Basilica di Santo Stefano, Budapest neorinascimentale
✍️ Andrea Lessona
Il suo profilo neorinascimentale è meraviglia architettonica che abbellisce la zona di Pest: è lì, al numero 1 della piazza a cui dà nome, che la basilica di Santo Stefano di Budapest sorge.
Iniziata nel 1851 da József Hild, la chiesa deve l’enorme cupola che la caratterizza al suo successore: Miklós Ybl. Nel 1906, Jozsef Kauser, l’ultimo dei tre architetti, termina gli interminabili lavori.
Così, alla presenza dell'imperatore Francesco Giuseppe I, la chiesa viene consacrata e poi elevata alla dignità di basilica minore nel 1938 - proprio nel novecentesimo anniversario della morte del sovrano fondatore dell'Ungheria.
A croce greca, l’elemento più evidente dell’edificio è la cupola: alta 96 metri, come il palazzo del Parlamento, non può essere superata in altezza per legge. Gli edifici sono entrambi simbolo dell'importanza paritetica di Stato e Religione.
La facciata della chiesa è caratterizzata dal grande arco a serliana, sopra cui c'è un frontone scolpito con la frase in latino di Gesù: Io sono la Via, la Verità e la Vita. I due campanili fanno da cornice verticale alla struttura con archi, timpani e bifore. Nel Portale Maggiore ci sono i Dodici Apostoli scolpiti.
Entrare nella basilica di Santo Stefano è stupire gli occhi dei marmi e dei mosaici che con le opere d'arte dei più grandi artisti ungheresi rendono unica la chiesa, concattedrale - con la basilica di Esztergom - dell'arcidiocesi di Strigonio-Budapest.
La cupola è a spicchi ed è impostata su pennacchi, simile alla Basilica Vaticana. Le volte a botte, invece, hanno decorazioni con lacunari ottagonali dorati. Nella cappella a destra dell'altare si venera Santo Destro, aiutante prezioso di Santo Stefano. La reliquia arrivò qui nel 1945.
La Basilica di Santo Stefano può accogliere sino a otto mila fedeli. Alcuni dei quali, finito di pregare, possono salire al tamburo della cupola: dai suoi 65 metri d'altezza, si ha un panorama meraviglioso di Budapest.
ℹ️ Visit Hungary
✍️ Andrea Lessona
Il suo profilo neorinascimentale è meraviglia architettonica che abbellisce la zona di Pest: è lì, al numero 1 della piazza a cui dà nome, che la basilica di Santo Stefano di Budapest sorge.
Iniziata nel 1851 da József Hild, la chiesa deve l’enorme cupola che la caratterizza al suo successore: Miklós Ybl. Nel 1906, Jozsef Kauser, l’ultimo dei tre architetti, termina gli interminabili lavori.
Così, alla presenza dell'imperatore Francesco Giuseppe I, la chiesa viene consacrata e poi elevata alla dignità di basilica minore nel 1938 - proprio nel novecentesimo anniversario della morte del sovrano fondatore dell'Ungheria.
A croce greca, l’elemento più evidente dell’edificio è la cupola: alta 96 metri, come il palazzo del Parlamento, non può essere superata in altezza per legge. Gli edifici sono entrambi simbolo dell'importanza paritetica di Stato e Religione.
La facciata della chiesa è caratterizzata dal grande arco a serliana, sopra cui c'è un frontone scolpito con la frase in latino di Gesù: Io sono la Via, la Verità e la Vita. I due campanili fanno da cornice verticale alla struttura con archi, timpani e bifore. Nel Portale Maggiore ci sono i Dodici Apostoli scolpiti.
Entrare nella basilica di Santo Stefano è stupire gli occhi dei marmi e dei mosaici che con le opere d'arte dei più grandi artisti ungheresi rendono unica la chiesa, concattedrale - con la basilica di Esztergom - dell'arcidiocesi di Strigonio-Budapest.
La cupola è a spicchi ed è impostata su pennacchi, simile alla Basilica Vaticana. Le volte a botte, invece, hanno decorazioni con lacunari ottagonali dorati. Nella cappella a destra dell'altare si venera Santo Destro, aiutante prezioso di Santo Stefano. La reliquia arrivò qui nel 1945.
