Ba Game, Natale alle Orcadi
✍️ Andrea Lessona
Nelle acque scure del porto, le luci di Kirkwall disegnano tremule stelle natalizie. La capitale delle Orcadi aspetta ansiosa l’Avvento e l’evento. Che qui si celebra proprio il giorno di Natale: il Ba’ Game.
Già stamane sul traghetto che da John o’ Groats, l’ultimo villaggio della Scozia, mi ha portato a Burwick, la punta meridionale dell’arcipelago, molti dei passeggeri che tornavano per le vacanze non parlavano d’altro.
Per le strade del centro storico della città più popolosa delle Orcadi, persino i bimbi chiedevano a mamma e papà chi vincerà domani. «E lei per chi fa il tifo, Sir?» mi ha chiesto un signore anziano mentre pagavo la birra al pub.
Dal mio silenzio imbarazzato ha capito che sono straniero, e così ha pensato di raccontarmi la storia di questo gioco tanto sentito dai locali. Prima di attaccare ha ordinato un whisky: «Roba buona, fatta da noi», ha detto soddisfatto. A Kirkwall si trova infatti la distilleria più settentrionale del mondo: la Highland Park Distillery fondata nel 1798.
«Dunque, Sir: i ragazzi e gli uomini della città sono divisi in “quelli di su”, Uppies, e “quelli di giù”, Donies, a seconda di dove sono nati. Tutti si contendono il Ba’, una palla di pelle fatta a mano. Lo scopo è quello di portare la sfera nella propria zona, all’estremità della città. È molto semplice: non ci sono né arbitri, né regole».
Più il whisky scivolava nell’ugola del mio narratore, più faticavo a capire il suo inglese carico di accento e alcol orcadiani.
«La partita comincia all’una del pomeriggio, proprio quando le campane della St. Magnus Cathedral iniziano a suonare. Ci saranno oltre 200 giocatori, Sir. Urlano, sgomitano, cercano di strapparsi il Ba’. Che spettacolo. Piacerebbe partecipare anche a me come in passato, ma sono troppo vecchio».
Mentre tirava il fiato, l’esperto ne ha approfittato per ordinare un altro cicchetto. «Dunque, Sir, dove ero rimasto?». Senza darmi il tempo di rispondere, ha riattaccato: «Tutte queste persone si muovono come un’onda dell’Atlantico. Un’onda lunga che sale e scende per le vie della città, persino sui tetti. Alla fine, la sfera raggiunge la zona e viene proclamato il vincitore».
E ha aggiunto: «Mica uno qualsiasi, Sir. Vince il giocatore più importante, uno che ha partecipato a diversi edizioni. Ce ne sono due all’anno: una a Natale, l’altra il primo giorno dell’anno. Deve sapere che qui si pratica il Ba’ Game dal 1850, anche se una cosa simile si giocava anni e anni prima».
Prosciugato il whisky, anche la storia è finita. Dopo aver ringraziato l’esperto sono uscito tra le vie acciottolate Kirkwall. Nel cielo che si faceva basso e scuro, ho visto i ritardatari entrare di corsa nelle loro case per preparare il cenone.
Io invece ne ho approfittato per godermi le strade silenziose e solitarie della città, le stesse che domani saranno prese d’assalto dagli Uppies e dai Donies per rubarsi una sfera di pelle ed entrare nella storia del Ba’ Game.
Poi sono arrivato sulla banchina dove mi trovo ora. Nelle acque scure del porto, invece delle luci di Kirkwall che disegnano tremule stelle natalizie, adesso vedo il volto di mio figlio.
ℹ️ Visit Scotland
✍️ Andrea Lessona
Nelle acque scure del porto, le luci di Kirkwall disegnano tremule stelle natalizie. La capitale delle Orcadi aspetta ansiosa l’Avvento e l’evento. Che qui si celebra proprio il giorno di Natale: il Ba’ Game.
Già stamane sul traghetto che da John o’ Groats, l’ultimo villaggio della Scozia, mi ha portato a Burwick, la punta meridionale dell’arcipelago, molti dei passeggeri che tornavano per le vacanze non parlavano d’altro.
