Tataouine e Oung Jmel, Guerre stellari in Tunisia
📸 ✍️ Andrea Lessona
Il giovane Obi One Kenobi fissa l'orizzonte al tramonto, e cerca la Forza. Tra qualche minuto affronterà Dart Fener nell'ultimo duello della giornata. Poco prima che il sipario di Guerre Stellari in Tunisia cali sul deserto del Sahara.
È qui che, circondato da onde di sabbia dense, sorge il villaggio di Mos Epa - condensato in miniatura di Tatooine, il pianeta natale della famiglia Skywalker che prende il nome dalla cittadina tunisina di Tataouine.
Divenuto icona della fortunata serie di film scritta e diretta da George Lucas, questo luogo immaginario ha dato i natali a Shmi Skywalker, e forse anche Anakin Skywalker, e per alcuni anni è stata la casa di Luke Skywalker, l'ultimo Jedi.
Venti edifici soltanto, distesi su dieci mila metri quadrati, ne fanno uno dei posti più amati di Guerre Stellari in Tunisia dove vennero girate alcune scene della pellicola Una nuova speranza, il quarto episodio ma il primo a uscire della saga di nove.
L'ambientazione si trova a nord ovest della città di Tozeur da cui sono partito. Lungo la pista, la carovana di jeep si è fermata ad Oung Jmel, la roccia a forma di testa di cammello vicino a cui vennero fatte alcune riprese del primo episodio della serie con Anakin Skywalker e Qui-Gon.
Lasciata alle spalle un'altra delle icone di Guerre Stellari in Tunisia, sono arrivato nel villaggio di Mos Epa: sottratto all'avanzare del deserto è oggi una meta turistica per gruppi di appassionati e non solo che vengono qui per fotografare le case, i loro eroi in maschera e cenare sotto una tenda.
Così, mentre camminavo tra questi edifici in cartapesta, ho incontrato alcuni soldati dell'Impero, il simpatico C1-P8, il vanesio C-3PO, Anakin Skywalker divenuto Dart Fener e Obi One Kenobi.
Ma prima che il duello tra i due iniziasse e le loro spade di laser si incrociassero in mille scintille, li ho visti bere un tè insieme: il potere magico di Guerre stellari in Tunisia.
ℹ️ Discover Tunisia
📸 ✍️ Andrea Lessona
Il giovane Obi One Kenobi fissa l'orizzonte al tramonto, e cerca la Forza. Tra qualche minuto affronterà Dart Fener nell'ultimo duello della giornata. Poco prima che il sipario di Guerre Stellari in Tunisia cali sul deserto del Sahara.
È qui che, circondato da onde di sabbia dense, sorge il villaggio di Mos Epa - condensato in miniatura di Tatooine, il pianeta natale della famiglia Skywalker che prende il nome dalla cittadina tunisina di Tataouine.
Divenuto icona della fortunata serie di film scritta e diretta da George Lucas, questo luogo immaginario ha dato i natali a Shmi Skywalker, e forse anche Anakin Skywalker, e per alcuni anni è stata la casa di Luke Skywalker, l'ultimo Jedi.
Venti edifici soltanto, distesi su dieci mila metri quadrati, ne fanno uno dei posti più amati di Guerre Stellari in Tunisia dove vennero girate alcune scene della pellicola Una nuova speranza, il quarto episodio ma il primo a uscire della saga di nove.
L'ambientazione si trova a nord ovest della città di Tozeur da cui sono partito. Lungo la pista, la carovana di jeep si è fermata ad Oung Jmel, la roccia a forma di testa di cammello vicino a cui vennero fatte alcune riprese del primo episodio della serie con Anakin Skywalker e Qui-Gon.
Lasciata alle spalle un'altra delle icone di Guerre Stellari in Tunisia, sono arrivato nel villaggio di Mos Epa: sottratto all'avanzare del deserto è oggi una meta turistica per gruppi di appassionati e non solo che vengono qui per fotografare le case, i loro eroi in maschera e cenare sotto una tenda.
