciale diventa la seconda città dell'Impero britannico.
Negli anni che vanno dal 1720 e il 1840, ricchi benestanti cominciano a costruire eleganti palazzi, prima a nord e poi a sud del fiume Liffey. Mentre gli interni degli edifici sono sfarzosi e diversi, gli esterni risultano tutti uguali.
Leggenda vuole che i primi a cambiare queste monotona monocromia siano stati due litigiosi scrittori. All'inizio del Novecento, tali (e qui noti) George Moore e Oliver St John Gogarty vivevano in due palazzi adiacenti su Ely Place, vicino a Merrion Square, a sud della città.
Sembra che Moore - stanco di essere svegliato di notte dal vicino - abbia fatto verniciare la propria porta di un verde vivido per evitare che Gogarty continuasse a scambiarla per la sua.
Ubriaco fradicio, dopo ore passate a scolare Guinness ai pub, non era in grado di distinguere gli ingressi. Accortosi dell'accaduto durante un infausto momento di sobrietà, Gogarty decise di fare lo stesso: e dipinse il suo ingresso di rosso.
Se la storia sia vera o no, qui poco importa. Un po' alla volta le abitazioni georgiane hanno iniziato a vantare ingressi variegati. E ancora oggi le porte colorate di Dublino sono una prerogativa della città che la pioggia bagna di traverso, facendole brillare.
ℹ️ Turismo Irlandese
✍️ Andrea Lessona
Nella pioggia che le bagna di traverso, le porte colorate di Dublino brillano di più. Infinite gocce di cielo ne solcano il legno secolare sino a scendere i gradini che ogni giorno la gente sale per aprire questo simbolo della capitale dell’Irlanda.
Le incontro ovunque, sparse per la città: belle ed eleganti, dai colori vividi, attraggono attenzione e invidia. Alcune di loro vantano lunette a ventaglio, raschietti in ferro battuto ed elaborati battenti.
Ninnoli preziosi che ne aumentano il valore, e raccontano la storia delle porte colorate di Dublino. Una storia iniziata col forte sviluppo delle capitale irlandese nel periodo georgiano quando da centro provinciale diventa la seconda città dell'Impero britannico.
Negli anni che vanno dal 1720 e il 1840, ricchi benestanti cominciano a costruire eleganti palazzi, prima a nord e poi a sud del fiume Liffey. Mentre gli interni degli edifici sono sfarzosi e diversi, gli esterni risultano tutti uguali.
Leggenda vuole che i primi a cambiare queste monotona monocromia siano stati due litigiosi scrittori. All'inizio del Novecento, tali (e qui noti) George Moore e Oliver St John Gogarty vivevano in due palazzi adiacenti su Ely Place, vicino a Merrion Square, a sud della città.
Sembra che Moore - stanco di essere svegliato di notte dal vicino - abbia fatto verniciare la propria porta di un verde vivido per evitare che Gogarty continuasse a scambiarla per la sua.
Ubriaco fradicio, dopo ore passate a scolare Guinness ai pub, non era in grado di distinguere gli ingressi. Accortosi dell'accaduto durante un infausto momento di sobrietà, Gogarty decise di fare lo stesso: e dipinse il suo ingresso di rosso.
Se la storia sia vera o no, qui poco importa. Un po' alla volta le abitazioni georgiane hanno iniziato a vantare ingressi variegati. E ancora oggi le porte colorate di Dublino sono una prerogativa della città che la pioggia bagna di traverso, facendole brillare.
ℹ️ Turismo Irlandese
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Nostalgická Linka C. 91, il tram nostalgico di Praga
di Andrea Lessona
Legato al cielo da vene elettriche, scivola a terra su arterie d'acciaio. In piedi, nel ventre ligneo del Nostalgická Linka C. 91, guardo la capitale ceca e la sua storia sfilare via dal finestrino del Tram Nostalgico di Praga.
Dopo essere salito a bordo alla periferia di Vozovna Strešovice, il mezzo dalla livrea bianca e rossa è partito con uno scampanellio verso il centro della città. Mentre il conducente guidava lento, una fisarmonica ha iniziato a suonare roca per i viaggiatori seduti su due file.
