Fortezza dello Spielberg, la prigione d'Europa
📸 ✍️ Andrea Lessona
Austera e impenetrabile, la fortezza dello Spielberg incute ancora timore: mentre cammino la collina di Brno su cui sorge, provo inquietudine. Soprattutto quando supero il monumento ai Carbonari italiani, e penso ai loro anni vissuti qui.
Qui dove oggi la prigione d'Europa - come era tristemente conosciuta - è museo civico della capitale della Moravia, monumento culturale nazionale e proscenio di avvenimenti culturali.
Appena supero il portone in legno pesante, io sento freddo: un freddo antico che attraversa la fortezza dello Spielberg e impregna le sue mura invincibili di dolore. Fondata nel XII secolo dal re ceco Premislao Ottocaro II, venne trasformata nel 1820 in una grande galera civile per i detenuti più crudeli.
Inorridisco a pensare che in questo freddo tra la fine del Settecento e la metà dell'Ottocento, furono rinchiusi i rivoluzionari francesi e i giacobini ungheresi; i carbonari italiani, Pietro Maroncelli e Silvio Pellico, e i seguaci della Giovine Italia; e i partecipanti della rivolta di Cracovia del 1846.
È proprio quando arrivo davanti cella di Pellico che sento più freddo: dentro c'è un bugliolo, un tavolaccio su cui dormiva, un tavolino su cui scrisse Le mie prigioni rivelando all'Europa l'orrore della fortezza dello Spielberg.
Un orrore a cui Francesco Giuseppe I d'Asburgo pose fine nel 1855, ritrasformando la cittadella fortificata in caserma militare. Ma il triste destino di queste mura, in cui il dolore è ancora vivo, videro altre atrocità durante i due conflitti mondiali.
Mentre raggiungo l'uscita, sapere che dal 1960 la fortezza dello Spielberg è sede del museo civico di Brno e dal 1962 monumento culturale nazionale alleggerisce l'inquietudine. Soprattutto se penso che nel suo cortile, dove ieri i prigionieri sognavano il cielo, ci sono spesso manifestazioni culturali.
Scendendo la collina, vedo Brno splendere contro il sole e il monumento ai Carbonari italiani mi sembra meno tetro.
ℹ️ Visit Czech Republic
📸 ✍️ Andrea Lessona
Austera e impenetrabile, la fortezza dello Spielberg incute ancora timore: mentre cammino la collina di Brno su cui sorge, provo inquietudine. Soprattutto quando supero il monumento ai Carbonari italiani, e penso ai loro anni vissuti qui.
Qui dove oggi la prigione d'Europa - come era tristemente conosciuta - è museo civico della capitale della Moravia, monumento culturale nazionale e proscenio di avvenimenti culturali.
Appena supero il portone in legno pesante, io sento freddo: un freddo antico che attraversa la fortezza dello Spielberg e impregna le sue mura invincibili di dolore. Fondata nel XII secolo dal re ceco Premislao Ottocaro II, venne trasformata nel 1820 in una grande galera civile per i detenuti più crudeli.
Inorridisco a pensare che in questo freddo tra la fine del Settecento e la metà dell'Ottocento, furono rinchiusi i rivoluzionari francesi e i giacobini ungheresi; i carbonari italiani, Pietro Maroncelli e Silvio Pellico, e i seguaci della Giovine Italia; e i partecipanti della rivolta di Cracovia del 1846.
È proprio quando arrivo davanti cella di Pellico che sento più freddo: dentro c'è un bugliolo, un tavolaccio su cui dormiva, un tavolino su cui scrisse Le mie prigioni rivelando all'Europa l'orrore della fortezza dello Spielberg.
Un orrore a cui Francesco Giuseppe I d'Asburgo pose fine nel 1855, ritrasformando la cittadella fortificata in caserma militare. Ma il triste destino di queste mura, in cui il dolore è ancora vivo, videro altre atrocità durante i due conflitti mondiali.
