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Il primo quotidiano italiano di viaggi su Telegram fondato e diretto da Andrea Lessona. Telegrammi di viaggio da tutto il mondo. Racconti di luoghi e persone incontrate sul cammino della vita
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Torre di Clifford, emblema di York

📸 ✍️ Andrea Lessona

Nel buio della storia, gradini stretti e umidi si avvolgono intorno alla pietra scivolosa sino a quando escono sulla sommità della torre di Clifford: da quassù il centro di York è tutto in uno sguardo libero e circolare.

Il vento, che attraversa il cielo dello Yorkshire e lo libera dalle nubi, racconta questa struttura in un soffio. Resto normanno di una città incisa da romani e vichinghi, la struttura è emblema e ultimo lascito del castello cittadino. Il tumulo fu fatto costruire da Guglielmo il Conquistatore nel 1068.

L'edificio originale, con una struttura in legno nella parte superiore, venne spazzato via dal fuoco durante uno dei momenti più sanguinosi e tragici di York: il massacro di 150 ebrei nel 1190.

Poi tra il 1190 e 1194, la torre di Clifford venne ristrutturata e il tumulo innalzato alla sua altezza attuale. Nel 1245, la struttura cedette per una tempesta. Ma durante le guerre contro gli scozzesi, Enrico III ne ordinò una nuova ricostruzione in pietra.

Così, Mastro Simone di Northampton e Maestro Enrico di Reynes, rispettivamente falegname anziano e tagliapietre nel castello di Windsor, furono inviati a York per la realizzazione di un maniero cittadino.

Nel 1596, invece, le mura della torre di Clifden vennero smantellate a poco a poco dal carceriere del castello, Robert Redhead. L'uomo, pare a corto di denari, pensò bene di vendere le pietre della struttura.

Struttura che tornò ad avere un ruolo militare durante la guerra civile inglese: nel 1642 venne occupata dalle truppe realiste e poi da quelle parlamentari. Una guarnigione di soldati rimase qui sino a quando venne bruciata nel 1684.

Abbandonata a sé, la torre di Clifden fu incorporata nelle estensioni della prigione nel 1825. Nonostante tutto, ancora si erge orgogliosa nel centro di York: vedetta in pietra per ammirare dalla sua sommità la capitale dello Yorkshire sino a dove lo sguardo libero e circolare arriva.

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Vigeland Park, meraviglia di Oslo

✍️ Andrea Lessona

L'acqua zampillante della fontana gorgoglia la storia del Vigeland Park scorrendo nel catino quadrato. È sorretto da sei uomini di ogni età, simbolo di forza e vigore differenti. Come il contributo che possono dare alla vita e a sostegno dell'opera più imponente del parco all'interno del Frognerparken alla periferia di Oslo.

È qui che Gustave Vigeland iniziò a realizzarlo nel 1924 dopo un accordo preso con la municipalità: in cambio di un nuovo alloggio – che sarebbe diventato museo alla morte -, avrebbe donato alla città tutti i suoi lavori.

Oggi, quello che dalla fontana guardo distendersi lungo i 320 ettari è lascito d'arte e talento, trionfo vivo di ingegno e creatività. È stato così sin da quando ho superato l'ingresso principale su Kirkeveien, e con le mani ho sfiorato il portale.

Ha cinque entrate con bassorilievi in bronzo, e due porte più piccole in ferro battuto sui lati. Il motivo dominante è il drago, eredità pregnante della tradizione vichinga e soggetto prediletto di Vigeland. La sua statua con in mano martello e scalpello, e realizzata da lui stesso, era lì sulla destra a guardarmi.

Poi attraversato lo spiazzo dell'entrata, sono arrivato al grande ponte in granito: è lungo 100 metri e largo 15. Fu l'artista a volerlo così imponente rispetto al canale che supera. Lungo le due sponde ci sono 58 statue in bronzo a grandezza naturale di uomini e donne, adulti e bambini, in gruppi o da soli.