Per le strade del centro storico della città più popolosa delle Orcadi, persino i bimbi chiedevano a mamma e papà chi vincerà domani. «E lei per chi fa il tifo, Sir?» mi ha chiesto un signore anziano mentre pagavo la birra al pub.
Dal mio silenzio imbarazzato ha capito che sono straniero, e così ha pensato di raccontarmi la storia di questo gioco tanto sentito dai locali. Prima di attaccare ha ordinato un whisky: «Roba buona, fatta da noi», ha detto soddisfatto. A Kirkwall si trova infatti la distilleria più settentrionale del mondo: la Highland Park Distillery fondata nel 1798.
«Dunque, Sir: i ragazzi e gli uomini della città sono divisi in “quelli di su”, Uppies, e “quelli di giù”, Donies, a seconda di dove sono nati. Tutti si contendono il Ba’, una palla di pelle fatta a mano. Lo scopo è quello di portare la sfera nella propria zona, all’estremità della città. È molto semplice: non ci sono né arbitri, né regole».
Più il whisky scivolava nell’ugola del mio narratore, più faticavo a capire il suo inglese carico di accento e alcol orcadiani.
«La partita comincia all’una del pomeriggio, proprio quando le campane della St. Magnus Cathedral iniziano a suonare. Ci saranno oltre 200 giocatori, Sir. Urlano, sgomitano, cercano di strapparsi il Ba’. Che spettacolo. Piacerebbe partecipare anche a me come in passato, ma sono troppo vecchio».
Mentre tirava il fiato, l’esperto ne ha approfittato per ordinare un altro cicchetto. «Dunque, Sir, dove ero rimasto?». Senza darmi il tempo di rispondere, ha riattaccato: «Tutte queste persone si muovono come un’onda dell’Atlantico. Un’onda lunga che sale e scende per le vie della città, persino sui tetti. Alla fine, la sfera raggiunge la zona e viene proclamato il vincitore».
E ha aggiunto: «Mica uno qualsiasi, Sir. Vince il giocatore più importante, uno che ha partecipato a diversi edizioni. Ce ne sono due all’anno: una a Natale, l’altra il primo giorno dell’anno. Deve sapere che qui si pratica il Ba’ Game dal 1850, anche se una cosa simile si giocava anni e anni prima».
Prosciugato il whisky, anche la storia è finita. Dopo aver ringraziato l’esperto sono uscito tra le vie acciottolate Kirkwall. Nel cielo che si faceva basso e scuro, ho visto i ritardatari entrare di corsa nelle loro case per preparare il cenone.
Io invece ne ho approfittato per godermi le strade silenziose e solitarie della città, le stesse che domani saranno prese d’assalto dagli Uppies e dai Donies per rubarsi una sfera di pelle ed entrare nella storia del Ba’ Game.
Poi sono arrivato sulla banchina dove mi trovo ora. Nelle acque scure del porto, invece delle luci di Kirkwall che disegnano tremule stelle natalizie, adesso vedo il volto di mio figlio.
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Kula Lotrščak, la Torre di Zagabria
📸 ✍️ Andrea Lessona
Dalla torre di Zagabria, un forte colpo di cannone annuncia alla capitale croata che è mezzogiorno. Le mani sulle orecchie per attutirne il rumore e il cuore in gola, guardo il fumo bianco espandersi nel cielo e respiro l'odore acre della polvere da sparo.
Anche oggi, la tradizione iniziata il 1° gennaio del 1877 è stata rispettata. È in quella data che per volere dell'allora consiglio cittadino, l'arma esplode per la prima volta la sua salve.
Poi, durante la Prima Guerra Mondiale tacque. E rimase muta sino al 1927 quando venne posizionata al quarto piano della torre di Zagabria - lascito ultimo della fortezza medievale del XIII secolo.
Fu Bela IV, re di Croazia e di Ungheria a ordinarne la realizzazione dopo aver fatto dell'attuale capitale croata una città reale e libera nel 1242. I lavori di fortificazione che nei secoli attutirono gli attacchi tartari e ottomani durarono vent'anni e finirono nel 1266.