Così, mentre camminavo tra questi edifici in cartapesta, ho incontrato alcuni soldati dell'Impero, il simpatico C1-P8, il vanesio C-3PO, Anakin Skywalker divenuto Dart Fener e Obi One Kenobi.
Ma prima che il duello tra i due iniziasse e le loro spade di laser si incrociassero in mille scintille, li ho visti bere un tè insieme: il potere magico di Guerre stellari in Tunisia.
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Giardino botanico delle Seychelles, verde creolo
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel giardino botanico delle Seychelles, il ventaglio di palme si muove appena. Il vento è refolo d'umidità indolente, capace solo di stancare l'aria di Mont Fleuri, alla periferia di Victoria.
È lì che si trova dal 1901 il Jardin Botanique o il National Botanical Garden. Ed è lì che, attraversando la capitale dell'Arcipelago, sono arrivato per scoprirne la storia e la bellezza distesa su cinque acri.
Nato come espressione coloniale, il giardino botanico delle Seychelles doveva servire a coltivare piante utili all’agricoltura e all’economia di inizio Novecento: albero del pane, palma da olio, noci di cocco, caffè, cannella, cacao vaniglia e diverse altre spezie.
Attraverso i decenni, però, la sua funzione cambia: nel 1980 il Jardin Botanique apre il cancello in ferro al pubblico come ha fatto oggi con me per mostrare a tutti la coltura delle specie endemiche. E diventa monumento nazionale.
Da allora nel giardino botanico delle Seychelles, l'agricoltura viene dimenticata e si pensa al turismo: oltre 30 mila persone l'anno camminano sui sentieri d'asfalto che attraversano il verde del National Botanical Garden.
Tutti ammirano le cinque specie di palme rare che crescono solo nell'Arcipelago, diverse altre pianti locali, fiori vividi e bellissimi che ornano di meraviglia il luogo dove si trova il famoso Coco de mer o Coco fesse.
La sua forma particolare, che fa arrossire le signore e fa sorridere i signori, racchiude un seme soltanto. Guardandole appese lassù, dove le foglie delle palme si muovono appena, mi viene da ridere a pensare che una volta si credeva crescessero in fondo al mare.
Un'altra attrattiva del giardino botanico delle Seychelles è la colonia delle tartarughe giganti di Aldabra. Alcune hanno superato i 150 anni. Proseguendo il mio viaggio, arrivo sino a dove ha dimora la grande colonia di pipistrelli della frutta.
Appesi agli alberi a testa in giù, fissano il mio camminare sino alla casa delle orchidee: dentro si trova una collezione di esemplari dai colori bellissimi e vivaci tra cui spiccano proprio quelle native dell'Arcipelago.
Fuori il refolo d'umidità indolente si è fatto vento: gonfia il ventaglio di palme e scurisce il cielo di nubi grige. Mentre esco dal cancello in ferro, nel giardino botanico delle Seychelles piove.
ℹ️ Tourism Seychelles
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel giardino botanico delle Seychelles, il ventaglio di palme si muove appena. Il vento è refolo d'umidità indolente, capace solo di stancare l'aria di Mont Fleuri, alla periferia di Victoria.
È lì che si trova dal 1901 il Jardin Botanique o il National Botanical Garden. Ed è lì che, attraversando la capitale dell'Arcipelago, sono arrivato per scoprirne la storia e la bellezza distesa su cinque acri.
Nato come espressione coloniale, il giardino botanico delle Seychelles doveva servire a coltivare piante utili all’agricoltura e all’economia di inizio Novecento: albero del pane, palma da olio, noci di cocco, caffè, cannella, cacao vaniglia e diverse altre spezie.
