Crociera al tramonto nella baia di Darwin
📸 ✍️ Andrea Lessona
Dalla prua del catamarano, guardo il sole tramontare nella baia di Darwin: ne vernicia le acque e le coste, rendendole vermiglio, sino a quando l’ultimo raggio muore all’orizzonte. E tutto diventa oscurità.
Attimi intensi e ultimi di una crociera iniziata là, al Dock numero 3, alla fine di Stokes Hill Wharf, il City Side della capitale del Territorio del Nord quando sono salito a bordo dell’imbarcazione che in pochi minuti ha guadagnato il mare.
Un mare calmo, disteso infinito senza nemmeno una cresta - ideale per la navigazione. A ogni nodo percorso, il catamarano a due livelli della compagnia Darwin Harbour Cruises lo ha navigato sereno, offrendo scenari degni di una fiaba.
Dal ponte come dal cabinato del ristorante - dove si cena al fresco dell’aria condizionata – tutto sembrava scivolare via come in un film: metri di costa frastagliata si aprivano alla vista e svelavano anfratti nascosti.
Mentre la pellicola preparata dalla natura continuava a scorrere, dalla cabina di comando una voce roca raccontava la storia di Darwin: il bombardamento della città durante la seconda guerra mondiale, e la furia del ciclone Tracey che colpì la capitale del Top End.
Ricordi lontani, quasi irreali data la brezza lieve che si respirava e la pace della baia tutto intorno. A volte può capitare che qualche delfino disegni col suo salto un arcobaleno. Oppure che qualche tartaruga così come qualche dugongo, emerga veloce dalle acque.
E allora, attraversando il ponte di corsa, i passeggeri arrivano a poppa per fotografarli e regalarsi un ricordo per sempre. Così come le barche a vela che solcano il mare - altro soggetto da immortalare insieme al sole che tramonta nella baia di Darwin.
Poi, quando tutto è buio, l’imbarcazione riguadagna la costa: e dalla sua prua si vede il profilo illuminato della città: migliaia di luci sfolgoranti che la tratteggiano ma negano quelle vere delle stelle.
ℹ️ Northern Territory
📸 ✍️ Andrea Lessona
Dalla prua del catamarano, guardo il sole tramontare nella baia di Darwin: ne vernicia le acque e le coste, rendendole vermiglio, sino a quando l’ultimo raggio muore all’orizzonte. E tutto diventa oscurità.
Attimi intensi e ultimi di una crociera iniziata là, al Dock numero 3, alla fine di Stokes Hill Wharf, il City Side della capitale del Territorio del Nord quando sono salito a bordo dell’imbarcazione che in pochi minuti ha guadagnato il mare.
Un mare calmo, disteso infinito senza nemmeno una cresta - ideale per la navigazione. A ogni nodo percorso, il catamarano a due livelli della compagnia Darwin Harbour Cruises lo ha navigato sereno, offrendo scenari degni di una fiaba.
Dal ponte come dal cabinato del ristorante - dove si cena al fresco dell’aria condizionata – tutto sembrava scivolare via come in un film: metri di costa frastagliata si aprivano alla vista e svelavano anfratti nascosti.
Mentre la pellicola preparata dalla natura continuava a scorrere, dalla cabina di comando una voce roca raccontava la storia di Darwin: il bombardamento della città durante la seconda guerra mondiale, e la furia del ciclone Tracey che colpì la capitale del Top End.
Ricordi lontani, quasi irreali data la brezza lieve che si respirava e la pace della baia tutto intorno. A volte può capitare che qualche delfino disegni col suo salto un arcobaleno. Oppure che qualche tartaruga così come qualche dugongo, emerga veloce dalle acque.
E allora, attraversando il ponte di corsa, i passeggeri arrivano a poppa per fotografarli e regalarsi un ricordo per sempre. Così come le barche a vela che solcano il mare - altro soggetto da immortalare insieme al sole che tramonta nella baia di Darwin.