Vestito della sua divisa grigia, il cabin stewart del Tram Nostalgico di Praga ha riempito loro calici di champagne: sorridendo, i passeggeri hanno brindato a un viaggio a ritroso nel tempo. Un tempo che qui, in questa carrozza dagli interni originali, sembra essersi fermato alla Belle Époque.
Dal finestrino del Nostalgická Linka C. 91, ho iniziato a guardare la capitale ceca sfilare via. E ora vedo il verde dei grandi viali alberati, Piazza Venceslao, l'edificio della più antica birreria della città, U Fleku, il superbo Teatro Nazionale, il cielo basso sul fiume Moldava, attraversato dal ponte da cui si intuisce la maestà del Castello e che porta a Malà Strana.
Un nuovo scampanellio e il Tram nostalgico di Praga prosegue verso il Monumento alle vittime del regime sovietico, passa davanti alla chiesa di Santa Maria Vittoriosa, dove c'è la statua dalle virtù benefiche del Bambin Gesù, e arriva a piazza Malostranske. La fisarmonica è muta, lo champagne nei calici finito, la corsa dentro un altro tempo anche.
Dal Nostalgická Linka C. 91, esco nell'ombra del tardo pomeriggio, resa ancora più scura dall'imponenza barocca della chiesa di San Nicola. Sono arrivato nel centro della città, a pochi passi e a pochi battiti dal suo cuore eterno.
ℹ️ Visit Czech Republic
di Andrea Lessona
Legato al cielo da vene elettriche, scivola a terra su arterie d'acciaio. In piedi, nel ventre ligneo del Nostalgická Linka C. 91, guardo la capitale ceca e la sua storia sfilare via dal finestrino del Tram Nostalgico di Praga.
Dopo essere salito a bordo alla periferia di Vozovna Strešovice, il mezzo dalla livrea bianca e rossa è partito con uno scampanellio verso il centro della città. Mentre il conducente guidava lento, una fisarmonica ha iniziato a suonare roca per i viaggiatori seduti su due file.
Vestito della sua divisa grigia, il cabin stewart del Tram Nostalgico di Praga ha riempito loro calici di champagne: sorridendo, i passeggeri hanno brindato a un viaggio a ritroso nel tempo. Un tempo che qui, in questa carrozza dagli interni originali, sembra essersi fermato alla Belle Époque.
Dal finestrino del Nostalgická Linka C. 91, ho iniziato a guardare la capitale ceca sfilare via. E ora vedo il verde dei grandi viali alberati, Piazza Venceslao, l'edificio della più antica birreria della città, U Fleku, il superbo Teatro Nazionale, il cielo basso sul fiume Moldava, attraversato dal ponte da cui si intuisce la maestà del Castello e che porta a Malà Strana.
Un nuovo scampanellio e il Tram nostalgico di Praga prosegue verso il Monumento alle vittime del regime sovietico, passa davanti alla chiesa di Santa Maria Vittoriosa, dove c'è la statua dalle virtù benefiche del Bambin Gesù, e arriva a piazza Malostranske. La fisarmonica è muta, lo champagne nei calici finito, la corsa dentro un altro tempo anche.
Dal Nostalgická Linka C. 91, esco nell'ombra del tardo pomeriggio, resa ancora più scura dall'imponenza barocca della chiesa di San Nicola. Sono arrivato nel centro della città, a pochi passi e a pochi battiti dal suo cuore eterno.
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Le Conquet, il villaggio più a ovest di Francia
di Andrea Lessona
Case in pietra grigia strette a sé tratteggiano Le Conquet, il villaggio più a ovest della Francia continentale. Le guardo riflesse nella rada naturale che ne è il porto, e da cui ogni giorno partono le navi dei pescatori e i traghetti per l'isola di Ouessant.
Definita eau profonde per le acque profonde, la baia permette alle imbarcazioni di attraccare anche durante la bassa marea. Nel XVII secolo, questo bacino aveva più traffico di Brest, superava Bordeaux per il commercio del vino e Guerande per il sale.
Oggi Le Conquet è solo un ultimo lembo di terra ferma situato nel dipartimento del Finistère, nella regione della Bretagna, dove vivono circa 2.691 abitanti. E ogni tanto arriva qualche viaggiatore.
