Torre di James Joyce, il museo di Sandycove
📸 ✍️ Andrea Lessona
Dalla sommità della torre di James Joyce, guardo il cielo di Sandycove digradare nel mare d'Irlanda: un'opaca foschia grigia di nubi e onde che la pioggia strimpella intermittente.
Quassù, dove il vento soffia forte, lo scrittore irlandese ambientò l'inizio dell'Ulisse: il libro capolavoro che racconta in un sol giorno la storia di Stephen Dedalus. Che è poi la sua storia.
Quella della torre di James Joyce, invece, inizia un secolo prima: era il 1804 quando la struttura venne costruita in questo piccolo villaggio a nove chilometri da Dublino, per difendere, insieme a molte altre, l'isola da una eventuale invasione napoleonica.
Quassù dove un tempo c'era un cannone alloggiato su una rotaia ancora visibile, oggi resta un pennone su cui garrisce la bandiera irlandese. Da un piccolo passaggio, strette scale a chiocciola scendono nella sala circolare, il cuore dell’edificio.
È qui che nell'agosto del 1904 lo scrittore visse per sei giorni invitato da Oliver St John Gocarty, il poeta e studente di medicina primo affittuario civile dopo che nel 1897 la torre di James Joyce era stata abbandonata dai militari.
Nella stanza dove, in compagnia di Samuel Chenevix Trench - amico di Gocarty - facevano colazione, ci sono ancora il tavolo e le sedie, la statua di una pantera nera apparsa in sogno a Trench e il camino dove sia lui sia Gocarty spararono pensando di colpirla.
Spaventato a morte, lo scrittore scappò il mattino dopo dall'edificio. E non vi fece più ritorno. Eppure tanto bastò perché la struttura, riaperta nel 1962 da Sylvia Beach, l'editrice dell'Ulisse, diventasse la torre di James Joyce – un museo che ne conserva cimili e gesta.
La maggior parte si trova all'entrata, nella sala espositiva: c'è il busto dell'autore realizzato da Milton Hebald. Alle pareti bianche spesse due metri e mezzo, le sue fotografie insieme alla famiglia e agli amici. Nelle teche, molte delle opere dello scrittore.
Nella torre di James Joyce si trova infatti, l'originale dell'Ulisse pubblicato da Shakespeare and Company nel 1922, l'edizione di lusso illustrata da Matisse e anche una pagina del manoscritto originale di Finnegans Wake.
Appena dopo, il magazzino delle polveri conserva il gilet da caccia di Joyce ricamato da sua nonna, la chitarra e una cravatta che l'autore regalato a un altro grande d'Irlanda: Samuel Beckett.
Tra i diversi oggetti, spiccano le due maschere funebri in gesso del suo volto realizzate dallo scultore Paul Speck, e la loro coppia in bronzo. A fianco, una moderna macchina scalda il tè e il freddo del torre di James Joyce per pochi centesimi di euro.
ℹ️ Turismo Irlandese
📸 ✍️ Andrea Lessona
Dalla sommità della torre di James Joyce, guardo il cielo di Sandycove digradare nel mare d'Irlanda: un'opaca foschia grigia di nubi e onde che la pioggia strimpella intermittente.
Quassù, dove il vento soffia forte, lo scrittore irlandese ambientò l'inizio dell'Ulisse: il libro capolavoro che racconta in un sol giorno la storia di Stephen Dedalus. Che è poi la sua storia.
Quella della torre di James Joyce, invece, inizia un secolo prima: era il 1804 quando la struttura venne costruita in questo piccolo villaggio a nove chilometri da Dublino, per difendere, insieme a molte altre, l'isola da una eventuale invasione napoleonica.
Quassù dove un tempo c'era un cannone alloggiato su una rotaia ancora visibile, oggi resta un pennone su cui garrisce la bandiera irlandese. Da un piccolo passaggio, strette scale a chiocciola scendono nella sala circolare, il cuore dell’edificio.
È qui che nell'agosto del 1904 lo scrittore visse per sei giorni invitato da Oliver St John Gocarty, il poeta e studente di medicina primo affittuario civile dopo che nel 1897 la torre di James Joyce era stata abbandonata dai militari.