La Basilica di Santo Stefano può accogliere sino a otto mila fedeli. Alcuni dei quali, finito di pregare, possono salire al tamburo della cupola: dai suoi 65 metri d'altezza, si ha un panorama meraviglioso di Budapest.
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Vigeland Park, meraviglia di Oslo
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Il Festival del ghiaccio di Savonlinna, arte finnica
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel respiro caldo dei creatori, il ghiaccio vive di nuova forma: vita soffiata da uomini e donne dall'antico sapere, capaci di cesellare enormi blocchi di neve ghiacciata e regalare energia diafana alle sculture del castello di Olavinlinna a Savonlinna.
È qui, tra le mura di uno dei manieri meglio conservati dell’Europa settentrionale, nella cittadina sorta sulle sponde del lago Saimaa, che ogni anno si svolge il Jäälinna, il Festival del ghiaccio, una gara tra squadre di diverse nazionalità.
La tradizione risale al 1980 quando la Finlandia iniziò a organizzare una competizione amichevole usando una delle materie di cui abbonda in inverno: la neve. Fu così che dopo qualche interruzione e qualche spostamento di località, si è arrivati alla scelta definitiva del castello di Olavinlinna.
La location è la stessa in cui si celebra il famoso Festival dell’Opera in luglio: il piazzale del maniero. Solo il clima e i colori del cielo mutano nel mutare delle stagioni che regalano differenti emozioni, comunque da vivere.
A ogni edizione viene scelto un argomento, una traccia su cui tracciare nel ghiaccio linee e lineamenti vivi per far vivere i personaggi. Li ho visti sul piazzale del castello di Olavinlinna intenti a creare le loro creature mentre vicini alle bandiere dei rispettivi paesi misuravano il tempo e lo spazio per scolpire il ghiaccio.
Alla fine una giuria decreterà il vincitore, premio ambito di cui fregiarsi sino alla prossima edizione quando il freddo avrà ricreato ciò il caldo avrà sciolto. E i creatori avranno nuova materia e nuovo caldo respiro per far vivere personaggi e storie da raccontare nel ghiaccio.
ℹ️ Visit Finland
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel respiro caldo dei creatori, il ghiaccio vive di nuova forma: vita soffiata da uomini e donne dall'antico sapere, capaci di cesellare enormi blocchi di neve ghiacciata e regalare energia diafana alle sculture del castello di Olavinlinna a Savonlinna.
È qui, tra le mura di uno dei manieri meglio conservati dell’Europa settentrionale, nella cittadina sorta sulle sponde del lago Saimaa, che ogni anno si svolge il Jäälinna, il Festival del ghiaccio, una gara tra squadre di diverse nazionalità.
La tradizione risale al 1980 quando la Finlandia iniziò a organizzare una competizione amichevole usando una delle materie di cui abbonda in inverno: la neve. Fu così che dopo qualche interruzione e qualche spostamento di località, si è arrivati alla scelta definitiva del castello di Olavinlinna.
La location è la stessa in cui si celebra il famoso Festival dell’Opera in luglio: il piazzale del maniero. Solo il clima e i colori del cielo mutano nel mutare delle stagioni che regalano differenti emozioni, comunque da vivere.
A ogni edizione viene scelto un argomento, una traccia su cui tracciare nel ghiaccio linee e lineamenti vivi per far vivere i personaggi. Li ho visti sul piazzale del castello di Olavinlinna intenti a creare le loro creature mentre vicini alle bandiere dei rispettivi paesi misuravano il tempo e lo spazio per scolpire il ghiaccio.
Alla fine una giuria decreterà il vincitore, premio ambito di cui fregiarsi sino alla prossima edizione quando il freddo avrà ricreato ciò il caldo avrà sciolto. E i creatori avranno nuova materia e nuovo caldo respiro per far vivere personaggi e storie da raccontare nel ghiaccio.
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Chiesa di San Procolo a Naturno, tesoro dell’Alto Adige
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nella piccola chiesa di San Procolo a Naturno, la storia è vergata sulle mura interne e spesse: resti d’antichi affreschi di epoche diverse ne rivestono il passato e sono memento per il futuro.
