La Settimana de il Reporter
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Anse Source d'Argent, la spiaggia più bella di La Digue
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Shambles, la via più famosa di York
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Mides, oasi di montagna tunisina
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Biblioteca di Bilbao, sapere basco
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Route 66, la strada del sogno americano
✍️ Andrea Lessona
Vento d'asfalto soffiato verso l'Ovest, la Route 66 è ancora oggi la strada del sogno americano: 3775 chilometri di libertà per attraversare gli Stati Uniti da Chicago alla spiaggia di Santa Monica. E rivivere un mito.
Aperta l'11 novembre del 1926, si distende attraverso Illinois, Missouri, Kansas, Oklahoma, Texas, Nuovo Messico, Arizona e California. Fu il petroliere Cyrus Avery a volerla. Dopo lunghe discussioni, come nome scelse una doppia cifra uguale, facile da ricordare come guidare il suo asfalto bruciato dal sole.
Un percorso percorso negli Anni Trenta dalle famiglie rurali dell'Oklahoma, Kansas e Texas: povera gente in fuga dalla fame alla ricerca di una vita migliore a Ovest. Là dove grazie alla Route 66 il sogno americano poteva ancora essere sognato.
Durante la Grande depressione, la gente che viveva lungo il suo asfalto ne trasse beneficio: stazioni di servizio, ristoranti e meccanici poterono sopravvivere grazie al traffico crescente.
Negli anni prima e subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, la Route 66 continuò a essere viaggiata sempre più. E alcuni tratti furono ampliati a quattro corsie. Quando però nel 1956 il presidente Eisenhower firmò l’Atto per l'aiuto federale alle autostrade per un nuovo sistema viario, iniziò il declino.
Tratto dopo tratto, la strada fu abbandonata sino a quando nel 1985 venne tolta dal sistema delle highway. Ma il mito narrato da John Steinbeck in Furore, cantato da Nat King Cole, Chuck Berry e i Rolling Stones non poteva morire.
Così grazie a due associazioni dell'Arizona e del Missouri - cui se ne aggiunsero altre -, la via è stata preservata come percorso storico. Lungo il suo tragitto meno trafficato ma sempre affascinate, vecchie scritte ridipinte ne ricordano il nome.
Ora è Historic Route 66. È così che la si trova sulle mappe degli Stati Uniti, lenzuolo di carta steso sul cofano della macchina per guardarla tutta attraversare l'America. Senza finire mai.
✍️ Andrea Lessona
Vento d'asfalto soffiato verso l'Ovest, la Route 66 è ancora oggi la strada del sogno americano: 3775 chilometri di libertà per attraversare gli Stati Uniti da Chicago alla spiaggia di Santa Monica. E rivivere un mito.
Aperta l'11 novembre del 1926, si distende attraverso Illinois, Missouri, Kansas, Oklahoma, Texas, Nuovo Messico, Arizona e California. Fu il petroliere Cyrus Avery a volerla. Dopo lunghe discussioni, come nome scelse una doppia cifra uguale, facile da ricordare come guidare il suo asfalto bruciato dal sole.
Un percorso percorso negli Anni Trenta dalle famiglie rurali dell'Oklahoma, Kansas e Texas: povera gente in fuga dalla fame alla ricerca di una vita migliore a Ovest. Là dove grazie alla Route 66 il sogno americano poteva ancora essere sognato.
Durante la Grande depressione, la gente che viveva lungo il suo asfalto ne trasse beneficio: stazioni di servizio, ristoranti e meccanici poterono sopravvivere grazie al traffico crescente.
Negli anni prima e subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, la Route 66 continuò a essere viaggiata sempre più. E alcuni tratti furono ampliati a quattro corsie. Quando però nel 1956 il presidente Eisenhower firmò l’Atto per l'aiuto federale alle autostrade per un nuovo sistema viario, iniziò il declino.
Tratto dopo tratto, la strada fu abbandonata sino a quando nel 1985 venne tolta dal sistema delle highway. Ma il mito narrato da John Steinbeck in Furore, cantato da Nat King Cole, Chuck Berry e i Rolling Stones non poteva morire.