Nella stanza dove, in compagnia di Samuel Chenevix Trench - amico di Gocarty - facevano colazione, ci sono ancora il tavolo e le sedie, la statua di una pantera nera apparsa in sogno a Trench e il camino dove sia lui sia Gocarty spararono pensando di colpirla.
Spaventato a morte, lo scrittore scappò il mattino dopo dall'edificio. E non vi fece più ritorno. Eppure tanto bastò perché la struttura, riaperta nel 1962 da Sylvia Beach, l'editrice dell'Ulisse, diventasse la torre di James Joyce – un museo che ne conserva cimili e gesta.
La maggior parte si trova all'entrata, nella sala espositiva: c'è il busto dell'autore realizzato da Milton Hebald. Alle pareti bianche spesse due metri e mezzo, le sue fotografie insieme alla famiglia e agli amici. Nelle teche, molte delle opere dello scrittore.
Nella torre di James Joyce si trova infatti, l'originale dell'Ulisse pubblicato da Shakespeare and Company nel 1922, l'edizione di lusso illustrata da Matisse e anche una pagina del manoscritto originale di Finnegans Wake.
Appena dopo, il magazzino delle polveri conserva il gilet da caccia di Joyce ricamato da sua nonna, la chitarra e una cravatta che l'autore regalato a un altro grande d'Irlanda: Samuel Beckett.
Tra i diversi oggetti, spiccano le due maschere funebri in gesso del suo volto realizzate dallo scultore Paul Speck, e la loro coppia in bronzo. A fianco, una moderna macchina scalda il tè e il freddo del torre di James Joyce per pochi centesimi di euro.
ℹ️ Turismo Irlandese
❤4👍4🔥2👏2🤩2🥰1👌1
Il cimitero degli aerei dell'Arizona
✍️ Andrea Lessona
La destinazione ultima è la terra arida dell'Arizona, riposo mortale nel caldo opprimente che piega e piaga ali e lamiere. È qui, alla periferia di Tucson, che migliaia di apparecchi giacciono nel cimitero degli aerei, riverbero d'acciaio di un ultimo volo negato.
Sono oltre quattro mila e duecento gli esemplari così diversi nella foggia e così simili nel destino a essere stati portati in questa landa desolata in oltre sessant'anni. Disposti su una zona vasta quanto 1300 campi di calcio formano figure geometriche di ogni tipo e dimensione.
È il fato decretato per questi esemplari che furono gloria dell'aviazione civile e militare statunitense. E che proprio perché tali non possono essere lasciati intonsi nel loro valore tecnologico, facile preda di chi vorrebbe clonarli.
Le parti di maggior valore vengono tolte e dopo avere eliminato anche olio, carburante, liquido refrigerante e altre sostanze ancora sono sigillati con materiali protettivi e stoccati in attesa di diventare pezzi di usato sicuro.
Così bombardieri, F15, F14-Tomcat, gli enormi C5A Galaxy, elicotteri, jet e persino prototipi mai entrati in servizio sono qui, in questo luogo inclemente che gli americani chiamano “Aircraft boneyard”, il cimitero degli aeroplani.
Camminare tra i loro scheletri è attraversare anni di storia volata via sulle ali calpestate a terra, di cloche usate oggi come manubri, di cabine di pilotaggio divelte come i sogni di un ritorno nel blue.
Eppure, qualcuno di questi arei ce la fa: grazie a mani esperte e richieste folli di ricchi appassionati alcuni modelli vengono rianimati: revisionati, messi a punto, ridipinti e cromati sono pronti per tornare al futuro.
Non succede spesso, ma succede. Come gli esemplari riadattati alla lotta contro gli incendi, servi fedeli di una Nazione cui devono gloria e fama. Se non altro per essere stati fabbricati qui, e aver ereditato quelle ali di acciaio che ogni pilota americano porta con orgoglio sulle spalline e nel cuore.
✍️ Andrea Lessona
La destinazione ultima è la terra arida dell'Arizona, riposo mortale nel caldo opprimente che piega e piaga ali e lamiere. È qui, alla periferia di Tucson, che migliaia di apparecchi giacciono nel cimitero degli aerei, riverbero d'acciaio di un ultimo volo negato.