Abitata sin dall'antichità, questa zona ha in Konk-Léon (ansa di Leon in bretone) il suo nome originale. Il porto del paesino appare per la prima volta tra le pieghe della storia intorno al XIII secolo. Poi, fino al XV viene registrato sugli annali di infinite guerre contro gli inglesi.
Di quel periodo, a Le Conquet resta la Maison des Seigneurs: una casa fortificata riconoscibile dalla tipica torre a strapiombo sulle acque dabbasso. Oggi è un mini albergo di tre stanze soltanto.
Un'altra, tra le abitazioni più caratteristiche del villaggio, è La Casa Inglese o degli Inglesi. È chiamata così perché sarebbe uno degli otto edifici originali non distrutti durante un saccheggio dei britannici a metà del XVI secolo.
Oggi, Le Conquet gode di un clima temperato e di una tranquillità invidiabile, rotta solo dai rintocchi delle campane della chiesa neo-goticoa di Sainte-Croix. Davanti alle sue mura scrostate di salsedine c'è una statua con la scritta “Aux morts pur la Patrie”, e l’elenco dei cittadini morti per la Francia durante la Seconda Guerra Mondiale.
Attorno al villaggio si trovano il faro e il forte di Kermorvan. Se si prosegue verso nord, si trova anche il forte dell'Îlette. Laddove sto andando ora.
ℹ️ Explore France
di Andrea Lessona
Case in pietra grigia strette a sé tratteggiano Le Conquet, il villaggio più a ovest della Francia continentale. Le guardo riflesse nella rada naturale che ne è il porto, e da cui ogni giorno partono le navi dei pescatori e i traghetti per l'isola di Ouessant.
Definita eau profonde per le acque profonde, la baia permette alle imbarcazioni di attraccare anche durante la bassa marea. Nel XVII secolo, questo bacino aveva più traffico di Brest, superava Bordeaux per il commercio del vino e Guerande per il sale.
Oggi Le Conquet è solo un ultimo lembo di terra ferma situato nel dipartimento del Finistère, nella regione della Bretagna, dove vivono circa 2.691 abitanti. E ogni tanto arriva qualche viaggiatore.
Abitata sin dall'antichità, questa zona ha in Konk-Léon (ansa di Leon in bretone) il suo nome originale. Il porto del paesino appare per la prima volta tra le pieghe della storia intorno al XIII secolo. Poi, fino al XV viene registrato sugli annali di infinite guerre contro gli inglesi.
Di quel periodo, a Le Conquet resta la Maison des Seigneurs: una casa fortificata riconoscibile dalla tipica torre a strapiombo sulle acque dabbasso. Oggi è un mini albergo di tre stanze soltanto.
Un'altra, tra le abitazioni più caratteristiche del villaggio, è La Casa Inglese o degli Inglesi. È chiamata così perché sarebbe uno degli otto edifici originali non distrutti durante un saccheggio dei britannici a metà del XVI secolo.
Oggi, Le Conquet gode di un clima temperato e di una tranquillità invidiabile, rotta solo dai rintocchi delle campane della chiesa neo-goticoa di Sainte-Croix. Davanti alle sue mura scrostate di salsedine c'è una statua con la scritta “Aux morts pur la Patrie”, e l’elenco dei cittadini morti per la Francia durante la Seconda Guerra Mondiale.
Attorno al villaggio si trovano il faro e il forte di Kermorvan. Se si prosegue verso nord, si trova anche il forte dell'Îlette. Laddove sto andando ora.
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El Jem, l'anfiteatro tunisino
foto e testo di Andrea Lessona
Nell'anfiteatro di El Jem, l'eco della storia è vento caldo che attraversa i resti di uno dei lasciti più preziosi dell'Impero Romano in Tunisia. In piedi nell'arena, immagino le gesta di chi qui ha combattuto per la vita di fronte a oltre trentamila spettatori urlanti sui gradoni.
Costruita a nord dell'omonima città, oggi governatorato di Mahdia, la struttura del III secolo ha un tracciato ellittico, misura 148 metri di lunghezza, 122 di larghezza con un perimetro di 427 metri. È, per dimensioni, la terza del suo genere, dopo quelle di Roma e Capua.