E dello stesso periodo è anche la costruzione sul lato meridionale della struttura della Kula Lotrščak: il nome croato della torre di Zagabria deriva dalla latrunculorum, la “campana dei ladri” che ospitava al suo interno.
Ogni sera batteva l’ora annunciando l’imminente chiusura delle porte cittadine. E da quel momento in poi solo dei tagliaborse avrebbero potuto aggirarsi nel buio a caccia di qualche malcapitato.
Nei secoli, la torre di Zagabria ha subito diverse ristrutturazioni ma le sue mura irregolari e spesse 195 centimetri sono ancora lì a presidiare la parte alta della città, proprio dove arriva la funicolare. Oggi, al pian terreno si trova un negozio che vende souvenir e riproduzioni di artisti croati.
Il secondo e terzo e livello vengono usati per mostre ed esibizioni temporanee, mentre se si sale in cima, dove si trova il piccolo osservatorio del XIX secolo, si gode di un panorama unico: la capitale croata distesa sino a dovei l'occhio si perde e incontra l'orizzonte.
ℹ️ Ente Nazionale Croato per il Turismo
📸 ✍️ Andrea Lessona
Dalla torre di Zagabria, un forte colpo di cannone annuncia alla capitale croata che è mezzogiorno. Le mani sulle orecchie per attutirne il rumore e il cuore in gola, guardo il fumo bianco espandersi nel cielo e respiro l'odore acre della polvere da sparo.
Anche oggi, la tradizione iniziata il 1° gennaio del 1877 è stata rispettata. È in quella data che per volere dell'allora consiglio cittadino, l'arma esplode per la prima volta la sua salve.
Poi, durante la Prima Guerra Mondiale tacque. E rimase muta sino al 1927 quando venne posizionata al quarto piano della torre di Zagabria - lascito ultimo della fortezza medievale del XIII secolo.
Fu Bela IV, re di Croazia e di Ungheria a ordinarne la realizzazione dopo aver fatto dell'attuale capitale croata una città reale e libera nel 1242. I lavori di fortificazione che nei secoli attutirono gli attacchi tartari e ottomani durarono vent'anni e finirono nel 1266.
E dello stesso periodo è anche la costruzione sul lato meridionale della struttura della Kula Lotrščak: il nome croato della torre di Zagabria deriva dalla latrunculorum, la “campana dei ladri” che ospitava al suo interno.
Ogni sera batteva l’ora annunciando l’imminente chiusura delle porte cittadine. E da quel momento in poi solo dei tagliaborse avrebbero potuto aggirarsi nel buio a caccia di qualche malcapitato.
Nei secoli, la torre di Zagabria ha subito diverse ristrutturazioni ma le sue mura irregolari e spesse 195 centimetri sono ancora lì a presidiare la parte alta della città, proprio dove arriva la funicolare. Oggi, al pian terreno si trova un negozio che vende souvenir e riproduzioni di artisti croati.
Il secondo e terzo e livello vengono usati per mostre ed esibizioni temporanee, mentre se si sale in cima, dove si trova il piccolo osservatorio del XIX secolo, si gode di un panorama unico: la capitale croata distesa sino a dovei l'occhio si perde e incontra l'orizzonte.
ℹ️ Ente Nazionale Croato per il Turismo
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Queen Victoria Market, il mercato di Melbourne
✍️ Andrea Lessona
Dall'ingresso del Queen Victoria Market, l'infinita distesa di colori diventa a ogni passo un affresco brulicante di bancarelle, prodotti freschi e gente sorridente. Un quadro vivente che fa di questo posto il più importante mercato di Melbourne.
Realizzata nel 1878 dove un tempo c'era un cimitero con oltre nove mila defunti, la struttura si distende per sette ettari ed è la più grande all'aria aperta dell'emisfero meridionale.
Conosciuto come Vic Market o Queen Vic, questo mercato di Melbourne è l'unico ottocentesco sopravvissuto nel distretto finanziario cittadino. Gli altri due, l'Eastern Market e il Western Market vennero chiusi negli anni '60 del secolo scorso.