Mentre raggiungo l'uscita, sapere che dal 1960 la fortezza dello Spielberg è sede del museo civico di Brno e dal 1962 monumento culturale nazionale alleggerisce l'inquietudine. Soprattutto se penso che nel suo cortile, dove ieri i prigionieri sognavano il cielo, ci sono spesso manifestazioni culturali.
Scendendo la collina, vedo Brno splendere contro il sole e il monumento ai Carbonari italiani mi sembra meno tetro.
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Opéra Royal de Wallonie, l’Opera di Liegi
📸 ✍️ Andrea Lessona
Inconfondibile e possente, il profilo dell’Opera di Liegi domina la piazza su cui si innalza con le sue fattezze neoclassiche. Basta avvicinarsi passo dopo passo per ammirarne i dettagli che sono anche la sua storia.
Una storia iniziata nel 1816, quando re Guglielmo d'Orange cedette alla città vallone quest’area e gli edifici di un vecchio convento di frati domenicani. In cambio, però, doveva essere costruito un teatro.
Nel luglio del 1818, venne posata la prima pietra dell’edificio. E solo due anni dopo - il 4 novembre 1820 - l’ Opéra Royal de Wallonie venne inaugurata tra la soddisfazione generale degli amministratori e dei cittadini.
Costruita in accordo con il progetto dell'architetto Auguste Duckers, il teatro dell’Opera di Liegi ha uno stile prettamente neoclassico: lo dimostra la sua inconfondibile forma a parallelepipedo.
La facciata principale de l'Opéra Royal de Wallonie è decorata con un impressionante colonnato in marmo, limitato da una balaustra che, a sua volta, viene sormontato da un timpano.
Nel 1852 il teatro dell’Opera di Liegi divenne proprietà della città belga. E da allora ha subito diverse ristrutturazioni. La più importante è quella che, dopo trent’anni di lavori, ha riportato l’edificio a riaprire i battenti il 19 settembre 2012.
Prima di allora, nel 1999, l'Opéra Royal de Wallonie era stata classificata dalla Commissione dei Monumenti e Siti. Proprio davanti all’edificio si trova la statua del musicista André Grétry.
Nato a Liegi, il compositore belga lavorò per anni in Francia dove prese la cittadinanza transalpina. Ciononostante, la città vallone non dimenticò mai uno dei suoi figli più celebri.
E così, per ricordarlo, commissionò un monumento al noto scultore Guillaume Geefs. Nel 1842, proprio nel monumento che aveva creato di fronte al teatro dell’Opera di Liegi, venne deposto il cuore di André Grétry.
ℹ️ Ufficio Belga per il Turismo Vallonia
📸 ✍️ Andrea Lessona
Inconfondibile e possente, il profilo dell’Opera di Liegi domina la piazza su cui si innalza con le sue fattezze neoclassiche. Basta avvicinarsi passo dopo passo per ammirarne i dettagli che sono anche la sua storia.
Una storia iniziata nel 1816, quando re Guglielmo d'Orange cedette alla città vallone quest’area e gli edifici di un vecchio convento di frati domenicani. In cambio, però, doveva essere costruito un teatro.
Nel luglio del 1818, venne posata la prima pietra dell’edificio. E solo due anni dopo - il 4 novembre 1820 - l’ Opéra Royal de Wallonie venne inaugurata tra la soddisfazione generale degli amministratori e dei cittadini.
Costruita in accordo con il progetto dell'architetto Auguste Duckers, il teatro dell’Opera di Liegi ha uno stile prettamente neoclassico: lo dimostra la sua inconfondibile forma a parallelepipedo.
La facciata principale de l'Opéra Royal de Wallonie è decorata con un impressionante colonnato in marmo, limitato da una balaustra che, a sua volta, viene sormontato da un timpano.
Nel 1852 il teatro dell’Opera di Liegi divenne proprietà della città belga. E da allora ha subito diverse ristrutturazioni. La più importante è quella che, dopo trent’anni di lavori, ha riportato l’edificio a riaprire i battenti il 19 settembre 2012.