Così grazie a due associazioni dell'Arizona e del Missouri - cui se ne aggiunsero altre -, la via è stata preservata come percorso storico. Lungo il suo tragitto meno trafficato ma sempre affascinate, vecchie scritte ridipinte ne ricordano il nome.
Ora è Historic Route 66. È così che la si trova sulle mappe degli Stati Uniti, lenzuolo di carta steso sul cofano della macchina per guardarla tutta attraversare l'America. Senza finire mai.
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La statua di James Joyce a Dublino
📸 ✍️ Andrea Lessona
Dal cappello calato di sbieco, gocce di pioggia spessa scivolano sul suo vestito marmo e ne evidenziano le pieghe. Imperterrita, la statua di James Joyce continua a fissare il cielo piombo di Dublino.
Dietro la montatura degli occhiali, il mento all'insù, la mano sinistra nella tasca dei pantaloni, il peso appoggiato a un bastone curvo, guarda oltre. Forse là, dove non vede nessuno.
Come quasi nessuno degli abitanti di Dublino, passando da Earl Street, lo degna di uno sguardo. L'abitudine della fretta è troppa come la noia di vedersi fotografare proprio malgrado, mentre i turisti si fanno immortalare a fianco della statua di James Joyce.
È un rito ripetuto da quando nel 1990, per volere della comunità imprenditoriale locale, Marjorie Fitzgibbon realizzò la scultura. Da allora è diventata un'icona cittadina. Forse più per i visitatori che per i locali.
Per i Dubliners, infatti, la statua di James Joyce è conosciuta in modo dispregiativo come the Prick with the Stick - “l’idiota col bastone”. Se il vezzo di dare nomignoli alle sculture è abitudine consolidata, non è chiara l'offesa.
I più colti, dal pensiero raffinato, l'attribuiscano al contrastato rapporto che lo scrittore, premio Nobel per la Letteratura, ebbe con la città: un amore-odio che lo portò a lasciarla e a vivere altrove. Prima in Francia e poi in Italia.
Eppure grazie ai suoi due capolavori, Gente di Dublino e Ulisse, e alla personale descrizione che ne fece, l’ha rese immortale. Ecco perché far realizzare la statua di James Joyce è un tributo che in pochi hanno capito e ancor meno apprezzato.
Ciononostante, continua a fissare il cielo piombo della città. E a guardare oltre. Forse là, dove non vede nessuno.
ℹ️ Turismo Irlandese
📸 ✍️ Andrea Lessona
Dal cappello calato di sbieco, gocce di pioggia spessa scivolano sul suo vestito marmo e ne evidenziano le pieghe. Imperterrita, la statua di James Joyce continua a fissare il cielo piombo di Dublino.
Dietro la montatura degli occhiali, il mento all'insù, la mano sinistra nella tasca dei pantaloni, il peso appoggiato a un bastone curvo, guarda oltre. Forse là, dove non vede nessuno.
Come quasi nessuno degli abitanti di Dublino, passando da Earl Street, lo degna di uno sguardo. L'abitudine della fretta è troppa come la noia di vedersi fotografare proprio malgrado, mentre i turisti si fanno immortalare a fianco della statua di James Joyce.
È un rito ripetuto da quando nel 1990, per volere della comunità imprenditoriale locale, Marjorie Fitzgibbon realizzò la scultura. Da allora è diventata un'icona cittadina. Forse più per i visitatori che per i locali.
Per i Dubliners, infatti, la statua di James Joyce è conosciuta in modo dispregiativo come the Prick with the Stick - “l’idiota col bastone”. Se il vezzo di dare nomignoli alle sculture è abitudine consolidata, non è chiara l'offesa.
I più colti, dal pensiero raffinato, l'attribuiscano al contrastato rapporto che lo scrittore, premio Nobel per la Letteratura, ebbe con la città: un amore-odio che lo portò a lasciarla e a vivere altrove. Prima in Francia e poi in Italia.