Questo luogo, tanto caro agli abitanti della città e ai turisti che la visitano, ha anche un grande valore storico. Ecco perché è stato inserito nella lista del Registro ereditario vittoriano – il Victorian Heritage Register.
In questo mercato di Melbourne si trova davvero di tutto: sulle oltre seicento bancarelle ci sono prodotti freschi, frutti di mare, abbigliamento alla moda e vintage, souvenir di ogni tipo e infinite cianfrusaglie da portare via con pochi spiccioli.
Chi ha tempo, voglia e pazienza di girarlo tutto le occasioni non mancano. Nonostante questa varietà di prodotti e offerte il Queen Victoria Market non è da confondere con un gran bazar.
Infatti qui molti cuochi professionisti della città comprano i prodotti per poi preparare i loro piatti. Conoscendo il mercato di Melbourne arrivano presto, si appostano davanti alle bancarelle migliori e iniziano a trattare merce e prezzi.
Uno spettacolo che va in scena tutti i giorni tranne il lunedì e il mercoledì e che può essere visto insieme a tutto il Queen Victoria Market grazie a visite guidate. Per chi ha poco tempo e vuole conoscere anche la storia di questo luogo imperdibile è forse la soluzione migliore.
✍️ Andrea Lessona
Dall'ingresso del Queen Victoria Market, l'infinita distesa di colori diventa a ogni passo un affresco brulicante di bancarelle, prodotti freschi e gente sorridente. Un quadro vivente che fa di questo posto il più importante mercato di Melbourne.
Realizzata nel 1878 dove un tempo c'era un cimitero con oltre nove mila defunti, la struttura si distende per sette ettari ed è la più grande all'aria aperta dell'emisfero meridionale.
Conosciuto come Vic Market o Queen Vic, questo mercato di Melbourne è l'unico ottocentesco sopravvissuto nel distretto finanziario cittadino. Gli altri due, l'Eastern Market e il Western Market vennero chiusi negli anni '60 del secolo scorso.
Questo luogo, tanto caro agli abitanti della città e ai turisti che la visitano, ha anche un grande valore storico. Ecco perché è stato inserito nella lista del Registro ereditario vittoriano – il Victorian Heritage Register.
In questo mercato di Melbourne si trova davvero di tutto: sulle oltre seicento bancarelle ci sono prodotti freschi, frutti di mare, abbigliamento alla moda e vintage, souvenir di ogni tipo e infinite cianfrusaglie da portare via con pochi spiccioli.
Chi ha tempo, voglia e pazienza di girarlo tutto le occasioni non mancano. Nonostante questa varietà di prodotti e offerte il Queen Victoria Market non è da confondere con un gran bazar.
Infatti qui molti cuochi professionisti della città comprano i prodotti per poi preparare i loro piatti. Conoscendo il mercato di Melbourne arrivano presto, si appostano davanti alle bancarelle migliori e iniziano a trattare merce e prezzi.
Uno spettacolo che va in scena tutti i giorni tranne il lunedì e il mercoledì e che può essere visto insieme a tutto il Queen Victoria Market grazie a visite guidate. Per chi ha poco tempo e vuole conoscere anche la storia di questo luogo imperdibile è forse la soluzione migliore.
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Casa Helbling, Innsbruck barocca
📸 ✍️ Andrea Lessona
Un drappo di fine barocco cade dai tetti sino a terra, e veste d'antica eleganza casa Helbling. In piedi in Herzog-Friedrich-Str, centro storico di Innsbruck, guardo questa meraviglia - lato terzo del triangolo formato dal vicino Tettuccio d'oro e dalla Torre civica.
L'edificio che fisso rapito per la sua bellezza risale alla metà del XV secolo. Dal portico terreno in stile gotico si alza per quattro piani disposti su due facciate: quella principale e più stretta è delimitata da due enker - la tipica costruzione per proiettare all'esterno di uno stabile alcune finestre.
