Stazione di Liegi, la cattedrale di luce
foto e testo di Andrea Lessona
Come in una cattedrale di luce espansa, la volta di vetro e acciaio si tende sul cemento bianco e disegna la stazione di Liegi. Progettata dall'architetto catalano Santiago Calatrava, la struttura ferroviaria è una delle più importanti del Belgio e la più grande d'Europa.
Dalle scale mobili che conducono ai binari, guardo i treni ad alta velocità arrivare da Bruxelles e frenare dolci: depositano sulle pensiline i passeggeri che ogni giorno usano i mezzi puntuali.
Passati i pendolari e la loro fretta composta, cammino lungo i marciapiedi: da qui la stazione di Liegi sembra ancora più immensa. Quest'opera imponente dalle trasparenze caleidoscopiche è stata inaugurata nel 2009.
Santiago Calatrava l'ha pensata e fatta realizzare, dopo dieci anni di lavoro, come una piazza aperta, senza facciata e dall’accesso libero, sotto la sua imponente visiera che le dà forma e luce sin nelle viscere.
Con i suoi 200 metri di lunghezza, 73 di larghezza e 40 metri d’altezza, Liège-Guillemins è la stazione ferroviaria più grande d’Europa. Nel suo ventre illuminato, accoglie i treni Thalys ed Eurostar, oltre ai convogli tradizionali, facendone un nodo strategico per le comunicazioni nel Nord Europa.
Questa struttura, oltre all'importanza viaria, è diventata da subito un'attrattiva. Chi arriva qui non può fare a meno di visitare la stazione di Liegi, faro ammaliatore che attira a sé non solo migliaia di passeggeri ma anche migliaia di turisti incantati dalla sua meraviglia.
È successo anche a me: rapito dalle sue travi d’acciaio celeste con la portata più importante al mondo, sobria eleganza e poesia d’Art Nouveau. Un desiderata espresso da Calatrava in una delle sue dichiarazioni a commento della stazione di Liegi.
“Non si costruiscono più cattedrali da molto tempo, ma uno dei compiti dell’architetto è di fare sognare la gente”.
ℹ️ Ufficio Belga per il Turismo Vallonia
foto e testo di Andrea Lessona
Come in una cattedrale di luce espansa, la volta di vetro e acciaio si tende sul cemento bianco e disegna la stazione di Liegi. Progettata dall'architetto catalano Santiago Calatrava, la struttura ferroviaria è una delle più importanti del Belgio e la più grande d'Europa.
Dalle scale mobili che conducono ai binari, guardo i treni ad alta velocità arrivare da Bruxelles e frenare dolci: depositano sulle pensiline i passeggeri che ogni giorno usano i mezzi puntuali.
Passati i pendolari e la loro fretta composta, cammino lungo i marciapiedi: da qui la stazione di Liegi sembra ancora più immensa. Quest'opera imponente dalle trasparenze caleidoscopiche è stata inaugurata nel 2009.
Santiago Calatrava l'ha pensata e fatta realizzare, dopo dieci anni di lavoro, come una piazza aperta, senza facciata e dall’accesso libero, sotto la sua imponente visiera che le dà forma e luce sin nelle viscere.
Con i suoi 200 metri di lunghezza, 73 di larghezza e 40 metri d’altezza, Liège-Guillemins è la stazione ferroviaria più grande d’Europa. Nel suo ventre illuminato, accoglie i treni Thalys ed Eurostar, oltre ai convogli tradizionali, facendone un nodo strategico per le comunicazioni nel Nord Europa.
Questa struttura, oltre all'importanza viaria, è diventata da subito un'attrattiva. Chi arriva qui non può fare a meno di visitare la stazione di Liegi, faro ammaliatore che attira a sé non solo migliaia di passeggeri ma anche migliaia di turisti incantati dalla sua meraviglia.
È successo anche a me: rapito dalle sue travi d’acciaio celeste con la portata più importante al mondo, sobria eleganza e poesia d’Art Nouveau. Un desiderata espresso da Calatrava in una delle sue dichiarazioni a commento della stazione di Liegi.
“Non si costruiscono più cattedrali da molto tempo, ma uno dei compiti dell’architetto è di fare sognare la gente”.