Prima di allora, nel 1999, l'Opéra Royal de Wallonie era stata classificata dalla Commissione dei Monumenti e Siti. Proprio davanti all’edificio si trova la statua del musicista André Grétry.
Nato a Liegi, il compositore belga lavorò per anni in Francia dove prese la cittadinanza transalpina. Ciononostante, la città vallone non dimenticò mai uno dei suoi figli più celebri.
E così, per ricordarlo, commissionò un monumento al noto scultore Guillaume Geefs. Nel 1842, proprio nel monumento che aveva creato di fronte al teatro dell’Opera di Liegi, venne deposto il cuore di André Grétry.
ℹ️ Ufficio Belga per il Turismo Vallonia
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Fontane di Berna, zampillio di memoria
✍️ Andrea Lessona
Zampillano acqua e memoria. Dislocate per tutta la città, le fontane di Berna raccontano la storia della capitale svizzera. Delle oltre cento, undici hanno conservato le statue originali con figure allegoriche.
I loro colori, tenuti vivi nei secoli, danno effervescenza alle vie cittadine risalenti al medioevo. Ed è proprio a quel periodo che risalgono: costruite al posto dei vecchi pozzi di legno, denotano il benessere della borghesia del tempo.
Oggi le fontane di Berna sono un memento tramandato sino ai giorni nostri degli eroi e degli eventi che hanno caratterizzato quei secoli. Per questo per i bernesi sono ancora più preziose.
Ridipinte nel rispetto dei colori originali, alcune di queste opere d'arte zampillanti si trovano addirittura nel mezzo di strade con molto traffico - tanto da “regolarlo” col loro flusso.
Molte delle fontane di Berna risalgono alla metà del XVI secolo come la Gerechtigkeitsbrunnen o Fontana della Giustizia, la Kindlifresserbrunnen o Fontana dell'Orco, la Zähringerbrunnen o Fontana degli Zähringen.
Sino a oltre 140 anni fa queste sorgenti pubbliche avevano un'importanza straordinaria per l'approvvigionamento idrico della capitale svizzera. Ma erano anche un luogo dall'alto valere sociale.
Intorno alle fontane di Berna ci si trovava non solo per prendere acqua pulita e fresca ma anche per lavare i panni e chiacchierare scambiandosi così notizie e confidenze sui fatti del tempo.
Oltre alle fontane di Berna, anche il ruscello cittadino - che fungeva da canalizzazione all'aria aperta – aveva una funzione essenziale. Ancora oggi collega le sorgenti tra loro, e in alcuni tratti lo si può vedere chiaramente.
Chi invece non è visibile è la Fontana di Len. Nota come Lenbrunnen, si trova nelle profondità delle cantine della cancelleria di stato. Ed è la più antica cisterna della città. La si può visitare solo attraverso una visita guidata.
ℹ️ 📷 Svizzera Turismo
✍️ Andrea Lessona
Zampillano acqua e memoria. Dislocate per tutta la città, le fontane di Berna raccontano la storia della capitale svizzera. Delle oltre cento, undici hanno conservato le statue originali con figure allegoriche.
I loro colori, tenuti vivi nei secoli, danno effervescenza alle vie cittadine risalenti al medioevo. Ed è proprio a quel periodo che risalgono: costruite al posto dei vecchi pozzi di legno, denotano il benessere della borghesia del tempo.
Oggi le fontane di Berna sono un memento tramandato sino ai giorni nostri degli eroi e degli eventi che hanno caratterizzato quei secoli. Per questo per i bernesi sono ancora più preziose.
Ridipinte nel rispetto dei colori originali, alcune di queste opere d'arte zampillanti si trovano addirittura nel mezzo di strade con molto traffico - tanto da “regolarlo” col loro flusso.
Molte delle fontane di Berna risalgono alla metà del XVI secolo come la Gerechtigkeitsbrunnen o Fontana della Giustizia, la Kindlifresserbrunnen o Fontana dell'Orco, la Zähringerbrunnen o Fontana degli Zähringen.