Quest'opera, Patrimonio dell'Umanità dell'Unesco, è superiore alle eredità romane lasciate a Verona, Arles e Nimes. Si crede sia stata fatta edificare da Gordiano I, proconsole d'Africa, mecenate e amante appassionato degli spettacoli dell'arena.
L'anfiteatro, anche se molti sbagliando continuano a chiamarlo Colosseo, è stato realizzato con pietre provenienti da oltre trenta chilometri di distanza. Il materiale friabile non ne ha consentito la scolpitura ma la pesantezza ritmata delle arcate e lo spessore di 4,56 metri delle pareti danno all'opera una dimensione imponete
La facciata originale aveva 64 archi su tre piani, con uso di ordine corinzio al primo e al terzo piano, mentre al secondo ci sono stili compositi che lo diversificano dal Colosseo di Roma in cui gli ordini sono distribuiti in modo differente (dorico, ionico, corinzio).
Osservo i bastioni, antiche sedie in pietra da moderno stadio dove i romani e i nobili della zona assistevano ai giochi. Poi costeggio il perimetro del circo, location cinematografica usata per girare alcune scene del film il Gladiatore, con Russel Crowe.
Prima di lasciare l'arena guardo attraverso la grata che semi-nasconde le celle-dormitorio dei gladiatori. Seguendo le indicazioni scendo nel buio di scale strette e le raggiungo: quaggiù, anche se il vento fatica ad arrivare, l'eco della storia è ancora più forte.
ℹ️ Discover Tunisia
foto e testo di Andrea Lessona
Nell'anfiteatro di El Jem, l'eco della storia è vento caldo che attraversa i resti di uno dei lasciti più preziosi dell'Impero Romano in Tunisia. In piedi nell'arena, immagino le gesta di chi qui ha combattuto per la vita di fronte a oltre trentamila spettatori urlanti sui gradoni.
Costruita a nord dell'omonima città, oggi governatorato di Mahdia, la struttura del III secolo ha un tracciato ellittico, misura 148 metri di lunghezza, 122 di larghezza con un perimetro di 427 metri. È, per dimensioni, la terza del suo genere, dopo quelle di Roma e Capua.
Quest'opera, Patrimonio dell'Umanità dell'Unesco, è superiore alle eredità romane lasciate a Verona, Arles e Nimes. Si crede sia stata fatta edificare da Gordiano I, proconsole d'Africa, mecenate e amante appassionato degli spettacoli dell'arena.
L'anfiteatro, anche se molti sbagliando continuano a chiamarlo Colosseo, è stato realizzato con pietre provenienti da oltre trenta chilometri di distanza. Il materiale friabile non ne ha consentito la scolpitura ma la pesantezza ritmata delle arcate e lo spessore di 4,56 metri delle pareti danno all'opera una dimensione imponete
La facciata originale aveva 64 archi su tre piani, con uso di ordine corinzio al primo e al terzo piano, mentre al secondo ci sono stili compositi che lo diversificano dal Colosseo di Roma in cui gli ordini sono distribuiti in modo differente (dorico, ionico, corinzio).
Osservo i bastioni, antiche sedie in pietra da moderno stadio dove i romani e i nobili della zona assistevano ai giochi. Poi costeggio il perimetro del circo, location cinematografica usata per girare alcune scene del film il Gladiatore, con Russel Crowe.
Prima di lasciare l'arena guardo attraverso la grata che semi-nasconde le celle-dormitorio dei gladiatori. Seguendo le indicazioni scendo nel buio di scale strette e le raggiungo: quaggiù, anche se il vento fatica ad arrivare, l'eco della storia è ancora più forte.
ℹ️ Discover Tunisia
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La Settimana de il Reporter
Tutti gli articoli della settimana da leggere in un fiato!
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I mille laghi della Finlandia
di Andrea Lessona
Negli occhi ho ancora infinite distese ghiacciate. Tante tonalità di bianco spezzate solo dai colori tenui di cottage emersi dalle acque del Saimaa. È lì, nel cuore della regione dei Mille Laghi della Finlandia, vicino alla Carelia, che ho sentito il cuore battere forte.