La più famosa è il Sinnataggen, il bimbo furioso. Nel tempo è diventata uno dei simboli del parco e di Oslo. Sul lato sinistro c’è l’area circolare per i giochi dell'infanzia. Al centro, invece, la scultura di un altro bambino non ancora nato. Intorno, otto statue di bimbi in diverse fasi della crescita.

Superato il ponte, sono arrivato qui dove mi trovo ora: davanti alla fontana che gorgoglia la storia del Vigeland Park. Mentre continuo ad ascoltarla, fisso le venti sculture a forma d'albero intorno alla vasca. Figure umane s'intrecciano al loro fusto, simbolo di età diverse dalla nascita alla morte. Sessanta bassorilievi decorano le pareti esterne.

Cammino intorno alla struttura seguendo il labirinto disegnato sul pavimento: il suo motivo in bianco e nero copre una superficie di 1800 metri quadrati, e l'intero sviluppo è lungo quasi tre chilometri.

Rinuncio a seguirlo tutto, e salgo la scalinata a tre livelli per raggiungere la parte più elevata del parco. Sulla terrazza c'è la colonna alta 17 metri, insieme raffigurato di 121 esseri umani intrecciati tra loro. Scolpita in un unico pezzo di granito, è chiamata il Monolito. Da qui la vista del Vigeland Park è splendida, insieme di talento sempre vivo.

Dopo averlo osservato rapito, scendo dalla terrazza e arrivo alla fine del percorso: lì c'è la Livshjulet, la ruota della vita. La scultura è composta da sette figure umane (quattro adulti e tre bambini) che si intrecciano e si rincorrono. E formano un cerchio, ideale conclusione di un viaggio nel ciclo della vita: dalla nascita alla morte.

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Crociera al tramonto nella baia di Darwin

📸 ✍️ Andrea Lessona

Dalla prua del catamarano, guardo il sole tramontare nella baia di Darwin: ne vernicia le acque e le coste, rendendole vermiglio, sino a quando l’ultimo raggio muore all’orizzonte. E tutto diventa oscurità.

Attimi intensi e ultimi di una crociera iniziata là, al Dock numero 3, alla fine di Stokes Hill Wharf, il City Side della capitale del Territorio del Nord quando sono salito a bordo dell’imbarcazione che in pochi minuti ha guadagnato il mare.

Un mare calmo, disteso infinito senza nemmeno una cresta - ideale per la navigazione. A ogni nodo percorso, il catamarano a due livelli della compagnia Darwin Harbour Cruises lo ha navigato sereno, offrendo scenari degni di una fiaba.

Dal ponte come dal cabinato del ristorante - dove si cena al fresco dell’aria condizionata – tutto sembrava scivolare via come in un film: metri di costa frastagliata si aprivano alla vista e svelavano anfratti nascosti.

Mentre la pellicola preparata dalla natura continuava a scorrere, dalla cabina di comando una voce roca raccontava la storia di Darwin: il bombardamento della città durante la seconda guerra mondiale, e la furia del ciclone Tracey che colpì la capitale del Top End.

Ricordi lontani, quasi irreali data la brezza lieve che si respirava e la pace della baia tutto intorno. A volte può capitare che qualche delfino disegni col suo salto un arcobaleno. Oppure che qualche tartaruga così come qualche dugongo, emerga veloce dalle acque.

E allora, attraversando il ponte di corsa, i passeggeri arrivano a poppa per fotografarli e regalarsi un ricordo per sempre. Così come le barche a vela che solcano il mare - altro soggetto da immortalare insieme al sole che tramonta nella baia di Darwin.

Poi, quando tutto è buio, l’imbarcazione riguadagna la costa: e dalla sua prua si vede il profilo illuminato della città: migliaia di luci sfolgoranti che la tratteggiano ma negano quelle vere delle stelle.

ℹ️ Northern Territory
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Basilica di Santo Stefano, Budapest neorinascimentale

✍️ Andrea Lessona

Il suo profilo neorinascimentale è meraviglia architettonica che abbellisce la zona di Pest: è lì, al numero 1 della piazza a cui dà nome, che la basilica di Santo Stefano di Budapest sorge.