Sino a oltre 140 anni fa queste sorgenti pubbliche avevano un'importanza straordinaria per l'approvvigionamento idrico della capitale svizzera. Ma erano anche un luogo dall'alto valere sociale.
Intorno alle fontane di Berna ci si trovava non solo per prendere acqua pulita e fresca ma anche per lavare i panni e chiacchierare scambiandosi così notizie e confidenze sui fatti del tempo.
Oltre alle fontane di Berna, anche il ruscello cittadino - che fungeva da canalizzazione all'aria aperta – aveva una funzione essenziale. Ancora oggi collega le sorgenti tra loro, e in alcuni tratti lo si può vedere chiaramente.
Chi invece non è visibile è la Fontana di Len. Nota come Lenbrunnen, si trova nelle profondità delle cantine della cancelleria di stato. Ed è la più antica cisterna della città. La si può visitare solo attraverso una visita guidata.
ℹ️ 📷 Svizzera Turismo
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Torre di Clifford, emblema di York
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel buio della storia, gradini stretti e umidi si avvolgono intorno alla pietra scivolosa sino a quando escono sulla sommità della torre di Clifford: da quassù il centro di York è tutto in uno sguardo libero e circolare.
Il vento, che attraversa il cielo dello Yorkshire e lo libera dalle nubi, racconta questa struttura in un soffio. Resto normanno di una città incisa da romani e vichinghi, la struttura è emblema e ultimo lascito del castello cittadino. Il tumulo fu fatto costruire da Guglielmo il Conquistatore nel 1068.
L'edificio originale, con una struttura in legno nella parte superiore, venne spazzato via dal fuoco durante uno dei momenti più sanguinosi e tragici di York: il massacro di 150 ebrei nel 1190.
Poi tra il 1190 e 1194, la torre di Clifford venne ristrutturata e il tumulo innalzato alla sua altezza attuale. Nel 1245, la struttura cedette per una tempesta. Ma durante le guerre contro gli scozzesi, Enrico III ne ordinò una nuova ricostruzione in pietra.
Così, Mastro Simone di Northampton e Maestro Enrico di Reynes, rispettivamente falegname anziano e tagliapietre nel castello di Windsor, furono inviati a York per la realizzazione di un maniero cittadino.
Nel 1596, invece, le mura della torre di Clifden vennero smantellate a poco a poco dal carceriere del castello, Robert Redhead. L'uomo, pare a corto di denari, pensò bene di vendere le pietre della struttura.
Struttura che tornò ad avere un ruolo militare durante la guerra civile inglese: nel 1642 venne occupata dalle truppe realiste e poi da quelle parlamentari. Una guarnigione di soldati rimase qui sino a quando venne bruciata nel 1684.
Abbandonata a sé, la torre di Clifden fu incorporata nelle estensioni della prigione nel 1825. Nonostante tutto, ancora si erge orgogliosa nel centro di York: vedetta in pietra per ammirare dalla sua sommità la capitale dello Yorkshire sino a dove lo sguardo libero e circolare arriva.
ℹ️ Visit Britain Visit York
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel buio della storia, gradini stretti e umidi si avvolgono intorno alla pietra scivolosa sino a quando escono sulla sommità della torre di Clifford: da quassù il centro di York è tutto in uno sguardo libero e circolare.
Il vento, che attraversa il cielo dello Yorkshire e lo libera dalle nubi, racconta questa struttura in un soffio. Resto normanno di una città incisa da romani e vichinghi, la struttura è emblema e ultimo lascito del castello cittadino. Il tumulo fu fatto costruire da Guglielmo il Conquistatore nel 1068.
L'edificio originale, con una struttura in legno nella parte superiore, venne spazzato via dal fuoco durante uno dei momenti più sanguinosi e tragici di York: il massacro di 150 ebrei nel 1190.
Poi tra il 1190 e 1194, la torre di Clifford venne ristrutturata e il tumulo innalzato alla sua altezza attuale. Nel 1245, la struttura cedette per una tempesta. Ma durante le guerre contro gli scozzesi, Enrico III ne ordinò una nuova ricostruzione in pietra.