In pochi giorni ho lambito le sponde del bacino più grande del paese, il quinto in Europa. Chilometri e chilometri su strade quasi deserte, dove l'asfalto è un ricordo sepolto dalla neve. Come quella profonda che ho sfidato tra alte betulle su un fuoristrada d'epoca vicino Juva.
Nel mio viaggio, piccole città si sono alternate a piccoli villaggi: scrigno di storia, cultura e tradizioni rivelati nell'estenuante bellezza della Natura sopita dal ghiaccio. La sua aura senza pari contorna edifici intagliati da mani maestre: antichi manieri, moderni resort, ville eleganti. Tutti pronti a offrire la loro calda ospitalità.
Sulle acque congelate, ho attraversato parte del lago Saimaa con le racchette, poi con il tipico slittino potkukelkka e infine con la motoslitta per tagliare il Parco Nazionale di Linnansaari e raggiungere il villaggio di Oravi.
Lungo il percorso, ho incontrato pattini veloci che sfregiavano la pista, rocce emerse sotto cui si nascondevano le foche e i loro piccoli, pescatori esperti che foravano il ghiaccio per prendere enormi pesci.
Li ho mangiati seduto intorno al fuoco, nel silenzio di un campo all’aperto dove tutto è immensità: e in quell'immensità ovattata ho sentito il cuore battere al ritmo di una Natura che ha non ha eguali.
Una sensazione simile provata l’ultimo giorno a Kerimäki, dentro la chiesa in legno più grande al mondo. Le note del coro locale si sono alzate lungo le pareti intagliate: e mi hanno impregnato l'anima.
Decollato dal piccolo aeroporto di Savonlinna, il velivolo ha sorvolato la regione dei Mille Laghi della Finlandia: ultimo sguardo dall'alto per tenere ancora negli occhi infinite distese ghiacciate.
ℹ️ Visit Finland
di Andrea Lessona
Negli occhi ho ancora infinite distese ghiacciate. Tante tonalità di bianco spezzate solo dai colori tenui di cottage emersi dalle acque del Saimaa. È lì, nel cuore della regione dei Mille Laghi della Finlandia, vicino alla Carelia, che ho sentito il cuore battere forte.
In pochi giorni ho lambito le sponde del bacino più grande del paese, il quinto in Europa. Chilometri e chilometri su strade quasi deserte, dove l'asfalto è un ricordo sepolto dalla neve. Come quella profonda che ho sfidato tra alte betulle su un fuoristrada d'epoca vicino Juva.
Nel mio viaggio, piccole città si sono alternate a piccoli villaggi: scrigno di storia, cultura e tradizioni rivelati nell'estenuante bellezza della Natura sopita dal ghiaccio. La sua aura senza pari contorna edifici intagliati da mani maestre: antichi manieri, moderni resort, ville eleganti. Tutti pronti a offrire la loro calda ospitalità.
Sulle acque congelate, ho attraversato parte del lago Saimaa con le racchette, poi con il tipico slittino potkukelkka e infine con la motoslitta per tagliare il Parco Nazionale di Linnansaari e raggiungere il villaggio di Oravi.
Lungo il percorso, ho incontrato pattini veloci che sfregiavano la pista, rocce emerse sotto cui si nascondevano le foche e i loro piccoli, pescatori esperti che foravano il ghiaccio per prendere enormi pesci.
Li ho mangiati seduto intorno al fuoco, nel silenzio di un campo all’aperto dove tutto è immensità: e in quell'immensità ovattata ho sentito il cuore battere al ritmo di una Natura che ha non ha eguali.
Una sensazione simile provata l’ultimo giorno a Kerimäki, dentro la chiesa in legno più grande al mondo. Le note del coro locale si sono alzate lungo le pareti intagliate: e mi hanno impregnato l'anima.
Decollato dal piccolo aeroporto di Savonlinna, il velivolo ha sorvolato la regione dei Mille Laghi della Finlandia: ultimo sguardo dall'alto per tenere ancora negli occhi infinite distese ghiacciate.
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Isola di Bled, incanto sloveno
foto e testo di Andrea Lessona
Dall'isola di Bled, lievi rintocchi attraversano il lago e arrivano sino alle sponde. Lì ormeggiate, caratteristiche barche a remi aspettano i passeggeri per portarli là, tra questo specchio d'acqua delle Alpi Giulie.