Attraverso i decenni, però, la sua funzione cambia: nel 1980 il Jardin Botanique apre il cancello in ferro al pubblico come ha fatto oggi con me per mostrare a tutti la coltura delle specie endemiche. E diventa monumento nazionale.
Da allora nel giardino botanico delle Seychelles, l'agricoltura viene dimenticata e si pensa al turismo: oltre 30 mila persone l'anno camminano sui sentieri d'asfalto che attraversano il verde del National Botanical Garden.
Tutti ammirano le cinque specie di palme rare che crescono solo nell'Arcipelago, diverse altre pianti locali, fiori vividi e bellissimi che ornano di meraviglia il luogo dove si trova il famoso Coco de mer o Coco fesse.
La sua forma particolare, che fa arrossire le signore e fa sorridere i signori, racchiude un seme soltanto. Guardandole appese lassù, dove le foglie delle palme si muovono appena, mi viene da ridere a pensare che una volta si credeva crescessero in fondo al mare.
Un'altra attrattiva del giardino botanico delle Seychelles è la colonia delle tartarughe giganti di Aldabra. Alcune hanno superato i 150 anni. Proseguendo il mio viaggio, arrivo sino a dove ha dimora la grande colonia di pipistrelli della frutta.
Appesi agli alberi a testa in giù, fissano il mio camminare sino alla casa delle orchidee: dentro si trova una collezione di esemplari dai colori bellissimi e vivaci tra cui spiccano proprio quelle native dell'Arcipelago.
Fuori il refolo d'umidità indolente si è fatto vento: gonfia il ventaglio di palme e scurisce il cielo di nubi grige. Mentre esco dal cancello in ferro, nel giardino botanico delle Seychelles piove.
ℹ️ Tourism Seychelles
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La Settimana de il Reporter
Tutti gli articoli della settimana da leggere in un fiato!
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Carnevale di Cadice, Andalusia in estasi
✍️ Andrea Lessona
Di maschera in maschera e di canzone in canzone, migliaia di persone scivolano come un fiume in piena per le vie della città e la riempiono di colori sgargianti, strofe strampalate e tanta allegria. E insieme danno vita al Carnevale di Cadice.
Conosciuto in tutto il mondo, l’evento vive undici giorni di fila per le strade del capoluogo della Andalusia. Il centro spagnolo si riempie di gente che esce per divertirsi e divertire, per cantare e stare bene insieme.
I circoli cittadini, conosciuti come peñas, organizzano feste gastronomiche all’aperto: oltre a servire le prelibatezze tipiche del luogo cantano le coplas - canzoni giocose di humour e arguzia composte sulle notizie dell’anno.
Altro momento caratteristico del carnevale di Cadice è il concorso del Teatro Falla: più di cento gruppi, tra cui quelli delle famose chirigotas (canzoni umoristiche in rima) partecipano a questo spettacolo visivo ricco di ingegno, musica e colore.
Durante l’evento, è obbligatorio vestirsi in maschera. Da soli, in coppia o in gruppo, è importante sfoggiare il proprio costume almeno il primo sabato e durante le due sfilate.
La Sfilata Grande del carnevale di Cadice si svolge la prima domenica, attraversa la strada principale d’accesso alla città e raduna decine di migliaia di persone. La seconda è la Sfilata dello Humour, che passa dal centro storico durante l’ultimo fine settimana.
Le charangas ilegales sono un altro classico: nella piazza delle Flores, si ritrovano famiglie, gruppi di amici o colleghi di lavoro che con il loro repertorio di canzoni fanno a gara per buonumore e allegria con i gruppi musicali “ufficiali”.
Il momento più importante della festa è il Gran Finale: inizia il venerdì e dura fino al mattino dopo. È allora che l’allegria inonda le strade. I gruppi attraversano il centro storico cantando e, la domenica e il lunedì, si esibiscono su piattaforme nel Carosello dei Cori.