Così, Mastro Simone di Northampton e Maestro Enrico di Reynes, rispettivamente falegname anziano e tagliapietre nel castello di Windsor, furono inviati a York per la realizzazione di un maniero cittadino.
Nel 1596, invece, le mura della torre di Clifden vennero smantellate a poco a poco dal carceriere del castello, Robert Redhead. L'uomo, pare a corto di denari, pensò bene di vendere le pietre della struttura.
Struttura che tornò ad avere un ruolo militare durante la guerra civile inglese: nel 1642 venne occupata dalle truppe realiste e poi da quelle parlamentari. Una guarnigione di soldati rimase qui sino a quando venne bruciata nel 1684.
Abbandonata a sé, la torre di Clifden fu incorporata nelle estensioni della prigione nel 1825. Nonostante tutto, ancora si erge orgogliosa nel centro di York: vedetta in pietra per ammirare dalla sua sommità la capitale dello Yorkshire sino a dove lo sguardo libero e circolare arriva.
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Vigeland Park, meraviglia di Oslo
✍️ Andrea Lessona
L'acqua zampillante della fontana gorgoglia la storia del Vigeland Park scorrendo nel catino quadrato. È sorretto da sei uomini di ogni età, simbolo di forza e vigore differenti. Come il contributo che possono dare alla vita e a sostegno dell'opera più imponente del parco all'interno del Frognerparken alla periferia di Oslo.
È qui che Gustave Vigeland iniziò a realizzarlo nel 1924 dopo un accordo preso con la municipalità: in cambio di un nuovo alloggio – che sarebbe diventato museo alla morte -, avrebbe donato alla città tutti i suoi lavori.
Oggi, quello che dalla fontana guardo distendersi lungo i 320 ettari è lascito d'arte e talento, trionfo vivo di ingegno e creatività. È stato così sin da quando ho superato l'ingresso principale su Kirkeveien, e con le mani ho sfiorato il portale.
Ha cinque entrate con bassorilievi in bronzo, e due porte più piccole in ferro battuto sui lati. Il motivo dominante è il drago, eredità pregnante della tradizione vichinga e soggetto prediletto di Vigeland. La sua statua con in mano martello e scalpello, e realizzata da lui stesso, era lì sulla destra a guardarmi.
Poi attraversato lo spiazzo dell'entrata, sono arrivato al grande ponte in granito: è lungo 100 metri e largo 15. Fu l'artista a volerlo così imponente rispetto al canale che supera. Lungo le due sponde ci sono 58 statue in bronzo a grandezza naturale di uomini e donne, adulti e bambini, in gruppi o da soli.
La più famosa è il Sinnataggen, il bimbo furioso. Nel tempo è diventata uno dei simboli del parco e di Oslo. Sul lato sinistro c’è l’area circolare per i giochi dell'infanzia. Al centro, invece, la scultura di un altro bambino non ancora nato. Intorno, otto statue di bimbi in diverse fasi della crescita.
Superato il ponte, sono arrivato qui dove mi trovo ora: davanti alla fontana che gorgoglia la storia del Vigeland Park. Mentre continuo ad ascoltarla, fisso le venti sculture a forma d'albero intorno alla vasca. Figure umane s'intrecciano al loro fusto, simbolo di età diverse dalla nascita alla morte. Sessanta bassorilievi decorano le pareti esterne.
Cammino intorno alla struttura seguendo il labirinto disegnato sul pavimento: il suo motivo in bianco e nero copre una superficie di 1800 metri quadrati, e l'intero sviluppo è lungo quasi tre chilometri.
Rinuncio a seguirlo tutto, e salgo la scalinata a tre livelli per raggiungere la parte più elevata del parco. Sulla terrazza c'è la colonna alta 17 metri, insieme raffigurato di 121 esseri umani intrecciati tra loro. Scolpita in un unico pezzo di granito, è chiamata il Monolito. Da qui la vista del Vigeland Park è splendida, insieme di talento sempre vivo.
