«Non è vero. Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto:”Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in Primavera quel che si era visto in Estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre».
Josè Saramago
Josè Saramago
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Nakasendo, l’antica via postale del Giappone
di Andrea Lessona
Sinuosa e suggestiva, l'antica via postale del Giappone si snoda sull’isola di Honshu - cuore del Sol Levante. La maggior parte dei suoi 500 chilometri sono oggi d’asfalto ma tra le fitte aree boschive della valle del Kiso il tempo si è fermato.
Mentre lo si attraversa, si scoprono alcune tra le 11 più belle località di posta che ospitavano i viaggiatori di ieri: durante il periodo Edo (1603-1868), la Nakasendo era un delle cinque strade che univano l'attuale Tokyo a Kyoto.
Sia per affari sia per questioni amministrative, gli uomini di quei secoli si spostavano lungo questo pezzo dell'antica via postale del Giappone i cui tratti originali sono stati attentamente restaurati.
Nonostante sia un po' tortuoso, camminare i 7,8 chilometri tra le stazioni di Magome e Tsumago è un’occasione unica di vivere l'ambiente montano e incontrare gli abitanti di questo lembo della Nakasendo.
Località di posta più meridionale della Valle di Kiso, Magome ha edifici allineati lungo una ripida strada pedonale acciottolata, con un mosaico di rustiche facciate e panorami di montagna.
Questo tratto dell'antica via postale del Giappone sale sino al passo Magome-toge e poi scende verso due cascate e campi coltivati. A seconda della stagione, si scorgono i monti riflessi nelle risaie, sfumature di verde, o i colori intensi dell'autunno.
Oltre, le antiche dimore di Tsumago sono un museo vivo di ricordi. Zona protetta per la tutela degli edifici tradizionali, è vietato costruirne di nuovi e moderni per non deturpare il paesaggio.
Durante la luce dell'alba come in quella del crepuscolo, il legno scuro delle case sembra prendere vita: e con la varietà delle sue infinite sfumature dipinge questo tratto dell'antica via postale del Giappone.
Il 23 novembre di ogni anno, qui a Tsumago, c'è il Fuzoki Emaki Parade: personaggi in costume d’epoca attraversano in processione il vecchio percorso, facendo rivivere di nuovo il tempo antico.
ℹ️ Ente Nazionale del Turismo Giapponese
di Andrea Lessona
Sinuosa e suggestiva, l'antica via postale del Giappone si snoda sull’isola di Honshu - cuore del Sol Levante. La maggior parte dei suoi 500 chilometri sono oggi d’asfalto ma tra le fitte aree boschive della valle del Kiso il tempo si è fermato.
Mentre lo si attraversa, si scoprono alcune tra le 11 più belle località di posta che ospitavano i viaggiatori di ieri: durante il periodo Edo (1603-1868), la Nakasendo era un delle cinque strade che univano l'attuale Tokyo a Kyoto.
Sia per affari sia per questioni amministrative, gli uomini di quei secoli si spostavano lungo questo pezzo dell'antica via postale del Giappone i cui tratti originali sono stati attentamente restaurati.
Nonostante sia un po' tortuoso, camminare i 7,8 chilometri tra le stazioni di Magome e Tsumago è un’occasione unica di vivere l'ambiente montano e incontrare gli abitanti di questo lembo della Nakasendo.
Località di posta più meridionale della Valle di Kiso, Magome ha edifici allineati lungo una ripida strada pedonale acciottolata, con un mosaico di rustiche facciate e panorami di montagna.
Questo tratto dell'antica via postale del Giappone sale sino al passo Magome-toge e poi scende verso due cascate e campi coltivati. A seconda della stagione, si scorgono i monti riflessi nelle risaie, sfumature di verde, o i colori intensi dell'autunno.
Oltre, le antiche dimore di Tsumago sono un museo vivo di ricordi. Zona protetta per la tutela degli edifici tradizionali, è vietato costruirne di nuovi e moderni per non deturpare il paesaggio.
Durante la luce dell'alba come in quella del crepuscolo, il legno scuro delle case sembra prendere vita: e con la varietà delle sue infinite sfumature dipinge questo tratto dell'antica via postale del Giappone.
Il 23 novembre di ogni anno, qui a Tsumago, c'è il Fuzoki Emaki Parade: personaggi in costume d’epoca attraversano in processione il vecchio percorso, facendo rivivere di nuovo il tempo antico.