Iniziata nel 1851 da József Hild, la chiesa deve l’enorme cupola che la caratterizza al suo successore: Miklós Ybl. Nel 1906, Jozsef Kauser, l’ultimo dei tre architetti, termina gli interminabili lavori.

Così, alla presenza dell'imperatore Francesco Giuseppe I, la chiesa viene consacrata e poi elevata alla dignità di basilica minore nel 1938 - proprio nel novecentesimo anniversario della morte del sovrano fondatore dell'Ungheria.

A croce greca, l’elemento più evidente dell’edificio è la cupola: alta 96 metri, come il palazzo del Parlamento, non può essere superata in altezza per legge. Gli edifici sono entrambi simbolo dell'importanza paritetica di Stato e Religione.

La facciata della chiesa è caratterizzata dal grande arco a serliana, sopra cui c'è un frontone scolpito con la frase in latino di Gesù: Io sono la Via, la Verità e la Vita. I due campanili fanno da cornice verticale alla struttura con archi, timpani e bifore. Nel Portale Maggiore ci sono i Dodici Apostoli scolpiti.

Entrare nella basilica di Santo Stefano è stupire gli occhi dei marmi e dei mosaici che con le opere d'arte dei più grandi artisti ungheresi rendono unica la chiesa, concattedrale - con la basilica di Esztergom - dell'arcidiocesi di Strigonio-Budapest.

La cupola è a spicchi ed è impostata su pennacchi, simile alla Basilica Vaticana. Le volte a botte, invece, hanno decorazioni con lacunari ottagonali dorati. Nella cappella a destra dell'altare si venera Santo Destro, aiutante prezioso di Santo Stefano. La reliquia arrivò qui nel 1945.

La Basilica di Santo Stefano può accogliere sino a otto mila fedeli. Alcuni dei quali, finito di pregare, possono salire al tamburo della cupola: dai suoi 65 metri d'altezza, si ha un panorama meraviglioso di Budapest.

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La Settimana de il Reporter

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Il Festival del ghiaccio di Savonlinna, arte finnica

📸 ✍️ Andrea Lessona

Nel respiro caldo dei creatori, il ghiaccio vive di nuova forma: vita soffiata da uomini e donne dall'antico sapere, capaci di cesellare enormi blocchi di neve ghiacciata e regalare energia diafana alle sculture del castello di Olavinlinna a Savonlinna.

È qui, tra le mura di uno dei manieri meglio conservati dell’Europa settentrionale, nella cittadina sorta sulle sponde del lago Saimaa, che ogni anno si svolge il Jäälinna, il Festival del ghiaccio, una gara tra squadre di diverse nazionalità.

La tradizione risale al 1980 quando la Finlandia iniziò a organizzare una competizione amichevole usando una delle materie di cui abbonda in inverno: la neve. Fu così che dopo qualche interruzione e qualche spostamento di località, si è arrivati alla scelta definitiva del castello di Olavinlinna.

La location è la stessa in cui si celebra il famoso Festival dell’Opera in luglio: il piazzale del maniero. Solo il clima e i colori del cielo mutano nel mutare delle stagioni che regalano differenti emozioni, comunque da vivere.

A ogni edizione viene scelto un argomento, una traccia su cui tracciare nel ghiaccio linee e lineamenti vivi per far vivere i personaggi. Li ho visti sul piazzale del castello di Olavinlinna intenti a creare le loro creature mentre vicini alle bandiere dei rispettivi paesi misuravano il tempo e lo spazio per scolpire il ghiaccio.

Alla fine una giuria decreterà il vincitore, premio ambito di cui fregiarsi sino alla prossima edizione quando il freddo avrà ricreato ciò il caldo avrà sciolto. E i creatori avranno nuova materia e nuovo caldo respiro per far vivere personaggi e storie da raccontare nel ghiaccio.

ℹ️ Visit Finland
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