Eppure grazie ai suoi due capolavori, Gente di Dublino e Ulisse, e alla personale descrizione che ne fece, l’ha rese immortale. Ecco perché far realizzare la statua di James Joyce è un tributo che in pochi hanno capito e ancor meno apprezzato.
Ciononostante, continua a fissare il cielo piombo della città. E a guardare oltre. Forse là, dove non vede nessuno.
ℹ️ Turismo Irlandese
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Il Tram di Natale di Graz
✍️ Andrea Lessona
Il naso schiacciato contro il vetro, la mano del bambino lascia quella del papà per pulire i finestrini appannati e guardare fuori, mentre il Tram di Natale di Graz attraversa sgargiante il centro storico della città.
Scampanellio allegro e luci sfavillanti, la carrozza del Tramway Museum è stata addobbata e decorata per le feste, e salire a bordo è un viaggio nel tempo e nella magia dell’Avvento. Soprattutto per i più piccoli.
Nella frenesia degli ultimi acquisti, turisti e abitanti della città austriaca si fermano incantati a guardarle il tram di Natale a ogni fermata. E sognano un giro a ritmo lento e un’emozione nuova.
Dalla carrozza del Tramway Museum, la capitale della Stiria sembra così diversa perché diverso è il punto di vista. E grande è la voglia di viaggiare in modo sicuro e divertente per lasciarsi alle spalle la confusione e rivedere Graz nel contesto natalizio.
Tre fermate soltanto che però sono il cuore della città e ne rappresentano l’essenza. Si può partire dall’Hauptplatz che è la piazza principale dove si alza maestoso il Rathaus - il poderoso municipio ottocentesco.
Poi il Tram di Natale prosegue sulla Herrengasse - da sempre l’asse principale della capitale della Stiria, su cui si affacciano palazzi storici e case signorili che ne caratterizzano forma e colori.
Alla fermata del Landhaushof - il parlamento regionale - si può ammirare il presepe di ghiaccio: si tratta di un vero e proprio insieme di arte e luci nel bel cortile progettato nel Rinascimento da un italiano, Domenico dell’Aglio.
Non molto lontano da lì si trova il Landeszeughaus: è la più grande collezione di armi storiche del mondo. Vine custodita e conservata in un arsenale originale, mai modificato dal 1880.
Prima che il tram di Natale ricominci la sua corsa, il bambino riprende la mano del papà. E con gli occhi pieni di meraviglia scende dal Tramway Museum. Il giro è finito, la magia dell’Avvento continua.
ℹ️ Graz Tourismus
✍️ Andrea Lessona
Il naso schiacciato contro il vetro, la mano del bambino lascia quella del papà per pulire i finestrini appannati e guardare fuori, mentre il Tram di Natale di Graz attraversa sgargiante il centro storico della città.
Scampanellio allegro e luci sfavillanti, la carrozza del Tramway Museum è stata addobbata e decorata per le feste, e salire a bordo è un viaggio nel tempo e nella magia dell’Avvento. Soprattutto per i più piccoli.
Nella frenesia degli ultimi acquisti, turisti e abitanti della città austriaca si fermano incantati a guardarle il tram di Natale a ogni fermata. E sognano un giro a ritmo lento e un’emozione nuova.
Dalla carrozza del Tramway Museum, la capitale della Stiria sembra così diversa perché diverso è il punto di vista. E grande è la voglia di viaggiare in modo sicuro e divertente per lasciarsi alle spalle la confusione e rivedere Graz nel contesto natalizio.
Tre fermate soltanto che però sono il cuore della città e ne rappresentano l’essenza. Si può partire dall’Hauptplatz che è la piazza principale dove si alza maestoso il Rathaus - il poderoso municipio ottocentesco.
Poi il Tram di Natale prosegue sulla Herrengasse - da sempre l’asse principale della capitale della Stiria, su cui si affacciano palazzi storici e case signorili che ne caratterizzano forma e colori.
Alla fermata del Landhaushof - il parlamento regionale - si può ammirare il presepe di ghiaccio: si tratta di un vero e proprio insieme di arte e luci nel bel cortile progettato nel Rinascimento da un italiano, Domenico dell’Aglio.