ℹ️ Ente Nazionale del Turismo Giapponese
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Ales Stenar, Stonehenge di Svezia
di Andrea Lessona
Nel cielo della Scania, il crepuscolo cade su Ales Stenar: si posa porpora sulle 59 steli che disegnano lo scheletro di un'antica nave vichinga, e anima il più grande monumento megalitico della Svezia.
Il sito si trova vicino a Kåseberga, un villaggio di pescatori a circa 18 chilometri dalla cittadina di Ystad, nel sud del paese scandinavo. Qui massi di circa 1,8 tonnellate ciascuno si distendono lungo 67 metri per 19, originando un ovale simile a un’immensa imbarcazione norrena, in cui a prua come a poppa si trova una pietra più alta.
Quella davanti guarda il Mar Baltico, quella dietro il suolo: 360 gradi di orizzonte diviso a metà tra acqua e terra nella regione della Scania. Tanto che alcuni definiscono Ales Stenar, la Stonehenge di Svezia, perché - proprio come il sito megalitico inglese – potrebbe avere una funzione astronomica.
Ne è convinto Bob G. Lind, secondo cui la disposizione delle steli è correlata con le 24 ore del giorno e, addirittura, con i 365 giorni dell'anno terrestre. Per gli archeologi e gli astronomi ufficiali, invece, questa teoria non ha senso. E la bollano come pseudoscienza.
Scoprire l'origine del sito megalitico, chi lo edificò e perché, non è ancora stato possibile al di là di ogni dubbio. Si sa che venne descritto nel 1624 dal viaggiatore Niels Ipsens, ma solo nel 1919 fu restaurato.
Grazie a ricerche condotte negli Anni Ottanta, si pensa che le Pietre di Ale siano state innalzate quassù nel 500 d. C., alla fine dell'Età del Ferro nordica. Durante gli scavi nel “ventre” della nave sono stati ritrovati resti umani, conservati in una pentola di creta, dove oltre alle ossa bruciate in una pira c'erano anche altri oggetti di quel periodo.
Ecco perché la teoria più accreditata su Ales Stenar è quella di un sito di cremazione in onore dei vichinghi, o di un loro re. Un luogo dove riposare per l'eterno senza rinunciare al mare periglioso davanti a sé e alla sicurezza della terra su cui spargere le proprie ceneri.
di Andrea Lessona
Nel cielo della Scania, il crepuscolo cade su Ales Stenar: si posa porpora sulle 59 steli che disegnano lo scheletro di un'antica nave vichinga, e anima il più grande monumento megalitico della Svezia.
Il sito si trova vicino a Kåseberga, un villaggio di pescatori a circa 18 chilometri dalla cittadina di Ystad, nel sud del paese scandinavo. Qui massi di circa 1,8 tonnellate ciascuno si distendono lungo 67 metri per 19, originando un ovale simile a un’immensa imbarcazione norrena, in cui a prua come a poppa si trova una pietra più alta.
Quella davanti guarda il Mar Baltico, quella dietro il suolo: 360 gradi di orizzonte diviso a metà tra acqua e terra nella regione della Scania. Tanto che alcuni definiscono Ales Stenar, la Stonehenge di Svezia, perché - proprio come il sito megalitico inglese – potrebbe avere una funzione astronomica.
Ne è convinto Bob G. Lind, secondo cui la disposizione delle steli è correlata con le 24 ore del giorno e, addirittura, con i 365 giorni dell'anno terrestre. Per gli archeologi e gli astronomi ufficiali, invece, questa teoria non ha senso. E la bollano come pseudoscienza.
Scoprire l'origine del sito megalitico, chi lo edificò e perché, non è ancora stato possibile al di là di ogni dubbio. Si sa che venne descritto nel 1624 dal viaggiatore Niels Ipsens, ma solo nel 1919 fu restaurato.
Grazie a ricerche condotte negli Anni Ottanta, si pensa che le Pietre di Ale siano state innalzate quassù nel 500 d. C., alla fine dell'Età del Ferro nordica. Durante gli scavi nel “ventre” della nave sono stati ritrovati resti umani, conservati in una pentola di creta, dove oltre alle ossa bruciate in una pira c'erano anche altri oggetti di quel periodo.