ℹ️ Ufficio Belga per il Turismo Vallonia
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Scarpe sulla riva del Danubio, memoriale dell’Olocausto
di Andrea Lessona
Le Scarpe sulla riva sul Danubio camminano immobili lungo il grande fiume: sessanta paia di calzature in bronzo, distese su quaranta metri in ferro della banchina dalla parte di Pest. Arrugginite e logorate sembrano lì da sempre, lasciate per forza da chi non c'è più a memoria dell’Olocausto.
E invece sono state tutte create nel 2005 dal regista ungherese Can Togay e dall'amico scultore Gyula Pauer. Realizzate non lontano dal ponte delle catene e dal Parlamento, le Scarpe sulle rive del Danubio sono un'opera artistica a memoria del massacro di cittadini ebrei compiuto dal partito delle Croci Frecciate durante il secondo conflitto mondiale.
Anch'essi ungheresi, questi miliziani collaborarono con i nazisti per la deportazione e lo sterminio di migliaia di loro concittadini di fede ebraica. Nell'ultimo periodo della guerra, tra il '44 e il '45, decisero di uccederli già a Budapest. Imprigionati nelle loro stesse case, gli ebrei vennero poi trascinati a forza lungo il fiume.
Costretti a lasciare le scarpe sulle rive del Danubio, venivano legati a gruppi di tre: la persona al centro, freddata con un colpo di pistola, trascinava con sé gli altri due in acqua. La ferocia delle Croci Frecciate non risparmiava nessuno: uomini, donne, anziani e bambini dovevano morire. E morivano a frotte per mano di persone della stessa nazionalità.
La motivazione dell'opera di Can Togay e Gyula Pauer, svelata al pubblico il 16 aprile 2005, è racchiusa in poche parole in tre differenti punti lungo i quaranta metri dove si trovano le Scarpe sulle rive del Danubio.
Le placche incise in ungherese, inglese ed ebraico riportano una breve frase: "Alla memoria delle vittime sparate nel Danubio dai miliziani del partito delle Croci Frecciate nel 1944-45”.
Su una delle calzature della scultura, qualcuno ha lasciato un fiore rosso: pochi petali soltanto umidi di nebbia fredda e un pensiero per non dimenticare.
di Andrea Lessona
Le Scarpe sulla riva sul Danubio camminano immobili lungo il grande fiume: sessanta paia di calzature in bronzo, distese su quaranta metri in ferro della banchina dalla parte di Pest. Arrugginite e logorate sembrano lì da sempre, lasciate per forza da chi non c'è più a memoria dell’Olocausto.
E invece sono state tutte create nel 2005 dal regista ungherese Can Togay e dall'amico scultore Gyula Pauer. Realizzate non lontano dal ponte delle catene e dal Parlamento, le Scarpe sulle rive del Danubio sono un'opera artistica a memoria del massacro di cittadini ebrei compiuto dal partito delle Croci Frecciate durante il secondo conflitto mondiale.
Anch'essi ungheresi, questi miliziani collaborarono con i nazisti per la deportazione e lo sterminio di migliaia di loro concittadini di fede ebraica. Nell'ultimo periodo della guerra, tra il '44 e il '45, decisero di uccederli già a Budapest. Imprigionati nelle loro stesse case, gli ebrei vennero poi trascinati a forza lungo il fiume.
Costretti a lasciare le scarpe sulle rive del Danubio, venivano legati a gruppi di tre: la persona al centro, freddata con un colpo di pistola, trascinava con sé gli altri due in acqua. La ferocia delle Croci Frecciate non risparmiava nessuno: uomini, donne, anziani e bambini dovevano morire. E morivano a frotte per mano di persone della stessa nazionalità.
La motivazione dell'opera di Can Togay e Gyula Pauer, svelata al pubblico il 16 aprile 2005, è racchiusa in poche parole in tre differenti punti lungo i quaranta metri dove si trovano le Scarpe sulle rive del Danubio.
Le placche incise in ungherese, inglese ed ebraico riportano una breve frase: "Alla memoria delle vittime sparate nel Danubio dai miliziani del partito delle Croci Frecciate nel 1944-45”.
Su una delle calzature della scultura, qualcuno ha lasciato un fiore rosso: pochi petali soltanto umidi di nebbia fredda e un pensiero per non dimenticare.