Non molto lontano da lì si trova il Landeszeughaus: è la più grande collezione di armi storiche del mondo. Vine custodita e conservata in un arsenale originale, mai modificato dal 1880.
Prima che il tram di Natale ricominci la sua corsa, il bambino riprende la mano del papà. E con gli occhi pieni di meraviglia scende dal Tramway Museum. Il giro è finito, la magia dell’Avvento continua.
ℹ️ Graz Tourismus
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Rovaniemi, nel villaggio di Babbo Natale
✍️ Andrea Lessona
Sulla grande piazza bianca di neve, gli elfi corrono buffi e dinoccolati: le braccia corte e pesanti di pacchi, cercano la slitta giusta su cui caricarli mentre il fiato grosso delle renne imbragate riempie l’aria del villaggio di Babbo Natale.
Qui a otto chilometri da Rovaniemi, dove il Circolo Polare Artico attraversa la terra con una scritta incisa, è tutto pronto. L’ufficio postale tempestato di lettere da ogni parte del mondo sta smistando le ultime. E dentro la fabbrica di giocattoli, i falegnami assemblano pezzi su pezzi perché anche il cavallo possa dondolare in salotto.
Il padrone di casa, placido e sereno nella sua veste rossa riposa il ventre abbondante sulla solita sedia grande dello studio personale. È lì, nel tepore della sua magione, che Santa Klaus riceve gli ospiti 364 giorni all’anno.
Poi la notte tra il 24 e 25 dicembre lascia il villaggio di Babbo Natale per volare nelle case dei bambini buoni e consegnare i regali attesi un anno intero. Come riesca a farlo tutto da solo resta un mistero. O, forse, è solo magia. La magia della festa più amata da grandi e piccoli e di un uomo che la incarna.
Nel tempo, questo luogo si è allargato e arricchito di nuove attrazioni e costruzioni. La prima, però, resta là: un piccolo cottage in legno progettato e costruito in tutta fretta nel 1950 in occasione della visita a Rovaniemi di Eleanor Roosevelt.
La consorte del presidente Usa Franklin D. Roosevelt venne qui dopo il secondo conflitto mondiale per sincerarsi di persona che gli aiuti dell'UNRRA, l'organizzazione umanitaria precorritrice dell'Unicef fossero arrivate a destinazione.
Oggi, a correre sulla neve e ad accarezzare le renne dalle briglie rosse, sono bambini entusiasti e scapestrati i cui genitori faticano a stare dietro: nemmeno la promessa di una foto sulla linea che segna il Circolo Polare Artico può fermarli.
Troppo grande è la voglia di attraversare lo spazio e il tempo del villaggio di Babbo Natale!
ℹ️ Visit Finland
✍️ Andrea Lessona
Sulla grande piazza bianca di neve, gli elfi corrono buffi e dinoccolati: le braccia corte e pesanti di pacchi, cercano la slitta giusta su cui caricarli mentre il fiato grosso delle renne imbragate riempie l’aria del villaggio di Babbo Natale.
Qui a otto chilometri da Rovaniemi, dove il Circolo Polare Artico attraversa la terra con una scritta incisa, è tutto pronto. L’ufficio postale tempestato di lettere da ogni parte del mondo sta smistando le ultime. E dentro la fabbrica di giocattoli, i falegnami assemblano pezzi su pezzi perché anche il cavallo possa dondolare in salotto.
Il padrone di casa, placido e sereno nella sua veste rossa riposa il ventre abbondante sulla solita sedia grande dello studio personale. È lì, nel tepore della sua magione, che Santa Klaus riceve gli ospiti 364 giorni all’anno.
Poi la notte tra il 24 e 25 dicembre lascia il villaggio di Babbo Natale per volare nelle case dei bambini buoni e consegnare i regali attesi un anno intero. Come riesca a farlo tutto da solo resta un mistero. O, forse, è solo magia. La magia della festa più amata da grandi e piccoli e di un uomo che la incarna.