Poi, quando tutto è buio, l’imbarcazione riguadagna la costa: e dalla sua prua si vede il profilo illuminato della città: migliaia di luci sfolgoranti che la tratteggiano ma negano quelle vere delle stelle.
ℹ️ Northern Territory
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Basilica di Santo Stefano, Budapest neorinascimentale
✍️ Andrea Lessona
Il suo profilo neorinascimentale è meraviglia architettonica che abbellisce la zona di Pest: è lì, al numero 1 della piazza a cui dà nome, che la basilica di Santo Stefano di Budapest sorge.
Iniziata nel 1851 da József Hild, la chiesa deve l’enorme cupola che la caratterizza al suo successore: Miklós Ybl. Nel 1906, Jozsef Kauser, l’ultimo dei tre architetti, termina gli interminabili lavori.
Così, alla presenza dell'imperatore Francesco Giuseppe I, la chiesa viene consacrata e poi elevata alla dignità di basilica minore nel 1938 - proprio nel novecentesimo anniversario della morte del sovrano fondatore dell'Ungheria.
A croce greca, l’elemento più evidente dell’edificio è la cupola: alta 96 metri, come il palazzo del Parlamento, non può essere superata in altezza per legge. Gli edifici sono entrambi simbolo dell'importanza paritetica di Stato e Religione.
La facciata della chiesa è caratterizzata dal grande arco a serliana, sopra cui c'è un frontone scolpito con la frase in latino di Gesù: Io sono la Via, la Verità e la Vita. I due campanili fanno da cornice verticale alla struttura con archi, timpani e bifore. Nel Portale Maggiore ci sono i Dodici Apostoli scolpiti.
Entrare nella basilica di Santo Stefano è stupire gli occhi dei marmi e dei mosaici che con le opere d'arte dei più grandi artisti ungheresi rendono unica la chiesa, concattedrale - con la basilica di Esztergom - dell'arcidiocesi di Strigonio-Budapest.
La cupola è a spicchi ed è impostata su pennacchi, simile alla Basilica Vaticana. Le volte a botte, invece, hanno decorazioni con lacunari ottagonali dorati. Nella cappella a destra dell'altare si venera Santo Destro, aiutante prezioso di Santo Stefano. La reliquia arrivò qui nel 1945.
La Basilica di Santo Stefano può accogliere sino a otto mila fedeli. Alcuni dei quali, finito di pregare, possono salire al tamburo della cupola: dai suoi 65 metri d'altezza, si ha un panorama meraviglioso di Budapest.
ℹ️ Visit Hungary
✍️ Andrea Lessona
Il suo profilo neorinascimentale è meraviglia architettonica che abbellisce la zona di Pest: è lì, al numero 1 della piazza a cui dà nome, che la basilica di Santo Stefano di Budapest sorge.
Iniziata nel 1851 da József Hild, la chiesa deve l’enorme cupola che la caratterizza al suo successore: Miklós Ybl. Nel 1906, Jozsef Kauser, l’ultimo dei tre architetti, termina gli interminabili lavori.
Così, alla presenza dell'imperatore Francesco Giuseppe I, la chiesa viene consacrata e poi elevata alla dignità di basilica minore nel 1938 - proprio nel novecentesimo anniversario della morte del sovrano fondatore dell'Ungheria.
A croce greca, l’elemento più evidente dell’edificio è la cupola: alta 96 metri, come il palazzo del Parlamento, non può essere superata in altezza per legge. Gli edifici sono entrambi simbolo dell'importanza paritetica di Stato e Religione.
La facciata della chiesa è caratterizzata dal grande arco a serliana, sopra cui c'è un frontone scolpito con la frase in latino di Gesù: Io sono la Via, la Verità e la Vita. I due campanili fanno da cornice verticale alla struttura con archi, timpani e bifore. Nel Portale Maggiore ci sono i Dodici Apostoli scolpiti.