Questa fronte di casa Helbling lascia cadere la sua ombra nel cuore di Innsbruck e insieme al Tettuccio d'oro è anche il lato più fotografato. L'altra facciata più lunga dà sull'angolo della via.
La struttura che oggi ospita abitazioni e negozi, venne acquistata nel 1725 da Johan Fischer, potente e facoltoso tesoriere della zecca di Hall in Tirol. Fu lui, qualche anno dopo, che incaricò Anton Gigl di decorarne l'esterno.
Il maestro stuccatore bavarese, allievo tra i più bravi della grande scuola di Wessobrunn, iniziò così a rivestire metro dopo metro le facciate di casa Helbling. Lo fece con la maestria che gli era propria usando stucchi policromi.
Poi, tra il 1730 e il 1732, disegnò una a uno ogni motivo decorativo: le cornici, i mascheroni, i bellissimi tralci floreali, i piccoli putti, i trofei, gli appetitosi grappoli di frutta, le belle conchiglie e le splendide volute.
In origine, le finestre di casa Helbling avevano motivi tardogotici: lo dimostrano i resti trovati nel bovindo meridionale - balcone chiuso e sporgente dalla facciata di un edificio - durante i restauri i del 1932.
Lo stabile, che è impossibile non ammirare soprattutto quando il sole lo ravviva obliquo con i suoi raggi caldi, prende il nome da Sebastian Hölbling (anche conosciuto come Helbling), che ne fu proprietario tra il 1800 e il 1827.
ℹ️ Innsbruck Info
📸 ✍️ Andrea Lessona
Un drappo di fine barocco cade dai tetti sino a terra, e veste d'antica eleganza casa Helbling. In piedi in Herzog-Friedrich-Str, centro storico di Innsbruck, guardo questa meraviglia - lato terzo del triangolo formato dal vicino Tettuccio d'oro e dalla Torre civica.
L'edificio che fisso rapito per la sua bellezza risale alla metà del XV secolo. Dal portico terreno in stile gotico si alza per quattro piani disposti su due facciate: quella principale e più stretta è delimitata da due enker - la tipica costruzione per proiettare all'esterno di uno stabile alcune finestre.
Questa fronte di casa Helbling lascia cadere la sua ombra nel cuore di Innsbruck e insieme al Tettuccio d'oro è anche il lato più fotografato. L'altra facciata più lunga dà sull'angolo della via.
La struttura che oggi ospita abitazioni e negozi, venne acquistata nel 1725 da Johan Fischer, potente e facoltoso tesoriere della zecca di Hall in Tirol. Fu lui, qualche anno dopo, che incaricò Anton Gigl di decorarne l'esterno.
Il maestro stuccatore bavarese, allievo tra i più bravi della grande scuola di Wessobrunn, iniziò così a rivestire metro dopo metro le facciate di casa Helbling. Lo fece con la maestria che gli era propria usando stucchi policromi.
Poi, tra il 1730 e il 1732, disegnò una a uno ogni motivo decorativo: le cornici, i mascheroni, i bellissimi tralci floreali, i piccoli putti, i trofei, gli appetitosi grappoli di frutta, le belle conchiglie e le splendide volute.
In origine, le finestre di casa Helbling avevano motivi tardogotici: lo dimostrano i resti trovati nel bovindo meridionale - balcone chiuso e sporgente dalla facciata di un edificio - durante i restauri i del 1932.
Lo stabile, che è impossibile non ammirare soprattutto quando il sole lo ravviva obliquo con i suoi raggi caldi, prende il nome da Sebastian Hölbling (anche conosciuto come Helbling), che ne fu proprietario tra il 1800 e il 1827.
ℹ️ Innsbruck Info
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Fortezza dello Spielberg, la prigione d'Europa
📸 ✍️ Andrea Lessona
Austera e impenetrabile, la fortezza dello Spielberg incute ancora timore: mentre cammino la collina di Brno su cui sorge, provo inquietudine. Soprattutto quando supero il monumento ai Carbonari italiani, e penso ai loro anni vissuti qui.
Qui dove oggi la prigione d'Europa - come era tristemente conosciuta - è museo civico della capitale della Moravia, monumento culturale nazionale e proscenio di avvenimenti culturali.