Ecco perché la teoria più accreditata su Ales Stenar è quella di un sito di cremazione in onore dei vichinghi, o di un loro re. Un luogo dove riposare per l'eterno senza rinunciare al mare periglioso davanti a sé e alla sicurezza della terra su cui spargere le proprie ceneri.
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Burns Night, la notte più lunga di Scozia
di Andrea Lessona
Nella notte del 25 gennaio, i bicchieri di whisky tintinnano a ogni brindisi mentre i versi declamati di Robert Burns attraversano la Scozia per celebrare la nascita del suo Bardo più amato.
Primo di sette figli di una famiglia contadina, il poeta fu sempre dalla parte dei poveri, divenendo loro voce amata. Almeno fino alla morte per infarto che lo colse a soli 37 anni.
E fu proprio in occasione del quinto anniversario della scomparsa che, in una sera del Luglio del 1801, nove amici si trovarono nella sua casa natale di Burns Cottage ad Alloway, per cenare insieme e ricordalo.
Entusiasti della serata, decisero di ripeterla. Questa volta, in occasione della nascita di Robert. Da allora, diedero vita a una tradizione che ogni anno si ripete col nome di Burns Night - la notte che onora il bardo di Scozia.
Secondo l’usanza, nelle case come negli hotel, la cena si apre con la Selkirk Grace, il Ringraziamento di Selkirk. Si inizia con una minestra di legumi, rape o porro cui segue il piatto principale scozzese: l’haggis - lo stomaco di pecora riempito delle interiora dell'animale con rape e patate come contorno.
Mentre la cornamusa suona, una giovane in abito tradizionale, la Pussy Nancy, lo porta in tavola. Uno dei presenti lo taglia con il tipico coltello scozzese, parte del completo maschile. La cena prosegue col pudding inzuppato di sherry, da un caffè e da una goccia di whisky con lo Scottish Tablet - un friabile simile a un mou.
Finito di mangiare, i presenti citano l'Immortal Memory, un discorso sull'opera di Burns. Gli uomini fanno il Toast to the Lassies, il brindisi alle donne, cui segue la risposta delle signore.
Poesie e canzoni del poeta si alternano un’altra sino quando i bicchieri stanchi di brindisi e whisky si posano sui tavoli. E la Burns Night finisce sulle note dell’Auld Lang Syne, il Valzer delle Candele.
ℹ️ Visit Scotland
di Andrea Lessona
Nella notte del 25 gennaio, i bicchieri di whisky tintinnano a ogni brindisi mentre i versi declamati di Robert Burns attraversano la Scozia per celebrare la nascita del suo Bardo più amato.
Primo di sette figli di una famiglia contadina, il poeta fu sempre dalla parte dei poveri, divenendo loro voce amata. Almeno fino alla morte per infarto che lo colse a soli 37 anni.
E fu proprio in occasione del quinto anniversario della scomparsa che, in una sera del Luglio del 1801, nove amici si trovarono nella sua casa natale di Burns Cottage ad Alloway, per cenare insieme e ricordalo.
Entusiasti della serata, decisero di ripeterla. Questa volta, in occasione della nascita di Robert. Da allora, diedero vita a una tradizione che ogni anno si ripete col nome di Burns Night - la notte che onora il bardo di Scozia.
Secondo l’usanza, nelle case come negli hotel, la cena si apre con la Selkirk Grace, il Ringraziamento di Selkirk. Si inizia con una minestra di legumi, rape o porro cui segue il piatto principale scozzese: l’haggis - lo stomaco di pecora riempito delle interiora dell'animale con rape e patate come contorno.
Mentre la cornamusa suona, una giovane in abito tradizionale, la Pussy Nancy, lo porta in tavola. Uno dei presenti lo taglia con il tipico coltello scozzese, parte del completo maschile. La cena prosegue col pudding inzuppato di sherry, da un caffè e da una goccia di whisky con lo Scottish Tablet - un friabile simile a un mou.
Finito di mangiare, i presenti citano l'Immortal Memory, un discorso sull'opera di Burns. Gli uomini fanno il Toast to the Lassies, il brindisi alle donne, cui segue la risposta delle signore.
Poesie e canzoni del poeta si alternano un’altra sino quando i bicchieri stanchi di brindisi e whisky si posano sui tavoli. E la Burns Night finisce sulle note dell’Auld Lang Syne, il Valzer delle Candele.