ℹ️ Ente Spagnolo del Turismo
✍️ Andrea Lessona
Di maschera in maschera e di canzone in canzone, migliaia di persone scivolano come un fiume in piena per le vie della città e la riempiono di colori sgargianti, strofe strampalate e tanta allegria. E insieme danno vita al Carnevale di Cadice.
Conosciuto in tutto il mondo, l’evento vive undici giorni di fila per le strade del capoluogo della Andalusia. Il centro spagnolo si riempie di gente che esce per divertirsi e divertire, per cantare e stare bene insieme.
I circoli cittadini, conosciuti come peñas, organizzano feste gastronomiche all’aperto: oltre a servire le prelibatezze tipiche del luogo cantano le coplas - canzoni giocose di humour e arguzia composte sulle notizie dell’anno.
Altro momento caratteristico del carnevale di Cadice è il concorso del Teatro Falla: più di cento gruppi, tra cui quelli delle famose chirigotas (canzoni umoristiche in rima) partecipano a questo spettacolo visivo ricco di ingegno, musica e colore.
Durante l’evento, è obbligatorio vestirsi in maschera. Da soli, in coppia o in gruppo, è importante sfoggiare il proprio costume almeno il primo sabato e durante le due sfilate.
La Sfilata Grande del carnevale di Cadice si svolge la prima domenica, attraversa la strada principale d’accesso alla città e raduna decine di migliaia di persone. La seconda è la Sfilata dello Humour, che passa dal centro storico durante l’ultimo fine settimana.
Le charangas ilegales sono un altro classico: nella piazza delle Flores, si ritrovano famiglie, gruppi di amici o colleghi di lavoro che con il loro repertorio di canzoni fanno a gara per buonumore e allegria con i gruppi musicali “ufficiali”.
Il momento più importante della festa è il Gran Finale: inizia il venerdì e dura fino al mattino dopo. È allora che l’allegria inonda le strade. I gruppi attraversano il centro storico cantando e, la domenica e il lunedì, si esibiscono su piattaforme nel Carosello dei Cori.
ℹ️ Ente Spagnolo del Turismo
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Rogaska Slatina, Slovenia termale
✍️ Andrea Lessona
Distesa su tre vallate, lungo i torrenti Ratanski e Irski potok che si gettano nel fiume Ložnica, l’eleganza raffinata del comune di Rogaska Slatina la rende una delle più importanti sede termali della Slovenia orientale.
Da duecento anni è ormai una famosa località turistica nota per il benessere, il relax e la bellezza che, insieme alla gastronomia e allo sport, fanno di questo luogo un centro famoso in tutta Europa.
Ma a caratterizzare storia e fortuna di Rogaska Slatina è soprattutto l’acqua minerale: la Donat Mg. Unica nel suo genere, ha poteri curativi noti sin dall’antichità quando questo luogo era già conosciuto sia dai Celti sia dai Romani.
Peter Zrinjski, nobile conte e uno dei feudatari più potenti del periodo in Europa, curò il suo fegato malato bevendo quella che ora è la Donat Mg. Era il 1665 e da allora la fama di Rogaska Slatina crebbe sino ad arrivare alla corte degli Asburgo.
Per tutto l'800, il centro divenne meta delle loro vacanze e delle loro cure. Il luogo si ingrandì, palazzi eleganti vennero innalzati, giardini favolosi composti, la vita sociale animata da nobili e artisti di spicco tra cui il famoso compositore ungherese Franz Liszt.
E ancora oggi è così. Grazie alle sue acque, Rogaska Slatina è un luogo termale europeo molto amato, specializzato nelle cure delle malattie croniche gastrointestinali, metaboliche (diabete, colesterolo, obesità), manageriali e psicosomatiche.
Il potere curativo dell’acqua minerale Donat Mg sta alla base delle maggiori procedure terapeutiche del centro medico Zdravilišče Rogaška- la sua fama riconosciuta è frutto di una lunga e proficua tradizione.