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La Settimana de il Reporter
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Safari delle balene in Norvegia
foto e testo di Andrea Lessona
Nell'orizzonte basso dell'oceano Artico, guardo la megattera inarcare la schiena e alzare la coda: ventaglio vivo che scuote aria e mare e fa fremere i passeggeri della Reine, tutti stretti a prua per vivere l'emozione più grande del safari delle balene in Norvegia.
È lì, al largo delle isole Vesteralen, che questi animali maestosi nuotano. Ed è lì, dopo essersi staccata dal molo di Andenes che la nave costruita nel 1947 si è diretta. I suoi 28,6 metri di lunghezza per 6,8 di larghezza possono portare sino a 80 persone.
Il vecchio battello per la caccia alla foca è stato convertito a missione più nobile: quella di mostrare alle persone la bellezza dei cetacei. Il tutto grazie alla Whalesafari che organizza un safari delle balene in Norvegia davvero speciale.
Il viaggio comincia nel piccolo museo di Andoy, realizzato nel centro della compagnia nata l'8 giugno del 1989 con il municipio locale e la regione Nordland: lì, accompagnati da guide esperte, si familiarizza con l'oceano e i suoi abitanti enormi.
Nelle varie stanze si vedono i resti e le immagini del capodoglio, della balenottera minore, dell'orca, del globicefalo, della focena e della megattera: preludio concentrato di quel che sarà poi il safari delle balene in Norvegia.
Grazie ai due idrofoni di cui è dotata l'imbarcazione, l'avvistamento dei cetacei è dato per certo. Ne è così sicuro l’armatore della Reine che, nel caso non accadesse, è pronto a risarcire il prezzo del biglietto.
«In cinque anni di lavoro, è successo solo un paio di volte - mi ha detto un membro dell’equipaggio -. Tranquillo, qualcosa vediamo». Parole profetiche, le sue. Dopo pochi minuti, il marinaio sul pennone ha urlato: «Laggiù!».
Il capitano ha accelerato, spingendo l'imbarcazione quasi al limite massimo di nove nodi per arrivare più vicino alla megattera. E adesso è lì davanti a me che inarca la schiena, alza la coda e soffia forte nell'orizzonte basso dell'oceano Artico.
ℹ️ Visit Norway
foto e testo di Andrea Lessona
Nell'orizzonte basso dell'oceano Artico, guardo la megattera inarcare la schiena e alzare la coda: ventaglio vivo che scuote aria e mare e fa fremere i passeggeri della Reine, tutti stretti a prua per vivere l'emozione più grande del safari delle balene in Norvegia.
È lì, al largo delle isole Vesteralen, che questi animali maestosi nuotano. Ed è lì, dopo essersi staccata dal molo di Andenes che la nave costruita nel 1947 si è diretta. I suoi 28,6 metri di lunghezza per 6,8 di larghezza possono portare sino a 80 persone.
Il vecchio battello per la caccia alla foca è stato convertito a missione più nobile: quella di mostrare alle persone la bellezza dei cetacei. Il tutto grazie alla Whalesafari che organizza un safari delle balene in Norvegia davvero speciale.
Il viaggio comincia nel piccolo museo di Andoy, realizzato nel centro della compagnia nata l'8 giugno del 1989 con il municipio locale e la regione Nordland: lì, accompagnati da guide esperte, si familiarizza con l'oceano e i suoi abitanti enormi.
Nelle varie stanze si vedono i resti e le immagini del capodoglio, della balenottera minore, dell'orca, del globicefalo, della focena e della megattera: preludio concentrato di quel che sarà poi il safari delle balene in Norvegia.
Grazie ai due idrofoni di cui è dotata l'imbarcazione, l'avvistamento dei cetacei è dato per certo. Ne è così sicuro l’armatore della Reine che, nel caso non accadesse, è pronto a risarcire il prezzo del biglietto.
«In cinque anni di lavoro, è successo solo un paio di volte - mi ha detto un membro dell’equipaggio -. Tranquillo, qualcosa vediamo». Parole profetiche, le sue. Dopo pochi minuti, il marinaio sul pennone ha urlato: «Laggiù!».
Il capitano ha accelerato, spingendo l'imbarcazione quasi al limite massimo di nove nodi per arrivare più vicino alla megattera. E adesso è lì davanti a me che inarca la schiena, alza la coda e soffia forte nell'orizzonte basso dell'oceano Artico.