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Stazione di Liegi, la cattedrale di luce
foto e testo di Andrea Lessona
Come in una cattedrale di luce espansa, la volta di vetro e acciaio si tende sul cemento bianco e disegna la stazione di Liegi. Progettata dall'architetto catalano Santiago Calatrava, la struttura ferroviaria è una delle più importanti del Belgio e la più grande d'Europa.
Dalle scale mobili che conducono ai binari, guardo i treni ad alta velocità arrivare da Bruxelles e frenare dolci: depositano sulle pensiline i passeggeri che ogni giorno usano i mezzi puntuali.
Passati i pendolari e la loro fretta composta, cammino lungo i marciapiedi: da qui la stazione di Liegi sembra ancora più immensa. Quest'opera imponente dalle trasparenze caleidoscopiche è stata inaugurata nel 2009.
Santiago Calatrava l'ha pensata e fatta realizzare, dopo dieci anni di lavoro, come una piazza aperta, senza facciata e dall’accesso libero, sotto la sua imponente visiera che le dà forma e luce sin nelle viscere.
Con i suoi 200 metri di lunghezza, 73 di larghezza e 40 metri d’altezza, Liège-Guillemins è la stazione ferroviaria più grande d’Europa. Nel suo ventre illuminato, accoglie i treni Thalys ed Eurostar, oltre ai convogli tradizionali, facendone un nodo strategico per le comunicazioni nel Nord Europa.
Questa struttura, oltre all'importanza viaria, è diventata da subito un'attrattiva. Chi arriva qui non può fare a meno di visitare la stazione di Liegi, faro ammaliatore che attira a sé non solo migliaia di passeggeri ma anche migliaia di turisti incantati dalla sua meraviglia.
È successo anche a me: rapito dalle sue travi d’acciaio celeste con la portata più importante al mondo, sobria eleganza e poesia d’Art Nouveau. Un desiderata espresso da Calatrava in una delle sue dichiarazioni a commento della stazione di Liegi.
“Non si costruiscono più cattedrali da molto tempo, ma uno dei compiti dell’architetto è di fare sognare la gente”.
ℹ️ Ufficio Belga per il Turismo Vallonia
foto e testo di Andrea Lessona
Come in una cattedrale di luce espansa, la volta di vetro e acciaio si tende sul cemento bianco e disegna la stazione di Liegi. Progettata dall'architetto catalano Santiago Calatrava, la struttura ferroviaria è una delle più importanti del Belgio e la più grande d'Europa.
Dalle scale mobili che conducono ai binari, guardo i treni ad alta velocità arrivare da Bruxelles e frenare dolci: depositano sulle pensiline i passeggeri che ogni giorno usano i mezzi puntuali.
Passati i pendolari e la loro fretta composta, cammino lungo i marciapiedi: da qui la stazione di Liegi sembra ancora più immensa. Quest'opera imponente dalle trasparenze caleidoscopiche è stata inaugurata nel 2009.
Santiago Calatrava l'ha pensata e fatta realizzare, dopo dieci anni di lavoro, come una piazza aperta, senza facciata e dall’accesso libero, sotto la sua imponente visiera che le dà forma e luce sin nelle viscere.
Con i suoi 200 metri di lunghezza, 73 di larghezza e 40 metri d’altezza, Liège-Guillemins è la stazione ferroviaria più grande d’Europa. Nel suo ventre illuminato, accoglie i treni Thalys ed Eurostar, oltre ai convogli tradizionali, facendone un nodo strategico per le comunicazioni nel Nord Europa.
Questa struttura, oltre all'importanza viaria, è diventata da subito un'attrattiva. Chi arriva qui non può fare a meno di visitare la stazione di Liegi, faro ammaliatore che attira a sé non solo migliaia di passeggeri ma anche migliaia di turisti incantati dalla sua meraviglia.
È successo anche a me: rapito dalle sue travi d’acciaio celeste con la portata più importante al mondo, sobria eleganza e poesia d’Art Nouveau. Un desiderata espresso da Calatrava in una delle sue dichiarazioni a commento della stazione di Liegi.
“Non si costruiscono più cattedrali da molto tempo, ma uno dei compiti dell’architetto è di fare sognare la gente”.