Dopo averlo osservato rapito, scendo dalla terrazza e arrivo alla fine del percorso: lì c'è la Livshjulet, la ruota della vita. La scultura è composta da sette figure umane (quattro adulti e tre bambini) che si intrecciano e si rincorrono. E formano un cerchio, ideale conclusione di un viaggio nel ciclo della vita: dalla nascita alla morte.
ℹ️ Visit Norway
✍️ Andrea Lessona
L'acqua zampillante della fontana gorgoglia la storia del Vigeland Park scorrendo nel catino quadrato. È sorretto da sei uomini di ogni età, simbolo di forza e vigore differenti. Come il contributo che possono dare alla vita e a sostegno dell'opera più imponente del parco all'interno del Frognerparken alla periferia di Oslo.
È qui che Gustave Vigeland iniziò a realizzarlo nel 1924 dopo un accordo preso con la municipalità: in cambio di un nuovo alloggio – che sarebbe diventato museo alla morte -, avrebbe donato alla città tutti i suoi lavori.
Oggi, quello che dalla fontana guardo distendersi lungo i 320 ettari è lascito d'arte e talento, trionfo vivo di ingegno e creatività. È stato così sin da quando ho superato l'ingresso principale su Kirkeveien, e con le mani ho sfiorato il portale.
Ha cinque entrate con bassorilievi in bronzo, e due porte più piccole in ferro battuto sui lati. Il motivo dominante è il drago, eredità pregnante della tradizione vichinga e soggetto prediletto di Vigeland. La sua statua con in mano martello e scalpello, e realizzata da lui stesso, era lì sulla destra a guardarmi.
Poi attraversato lo spiazzo dell'entrata, sono arrivato al grande ponte in granito: è lungo 100 metri e largo 15. Fu l'artista a volerlo così imponente rispetto al canale che supera. Lungo le due sponde ci sono 58 statue in bronzo a grandezza naturale di uomini e donne, adulti e bambini, in gruppi o da soli.
La più famosa è il Sinnataggen, il bimbo furioso. Nel tempo è diventata uno dei simboli del parco e di Oslo. Sul lato sinistro c’è l’area circolare per i giochi dell'infanzia. Al centro, invece, la scultura di un altro bambino non ancora nato. Intorno, otto statue di bimbi in diverse fasi della crescita.
Superato il ponte, sono arrivato qui dove mi trovo ora: davanti alla fontana che gorgoglia la storia del Vigeland Park. Mentre continuo ad ascoltarla, fisso le venti sculture a forma d'albero intorno alla vasca. Figure umane s'intrecciano al loro fusto, simbolo di età diverse dalla nascita alla morte. Sessanta bassorilievi decorano le pareti esterne.
Cammino intorno alla struttura seguendo il labirinto disegnato sul pavimento: il suo motivo in bianco e nero copre una superficie di 1800 metri quadrati, e l'intero sviluppo è lungo quasi tre chilometri.
Rinuncio a seguirlo tutto, e salgo la scalinata a tre livelli per raggiungere la parte più elevata del parco. Sulla terrazza c'è la colonna alta 17 metri, insieme raffigurato di 121 esseri umani intrecciati tra loro. Scolpita in un unico pezzo di granito, è chiamata il Monolito. Da qui la vista del Vigeland Park è splendida, insieme di talento sempre vivo.
Dopo averlo osservato rapito, scendo dalla terrazza e arrivo alla fine del percorso: lì c'è la Livshjulet, la ruota della vita. La scultura è composta da sette figure umane (quattro adulti e tre bambini) che si intrecciano e si rincorrono. E formano un cerchio, ideale conclusione di un viaggio nel ciclo della vita: dalla nascita alla morte.
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Crociera al tramonto nella baia di Darwin
📸 ✍️ Andrea Lessona
Dalla prua del catamarano, guardo il sole tramontare nella baia di Darwin: ne vernicia le acque e le coste, rendendole vermiglio, sino a quando l’ultimo raggio muore all’orizzonte. E tutto diventa oscurità.