Finite le cure giornaliere, Rogaska Slatina offre ai suoi ospiti un ambiente elegante e raffinato – eredità viva dell’impero Asburgico i cui tratti sono riconoscibili ovunque mentre si cammina il centro.
ℹ️ Ente Sloveno per il Turismo
✍️ Andrea Lessona
Distesa su tre vallate, lungo i torrenti Ratanski e Irski potok che si gettano nel fiume Ložnica, l’eleganza raffinata del comune di Rogaska Slatina la rende una delle più importanti sede termali della Slovenia orientale.
Da duecento anni è ormai una famosa località turistica nota per il benessere, il relax e la bellezza che, insieme alla gastronomia e allo sport, fanno di questo luogo un centro famoso in tutta Europa.
Ma a caratterizzare storia e fortuna di Rogaska Slatina è soprattutto l’acqua minerale: la Donat Mg. Unica nel suo genere, ha poteri curativi noti sin dall’antichità quando questo luogo era già conosciuto sia dai Celti sia dai Romani.
Peter Zrinjski, nobile conte e uno dei feudatari più potenti del periodo in Europa, curò il suo fegato malato bevendo quella che ora è la Donat Mg. Era il 1665 e da allora la fama di Rogaska Slatina crebbe sino ad arrivare alla corte degli Asburgo.
Per tutto l'800, il centro divenne meta delle loro vacanze e delle loro cure. Il luogo si ingrandì, palazzi eleganti vennero innalzati, giardini favolosi composti, la vita sociale animata da nobili e artisti di spicco tra cui il famoso compositore ungherese Franz Liszt.
E ancora oggi è così. Grazie alle sue acque, Rogaska Slatina è un luogo termale europeo molto amato, specializzato nelle cure delle malattie croniche gastrointestinali, metaboliche (diabete, colesterolo, obesità), manageriali e psicosomatiche.
Il potere curativo dell’acqua minerale Donat Mg sta alla base delle maggiori procedure terapeutiche del centro medico Zdravilišče Rogaška- la sua fama riconosciuta è frutto di una lunga e proficua tradizione.
Finite le cure giornaliere, Rogaska Slatina offre ai suoi ospiti un ambiente elegante e raffinato – eredità viva dell’impero Asburgico i cui tratti sono riconoscibili ovunque mentre si cammina il centro.
ℹ️ Ente Sloveno per il Turismo
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Municipio di Stoccolma, simbolo svedese
📸 ✍️ Andrea Lessona
Dal traghetto che solca il lago Mälaren, guardo il profilo nazional-romantico del municipio di Stoccolma svettare sulla punta dell'isola di Kungsholmen: otto milioni di mattoni rossi che si alzano sui 106 metri della torre e proteggono i suoi saloni immensi.
Realizzata tra il 1911 e 1923 dall'architetto Ragnar Östberg, la struttura ospita il 10 dicembre di ogni anno il banchetto del Premio Nobel. Nel grande Salone Blu c'è anche il più grande organo del Nord Europa: dieci mila canne e 135 registri.
Nella Sala del Consiglio in cui si riunisce l'assemblea comunale di Stoccolma, il soffitto ha un'apertura simulata, simile a una lunga casa vichinga. I mobili preziosi di Carl Malmsten si alternano alla tappezzeria tessuta in Italia di Maja Sjöström.
Dalla Volta dei cento, l'ingresso principale del palazzo, si accede al quartiere delle feste. Su una sporgenza della parete si vede qualche ingranaggio del Gioco di San Giorgio. In estate, alle 12 e alle 18, il marchingegno ruota: e sul balcone di fuori, mentre le campane suonano, appaiono il Santo e la bestia.
Nell'Ovale del municipio di Stoccolma, ogni sabato pomeriggio si celebrano i matrimoni civili. Alle pareti, gli arazzi Tureholm tessuti in Francia verso la fine del 1600. La vicina Galleria del Principe viene usata per i ricevimenti ufficiali della città.