ℹ️ Ufficio Belga per il Turismo Vallonia
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Scarpe sulla riva del Danubio, memoriale dell’Olocausto
di Andrea Lessona
Le Scarpe sulla riva sul Danubio camminano immobili lungo il grande fiume: sessanta paia di calzature in bronzo, distese su quaranta metri in ferro della banchina dalla parte di Pest. Arrugginite e logorate sembrano lì da sempre, lasciate per forza da chi non c'è più a memoria dell’Olocausto.
E invece sono state tutte create nel 2005 dal regista ungherese Can Togay e dall'amico scultore Gyula Pauer. Realizzate non lontano dal ponte delle catene e dal Parlamento, le Scarpe sulle rive del Danubio sono un'opera artistica a memoria del massacro di cittadini ebrei compiuto dal partito delle Croci Frecciate durante il secondo conflitto mondiale.
Anch'essi ungheresi, questi miliziani collaborarono con i nazisti per la deportazione e lo sterminio di migliaia di loro concittadini di fede ebraica. Nell'ultimo periodo della guerra, tra il '44 e il '45, decisero di uccederli già a Budapest. Imprigionati nelle loro stesse case, gli ebrei vennero poi trascinati a forza lungo il fiume.
Costretti a lasciare le scarpe sulle rive del Danubio, venivano legati a gruppi di tre: la persona al centro, freddata con un colpo di pistola, trascinava con sé gli altri due in acqua. La ferocia delle Croci Frecciate non risparmiava nessuno: uomini, donne, anziani e bambini dovevano morire. E morivano a frotte per mano di persone della stessa nazionalità.
La motivazione dell'opera di Can Togay e Gyula Pauer, svelata al pubblico il 16 aprile 2005, è racchiusa in poche parole in tre differenti punti lungo i quaranta metri dove si trovano le Scarpe sulle rive del Danubio.
Le placche incise in ungherese, inglese ed ebraico riportano una breve frase: "Alla memoria delle vittime sparate nel Danubio dai miliziani del partito delle Croci Frecciate nel 1944-45”.
Su una delle calzature della scultura, qualcuno ha lasciato un fiore rosso: pochi petali soltanto umidi di nebbia fredda e un pensiero per non dimenticare.
di Andrea Lessona
Le Scarpe sulla riva sul Danubio camminano immobili lungo il grande fiume: sessanta paia di calzature in bronzo, distese su quaranta metri in ferro della banchina dalla parte di Pest. Arrugginite e logorate sembrano lì da sempre, lasciate per forza da chi non c'è più a memoria dell’Olocausto.
E invece sono state tutte create nel 2005 dal regista ungherese Can Togay e dall'amico scultore Gyula Pauer. Realizzate non lontano dal ponte delle catene e dal Parlamento, le Scarpe sulle rive del Danubio sono un'opera artistica a memoria del massacro di cittadini ebrei compiuto dal partito delle Croci Frecciate durante il secondo conflitto mondiale.
Anch'essi ungheresi, questi miliziani collaborarono con i nazisti per la deportazione e lo sterminio di migliaia di loro concittadini di fede ebraica. Nell'ultimo periodo della guerra, tra il '44 e il '45, decisero di uccederli già a Budapest. Imprigionati nelle loro stesse case, gli ebrei vennero poi trascinati a forza lungo il fiume.
Costretti a lasciare le scarpe sulle rive del Danubio, venivano legati a gruppi di tre: la persona al centro, freddata con un colpo di pistola, trascinava con sé gli altri due in acqua. La ferocia delle Croci Frecciate non risparmiava nessuno: uomini, donne, anziani e bambini dovevano morire. E morivano a frotte per mano di persone della stessa nazionalità.
La motivazione dell'opera di Can Togay e Gyula Pauer, svelata al pubblico il 16 aprile 2005, è racchiusa in poche parole in tre differenti punti lungo i quaranta metri dove si trovano le Scarpe sulle rive del Danubio.
Le placche incise in ungherese, inglese ed ebraico riportano una breve frase: "Alla memoria delle vittime sparate nel Danubio dai miliziani del partito delle Croci Frecciate nel 1944-45”.
Su una delle calzature della scultura, qualcuno ha lasciato un fiore rosso: pochi petali soltanto umidi di nebbia fredda e un pensiero per non dimenticare.