Sono oltre quattro mila e duecento gli esemplari così diversi nella foggia e così simili nel destino a essere stati portati in questa landa desolata in oltre sessant'anni. Disposti su una zona vasta quanto 1300 campi di calcio formano figure geometriche di ogni tipo e dimensione.
È il fato decretato per questi esemplari che furono gloria dell'aviazione civile e militare statunitense. E che proprio perché tali non possono essere lasciati intonsi nel loro valore tecnologico, facile preda di chi vorrebbe clonarli.
Le parti di maggior valore vengono tolte e dopo avere eliminato anche olio, carburante, liquido refrigerante e altre sostanze ancora sono sigillati con materiali protettivi e stoccati in attesa di diventare pezzi di usato sicuro.
Così bombardieri, F15, F14-Tomcat, gli enormi C5A Galaxy, elicotteri, jet e persino prototipi mai entrati in servizio sono qui, in questo luogo inclemente che gli americani chiamano “Aircraft boneyard”, il cimitero degli aeroplani.
Camminare tra i loro scheletri è attraversare anni di storia volata via sulle ali calpestate a terra, di cloche usate oggi come manubri, di cabine di pilotaggio divelte come i sogni di un ritorno nel blue.
Eppure, qualcuno di questi arei ce la fa: grazie a mani esperte e richieste folli di ricchi appassionati alcuni modelli vengono rianimati: revisionati, messi a punto, ridipinti e cromati sono pronti per tornare al futuro.
Non succede spesso, ma succede. Come gli esemplari riadattati alla lotta contro gli incendi, servi fedeli di una Nazione cui devono gloria e fama. Se non altro per essere stati fabbricati qui, e aver ereditato quelle ali di acciaio che ogni pilota americano porta con orgoglio sulle spalline e nel cuore.
👍2👏2❤1🔥1👌1💯1
27 Gennaio, il Giorno della Memoria
✍️ Andrea Lessona
Anche l’orrore è memoria. E ogni giorno è giusto per ricordare. Oggi, forse, di più.
Era il 27 gennaio del 1945 quando le truppe sovietiche entrarono ad Auschwitz e scoprirono l’abominio dei campi di concentramento nazisti.
Molti non sapevano che a casa, nel paese del socialismo reale, altri milioni di esseri umani non venivano sterminati dal gas nervino, ma dal freddo siberiano per volere supremo di Stalin.
Secondo la narrazione ufficiale, nella Germania hitleriana uomini, donne e bambini dovevano morire per la purezza della razza. Nella Unione Sovietica uomini, donne e bambini dovevano morire per costruire un impero.
Oggi il mondo commemora i primi, mi auguro non dimentichi i secondi. Ricordo ancora il gelo che ho provato quando sono entrato nel Museo del Terrore di Budapest.
All’ingresso due steli di marmo, uno rosso l’altro nero, riflettono come uno specchio la storia e l’immagine di chi li guarda.
Il palazzo che ospita l’esposizione, al numero 60 di Andràssy ut, è stato prima la sede dei nazisti ungheresi, poi quello dll’AVO e dell’AVH, le organizzazioni terroristiche comuniste.
Dentro non c’è solo la Storia, c’è l’inumana umanità. I televisori propongono in continuazione vecchi filmati in bianco e nero: sono immagini crudeli di deportazioni, di violenze, di assassinii.
Alle pareti volti di persone che l’hanno subite. E non sono più tornate.
Sfidando le telecamere di sorveglianza, con una mano ho toccato una delle divise naziste conservate nel museo. Sul bavero aveva le croci uncinate. Era pulita, morbida, soffice.
Ma sapeva di morte.
Mai più!
✍️ Andrea Lessona
Anche l’orrore è memoria. E ogni giorno è giusto per ricordare. Oggi, forse, di più.
Era il 27 gennaio del 1945 quando le truppe sovietiche entrarono ad Auschwitz e scoprirono l’abominio dei campi di concentramento nazisti.
Molti non sapevano che a casa, nel paese del socialismo reale, altri milioni di esseri umani non venivano sterminati dal gas nervino, ma dal freddo siberiano per volere supremo di Stalin.