Nel tempo, questo luogo si è allargato e arricchito di nuove attrazioni e costruzioni. La prima, però, resta là: un piccolo cottage in legno progettato e costruito in tutta fretta nel 1950 in occasione della visita a Rovaniemi di Eleanor Roosevelt.
La consorte del presidente Usa Franklin D. Roosevelt venne qui dopo il secondo conflitto mondiale per sincerarsi di persona che gli aiuti dell'UNRRA, l'organizzazione umanitaria precorritrice dell'Unicef fossero arrivate a destinazione.
Oggi, a correre sulla neve e ad accarezzare le renne dalle briglie rosse, sono bambini entusiasti e scapestrati i cui genitori faticano a stare dietro: nemmeno la promessa di una foto sulla linea che segna il Circolo Polare Artico può fermarli.
Troppo grande è la voglia di attraversare lo spazio e il tempo del villaggio di Babbo Natale!
ℹ️ Visit Finland
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Ba Game, Natale alle Orcadi
✍️ Andrea Lessona
Nelle acque scure del porto, le luci di Kirkwall disegnano tremule stelle natalizie. La capitale delle Orcadi aspetta ansiosa l’Avvento e l’evento. Che qui si celebra proprio il giorno di Natale: il Ba’ Game.
Già stamane sul traghetto che da John o’ Groats, l’ultimo villaggio della Scozia, mi ha portato a Burwick, la punta meridionale dell’arcipelago, molti dei passeggeri che tornavano per le vacanze non parlavano d’altro.
Per le strade del centro storico della città più popolosa delle Orcadi, persino i bimbi chiedevano a mamma e papà chi vincerà domani. «E lei per chi fa il tifo, Sir?» mi ha chiesto un signore anziano mentre pagavo la birra al pub.
Dal mio silenzio imbarazzato ha capito che sono straniero, e così ha pensato di raccontarmi la storia di questo gioco tanto sentito dai locali. Prima di attaccare ha ordinato un whisky: «Roba buona, fatta da noi», ha detto soddisfatto. A Kirkwall si trova infatti la distilleria più settentrionale del mondo: la Highland Park Distillery fondata nel 1798.
«Dunque, Sir: i ragazzi e gli uomini della città sono divisi in “quelli di su”, Uppies, e “quelli di giù”, Donies, a seconda di dove sono nati. Tutti si contendono il Ba’, una palla di pelle fatta a mano. Lo scopo è quello di portare la sfera nella propria zona, all’estremità della città. È molto semplice: non ci sono né arbitri, né regole».
Più il whisky scivolava nell’ugola del mio narratore, più faticavo a capire il suo inglese carico di accento e alcol orcadiani.
«La partita comincia all’una del pomeriggio, proprio quando le campane della St. Magnus Cathedral iniziano a suonare. Ci saranno oltre 200 giocatori, Sir. Urlano, sgomitano, cercano di strapparsi il Ba’. Che spettacolo. Piacerebbe partecipare anche a me come in passato, ma sono troppo vecchio».
Mentre tirava il fiato, l’esperto ne ha approfittato per ordinare un altro cicchetto. «Dunque, Sir, dove ero rimasto?». Senza darmi il tempo di rispondere, ha riattaccato: «Tutte queste persone si muovono come un’onda dell’Atlantico. Un’onda lunga che sale e scende per le vie della città, persino sui tetti. Alla fine, la sfera raggiunge la zona e viene proclamato il vincitore».
E ha aggiunto: «Mica uno qualsiasi, Sir. Vince il giocatore più importante, uno che ha partecipato a diversi edizioni. Ce ne sono due all’anno: una a Natale, l’altra il primo giorno dell’anno. Deve sapere che qui si pratica il Ba’ Game dal 1850, anche se una cosa simile si giocava anni e anni prima».
Prosciugato il whisky, anche la storia è finita. Dopo aver ringraziato l’esperto sono uscito tra le vie acciottolate Kirkwall. Nel cielo che si faceva basso e scuro, ho visto i ritardatari entrare di corsa nelle loro case per preparare il cenone.