Entrare nella basilica di Santo Stefano è stupire gli occhi dei marmi e dei mosaici che con le opere d'arte dei più grandi artisti ungheresi rendono unica la chiesa, concattedrale - con la basilica di Esztergom - dell'arcidiocesi di Strigonio-Budapest.
La cupola è a spicchi ed è impostata su pennacchi, simile alla Basilica Vaticana. Le volte a botte, invece, hanno decorazioni con lacunari ottagonali dorati. Nella cappella a destra dell'altare si venera Santo Destro, aiutante prezioso di Santo Stefano. La reliquia arrivò qui nel 1945.
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La Settimana de il Reporter
Tutti gli articoli della settimana da leggere in un fiato!
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Il Festival del ghiaccio di Savonlinna, arte finnica
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel respiro caldo dei creatori, il ghiaccio vive di nuova forma: vita soffiata da uomini e donne dall'antico sapere, capaci di cesellare enormi blocchi di neve ghiacciata e regalare energia diafana alle sculture del castello di Olavinlinna a Savonlinna.
È qui, tra le mura di uno dei manieri meglio conservati dell’Europa settentrionale, nella cittadina sorta sulle sponde del lago Saimaa, che ogni anno si svolge il Jäälinna, il Festival del ghiaccio, una gara tra squadre di diverse nazionalità.
La tradizione risale al 1980 quando la Finlandia iniziò a organizzare una competizione amichevole usando una delle materie di cui abbonda in inverno: la neve. Fu così che dopo qualche interruzione e qualche spostamento di località, si è arrivati alla scelta definitiva del castello di Olavinlinna.
La location è la stessa in cui si celebra il famoso Festival dell’Opera in luglio: il piazzale del maniero. Solo il clima e i colori del cielo mutano nel mutare delle stagioni che regalano differenti emozioni, comunque da vivere.
A ogni edizione viene scelto un argomento, una traccia su cui tracciare nel ghiaccio linee e lineamenti vivi per far vivere i personaggi. Li ho visti sul piazzale del castello di Olavinlinna intenti a creare le loro creature mentre vicini alle bandiere dei rispettivi paesi misuravano il tempo e lo spazio per scolpire il ghiaccio.
Alla fine una giuria decreterà il vincitore, premio ambito di cui fregiarsi sino alla prossima edizione quando il freddo avrà ricreato ciò il caldo avrà sciolto. E i creatori avranno nuova materia e nuovo caldo respiro per far vivere personaggi e storie da raccontare nel ghiaccio.
ℹ️ Visit Finland
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel respiro caldo dei creatori, il ghiaccio vive di nuova forma: vita soffiata da uomini e donne dall'antico sapere, capaci di cesellare enormi blocchi di neve ghiacciata e regalare energia diafana alle sculture del castello di Olavinlinna a Savonlinna.
È qui, tra le mura di uno dei manieri meglio conservati dell’Europa settentrionale, nella cittadina sorta sulle sponde del lago Saimaa, che ogni anno si svolge il Jäälinna, il Festival del ghiaccio, una gara tra squadre di diverse nazionalità.
La tradizione risale al 1980 quando la Finlandia iniziò a organizzare una competizione amichevole usando una delle materie di cui abbonda in inverno: la neve. Fu così che dopo qualche interruzione e qualche spostamento di località, si è arrivati alla scelta definitiva del castello di Olavinlinna.
La location è la stessa in cui si celebra il famoso Festival dell’Opera in luglio: il piazzale del maniero. Solo il clima e i colori del cielo mutano nel mutare delle stagioni che regalano differenti emozioni, comunque da vivere.
A ogni edizione viene scelto un argomento, una traccia su cui tracciare nel ghiaccio linee e lineamenti vivi per far vivere i personaggi. Li ho visti sul piazzale del castello di Olavinlinna intenti a creare le loro creature mentre vicini alle bandiere dei rispettivi paesi misuravano il tempo e lo spazio per scolpire il ghiaccio.