Di origine glaciale, si trova nel nord-ovest della Slovenia. Tela trasparente dell'unica isola naturale della Nazione, riflette il paesaggio vergato dal castello, dalle montagne e dalle foreste intorno.
Ne vedo i tratti sfregiati mentre l'imbarcazione va verso l'isola di Bled e i rintocchi si fanno più forti. Dopo un quarto d'ora, attracca di fronte a 99 scalini. Tradizione vuole che chi si sposi qui debba salirli con in braccio la futura moglie. Esausto, si trova di fronte la chiesa di Santa Maria Assunta.
Edificata proprio dove c'era un tempio per la dea pagana dell'amore Živa, nel 1465 aveva tratti gotici con navata singola. Poi nel XVII secolo, l’edificio fu rifatto in stile barocco. Nell'atrio, il piccolo lapidario conserva il rilievo originale della Croce di Hren di Ljubljana. L’altare maggiore ha intarsi dorati del 1747, le pareti affreschi della vita di Maria.
Dall'ultima trave della navata, una corda lunga e spessa pende sin quasi al pavimento: se tirata forte, fa suonare la campana. Opera di F. Patavino da Padova, risale al 1534.
Leggenda vuole che nel castello sul lago vivesse la vedova Polissena. Dopo la morte del marito, fece fondere una campanella per la chiesa. Durante il trasporto, la barca si capovolse per un forte temporale.
Così la campana finì in acqua e ogni tanto se ne sentono i rintocchi. Alla scomparsa della donna, il Papa ne mandò una nuova. Da allora, chiunque la suoni per onorare la Madonna vedrà realizzato il suo desiderio.
A fianco della chiesa, staccato dall'edificio, c’è il campanile: 52 metri d'ingegno in pietra bucata - nota come grano saraceno. Dalle sue finestre, si può ammirare il lago e le sponde intorno: un incanto dipinto dalla natura.
ℹ️ Ente Sloveno per il Turismo
foto e testo di Andrea Lessona
Dall'isola di Bled, lievi rintocchi attraversano il lago e arrivano sino alle sponde. Lì ormeggiate, caratteristiche barche a remi aspettano i passeggeri per portarli là, tra questo specchio d'acqua delle Alpi Giulie.
Di origine glaciale, si trova nel nord-ovest della Slovenia. Tela trasparente dell'unica isola naturale della Nazione, riflette il paesaggio vergato dal castello, dalle montagne e dalle foreste intorno.
Ne vedo i tratti sfregiati mentre l'imbarcazione va verso l'isola di Bled e i rintocchi si fanno più forti. Dopo un quarto d'ora, attracca di fronte a 99 scalini. Tradizione vuole che chi si sposi qui debba salirli con in braccio la futura moglie. Esausto, si trova di fronte la chiesa di Santa Maria Assunta.
Edificata proprio dove c'era un tempio per la dea pagana dell'amore Živa, nel 1465 aveva tratti gotici con navata singola. Poi nel XVII secolo, l’edificio fu rifatto in stile barocco. Nell'atrio, il piccolo lapidario conserva il rilievo originale della Croce di Hren di Ljubljana. L’altare maggiore ha intarsi dorati del 1747, le pareti affreschi della vita di Maria.
Dall'ultima trave della navata, una corda lunga e spessa pende sin quasi al pavimento: se tirata forte, fa suonare la campana. Opera di F. Patavino da Padova, risale al 1534.
Leggenda vuole che nel castello sul lago vivesse la vedova Polissena. Dopo la morte del marito, fece fondere una campanella per la chiesa. Durante il trasporto, la barca si capovolse per un forte temporale.
Così la campana finì in acqua e ogni tanto se ne sentono i rintocchi. Alla scomparsa della donna, il Papa ne mandò una nuova. Da allora, chiunque la suoni per onorare la Madonna vedrà realizzato il suo desiderio.
A fianco della chiesa, staccato dall'edificio, c’è il campanile: 52 metri d'ingegno in pietra bucata - nota come grano saraceno. Dalle sue finestre, si può ammirare il lago e le sponde intorno: un incanto dipinto dalla natura.
ℹ️ Ente Sloveno per il Turismo
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