Secondo la narrazione ufficiale, nella Germania hitleriana uomini, donne e bambini dovevano morire per la purezza della razza. Nella Unione Sovietica uomini, donne e bambini dovevano morire per costruire un impero.
Oggi il mondo commemora i primi, mi auguro non dimentichi i secondi. Ricordo ancora il gelo che ho provato quando sono entrato nel Museo del Terrore di Budapest.
All’ingresso due steli di marmo, uno rosso l’altro nero, riflettono come uno specchio la storia e l’immagine di chi li guarda.
Il palazzo che ospita l’esposizione, al numero 60 di Andràssy ut, è stato prima la sede dei nazisti ungheresi, poi quello dll’AVO e dell’AVH, le organizzazioni terroristiche comuniste.
Dentro non c’è solo la Storia, c’è l’inumana umanità. I televisori propongono in continuazione vecchi filmati in bianco e nero: sono immagini crudeli di deportazioni, di violenze, di assassinii.
Alle pareti volti di persone che l’hanno subite. E non sono più tornate.
Sfidando le telecamere di sorveglianza, con una mano ho toccato una delle divise naziste conservate nel museo. Sul bavero aveva le croci uncinate. Era pulita, morbida, soffice.
Ma sapeva di morte.
Mai più!
🙏3⚡1👍1👏1😢1👌1💯1
La Settimana de il Reporter
Tutti gli articoli della settimana da leggere in un fiato!
Il Festival del ghiaccio di Savonlinna, arte finnica
Leggi l’articolo »
Chiesa di San Procolo a Naturno, tesoro dell’Alto Adige
Leggi l’articolo »
Torre di James Joyce, il museo di Sandycove
Leggi l’articolo »
Il cimitero degli aerei dell'Arizona
Leggi l’articolo »
27 Gennaio, il Giorno della Memoria
Leggi l’articolo »
Tutti gli articoli della settimana da leggere in un fiato!
Il Festival del ghiaccio di Savonlinna, arte finnica
Leggi l’articolo »
Chiesa di San Procolo a Naturno, tesoro dell’Alto Adige
Leggi l’articolo »
Torre di James Joyce, il museo di Sandycove
Leggi l’articolo »
Il cimitero degli aerei dell'Arizona
Leggi l’articolo »
27 Gennaio, il Giorno della Memoria
Leggi l’articolo »
❤1🔥1🥰1👏1💯1
Cari amiche e amici de il Reporter
il giornalismo di viaggio libero e indipendente ha grandi costi per realizzare ogni giorno testi, foto e video da tutto il mondo.
Se anche tu credi in quel che faccio per regalarti l’emozione di luoghi nuovi, sostieni il mio lavoro con una donazione attraverso il conto corrente bancario:
IT20J0623010010000063709208 Credit Agricole, Andrea Lessona, causale DONAZIONE
Oppure tramite PayPal: andrea.lessona@gmail.com
Grazie e buon viaggio insieme!
il giornalismo di viaggio libero e indipendente ha grandi costi per realizzare ogni giorno testi, foto e video da tutto il mondo.
Se anche tu credi in quel che faccio per regalarti l’emozione di luoghi nuovi, sostieni il mio lavoro con una donazione attraverso il conto corrente bancario:
IT20J0623010010000063709208 Credit Agricole, Andrea Lessona, causale DONAZIONE
Oppure tramite PayPal: andrea.lessona@gmail.com
Grazie e buon viaggio insieme!
❤1🔥1👏1👌1💯1
Winter Carnival, il carnevale di Quebec
✍️ Andrea Lessona
L'arcobaleno di colori esploso nell'aria gelida del Canada cade lento sul terreno ghiacciato: i coriandoli si mischiano alla neve calpestata da centinaia e centinaia di partecipanti al Quebec Winter Carnival.
È l'evento di questo genere più vissuto e partecipato dell'emisfero boreale, arrivato alla sua 70° edizione. Iniziata il 25 gennaio finirà solo l’11 febbraio dopo giorni e notti interminabili di gioia ed eventi.