Alla fine una giuria decreterà il vincitore, premio ambito di cui fregiarsi sino alla prossima edizione quando il freddo avrà ricreato ciò il caldo avrà sciolto. E i creatori avranno nuova materia e nuovo caldo respiro per far vivere personaggi e storie da raccontare nel ghiaccio.
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Chiesa di San Procolo a Naturno, tesoro dell’Alto Adige
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nella piccola chiesa di San Procolo a Naturno, la storia è vergata sulle mura interne e spesse: resti d’antichi affreschi di epoche diverse ne rivestono il passato e sono memento per il futuro.
Uno spettacolo per gli occhi che si aprono meravigliati sul presente, non appena entrati in questo edificio minuto. Costruito sui resti di una casa di età alto-medievale, distrutta da un incendio nel VII secolo, è uno dei più importanti tesori artistici dell’Alto Adige e d’Europa.
È qui che con fede e fatica, anni dopo, venne innalzata la chiesa di San Procolo a Naturno – una struttura di culto primitivo realizzata come punto di sosta lungo la Val Venosta che unisce l’Italia alla Svizzera.
L’edificio, che oggi si trova a circa mezzo chilometro ad est dal centro del piccolo paese altoatesino, in prossimità dell'attuale cimitero, è inconfondibile per la sua caratteristica foggia.
Superata una pesante porta in legno, si è subito nella sala rettangolare che fa da navata alla chiesa di San Procolo a Naturno. Di fronte, c’è l’altare realizzato con una pietra pesante e grezza.
Si trova in fondo al perimetro, dove all’esterno sale la torre campanaria con due antiche e piccole campane. Ma il vero tesoro si trova all’interno: affreschi unici scendono lungo le pareti come un drappo.
Alcuni appartengono al periodo pre-carolingio. Secondo gli storici, sono stati realizzati a due mani diverse e sono tra i più antichi dell’area di lingua tedesca. Il più noto raffigura un uomo seduto su una specie di altalena. Gli altri, invece, sono del gotico del XIV secolo.
Qualche opera gotica che aveva coperto quella pre-carolongi è stata staccata con cura e poi portata al museo di San Procolo dall’altra parte della strada e del tempo.
ℹ️ Alto Adige
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nella piccola chiesa di San Procolo a Naturno, la storia è vergata sulle mura interne e spesse: resti d’antichi affreschi di epoche diverse ne rivestono il passato e sono memento per il futuro.
Uno spettacolo per gli occhi che si aprono meravigliati sul presente, non appena entrati in questo edificio minuto. Costruito sui resti di una casa di età alto-medievale, distrutta da un incendio nel VII secolo, è uno dei più importanti tesori artistici dell’Alto Adige e d’Europa.
È qui che con fede e fatica, anni dopo, venne innalzata la chiesa di San Procolo a Naturno – una struttura di culto primitivo realizzata come punto di sosta lungo la Val Venosta che unisce l’Italia alla Svizzera.
L’edificio, che oggi si trova a circa mezzo chilometro ad est dal centro del piccolo paese altoatesino, in prossimità dell'attuale cimitero, è inconfondibile per la sua caratteristica foggia.
Superata una pesante porta in legno, si è subito nella sala rettangolare che fa da navata alla chiesa di San Procolo a Naturno. Di fronte, c’è l’altare realizzato con una pietra pesante e grezza.
Si trova in fondo al perimetro, dove all’esterno sale la torre campanaria con due antiche e piccole campane. Ma il vero tesoro si trova all’interno: affreschi unici scendono lungo le pareti come un drappo.
Alcuni appartengono al periodo pre-carolingio. Secondo gli storici, sono stati realizzati a due mani diverse e sono tra i più antichi dell’area di lingua tedesca. Il più noto raffigura un uomo seduto su una specie di altalena. Gli altri, invece, sono del gotico del XIV secolo.
Qualche opera gotica che aveva coperto quella pre-carolongi è stata staccata con cura e poi portata al museo di San Procolo dall’altra parte della strada e del tempo.
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