Appena dopo, la Sala delle Tre Corone vanta tre lampadari dorati che eleganti scendono dalla travatura del soffitto e le danno nome. L’ultima sala visitabile è il Salone Dorato.
Nascosto alla vista dalle due porte in rame, pesanti una tonnellata ognuna, custodisce un tesoro inestimabile: un mosaico di 18 milioni di tessere in vetro e oro realizzato da Einar Forseth. La sala è lunga 44 metri e sino al 1973 ospitava il banchetto di gala che segue la consegna dei premi Nobel. Oggi è eco di ricordi.
ℹ️ Visit Sweden
📸 ✍️ Andrea Lessona
Dal traghetto che solca il lago Mälaren, guardo il profilo nazional-romantico del municipio di Stoccolma svettare sulla punta dell'isola di Kungsholmen: otto milioni di mattoni rossi che si alzano sui 106 metri della torre e proteggono i suoi saloni immensi.
Realizzata tra il 1911 e 1923 dall'architetto Ragnar Östberg, la struttura ospita il 10 dicembre di ogni anno il banchetto del Premio Nobel. Nel grande Salone Blu c'è anche il più grande organo del Nord Europa: dieci mila canne e 135 registri.
Nella Sala del Consiglio in cui si riunisce l'assemblea comunale di Stoccolma, il soffitto ha un'apertura simulata, simile a una lunga casa vichinga. I mobili preziosi di Carl Malmsten si alternano alla tappezzeria tessuta in Italia di Maja Sjöström.
Dalla Volta dei cento, l'ingresso principale del palazzo, si accede al quartiere delle feste. Su una sporgenza della parete si vede qualche ingranaggio del Gioco di San Giorgio. In estate, alle 12 e alle 18, il marchingegno ruota: e sul balcone di fuori, mentre le campane suonano, appaiono il Santo e la bestia.
Nell'Ovale del municipio di Stoccolma, ogni sabato pomeriggio si celebrano i matrimoni civili. Alle pareti, gli arazzi Tureholm tessuti in Francia verso la fine del 1600. La vicina Galleria del Principe viene usata per i ricevimenti ufficiali della città.
Appena dopo, la Sala delle Tre Corone vanta tre lampadari dorati che eleganti scendono dalla travatura del soffitto e le danno nome. L’ultima sala visitabile è il Salone Dorato.
Nascosto alla vista dalle due porte in rame, pesanti una tonnellata ognuna, custodisce un tesoro inestimabile: un mosaico di 18 milioni di tessere in vetro e oro realizzato da Einar Forseth. La sala è lunga 44 metri e sino al 1973 ospitava il banchetto di gala che segue la consegna dei premi Nobel. Oggi è eco di ricordi.
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Toh-shiya, gara con l'arco in Giappone
✍️ Andrea Lessona
Righe di giovani donne in kimono tendono la corda, e dopo un attimo infinito scoccano: le frecce attraversano i sessanta metri del tempio buddista di Sanjusangen-do a Kyoto, e colpiscono il bersaglio. È il momento più emozionante del Toh-shiya, la gara con l'arco in Giappone.
A questa cerimonia, che si tiene la domenica più vicina al 15 gennaio, partecipano tiratori di livello avanzato e giovani ventenni provenienti da tutta la Nazione. Infatti, nel paese del Sol Levante, si diventa maggiorenni a vent'anni.
Il Toh-shiya sembra risalire al XII secolo. Si racconta che in passato i maestri arcieri riuscivano a colpire i loro obiettivi attraverso lo spazio di 120 metri. Esattamente tra le estremità nord e sud del tempio di Sanjusangen-do - la struttura in legno più lunga al mondo.
Nel periodo Edo (1603-1868), durante una sfida di 24 ore iniziata alle sei di sera e terminata il giorno successivo alla stessa ora, è stato ottenuto il record della gara con l'arco in Giappone. Record tutt'ora imbattuto.
