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Il primo quotidiano italiano di viaggi su Telegram fondato e diretto da Andrea Lessona. Telegrammi di viaggio da tutto il mondo. Racconti di luoghi e persone incontrate sul cammino della vita
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Palazzo di Nestore, Grecia omerica

📸 ✍️ Andrea Lessona

Sulla collina di Epanò Englianos, i ruderi del palazzo di Nestore guardano l'orizzonte fitto di ulivi e ricordano la saggezza e la gloria del re greco, resa immortale da Omero nell'Odissea.

Scoperti nel 1939 dall'architetto statunitense Carl William Blegen, i resti dell’antica reggia furono portati alla luce solo nel 1954 con tecniche moderne di scavo.

Venne così scoperta una struttura realizzata sui resti di altre precedenti che coincide cronologicamente con il racconto di Omero. Nell'Odissea il poeta greco canta dell'arrivo di Telemaco al palazzo di Nestore.

Il giovane cerca il padre e viene ospitato dal sovrano con tutti gli onori: rifocillato e lavato addirittura dalla figlia del re, Policasta, gli viene messo a disposizione un cocchio per andare a Sparta da Menelao.

Di certo il figlio di Ulisse deve essere stato accolto qui, nel megaron, la sala del trono. È una delle zone visitabili del complesso e in passato il cuore del Palazzo di Nestore cui si accede attraverso una serie di tre atri monumentali.

Da qui si allineano in perfetto ordine ambienti una volta destinati a magazzini e abitazioni. Nella parte anteriore della struttura si trova il famoso archivio di tavolette scritto in lineare B, la forma più antica di greco.

L'ala meridionale del palazzo di Nestore conserva i resti dell'appartamento della regina dove è stata scoperta una tinozza da bagno in terracotta - elemento che coincide con la narrazione omerica.

Le mura del complesso sopravvissute sono alte circa un metro. In origine erano rivestite per la metà in legno con le parti superiori di mattoni cotti uniti da travi verticali e orizzontali. L'interno era decorato da fini affreschi.

Questo testimonia l'importanza del palazzo di Nestore e la forza del suo sovrano che durante la guerra di Troia inviò il secondo contingente militare più numeroso con le sue novanta navi nere.

ℹ️ Ente Nazionale Ellenico per il Turismo
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Vicariato di Kenkävero, nella storia della Finlandia

📸 ✍️ Andrea Lessona

Dal tetto del vicariato di Kenkävero, aghi di ghiaccio cadono verticali e si mischiano al suolo innevato: un manto bianco argento su cui si intersecano le ombre dell'edificio storico, a un chilometro dalla città di Mikkeli.

Il centro che ho di fronte, il più vasto del suo genere nei Mille Laghi della Finlandia, è stato costruito dai religiosi a metà del XV secolo. Tra le pareti in legno pallido conserva la storia del Savo-Carelia.

Come altri edifici simili, il vicariato di Kenkävero è stato un punto di riferimento per la vita della comunità: sia per questioni ecclesiastiche, sia pratiche. Dalla casa, all'abbigliamento, allo sviluppo tecnico a quello agricolo. La sua biblioteca era ricolma di libri su questi argomenti.

La struttura divenne fulcro della vita sociale nella zona per molto tempo: i contatti con i castelli vicini erano frequenti, i membri dell'alta borghesia erano spesso ospiti per discutere di nuove idee, si festeggiavano compleanni e onomastici, e si organizzavano circoli di cucito.

Mentre il Primo Maggio si celebrava l'inizio dell'anno ecclesiastico, d'estate c'erano grandi feste in giardino in cui gli ospiti di ieri potevano gustare le prelibatezze servite ancora qui oggi.

Poi, nel 1969, il Vicariato cadde nell'oblio: e venne trasferito in città. Solo nel 1988 ci fu la rinascita. L'edificio principale, quello in cui mi trovo adesso, venne ristrutturato, e si decise di utilizzarlo secondo il progetto dell’Associazione delle arti e dei mestieri di Mikkeli e del distretto di Martha nella regione del Savo-Carelia.

Lasciato il legno pallido dell'edificio e camminato sulla neve ghiacciata, entro nella struttura di fronte. Davanti a me ho più grande selezione di prodotti finnici - eredità senza pari di tradizione e cultura di un popolo capace di sopravvivere alle difficoltà.

ℹ️ Visit Finland
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Amanti di Teruel, leggenda di Spagna

📸 ✍️ Andrea Lessona

Li guardo distesi nella pietra, le mani sfiorate nell'estremo gesto di un amore negato. Gli amanti di Teruel vivono il loro sentimento nell'eterno dell'arte: divisi nella vita, uniti oltre la morte. Simbolo romantico dell'Aragona e della Spegna tutta.

In realtà la storia di questi due giovani è conosciuta nel mondo grazie a molte opere artistiche. Ne avevo sentito l'eco prima di arrivare qui a Teruel, capoluogo dell'omonima provincia e patrimonio Unesco dal 1986 per l’architettura mudejar.

Camminando le vie della città, ho raggiunto il Mausoleo de los Amantes, l'edificio adiacente la chiesa di San Pietro che ospita e racconta la leggenda dei due giovani risalente a inizio XIII secolo.

In quel periodo, l’amicizia di Juan de Marcilla e Isabel de Segura diventa amore. Amore contrastato dal padre di lei per la povertà di lui. Juan non si arrende e chiede cinque anni per diventare ricco. Sfida la morte, vince la guerra, torna in tempo ma Isabel è già andata in sposa a un fratello del signore di Albarracín.