Uno spettacolo per gli occhi che si aprono meravigliati sul presente, non appena entrati in questo edificio minuto. Costruito sui resti di una casa di età alto-medievale, distrutta da un incendio nel VII secolo, è uno dei più importanti tesori artistici dell’Alto Adige e d’Europa.
È qui che con fede e fatica, anni dopo, venne innalzata la chiesa di San Procolo a Naturno – una struttura di culto primitivo realizzata come punto di sosta lungo la Val Venosta che unisce l’Italia alla Svizzera.
L’edificio, che oggi si trova a circa mezzo chilometro ad est dal centro del piccolo paese altoatesino, in prossimità dell'attuale cimitero, è inconfondibile per la sua caratteristica foggia.
Superata una pesante porta in legno, si è subito nella sala rettangolare che fa da navata alla chiesa di San Procolo a Naturno. Di fronte, c’è l’altare realizzato con una pietra pesante e grezza.
Si trova in fondo al perimetro, dove all’esterno sale la torre campanaria con due antiche e piccole campane. Ma il vero tesoro si trova all’interno: affreschi unici scendono lungo le pareti come un drappo.
Alcuni appartengono al periodo pre-carolingio. Secondo gli storici, sono stati realizzati a due mani diverse e sono tra i più antichi dell’area di lingua tedesca. Il più noto raffigura un uomo seduto su una specie di altalena. Gli altri, invece, sono del gotico del XIV secolo.
Qualche opera gotica che aveva coperto quella pre-carolongi è stata staccata con cura e poi portata al museo di San Procolo dall’altra parte della strada e del tempo.
ℹ️ Alto Adige
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nella piccola chiesa di San Procolo a Naturno, la storia è vergata sulle mura interne e spesse: resti d’antichi affreschi di epoche diverse ne rivestono il passato e sono memento per il futuro.
Uno spettacolo per gli occhi che si aprono meravigliati sul presente, non appena entrati in questo edificio minuto. Costruito sui resti di una casa di età alto-medievale, distrutta da un incendio nel VII secolo, è uno dei più importanti tesori artistici dell’Alto Adige e d’Europa.
È qui che con fede e fatica, anni dopo, venne innalzata la chiesa di San Procolo a Naturno – una struttura di culto primitivo realizzata come punto di sosta lungo la Val Venosta che unisce l’Italia alla Svizzera.
L’edificio, che oggi si trova a circa mezzo chilometro ad est dal centro del piccolo paese altoatesino, in prossimità dell'attuale cimitero, è inconfondibile per la sua caratteristica foggia.
Superata una pesante porta in legno, si è subito nella sala rettangolare che fa da navata alla chiesa di San Procolo a Naturno. Di fronte, c’è l’altare realizzato con una pietra pesante e grezza.
Si trova in fondo al perimetro, dove all’esterno sale la torre campanaria con due antiche e piccole campane. Ma il vero tesoro si trova all’interno: affreschi unici scendono lungo le pareti come un drappo.
Alcuni appartengono al periodo pre-carolingio. Secondo gli storici, sono stati realizzati a due mani diverse e sono tra i più antichi dell’area di lingua tedesca. Il più noto raffigura un uomo seduto su una specie di altalena. Gli altri, invece, sono del gotico del XIV secolo.
Qualche opera gotica che aveva coperto quella pre-carolongi è stata staccata con cura e poi portata al museo di San Procolo dall’altra parte della strada e del tempo.
ℹ️ Alto Adige
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Torre di James Joyce, il museo di Sandycove
📸 ✍️ Andrea Lessona
Dalla sommità della torre di James Joyce, guardo il cielo di Sandycove digradare nel mare d'Irlanda: un'opaca foschia grigia di nubi e onde che la pioggia strimpella intermittente.
Quassù, dove il vento soffia forte, lo scrittore irlandese ambientò l'inizio dell'Ulisse: il libro capolavoro che racconta in un sol giorno la storia di Stephen Dedalus. Che è poi la sua storia.
Quella della torre di James Joyce, invece, inizia un secolo prima: era il 1804 quando la struttura venne costruita in questo piccolo villaggio a nove chilometri da Dublino, per difendere, insieme a molte altre, l'isola da una eventuale invasione napoleonica.
Quassù dove un tempo c'era un cannone alloggiato su una rotaia ancora visibile, oggi resta un pennone su cui garrisce la bandiera irlandese. Da un piccolo passaggio, strette scale a chiocciola scendono nella sala circolare, il cuore dell’edificio.