Era il 1688 quando Wasa Daihachiro ha tirato 8.132 frecce, riuscendo a raggiungere il bersaglio con una percentuale del 62 per cento. Sui pilastri del tempio di Sanjusangen-do, si trovano ancora oggi tracce delle frecce scagliate dai Samurai che hanno fallito l'obiettivo.
Obbiettivo che nella modernità misura un metro di diametro ed è posto a sessanta metri dalla linea di tiro. Lì, allineate, si trovano le giovani tiratrice vestite dei loro kimono sgargianti.
Nella sala principale del tempio di Sanjusangen-do, cui si può accedere liberamente il giorno della gara con l'arco in Giappone, un monaco buddista pregherà per la salute dei visitatori.
Con un ramo di salice verrà spruzzata acqua purificata sulle persone intervenute. Cui seguiranno sette giorni consecutivi di preghiera dei religiosi affinché il nuovo anno regali una buona condizione fisica.
ℹ️ JNTO
✍️ Andrea Lessona
Righe di giovani donne in kimono tendono la corda, e dopo un attimo infinito scoccano: le frecce attraversano i sessanta metri del tempio buddista di Sanjusangen-do a Kyoto, e colpiscono il bersaglio. È il momento più emozionante del Toh-shiya, la gara con l'arco in Giappone.
A questa cerimonia, che si tiene la domenica più vicina al 15 gennaio, partecipano tiratori di livello avanzato e giovani ventenni provenienti da tutta la Nazione. Infatti, nel paese del Sol Levante, si diventa maggiorenni a vent'anni.
Il Toh-shiya sembra risalire al XII secolo. Si racconta che in passato i maestri arcieri riuscivano a colpire i loro obiettivi attraverso lo spazio di 120 metri. Esattamente tra le estremità nord e sud del tempio di Sanjusangen-do - la struttura in legno più lunga al mondo.
Nel periodo Edo (1603-1868), durante una sfida di 24 ore iniziata alle sei di sera e terminata il giorno successivo alla stessa ora, è stato ottenuto il record della gara con l'arco in Giappone. Record tutt'ora imbattuto.
Era il 1688 quando Wasa Daihachiro ha tirato 8.132 frecce, riuscendo a raggiungere il bersaglio con una percentuale del 62 per cento. Sui pilastri del tempio di Sanjusangen-do, si trovano ancora oggi tracce delle frecce scagliate dai Samurai che hanno fallito l'obiettivo.
Obbiettivo che nella modernità misura un metro di diametro ed è posto a sessanta metri dalla linea di tiro. Lì, allineate, si trovano le giovani tiratrice vestite dei loro kimono sgargianti.
Nella sala principale del tempio di Sanjusangen-do, cui si può accedere liberamente il giorno della gara con l'arco in Giappone, un monaco buddista pregherà per la salute dei visitatori.
Con un ramo di salice verrà spruzzata acqua purificata sulle persone intervenute. Cui seguiranno sette giorni consecutivi di preghiera dei religiosi affinché il nuovo anno regali una buona condizione fisica.
ℹ️ JNTO
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Duomo di Colonia, gotico Germania
✍️ Andrea Lessona
Le torri cuspidate del duomo di Colonia entrano nel cielo, e si perdono tra le nubi: 157 metri d'imponenza gotica che caratterizzano l'orizzonte del capoluogo storico culturale della Renania.
Quella che ho davanti è la seconda chiesa più alta della Germania, dopo Ulma, e la terza al mondo. Fatta costruire a pianta di croce latina nel 1248 dall'arcivescovo Konrad von Hochstaden, fu inaugurata solo 632 anni dopo, nel 1880, dall'imperatore Guglielmo I.
Colpita 14 volte da incursioni aeree durante la Seconda Guerra Mondiale, la basilica rimase in piedi. E quarant’anni dopo la ristrutturazione, finita nel 1956, fu inserita tra i Patrimoni Unesco.