ℹ️ Visit Norway
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Le Porte colorate di Dublino
✍️ Andrea Lessona
Nella pioggia che le bagna di traverso, le porte colorate di Dublino brillano di più. Infinite gocce di cielo ne solcano il legno secolare sino a scendere i gradini che ogni giorno la gente sale per aprire questo simbolo della capitale dell’Irlanda.
Le incontro ovunque, sparse per la città: belle ed eleganti, dai colori vividi, attraggono attenzione e invidia. Alcune di loro vantano lunette a ventaglio, raschietti in ferro battuto ed elaborati battenti.
Ninnoli preziosi che ne aumentano il valore, e raccontano la storia delle porte colorate di Dublino. Una storia iniziata col forte sviluppo delle capitale irlandese nel periodo georgiano quando da centro provinciale diventa la seconda città dell'Impero britannico.
Negli anni che vanno dal 1720 e il 1840, ricchi benestanti cominciano a costruire eleganti palazzi, prima a nord e poi a sud del fiume Liffey. Mentre gli interni degli edifici sono sfarzosi e diversi, gli esterni risultano tutti uguali.
Leggenda vuole che i primi a cambiare queste monotona monocromia siano stati due litigiosi scrittori. All'inizio del Novecento, tali (e qui noti) George Moore e Oliver St John Gogarty vivevano in due palazzi adiacenti su Ely Place, vicino a Merrion Square, a sud della città.
Sembra che Moore - stanco di essere svegliato di notte dal vicino - abbia fatto verniciare la propria porta di un verde vivido per evitare che Gogarty continuasse a scambiarla per la sua.
Ubriaco fradicio, dopo ore passate a scolare Guinness ai pub, non era in grado di distinguere gli ingressi. Accortosi dell'accaduto durante un infausto momento di sobrietà, Gogarty decise di fare lo stesso: e dipinse il suo ingresso di rosso.
Se la storia sia vera o no, qui poco importa. Un po' alla volta le abitazioni georgiane hanno iniziato a vantare ingressi variegati. E ancora oggi le porte colorate di Dublino sono una prerogativa della città che la pioggia bagna di traverso, facendole brillare.
ℹ️ Turismo Irlandese
✍️ Andrea Lessona
Nella pioggia che le bagna di traverso, le porte colorate di Dublino brillano di più. Infinite gocce di cielo ne solcano il legno secolare sino a scendere i gradini che ogni giorno la gente sale per aprire questo simbolo della capitale dell’Irlanda.
Le incontro ovunque, sparse per la città: belle ed eleganti, dai colori vividi, attraggono attenzione e invidia. Alcune di loro vantano lunette a ventaglio, raschietti in ferro battuto ed elaborati battenti.
Ninnoli preziosi che ne aumentano il valore, e raccontano la storia delle porte colorate di Dublino. Una storia iniziata col forte sviluppo delle capitale irlandese nel periodo georgiano quando da centro provinciale diventa la seconda città dell'Impero britannico.
Negli anni che vanno dal 1720 e il 1840, ricchi benestanti cominciano a costruire eleganti palazzi, prima a nord e poi a sud del fiume Liffey. Mentre gli interni degli edifici sono sfarzosi e diversi, gli esterni risultano tutti uguali.
Leggenda vuole che i primi a cambiare queste monotona monocromia siano stati due litigiosi scrittori. All'inizio del Novecento, tali (e qui noti) George Moore e Oliver St John Gogarty vivevano in due palazzi adiacenti su Ely Place, vicino a Merrion Square, a sud della città.
Sembra che Moore - stanco di essere svegliato di notte dal vicino - abbia fatto verniciare la propria porta di un verde vivido per evitare che Gogarty continuasse a scambiarla per la sua.
Ubriaco fradicio, dopo ore passate a scolare Guinness ai pub, non era in grado di distinguere gli ingressi. Accortosi dell'accaduto durante un infausto momento di sobrietà, Gogarty decise di fare lo stesso: e dipinse il suo ingresso di rosso.
Se la storia sia vera o no, qui poco importa. Un po' alla volta le abitazioni georgiane hanno iniziato a vantare ingressi variegati. E ancora oggi le porte colorate di Dublino sono una prerogativa della città che la pioggia bagna di traverso, facendole brillare.