È qui che nell'agosto del 1904 lo scrittore visse per sei giorni invitato da Oliver St John Gocarty, il poeta e studente di medicina primo affittuario civile dopo che nel 1897 la torre di James Joyce era stata abbandonata dai militari.
Nella stanza dove, in compagnia di Samuel Chenevix Trench - amico di Gocarty - facevano colazione, ci sono ancora il tavolo e le sedie, la statua di una pantera nera apparsa in sogno a Trench e il camino dove sia lui sia Gocarty spararono pensando di colpirla.
Spaventato a morte, lo scrittore scappò il mattino dopo dall'edificio. E non vi fece più ritorno. Eppure tanto bastò perché la struttura, riaperta nel 1962 da Sylvia Beach, l'editrice dell'Ulisse, diventasse la torre di James Joyce – un museo che ne conserva cimili e gesta.
La maggior parte si trova all'entrata, nella sala espositiva: c'è il busto dell'autore realizzato da Milton Hebald. Alle pareti bianche spesse due metri e mezzo, le sue fotografie insieme alla famiglia e agli amici. Nelle teche, molte delle opere dello scrittore.
Nella torre di James Joyce si trova infatti, l'originale dell'Ulisse pubblicato da Shakespeare and Company nel 1922, l'edizione di lusso illustrata da Matisse e anche una pagina del manoscritto originale di Finnegans Wake.
Appena dopo, il magazzino delle polveri conserva il gilet da caccia di Joyce ricamato da sua nonna, la chitarra e una cravatta che l'autore regalato a un altro grande d'Irlanda: Samuel Beckett.
Tra i diversi oggetti, spiccano le due maschere funebri in gesso del suo volto realizzate dallo scultore Paul Speck, e la loro coppia in bronzo. A fianco, una moderna macchina scalda il tè e il freddo del torre di James Joyce per pochi centesimi di euro.
ℹ️ Turismo Irlandese
📸 ✍️ Andrea Lessona
Dalla sommità della torre di James Joyce, guardo il cielo di Sandycove digradare nel mare d'Irlanda: un'opaca foschia grigia di nubi e onde che la pioggia strimpella intermittente.
Quassù, dove il vento soffia forte, lo scrittore irlandese ambientò l'inizio dell'Ulisse: il libro capolavoro che racconta in un sol giorno la storia di Stephen Dedalus. Che è poi la sua storia.
Quella della torre di James Joyce, invece, inizia un secolo prima: era il 1804 quando la struttura venne costruita in questo piccolo villaggio a nove chilometri da Dublino, per difendere, insieme a molte altre, l'isola da una eventuale invasione napoleonica.
Quassù dove un tempo c'era un cannone alloggiato su una rotaia ancora visibile, oggi resta un pennone su cui garrisce la bandiera irlandese. Da un piccolo passaggio, strette scale a chiocciola scendono nella sala circolare, il cuore dell’edificio.
È qui che nell'agosto del 1904 lo scrittore visse per sei giorni invitato da Oliver St John Gocarty, il poeta e studente di medicina primo affittuario civile dopo che nel 1897 la torre di James Joyce era stata abbandonata dai militari.
Nella stanza dove, in compagnia di Samuel Chenevix Trench - amico di Gocarty - facevano colazione, ci sono ancora il tavolo e le sedie, la statua di una pantera nera apparsa in sogno a Trench e il camino dove sia lui sia Gocarty spararono pensando di colpirla.
Spaventato a morte, lo scrittore scappò il mattino dopo dall'edificio. E non vi fece più ritorno. Eppure tanto bastò perché la struttura, riaperta nel 1962 da Sylvia Beach, l'editrice dell'Ulisse, diventasse la torre di James Joyce – un museo che ne conserva cimili e gesta.
La maggior parte si trova all'entrata, nella sala espositiva: c'è il busto dell'autore realizzato da Milton Hebald. Alle pareti bianche spesse due metri e mezzo, le sue fotografie insieme alla famiglia e agli amici. Nelle teche, molte delle opere dello scrittore.