Secondo le intenzioni, il duomo di Colonia doveva ospitare le reliquie dei Re Magi. Fu l'imperatore Federico Barbarossa a trafugarle dalla Basilica di Sant'Eustorgio a Milano e a portarle qui.
La cassa reliquiaria è uno dei più bei esempi di arte mosana e il tesoro più prezioso della chiesa dei Santi Pietro e Maria. Si trova dietro l'altare principale ed è fatta in legno e argento, pesa trecento chili, è alta più di un metro e mezzo e lunga più di due. È il sarcofago più grande d'Europa.
Altro oggetto prezioso, è l'organo a canne a trasmissione elettrica che si trova nella navata destra del braccio settentrionale del transetto. Fu costruito nel 1948 dalla ditta Johannes Klais Orgelbau che lo ampliò nel 1956.
La stessa ditta ha realizzato nel 1998 anche l'altro organo a canne della chiesa dei Santi Pietro e Maria. Ma la musica che per secoli ha contraddistinto il duomo di Colonia viene delle sue 12 campane: la prima fu quella dei tre re – la Dreikönigenglocke. Dal peso di 3,4 tonnellate, venne fusa nel 1418 e poi installata nel 1437, per essere di nuovo fusa nel 1880.
La campana di San Pietro pesa invece 24 tonnellate ed è la più grande del mondo fra quelle che possono ruotare completamente. Tutte loro, lassù tra le nubi della Renania, scandiscono con il loro suono il tempo dell'Eterno.
✍️ Andrea Lessona
Le torri cuspidate del duomo di Colonia entrano nel cielo, e si perdono tra le nubi: 157 metri d'imponenza gotica che caratterizzano l'orizzonte del capoluogo storico culturale della Renania.
Quella che ho davanti è la seconda chiesa più alta della Germania, dopo Ulma, e la terza al mondo. Fatta costruire a pianta di croce latina nel 1248 dall'arcivescovo Konrad von Hochstaden, fu inaugurata solo 632 anni dopo, nel 1880, dall'imperatore Guglielmo I.
Colpita 14 volte da incursioni aeree durante la Seconda Guerra Mondiale, la basilica rimase in piedi. E quarant’anni dopo la ristrutturazione, finita nel 1956, fu inserita tra i Patrimoni Unesco.
Secondo le intenzioni, il duomo di Colonia doveva ospitare le reliquie dei Re Magi. Fu l'imperatore Federico Barbarossa a trafugarle dalla Basilica di Sant'Eustorgio a Milano e a portarle qui.
La cassa reliquiaria è uno dei più bei esempi di arte mosana e il tesoro più prezioso della chiesa dei Santi Pietro e Maria. Si trova dietro l'altare principale ed è fatta in legno e argento, pesa trecento chili, è alta più di un metro e mezzo e lunga più di due. È il sarcofago più grande d'Europa.
Altro oggetto prezioso, è l'organo a canne a trasmissione elettrica che si trova nella navata destra del braccio settentrionale del transetto. Fu costruito nel 1948 dalla ditta Johannes Klais Orgelbau che lo ampliò nel 1956.
La stessa ditta ha realizzato nel 1998 anche l'altro organo a canne della chiesa dei Santi Pietro e Maria. Ma la musica che per secoli ha contraddistinto il duomo di Colonia viene delle sue 12 campane: la prima fu quella dei tre re – la Dreikönigenglocke. Dal peso di 3,4 tonnellate, venne fusa nel 1418 e poi installata nel 1437, per essere di nuovo fusa nel 1880.
La campana di San Pietro pesa invece 24 tonnellate ed è la più grande del mondo fra quelle che possono ruotare completamente. Tutte loro, lassù tra le nubi della Renania, scandiscono con il loro suono il tempo dell'Eterno.
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