Improntato come un vero e proprio happening all'aria aperta, nonostante l'infinito inverno e una neve costante, il Quebec Winter Carnival fa della partecipazione popolare la sua essenza: un'essenza in cui l'alternarsi di molteplici attività è divertimento garantito.
Qui, lo sport come le mostre, i concerti come le sculture di ghiaccio sono una miscela ineguagliabile di emozione e scoperta. Tanti gli eventi per sconfiggere il freddo e vincerlo: dalle gare di hockey alle montagne russe di neve, il rafting sulle colline innevate e le corse con i cani da slitta.
Poi, per ritemprasi dal gelido di fuori, ci si può tuffare nelle piscine di acqua caldissima che si trovano ovunque nella città di Quebec. Come i piatti di carne di alce e renna che restituiscono calore ed energia.
E poi via di nuovo fuori a sfidare il freddo per assistere di persona all'Ice Canoeing: oltre quaranta squadre si sfidano sul fiume San Lorenzo per vincere la sua corrente, mentre cercano disperati di evitare i blocchi galleggianti di ghiaccio.
Lo stesso materiale di cui è fatto il palazzo di Bonhomme, una struttura trasparente e dalle dimensioni imponenti: è alto e largo venti metri, mentre si distende in lunghezza per cinquanta metri.
Durante l'esplosione pirotecnica di fuochi d'artificio, mischiati ai milioni di coriandoli sparati in cielo la musica ne vernicia le sue trasparenze – tavolozza serigrafata del Quebec Winter Carnival.
✍️ Andrea Lessona
L'arcobaleno di colori esploso nell'aria gelida del Canada cade lento sul terreno ghiacciato: i coriandoli si mischiano alla neve calpestata da centinaia e centinaia di partecipanti al Quebec Winter Carnival.
È l'evento di questo genere più vissuto e partecipato dell'emisfero boreale, arrivato alla sua 70° edizione. Iniziata il 25 gennaio finirà solo l’11 febbraio dopo giorni e notti interminabili di gioia ed eventi.
Improntato come un vero e proprio happening all'aria aperta, nonostante l'infinito inverno e una neve costante, il Quebec Winter Carnival fa della partecipazione popolare la sua essenza: un'essenza in cui l'alternarsi di molteplici attività è divertimento garantito.
Qui, lo sport come le mostre, i concerti come le sculture di ghiaccio sono una miscela ineguagliabile di emozione e scoperta. Tanti gli eventi per sconfiggere il freddo e vincerlo: dalle gare di hockey alle montagne russe di neve, il rafting sulle colline innevate e le corse con i cani da slitta.
Poi, per ritemprasi dal gelido di fuori, ci si può tuffare nelle piscine di acqua caldissima che si trovano ovunque nella città di Quebec. Come i piatti di carne di alce e renna che restituiscono calore ed energia.
E poi via di nuovo fuori a sfidare il freddo per assistere di persona all'Ice Canoeing: oltre quaranta squadre si sfidano sul fiume San Lorenzo per vincere la sua corrente, mentre cercano disperati di evitare i blocchi galleggianti di ghiaccio.
Lo stesso materiale di cui è fatto il palazzo di Bonhomme, una struttura trasparente e dalle dimensioni imponenti: è alto e largo venti metri, mentre si distende in lunghezza per cinquanta metri.
Durante l'esplosione pirotecnica di fuochi d'artificio, mischiati ai milioni di coriandoli sparati in cielo la musica ne vernicia le sue trasparenze – tavolozza serigrafata del Quebec Winter Carnival.
👍3❤2🥰1👏1👌1🤡1💯1
Saksun, la magia delle Faroe
📸 ✍️ Andrea Lessona
Dal mare, il vento si insinua tra le montagne strette. Increspa le acque chiare del lago nella baia. E piega l'erba dei tetti delle case di Saksun. Abbarbicate sul promontorio disegnano l'orizzonte di questo villaggio nel nord di Streymoy - la più grande delle isole Faroe.
Un orizzonte che la natura continua a cambiare col sovrapporsi dei colori mentre vestono i declivi intorno. Solo il bianco della piccola chiesa, lì davanti, sembra immutabile nel mutare del tempo.