Appena supero il portone in legno pesante, io sento freddo: un freddo antico che attraversa la fortezza dello Spielberg e impregna le sue mura invincibili di dolore. Fondata nel XII secolo dal re ceco Premislao Ottocaro II, venne trasformata nel 1820 in una grande galera civile per i detenuti più crudeli.
Inorridisco a pensare che in questo freddo tra la fine del Settecento e la metà dell'Ottocento, furono rinchiusi i rivoluzionari francesi e i giacobini ungheresi; i carbonari italiani, Pietro Maroncelli e Silvio Pellico, e i seguaci della Giovine Italia; e i partecipanti della rivolta di Cracovia del 1846.
È proprio quando arrivo davanti cella di Pellico che sento più freddo: dentro c'è un bugliolo, un tavolaccio su cui dormiva, un tavolino su cui scrisse Le mie prigioni rivelando all'Europa l'orrore della fortezza dello Spielberg.
Un orrore a cui Francesco Giuseppe I d'Asburgo pose fine nel 1855, ritrasformando la cittadella fortificata in caserma militare. Ma il triste destino di queste mura, in cui il dolore è ancora vivo, videro altre atrocità durante i due conflitti mondiali.
Mentre raggiungo l'uscita, sapere che dal 1960 la fortezza dello Spielberg è sede del museo civico di Brno e dal 1962 monumento culturale nazionale alleggerisce l'inquietudine. Soprattutto se penso che nel suo cortile, dove ieri i prigionieri sognavano il cielo, ci sono spesso manifestazioni culturali.
Scendendo la collina, vedo Brno splendere contro il sole e il monumento ai Carbonari italiani mi sembra meno tetro.
ℹ️ Visit Czech Republic
📸 ✍️ Andrea Lessona
Austera e impenetrabile, la fortezza dello Spielberg incute ancora timore: mentre cammino la collina di Brno su cui sorge, provo inquietudine. Soprattutto quando supero il monumento ai Carbonari italiani, e penso ai loro anni vissuti qui.
Qui dove oggi la prigione d'Europa - come era tristemente conosciuta - è museo civico della capitale della Moravia, monumento culturale nazionale e proscenio di avvenimenti culturali.
Appena supero il portone in legno pesante, io sento freddo: un freddo antico che attraversa la fortezza dello Spielberg e impregna le sue mura invincibili di dolore. Fondata nel XII secolo dal re ceco Premislao Ottocaro II, venne trasformata nel 1820 in una grande galera civile per i detenuti più crudeli.
Inorridisco a pensare che in questo freddo tra la fine del Settecento e la metà dell'Ottocento, furono rinchiusi i rivoluzionari francesi e i giacobini ungheresi; i carbonari italiani, Pietro Maroncelli e Silvio Pellico, e i seguaci della Giovine Italia; e i partecipanti della rivolta di Cracovia del 1846.
È proprio quando arrivo davanti cella di Pellico che sento più freddo: dentro c'è un bugliolo, un tavolaccio su cui dormiva, un tavolino su cui scrisse Le mie prigioni rivelando all'Europa l'orrore della fortezza dello Spielberg.
Un orrore a cui Francesco Giuseppe I d'Asburgo pose fine nel 1855, ritrasformando la cittadella fortificata in caserma militare. Ma il triste destino di queste mura, in cui il dolore è ancora vivo, videro altre atrocità durante i due conflitti mondiali.
Mentre raggiungo l'uscita, sapere che dal 1960 la fortezza dello Spielberg è sede del museo civico di Brno e dal 1962 monumento culturale nazionale alleggerisce l'inquietudine. Soprattutto se penso che nel suo cortile, dove ieri i prigionieri sognavano il cielo, ci sono spesso manifestazioni culturali.
Scendendo la collina, vedo Brno splendere contro il sole e il monumento ai Carbonari italiani mi sembra meno tetro.