Io invece ne ho approfittato per godermi le strade silenziose e solitarie della città, le stesse che domani saranno prese d’assalto dagli Uppies e dai Donies per rubarsi una sfera di pelle ed entrare nella storia del Ba’ Game.
Poi sono arrivato sulla banchina dove mi trovo ora. Nelle acque scure del porto, invece delle luci di Kirkwall che disegnano tremule stelle natalizie, adesso vedo il volto di mio figlio.
ℹ️ Visit Scotland
✍️ Andrea Lessona
Nelle acque scure del porto, le luci di Kirkwall disegnano tremule stelle natalizie. La capitale delle Orcadi aspetta ansiosa l’Avvento e l’evento. Che qui si celebra proprio il giorno di Natale: il Ba’ Game.
Già stamane sul traghetto che da John o’ Groats, l’ultimo villaggio della Scozia, mi ha portato a Burwick, la punta meridionale dell’arcipelago, molti dei passeggeri che tornavano per le vacanze non parlavano d’altro.
Per le strade del centro storico della città più popolosa delle Orcadi, persino i bimbi chiedevano a mamma e papà chi vincerà domani. «E lei per chi fa il tifo, Sir?» mi ha chiesto un signore anziano mentre pagavo la birra al pub.
Dal mio silenzio imbarazzato ha capito che sono straniero, e così ha pensato di raccontarmi la storia di questo gioco tanto sentito dai locali. Prima di attaccare ha ordinato un whisky: «Roba buona, fatta da noi», ha detto soddisfatto. A Kirkwall si trova infatti la distilleria più settentrionale del mondo: la Highland Park Distillery fondata nel 1798.
«Dunque, Sir: i ragazzi e gli uomini della città sono divisi in “quelli di su”, Uppies, e “quelli di giù”, Donies, a seconda di dove sono nati. Tutti si contendono il Ba’, una palla di pelle fatta a mano. Lo scopo è quello di portare la sfera nella propria zona, all’estremità della città. È molto semplice: non ci sono né arbitri, né regole».
Più il whisky scivolava nell’ugola del mio narratore, più faticavo a capire il suo inglese carico di accento e alcol orcadiani.
«La partita comincia all’una del pomeriggio, proprio quando le campane della St. Magnus Cathedral iniziano a suonare. Ci saranno oltre 200 giocatori, Sir. Urlano, sgomitano, cercano di strapparsi il Ba’. Che spettacolo. Piacerebbe partecipare anche a me come in passato, ma sono troppo vecchio».
Mentre tirava il fiato, l’esperto ne ha approfittato per ordinare un altro cicchetto. «Dunque, Sir, dove ero rimasto?». Senza darmi il tempo di rispondere, ha riattaccato: «Tutte queste persone si muovono come un’onda dell’Atlantico. Un’onda lunga che sale e scende per le vie della città, persino sui tetti. Alla fine, la sfera raggiunge la zona e viene proclamato il vincitore».
E ha aggiunto: «Mica uno qualsiasi, Sir. Vince il giocatore più importante, uno che ha partecipato a diversi edizioni. Ce ne sono due all’anno: una a Natale, l’altra il primo giorno dell’anno. Deve sapere che qui si pratica il Ba’ Game dal 1850, anche se una cosa simile si giocava anni e anni prima».
Prosciugato il whisky, anche la storia è finita. Dopo aver ringraziato l’esperto sono uscito tra le vie acciottolate Kirkwall. Nel cielo che si faceva basso e scuro, ho visto i ritardatari entrare di corsa nelle loro case per preparare il cenone.
Io invece ne ho approfittato per godermi le strade silenziose e solitarie della città, le stesse che domani saranno prese d’assalto dagli Uppies e dai Donies per rubarsi una sfera di pelle ed entrare nella storia del Ba’ Game.
Poi sono arrivato sulla banchina dove mi trovo ora. Nelle acque scure del porto, invece delle luci di Kirkwall che disegnano tremule stelle natalizie, adesso vedo il volto di mio figlio.
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