ℹ️ Turismo Irlandese
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Nostalgická Linka C. 91, il tram nostalgico di Praga
di Andrea Lessona
Legato al cielo da vene elettriche, scivola a terra su arterie d'acciaio. In piedi, nel ventre ligneo del Nostalgická Linka C. 91, guardo la capitale ceca e la sua storia sfilare via dal finestrino del Tram Nostalgico di Praga.
Dopo essere salito a bordo alla periferia di Vozovna Strešovice, il mezzo dalla livrea bianca e rossa è partito con uno scampanellio verso il centro della città. Mentre il conducente guidava lento, una fisarmonica ha iniziato a suonare roca per i viaggiatori seduti su due file.
Vestito della sua divisa grigia, il cabin stewart del Tram Nostalgico di Praga ha riempito loro calici di champagne: sorridendo, i passeggeri hanno brindato a un viaggio a ritroso nel tempo. Un tempo che qui, in questa carrozza dagli interni originali, sembra essersi fermato alla Belle Époque.
Dal finestrino del Nostalgická Linka C. 91, ho iniziato a guardare la capitale ceca sfilare via. E ora vedo il verde dei grandi viali alberati, Piazza Venceslao, l'edificio della più antica birreria della città, U Fleku, il superbo Teatro Nazionale, il cielo basso sul fiume Moldava, attraversato dal ponte da cui si intuisce la maestà del Castello e che porta a Malà Strana.
Un nuovo scampanellio e il Tram nostalgico di Praga prosegue verso il Monumento alle vittime del regime sovietico, passa davanti alla chiesa di Santa Maria Vittoriosa, dove c'è la statua dalle virtù benefiche del Bambin Gesù, e arriva a piazza Malostranske. La fisarmonica è muta, lo champagne nei calici finito, la corsa dentro un altro tempo anche.
Dal Nostalgická Linka C. 91, esco nell'ombra del tardo pomeriggio, resa ancora più scura dall'imponenza barocca della chiesa di San Nicola. Sono arrivato nel centro della città, a pochi passi e a pochi battiti dal suo cuore eterno.
ℹ️ Visit Czech Republic
di Andrea Lessona
Legato al cielo da vene elettriche, scivola a terra su arterie d'acciaio. In piedi, nel ventre ligneo del Nostalgická Linka C. 91, guardo la capitale ceca e la sua storia sfilare via dal finestrino del Tram Nostalgico di Praga.
Dopo essere salito a bordo alla periferia di Vozovna Strešovice, il mezzo dalla livrea bianca e rossa è partito con uno scampanellio verso il centro della città. Mentre il conducente guidava lento, una fisarmonica ha iniziato a suonare roca per i viaggiatori seduti su due file.
Vestito della sua divisa grigia, il cabin stewart del Tram Nostalgico di Praga ha riempito loro calici di champagne: sorridendo, i passeggeri hanno brindato a un viaggio a ritroso nel tempo. Un tempo che qui, in questa carrozza dagli interni originali, sembra essersi fermato alla Belle Époque.
Dal finestrino del Nostalgická Linka C. 91, ho iniziato a guardare la capitale ceca sfilare via. E ora vedo il verde dei grandi viali alberati, Piazza Venceslao, l'edificio della più antica birreria della città, U Fleku, il superbo Teatro Nazionale, il cielo basso sul fiume Moldava, attraversato dal ponte da cui si intuisce la maestà del Castello e che porta a Malà Strana.
Un nuovo scampanellio e il Tram nostalgico di Praga prosegue verso il Monumento alle vittime del regime sovietico, passa davanti alla chiesa di Santa Maria Vittoriosa, dove c'è la statua dalle virtù benefiche del Bambin Gesù, e arriva a piazza Malostranske. La fisarmonica è muta, lo champagne nei calici finito, la corsa dentro un altro tempo anche.
Dal Nostalgická Linka C. 91, esco nell'ombra del tardo pomeriggio, resa ancora più scura dall'imponenza barocca della chiesa di San Nicola. Sono arrivato nel centro della città, a pochi passi e a pochi battiti dal suo cuore eterno.
ℹ️ Visit Czech Republic
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