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Opéra Royal de Wallonie, l’Opera di Liegi
📸 ✍️ Andrea Lessona
Inconfondibile e possente, il profilo dell’Opera di Liegi domina la piazza su cui si innalza con le sue fattezze neoclassiche. Basta avvicinarsi passo dopo passo per ammirarne i dettagli che sono anche la sua storia.
Una storia iniziata nel 1816, quando re Guglielmo d'Orange cedette alla città vallone quest’area e gli edifici di un vecchio convento di frati domenicani. In cambio, però, doveva essere costruito un teatro.
Nel luglio del 1818, venne posata la prima pietra dell’edificio. E solo due anni dopo - il 4 novembre 1820 - l’ Opéra Royal de Wallonie venne inaugurata tra la soddisfazione generale degli amministratori e dei cittadini.
Costruita in accordo con il progetto dell'architetto Auguste Duckers, il teatro dell’Opera di Liegi ha uno stile prettamente neoclassico: lo dimostra la sua inconfondibile forma a parallelepipedo.
La facciata principale de l'Opéra Royal de Wallonie è decorata con un impressionante colonnato in marmo, limitato da una balaustra che, a sua volta, viene sormontato da un timpano.
Nel 1852 il teatro dell’Opera di Liegi divenne proprietà della città belga. E da allora ha subito diverse ristrutturazioni. La più importante è quella che, dopo trent’anni di lavori, ha riportato l’edificio a riaprire i battenti il 19 settembre 2012.
Prima di allora, nel 1999, l'Opéra Royal de Wallonie era stata classificata dalla Commissione dei Monumenti e Siti. Proprio davanti all’edificio si trova la statua del musicista André Grétry.
Nato a Liegi, il compositore belga lavorò per anni in Francia dove prese la cittadinanza transalpina. Ciononostante, la città vallone non dimenticò mai uno dei suoi figli più celebri.
E così, per ricordarlo, commissionò un monumento al noto scultore Guillaume Geefs. Nel 1842, proprio nel monumento che aveva creato di fronte al teatro dell’Opera di Liegi, venne deposto il cuore di André Grétry.
ℹ️ Ufficio Belga per il Turismo Vallonia
📸 ✍️ Andrea Lessona
Inconfondibile e possente, il profilo dell’Opera di Liegi domina la piazza su cui si innalza con le sue fattezze neoclassiche. Basta avvicinarsi passo dopo passo per ammirarne i dettagli che sono anche la sua storia.
Una storia iniziata nel 1816, quando re Guglielmo d'Orange cedette alla città vallone quest’area e gli edifici di un vecchio convento di frati domenicani. In cambio, però, doveva essere costruito un teatro.
Nel luglio del 1818, venne posata la prima pietra dell’edificio. E solo due anni dopo - il 4 novembre 1820 - l’ Opéra Royal de Wallonie venne inaugurata tra la soddisfazione generale degli amministratori e dei cittadini.
Costruita in accordo con il progetto dell'architetto Auguste Duckers, il teatro dell’Opera di Liegi ha uno stile prettamente neoclassico: lo dimostra la sua inconfondibile forma a parallelepipedo.
La facciata principale de l'Opéra Royal de Wallonie è decorata con un impressionante colonnato in marmo, limitato da una balaustra che, a sua volta, viene sormontato da un timpano.
Nel 1852 il teatro dell’Opera di Liegi divenne proprietà della città belga. E da allora ha subito diverse ristrutturazioni. La più importante è quella che, dopo trent’anni di lavori, ha riportato l’edificio a riaprire i battenti il 19 settembre 2012.
Prima di allora, nel 1999, l'Opéra Royal de Wallonie era stata classificata dalla Commissione dei Monumenti e Siti. Proprio davanti all’edificio si trova la statua del musicista André Grétry.
Nato a Liegi, il compositore belga lavorò per anni in Francia dove prese la cittadinanza transalpina. Ciononostante, la città vallone non dimenticò mai uno dei suoi figli più celebri.
E così, per ricordarlo, commissionò un monumento al noto scultore Guillaume Geefs. Nel 1842, proprio nel monumento che aveva creato di fronte al teatro dell’Opera di Liegi, venne deposto il cuore di André Grétry.
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