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La Settimana de il Reporter
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Safari delle balene in Norvegia
foto e testo di Andrea Lessona
Nell'orizzonte basso dell'oceano Artico, guardo la megattera inarcare la schiena e alzare la coda: ventaglio vivo che scuote aria e mare e fa fremere i passeggeri della Reine, tutti stretti a prua per vivere l'emozione più grande del safari delle balene in Norvegia.
È lì, al largo delle isole Vesteralen, che questi animali maestosi nuotano. Ed è lì, dopo essersi staccata dal molo di Andenes che la nave costruita nel 1947 si è diretta. I suoi 28,6 metri di lunghezza per 6,8 di larghezza possono portare sino a 80 persone.
Il vecchio battello per la caccia alla foca è stato convertito a missione più nobile: quella di mostrare alle persone la bellezza dei cetacei. Il tutto grazie alla Whalesafari che organizza un safari delle balene in Norvegia davvero speciale.
Il viaggio comincia nel piccolo museo di Andoy, realizzato nel centro della compagnia nata l'8 giugno del 1989 con il municipio locale e la regione Nordland: lì, accompagnati da guide esperte, si familiarizza con l'oceano e i suoi abitanti enormi.
Nelle varie stanze si vedono i resti e le immagini del capodoglio, della balenottera minore, dell'orca, del globicefalo, della focena e della megattera: preludio concentrato di quel che sarà poi il safari delle balene in Norvegia.
Grazie ai due idrofoni di cui è dotata l'imbarcazione, l'avvistamento dei cetacei è dato per certo. Ne è così sicuro l’armatore della Reine che, nel caso non accadesse, è pronto a risarcire il prezzo del biglietto.
«In cinque anni di lavoro, è successo solo un paio di volte - mi ha detto un membro dell’equipaggio -. Tranquillo, qualcosa vediamo». Parole profetiche, le sue. Dopo pochi minuti, il marinaio sul pennone ha urlato: «Laggiù!».
Il capitano ha accelerato, spingendo l'imbarcazione quasi al limite massimo di nove nodi per arrivare più vicino alla megattera. E adesso è lì davanti a me che inarca la schiena, alza la coda e soffia forte nell'orizzonte basso dell'oceano Artico.
ℹ️ Visit Norway
foto e testo di Andrea Lessona
Nell'orizzonte basso dell'oceano Artico, guardo la megattera inarcare la schiena e alzare la coda: ventaglio vivo che scuote aria e mare e fa fremere i passeggeri della Reine, tutti stretti a prua per vivere l'emozione più grande del safari delle balene in Norvegia.
È lì, al largo delle isole Vesteralen, che questi animali maestosi nuotano. Ed è lì, dopo essersi staccata dal molo di Andenes che la nave costruita nel 1947 si è diretta. I suoi 28,6 metri di lunghezza per 6,8 di larghezza possono portare sino a 80 persone.
Il vecchio battello per la caccia alla foca è stato convertito a missione più nobile: quella di mostrare alle persone la bellezza dei cetacei. Il tutto grazie alla Whalesafari che organizza un safari delle balene in Norvegia davvero speciale.
Il viaggio comincia nel piccolo museo di Andoy, realizzato nel centro della compagnia nata l'8 giugno del 1989 con il municipio locale e la regione Nordland: lì, accompagnati da guide esperte, si familiarizza con l'oceano e i suoi abitanti enormi.
Nelle varie stanze si vedono i resti e le immagini del capodoglio, della balenottera minore, dell'orca, del globicefalo, della focena e della megattera: preludio concentrato di quel che sarà poi il safari delle balene in Norvegia.
Grazie ai due idrofoni di cui è dotata l'imbarcazione, l'avvistamento dei cetacei è dato per certo. Ne è così sicuro l’armatore della Reine che, nel caso non accadesse, è pronto a risarcire il prezzo del biglietto.
«In cinque anni di lavoro, è successo solo un paio di volte - mi ha detto un membro dell’equipaggio -. Tranquillo, qualcosa vediamo». Parole profetiche, le sue. Dopo pochi minuti, il marinaio sul pennone ha urlato: «Laggiù!».
Il capitano ha accelerato, spingendo l'imbarcazione quasi al limite massimo di nove nodi per arrivare più vicino alla megattera. E adesso è lì davanti a me che inarca la schiena, alza la coda e soffia forte nell'orizzonte basso dell'oceano Artico.
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