Seppur straziato, Juan riesce a vedere Isabel e le chiede un bacio. Lei, fedele ai precetti del matrimonio, glielo nega. Lui muore di dolore.

Il giorno dopo, nella chiesa di San Pietro, durante i funerali del giovane, una donna a lutto cammina verso il feretro: Isabel alza il velo e posa le labbra su quelle del giovane. Improvvisa cade al suo fianco, senza più vita.

Impressionato dalla vicenda, lo scultore Meridese Juan de Avalos scolpì le statue dei due giovani sotto cui giacciono le mummie degli Amanti di Teruel. Furono scoperte nel 1555, interrate nella cappella dei Santi Cosma e Damiano.

Mentre continuo a guardarli prigionieri della pietra, penso a un'altra storia d'amore tormentata: quella di Romeo e Giulietta.

Anche qui in Aragona, come a Verona, il 14 febbraio è festa: un giorno unico in cui lo spirito di Juan de Marcilla e Isabel de Segura lascia la pietra e si bacia in un attimo Infinito.

ℹ️ Ente Spagnolo del Turismo
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Museo di Sissi, a Vienna la storia di una principessa

📸 ✍️ Andrea Lessona

Negli appartamenti Imperiali di Hofburg a Vienna, il museo di Sissi è scrigno vero di ricordi vissuti: raccontano la vita privata di una delle figure più amate e controverse nella storia d'Austria. Oltre l'apparenza da cerimoniale.

E così, camminando passo a passo le sei sale in cui i suoi oggetti e il suo mondo quasi segreto sono ora in mostra, ho scoperto un'altra donna: diversa e molto più bella e più vera da quella raccontata da libri e pellicole.

Di Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach, nata a Monaco il 24 dicembre del 1837, e morta assassinata con una stilettata per mano dell'anarchico italiano Luigi Lucheni a Ginevra il 10 settembre 1898, c'è davvero tanto al museo di Sissi.

L'eco dell'imperatrice d'Austria, regina apostolica d'Ungheria e regina di Boemia e di Croazia e consorte di Francesco Giuseppe, risuona tra queste pareti mentre le guardo adornate dei suoi ritratti più belli.

Immortalano una grazia che non è solo dipinta, ma vissuta nei tratti del volto, negli occhi vividi e malinconici, nella posa che trascende l'inquietudine mal celata. È questo che si avverte di più nel museo di Sissi.

Di una donna diventata regina restano i suoi moti di generosa ribellione verso ciò che è austero e artificiale: come il cerimoniale di corte da cui fuggire per dedicarsi alla cura maniacale del corpo attraverso diete ferree, esercizi continui, sport faticosi.

Protette da spesse teche in vetro, al museo di Sissi ci sono anche le sue poesie: testamento esaltante e struggente di una vita in perenne fuga da sé, viaggio gettato in avanti per cercarsi senza trovarsi mai.

Ma qui c'è anche il lusso di cui era circondata: oltre ai ritratti, anche i gioielli che ogni tanto portava risplendono nella luce degli antichi lampadari. Antichi come la “carrozza salone” di corte.

E poi c'è lei, la sua ultima maschera: quella mortuaria dietro cui riposare per essere finalmente se stessa.

ℹ️ 📷 Wien Info
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Museo nazionale del Liechtenstein, storia del Principato

📸 ✍️ Andrea Lessona

Nel cuore di Vaduz, le pesanti porti in legno del bianco edificio classico si aprono sul museo nazionale del Liechtenstein: 42 sale espositive che raccontano la storia e la cultura del Principato e della sua capitale.

La struttura, che risale all'inizio del XV secolo, è stata riaperta nel 2003. E da allora si è arricchita da antichi manufatti e preziosi resti che mostrano le tradizioni di questo piccolo Paese.

Nella prima sala espositiva del museo Nazionale del Liechtenstein, quella al pian terreno dell'edificio, si attraversa la storia della civilizzazione della nazione ammirando attrezzi realizzati con cura e utensili preistorici.

Una preziosa ciotola in ceramica servirà a riportare il tempo indietro sino al V secolo a.C. Così come passo a passo sarà possibile scoprire in che modo sia le costruzioni sia l'abbigliamento siano progrediti da allora.

Al primo piano del museo Nazionale del Liechtenstein, invece, c'è una sala protetta dedicata al Medioevo: qui si trova un'imperdibile e preziosissima collezione di monete d'oro.

Qualche passo e si arriva all'area celebrativa: pareti e soffitti densi di colore immortalano le diverse festività rurali celebrate nelle campagne dal XIX secolo. Il muro dedicato alla stalla è decorato con particolari cuori in legno: venivano usati per ornare il bestiame riportato a valle alla fine dell'estate.

L'ultimo piano del museo Nazionale del Liechtenstein è un tributo alla storia moderna del Principato: qui si vedono i cippi che dividevano i grandi territori e vengono raccontate le battaglie e gli assedi dell'esercito prima della sua abolizione nel 1868.

Subito dopo si ammira l'esposizione dedicata agli habitat naturali del Paese e alle tantissime creature che li popolano. Sculture e foto di grandi dimensioni, una selezione di uccelli con un martin pescatore e un'aquila reale, sembrano trasportarti nel mezzo della natura selvaggia: quella più bella, quella più vera.

ℹ️ Liechtenstein Marketing
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