Nella torre di James Joyce si trova infatti, l'originale dell'Ulisse pubblicato da Shakespeare and Company nel 1922, l'edizione di lusso illustrata da Matisse e anche una pagina del manoscritto originale di Finnegans Wake.
Appena dopo, il magazzino delle polveri conserva il gilet da caccia di Joyce ricamato da sua nonna, la chitarra e una cravatta che l'autore regalato a un altro grande d'Irlanda: Samuel Beckett.
Tra i diversi oggetti, spiccano le due maschere funebri in gesso del suo volto realizzate dallo scultore Paul Speck, e la loro coppia in bronzo. A fianco, una moderna macchina scalda il tè e il freddo del torre di James Joyce per pochi centesimi di euro.
ℹ️ Turismo Irlandese
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Il cimitero degli aerei dell'Arizona
✍️ Andrea Lessona
La destinazione ultima è la terra arida dell'Arizona, riposo mortale nel caldo opprimente che piega e piaga ali e lamiere. È qui, alla periferia di Tucson, che migliaia di apparecchi giacciono nel cimitero degli aerei, riverbero d'acciaio di un ultimo volo negato.
Sono oltre quattro mila e duecento gli esemplari così diversi nella foggia e così simili nel destino a essere stati portati in questa landa desolata in oltre sessant'anni. Disposti su una zona vasta quanto 1300 campi di calcio formano figure geometriche di ogni tipo e dimensione.
È il fato decretato per questi esemplari che furono gloria dell'aviazione civile e militare statunitense. E che proprio perché tali non possono essere lasciati intonsi nel loro valore tecnologico, facile preda di chi vorrebbe clonarli.
Le parti di maggior valore vengono tolte e dopo avere eliminato anche olio, carburante, liquido refrigerante e altre sostanze ancora sono sigillati con materiali protettivi e stoccati in attesa di diventare pezzi di usato sicuro.
Così bombardieri, F15, F14-Tomcat, gli enormi C5A Galaxy, elicotteri, jet e persino prototipi mai entrati in servizio sono qui, in questo luogo inclemente che gli americani chiamano “Aircraft boneyard”, il cimitero degli aeroplani.
Camminare tra i loro scheletri è attraversare anni di storia volata via sulle ali calpestate a terra, di cloche usate oggi come manubri, di cabine di pilotaggio divelte come i sogni di un ritorno nel blue.
Eppure, qualcuno di questi arei ce la fa: grazie a mani esperte e richieste folli di ricchi appassionati alcuni modelli vengono rianimati: revisionati, messi a punto, ridipinti e cromati sono pronti per tornare al futuro.
Non succede spesso, ma succede. Come gli esemplari riadattati alla lotta contro gli incendi, servi fedeli di una Nazione cui devono gloria e fama. Se non altro per essere stati fabbricati qui, e aver ereditato quelle ali di acciaio che ogni pilota americano porta con orgoglio sulle spalline e nel cuore.
✍️ Andrea Lessona
La destinazione ultima è la terra arida dell'Arizona, riposo mortale nel caldo opprimente che piega e piaga ali e lamiere. È qui, alla periferia di Tucson, che migliaia di apparecchi giacciono nel cimitero degli aerei, riverbero d'acciaio di un ultimo volo negato.
Sono oltre quattro mila e duecento gli esemplari così diversi nella foggia e così simili nel destino a essere stati portati in questa landa desolata in oltre sessant'anni. Disposti su una zona vasta quanto 1300 campi di calcio formano figure geometriche di ogni tipo e dimensione.
È il fato decretato per questi esemplari che furono gloria dell'aviazione civile e militare statunitense. E che proprio perché tali non possono essere lasciati intonsi nel loro valore tecnologico, facile preda di chi vorrebbe clonarli.
Le parti di maggior valore vengono tolte e dopo avere eliminato anche olio, carburante, liquido refrigerante e altre sostanze ancora sono sigillati con materiali protettivi e stoccati in attesa di diventare pezzi di usato sicuro.
Così bombardieri, F15, F14-Tomcat, gli enormi C5A Galaxy, elicotteri, jet e persino prototipi mai entrati in servizio sono qui, in questo luogo inclemente che gli americani chiamano “Aircraft boneyard”, il cimitero degli aeroplani.