Attimi intensi e ultimi di una crociera iniziata là, al Dock numero 3, alla fine di Stokes Hill Wharf, il City Side della capitale del Territorio del Nord quando sono salito a bordo dell’imbarcazione che in pochi minuti ha guadagnato il mare.
Un mare calmo, disteso infinito senza nemmeno una cresta - ideale per la navigazione. A ogni nodo percorso, il catamarano a due livelli della compagnia Darwin Harbour Cruises lo ha navigato sereno, offrendo scenari degni di una fiaba.
Dal ponte come dal cabinato del ristorante - dove si cena al fresco dell’aria condizionata – tutto sembrava scivolare via come in un film: metri di costa frastagliata si aprivano alla vista e svelavano anfratti nascosti.
Mentre la pellicola preparata dalla natura continuava a scorrere, dalla cabina di comando una voce roca raccontava la storia di Darwin: il bombardamento della città durante la seconda guerra mondiale, e la furia del ciclone Tracey che colpì la capitale del Top End.
Ricordi lontani, quasi irreali data la brezza lieve che si respirava e la pace della baia tutto intorno. A volte può capitare che qualche delfino disegni col suo salto un arcobaleno. Oppure che qualche tartaruga così come qualche dugongo, emerga veloce dalle acque.
E allora, attraversando il ponte di corsa, i passeggeri arrivano a poppa per fotografarli e regalarsi un ricordo per sempre. Così come le barche a vela che solcano il mare - altro soggetto da immortalare insieme al sole che tramonta nella baia di Darwin.
Poi, quando tutto è buio, l’imbarcazione riguadagna la costa: e dalla sua prua si vede il profilo illuminato della città: migliaia di luci sfolgoranti che la tratteggiano ma negano quelle vere delle stelle.
ℹ️ Northern Territory
📸 ✍️ Andrea Lessona
Dalla prua del catamarano, guardo il sole tramontare nella baia di Darwin: ne vernicia le acque e le coste, rendendole vermiglio, sino a quando l’ultimo raggio muore all’orizzonte. E tutto diventa oscurità.
Attimi intensi e ultimi di una crociera iniziata là, al Dock numero 3, alla fine di Stokes Hill Wharf, il City Side della capitale del Territorio del Nord quando sono salito a bordo dell’imbarcazione che in pochi minuti ha guadagnato il mare.
Un mare calmo, disteso infinito senza nemmeno una cresta - ideale per la navigazione. A ogni nodo percorso, il catamarano a due livelli della compagnia Darwin Harbour Cruises lo ha navigato sereno, offrendo scenari degni di una fiaba.
Dal ponte come dal cabinato del ristorante - dove si cena al fresco dell’aria condizionata – tutto sembrava scivolare via come in un film: metri di costa frastagliata si aprivano alla vista e svelavano anfratti nascosti.
Mentre la pellicola preparata dalla natura continuava a scorrere, dalla cabina di comando una voce roca raccontava la storia di Darwin: il bombardamento della città durante la seconda guerra mondiale, e la furia del ciclone Tracey che colpì la capitale del Top End.
Ricordi lontani, quasi irreali data la brezza lieve che si respirava e la pace della baia tutto intorno. A volte può capitare che qualche delfino disegni col suo salto un arcobaleno. Oppure che qualche tartaruga così come qualche dugongo, emerga veloce dalle acque.
E allora, attraversando il ponte di corsa, i passeggeri arrivano a poppa per fotografarli e regalarsi un ricordo per sempre. Così come le barche a vela che solcano il mare - altro soggetto da immortalare insieme al sole che tramonta nella baia di Darwin.
Poi, quando tutto è buio, l’imbarcazione riguadagna la costa: e dalla sua prua si vede il profilo illuminato della città: migliaia di luci sfolgoranti che la tratteggiano ma negano quelle vere delle stelle.
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