Costruita a Tjørnuvík, fu smontata, portata attraverso le montagne e rimontata pezzo a pezzo a Saksun nel 1858. Circondato da una staccionata chiusa da un cancello con lucchetto, l'edificio viene aperto solo la domenica quando si celebra messa.
Dai vetri incrostati di salsedine, intuisco banchi di legno grezzo e il modellino di una nave appeso al soffitto. Prima che una tempesta bloccasse l'ingresso della baia, qui davanti c'era un porto naturale e profondo.
Oggi è un piccolo lago dalle acque chiare e leggere. Ricco di trote e salmoni ambite dai pescatori che arrivano sin qui, il Saksunarvatn riflette le montagne intorno venate da docili cascate che lo alimentano con la loro acqua scoscesa.
Non lontano dalla chiesa e dai pochi edifici dal tetto di torba che sono casa per i trenta abitanti di Saksun, c'è il museo di Dúvugarður. A dargli nome è la fattoria omonima caratterizzata dall'allevamento di circa trecento pecore.
La casa colonica del XVII secolo è fatta di pietra grezza ed erba: dentro ci sono gli oggetti usati dai faroesi per coltivare questa terra brulla rubata al mare, alcuni ninnoli delle vecchie abitazioni, i ricordi sopravvissuti.
Fuori, il vento soffia pioggia: bagna le case sul promontorio, buca le acque chiare del lago nella baia, e gonfia il mare oltre le montagne di Saksun.
ℹ️ Visit Faroe
📸 ✍️ Andrea Lessona
Dal mare, il vento si insinua tra le montagne strette. Increspa le acque chiare del lago nella baia. E piega l'erba dei tetti delle case di Saksun. Abbarbicate sul promontorio disegnano l'orizzonte di questo villaggio nel nord di Streymoy - la più grande delle isole Faroe.
Un orizzonte che la natura continua a cambiare col sovrapporsi dei colori mentre vestono i declivi intorno. Solo il bianco della piccola chiesa, lì davanti, sembra immutabile nel mutare del tempo.
Costruita a Tjørnuvík, fu smontata, portata attraverso le montagne e rimontata pezzo a pezzo a Saksun nel 1858. Circondato da una staccionata chiusa da un cancello con lucchetto, l'edificio viene aperto solo la domenica quando si celebra messa.
Dai vetri incrostati di salsedine, intuisco banchi di legno grezzo e il modellino di una nave appeso al soffitto. Prima che una tempesta bloccasse l'ingresso della baia, qui davanti c'era un porto naturale e profondo.
Oggi è un piccolo lago dalle acque chiare e leggere. Ricco di trote e salmoni ambite dai pescatori che arrivano sin qui, il Saksunarvatn riflette le montagne intorno venate da docili cascate che lo alimentano con la loro acqua scoscesa.
Non lontano dalla chiesa e dai pochi edifici dal tetto di torba che sono casa per i trenta abitanti di Saksun, c'è il museo di Dúvugarður. A dargli nome è la fattoria omonima caratterizzata dall'allevamento di circa trecento pecore.
La casa colonica del XVII secolo è fatta di pietra grezza ed erba: dentro ci sono gli oggetti usati dai faroesi per coltivare questa terra brulla rubata al mare, alcuni ninnoli delle vecchie abitazioni, i ricordi sopravvissuti.
Fuori, il vento soffia pioggia: bagna le case sul promontorio, buca le acque chiare del lago nella baia, e gonfia il mare oltre le montagne di Saksun.
ℹ️ Visit Faroe
❤5👍2🥰2💯2🔥1👏1👌1
Pontcysyllte, l'acquedotto del Galles
📸 ✍️ Andrea Lessona
L'acquedotto di Pontcysyllte sfuma nell'orizzonte del Galles sino a diventare ombra di foschia densa. Da sotto il suo profilo, ne seguo con lo sguardo la retta scura tagliare il cielo a metà, e perdersi in una vaporosa vacuità.
Con i suoi 307 metri lunghezza, 3,4 in larghezza e 1,6 di profondità è la struttura di questo genere più grande di tutto il Regno Unito. E patrimonio mondiale dell'Umanità dell'Unesco dal 2009.