Camminare tra i loro scheletri è attraversare anni di storia volata via sulle ali calpestate a terra, di cloche usate oggi come manubri, di cabine di pilotaggio divelte come i sogni di un ritorno nel blue.
Eppure, qualcuno di questi arei ce la fa: grazie a mani esperte e richieste folli di ricchi appassionati alcuni modelli vengono rianimati: revisionati, messi a punto, ridipinti e cromati sono pronti per tornare al futuro.
Non succede spesso, ma succede. Come gli esemplari riadattati alla lotta contro gli incendi, servi fedeli di una Nazione cui devono gloria e fama. Se non altro per essere stati fabbricati qui, e aver ereditato quelle ali di acciaio che ogni pilota americano porta con orgoglio sulle spalline e nel cuore.
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27 Gennaio, il Giorno della Memoria
✍️ Andrea Lessona
Anche l’orrore è memoria. E ogni giorno è giusto per ricordare. Oggi, forse, di più.
Era il 27 gennaio del 1945 quando le truppe sovietiche entrarono ad Auschwitz e scoprirono l’abominio dei campi di concentramento nazisti.
Molti non sapevano che a casa, nel paese del socialismo reale, altri milioni di esseri umani non venivano sterminati dal gas nervino, ma dal freddo siberiano per volere supremo di Stalin.
Secondo la narrazione ufficiale, nella Germania hitleriana uomini, donne e bambini dovevano morire per la purezza della razza. Nella Unione Sovietica uomini, donne e bambini dovevano morire per costruire un impero.
Oggi il mondo commemora i primi, mi auguro non dimentichi i secondi. Ricordo ancora il gelo che ho provato quando sono entrato nel Museo del Terrore di Budapest.
All’ingresso due steli di marmo, uno rosso l’altro nero, riflettono come uno specchio la storia e l’immagine di chi li guarda.
Il palazzo che ospita l’esposizione, al numero 60 di Andràssy ut, è stato prima la sede dei nazisti ungheresi, poi quello dll’AVO e dell’AVH, le organizzazioni terroristiche comuniste.
Dentro non c’è solo la Storia, c’è l’inumana umanità. I televisori propongono in continuazione vecchi filmati in bianco e nero: sono immagini crudeli di deportazioni, di violenze, di assassinii.
Alle pareti volti di persone che l’hanno subite. E non sono più tornate.
Sfidando le telecamere di sorveglianza, con una mano ho toccato una delle divise naziste conservate nel museo. Sul bavero aveva le croci uncinate. Era pulita, morbida, soffice.
Ma sapeva di morte.
Mai più!
✍️ Andrea Lessona
Anche l’orrore è memoria. E ogni giorno è giusto per ricordare. Oggi, forse, di più.
Era il 27 gennaio del 1945 quando le truppe sovietiche entrarono ad Auschwitz e scoprirono l’abominio dei campi di concentramento nazisti.
Molti non sapevano che a casa, nel paese del socialismo reale, altri milioni di esseri umani non venivano sterminati dal gas nervino, ma dal freddo siberiano per volere supremo di Stalin.
Secondo la narrazione ufficiale, nella Germania hitleriana uomini, donne e bambini dovevano morire per la purezza della razza. Nella Unione Sovietica uomini, donne e bambini dovevano morire per costruire un impero.
Oggi il mondo commemora i primi, mi auguro non dimentichi i secondi. Ricordo ancora il gelo che ho provato quando sono entrato nel Museo del Terrore di Budapest.
All’ingresso due steli di marmo, uno rosso l’altro nero, riflettono come uno specchio la storia e l’immagine di chi li guarda.
Il palazzo che ospita l’esposizione, al numero 60 di Andràssy ut, è stato prima la sede dei nazisti ungheresi, poi quello dll’AVO e dell’AVH, le organizzazioni terroristiche comuniste.
Dentro non c’è solo la Storia, c’è l’inumana umanità. I televisori propongono in continuazione vecchi filmati in bianco e nero: sono immagini crudeli di deportazioni, di violenze, di assassinii.
Alle pareti volti di persone che l’hanno subite. E non sono più tornate.
Sfidando le telecamere di sorveglianza, con una mano ho toccato una delle divise naziste conservate nel museo. Sul bavero aveva le croci uncinate. Era pulita, morbida, soffice.
Ma sapeva di morte.
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