Ma la storia di Pontcysyllte, classificato monumento, affonda le sue radici di ghisa all'inizio dell'Ottocento quando fu completato da Thomas Telford e William Jessop. I lavori durarono dieci anni e costarono, per l'epoca, la mirabolante cifra di 47 mila sterline.
Furono i due uomini a innalzare di 38 metri gli archi in ferro sui quali scorre il canale navigabile Llangollen lungo la valle del fiume Dee. E attraversa i villaggi di Trevor e di Froncysyllte, nella regione del Wrexham, nel Galles nord-orientale.
Diciannove pilastri sostengono la struttura in cui ogni campata è larga 16 metri. La loro imponenza mi cade negli occhi, alti verso il cielo per ammirare quest'opera realizzata con malta di calce, acqua e sangue di bue. Le placche di ferro, modellate come pietre tradizionali, vennero forgiate nella fonderia Plas Kynaston, costruita apposta per la realizzazione dell'acquedotto.
Una volta ultimato, il condotto fu inondato d'acqua per sei mesi per verificare eventuali perdite. Ancora oggi, al centro della struttura, si trova un tappo per permettere di drenarne il letto artificiale, facendolo defluire nel fiume Dee dabbasso, e consentire così la manutenzione di Pontcysyllte.
Ma a eccezione di questi brevi periodi, il tratto d'acciaio sospeso nell'orizzonte è navigabile: imbarcazioni lunghe e strette lo solcano mentre i lati si possono camminare protetti dai parapetti come ho fatto io, prima di scendere nell'ombra dell'acquedotto di Pontcysyllte.
ℹ️ Visit Wales
📸 ✍️ Andrea Lessona
L'acquedotto di Pontcysyllte sfuma nell'orizzonte del Galles sino a diventare ombra di foschia densa. Da sotto il suo profilo, ne seguo con lo sguardo la retta scura tagliare il cielo a metà, e perdersi in una vaporosa vacuità.
Con i suoi 307 metri lunghezza, 3,4 in larghezza e 1,6 di profondità è la struttura di questo genere più grande di tutto il Regno Unito. E patrimonio mondiale dell'Umanità dell'Unesco dal 2009.
Ma la storia di Pontcysyllte, classificato monumento, affonda le sue radici di ghisa all'inizio dell'Ottocento quando fu completato da Thomas Telford e William Jessop. I lavori durarono dieci anni e costarono, per l'epoca, la mirabolante cifra di 47 mila sterline.
Furono i due uomini a innalzare di 38 metri gli archi in ferro sui quali scorre il canale navigabile Llangollen lungo la valle del fiume Dee. E attraversa i villaggi di Trevor e di Froncysyllte, nella regione del Wrexham, nel Galles nord-orientale.
Diciannove pilastri sostengono la struttura in cui ogni campata è larga 16 metri. La loro imponenza mi cade negli occhi, alti verso il cielo per ammirare quest'opera realizzata con malta di calce, acqua e sangue di bue. Le placche di ferro, modellate come pietre tradizionali, vennero forgiate nella fonderia Plas Kynaston, costruita apposta per la realizzazione dell'acquedotto.
Una volta ultimato, il condotto fu inondato d'acqua per sei mesi per verificare eventuali perdite. Ancora oggi, al centro della struttura, si trova un tappo per permettere di drenarne il letto artificiale, facendolo defluire nel fiume Dee dabbasso, e consentire così la manutenzione di Pontcysyllte.
Ma a eccezione di questi brevi periodi, il tratto d'acciaio sospeso nell'orizzonte è navigabile: imbarcazioni lunghe e strette lo solcano mentre i lati si possono camminare protetti dai parapetti come ho fatto io, prima di scendere nell'ombra dell'acquedotto di Pontcysyllte.
ℹ️ Visit Wales
👍4❤3💯2🔥1🥰1👏1👌1
Tataouine e Oung Jmel, Guerre stellari in Tunisia
📸 ✍️ Andrea Lessona
Il giovane Obi One Kenobi fissa l'orizzonte al tramonto, e cerca la Forza. Tra qualche minuto affronterà Dart Fener nell'ultimo duello della giornata. Poco prima che il sipario di Guerre Stellari in Tunisia cali sul deserto del Sahara.
È qui che, circondato da onde di sabbia dense, sorge il villaggio di Mos Epa - condensato in miniatura di Tatooine, il pianeta natale della famiglia Skywalker che prende il nome dalla cittadina tunisina di Tataouine.
Divenuto icona della fortunata serie di film scritta e diretta da George Lucas, questo luogo immaginario ha dato i natali a Shmi Skywalker, e forse anche Anakin Skywalker, e per alcuni anni è stata la casa di Luke Skywalker, l'ultimo Jedi.
Venti edifici soltanto, distesi su dieci mila metri quadrati, ne fanno uno dei posti più amati di Guerre Stellari in Tunisia dove vennero girate alcune scene della pellicola Una nuova speranza, il quarto episodio ma il primo a uscire della saga di nove.
L'ambientazione si trova a nord ovest della città di Tozeur da cui sono partito. Lungo la pista, la carovana di jeep si è fermata ad Oung Jmel, la roccia a forma di testa di cammello vicino a cui vennero fatte alcune riprese del primo episodio della serie con Anakin Skywalker e Qui-Gon.
Lasciata alle spalle un'altra delle icone di Guerre Stellari in Tunisia, sono arrivato nel villaggio di Mos Epa: sottratto all'avanzare del deserto è oggi una meta turistica per gruppi di appassionati e non solo che vengono qui per fotografare le case, i loro eroi in maschera e cenare sotto una tenda.
Così, mentre camminavo tra questi edifici in cartapesta, ho incontrato alcuni soldati dell'Impero, il simpatico C1-P8, il vanesio C-3PO, Anakin Skywalker divenuto Dart Fener e Obi One Kenobi.
Ma prima che il duello tra i due iniziasse e le loro spade di laser si incrociassero in mille scintille, li ho visti bere un tè insieme: il potere magico di Guerre stellari in Tunisia.
ℹ️ Discover Tunisia
📸 ✍️ Andrea Lessona
Il giovane Obi One Kenobi fissa l'orizzonte al tramonto, e cerca la Forza. Tra qualche minuto affronterà Dart Fener nell'ultimo duello della giornata. Poco prima che il sipario di Guerre Stellari in Tunisia cali sul deserto del Sahara.
È qui che, circondato da onde di sabbia dense, sorge il villaggio di Mos Epa - condensato in miniatura di Tatooine, il pianeta natale della famiglia Skywalker che prende il nome dalla cittadina tunisina di Tataouine.
Divenuto icona della fortunata serie di film scritta e diretta da George Lucas, questo luogo immaginario ha dato i natali a Shmi Skywalker, e forse anche Anakin Skywalker, e per alcuni anni è stata la casa di Luke Skywalker, l'ultimo Jedi.
Venti edifici soltanto, distesi su dieci mila metri quadrati, ne fanno uno dei posti più amati di Guerre Stellari in Tunisia dove vennero girate alcune scene della pellicola Una nuova speranza, il quarto episodio ma il primo a uscire della saga di nove.
L'ambientazione si trova a nord ovest della città di Tozeur da cui sono partito. Lungo la pista, la carovana di jeep si è fermata ad Oung Jmel, la roccia a forma di testa di cammello vicino a cui vennero fatte alcune riprese del primo episodio della serie con Anakin Skywalker e Qui-Gon.
Lasciata alle spalle un'altra delle icone di Guerre Stellari in Tunisia, sono arrivato nel villaggio di Mos Epa: sottratto all'avanzare del deserto è oggi una meta turistica per gruppi di appassionati e non solo che vengono qui per fotografare le case, i loro eroi in maschera e cenare sotto una tenda.
Così, mentre camminavo tra questi edifici in cartapesta, ho incontrato alcuni soldati dell'Impero, il simpatico C1-P8, il vanesio C-3PO, Anakin Skywalker divenuto Dart Fener e Obi One Kenobi.
Ma prima che il duello tra i due iniziasse e le loro spade di laser si incrociassero in mille scintille, li ho visti bere un tè insieme: il potere magico di Guerre stellari in Tunisia.
ℹ️ Discover Tunisia
❤4👍2🔥2👏2🥰1💯1