il Reporter
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Il primo quotidiano italiano di viaggi su Telegram fondato e diretto da Andrea Lessona. Telegrammi di viaggio da tutto il mondo. Racconti di luoghi e persone incontrate sul cammino della vita
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Anse Source d'Argent, la spiaggia più bella di La Digue

📸 ✍️ Andrea Lessona

Infinitamente fine e bianca, la sabbia di Anse Source d'Argent è un velo posato tra massi neri di granito e l'oceano Indiano. Mentre la cammino, capisco perché quest'ansa dell'isola di La Digue sia considerata una tra le spiaggie più belle delle Seychelles.

I suoi colori intensi, resi vividi dal cielo e dalle acque, ne fanno un luogo unico, uno tra i più fotografati al mondo. Il tempo ne ha setacciato la rena, e il mare l'ha lavata nei millenni sino a renderla diafana.

A ogni passo fatto, sento Anse Source d'Argent catturarmi con la sua bellezza primordiale: anche l'urlo sguaiato di qualche turista sembra lontano, isolato dalla Natura che lo relega in un anfratto a fotografare il superfluo.

Passo dopo passo, vedo questi massi di granito cambiare forma e sfocare colore: sembrano essersi formati durante il periodo Precambriano, più o meno 750 milioni di anni fa, quando la Terra mutava ed era ancora orfana degli esseri umani

Le rocce di Anse Source d'Argent, come molte altre zone dell'isola di La Digue, la quarta più grande delle Seychelles, sono nate dal raffreddamento lento del magna sotto la crosta terreste.

Nei millenni, madre natura li ha spinti fuori a poco a poco: e il vento e le acque ne hanno tratteggiato il profilo attuale. Così ciò che continua a sfilarmi al fianco, mentre proseguo verso la fine della spiaggia, è questa regalo ancestrale.

In alcuni punti, i massi si incontrano e formano un corridoio di roccia sotto cui passare. Di là, il mare cristallino porta qualche conchiglia. E il bianco delle onde avvolge quello della rena.

Prima la porta via, poi la restituisce all'ansa di La Digue: moto infinito che rapisce mentre lo guardo sospeso nel tempo e nello spazio della sabbia infinitamente fine e bianca di Anse Source d'Argent.

ℹ️ Tourism Seychelles
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«Ho viaggiato nel modo più inefficiente possibile e mi ha portato esattamente dove volevo andare».
Andrew Evans
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Shambles, la via più famosa di York

📸 ✍️ Andrea Lessona

Sull'acciottolato antico di Shambles, l'eco dei miei passi soffoca ai lati della via più famosa di York: case a graticcio si stringono piccole e colorate l'una all'altra trattenendo vecchie ombre e ricordi.

L'aspetto è quello di un lontano ieri quando la strada era fila infinita di macellerie mal odoranti e voci urlate per attirare i compratori. The Great Flesh Shambles, gli scaffali per la carne in inglese, la chiamavano. E allora era tutta così.

Nel 1872 ce ne erano 25 di queste rivendite. Oggi non ne è rimasta nemmeno una anche se alcuni negozi hanno ancora qualche gancio appeso fuori dalle loro porte a perenne ricordo di ciò che fu e mai più sarà.

Shambles è diventata una via alla moda dove si trovano esercizi commerciali di ogni genere. Una via trafficata di gente a piedi che cammina svelta per comprare un ninnolo o sedersi a uno dei tavolini a bere birra.

Tra i tanti edifici della strada c'è anche il santuario di Santa Margaret Clitherow (1556-1586). La donna, nota col soprannome di Perla di York, era sposata a un macellaio di qui, proprietario di un negozio al No 10 dove visse per diversi anni.

Ora al suo posto si trova la Cuffs & Co una rivendita di gemelli per camicie. Oltre, una bella libreria vanta volumi antichi ma non disdegna quelli moderni più facili da vendere. Soprattutto le cartine e le guide della città.

Mentre contino a camminare l'acciottolato di Shamblers, uno a uno incontro cinque diversi vicoli: snickelways, li chiamano. La parola deriva da snicket che significa un passaggio tra muri o recinzioni.

Il termine è stato usato per la prima volta nel 1983 dall'autore locale Mark W. Jones nel suo libro A Walk Around the Snickelways of York. E oggi è diventato di pubblico dominio per indicare una di queste vie che portano fuori dalla via. Imbocco l'ultima.

ℹ️ Visit Britain Visit York
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Com'è bello vivere sotto un cielo che viene ridipinto dal più grande artista
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Mides, oasi di montagna tunisina

📸 ✍️ Andrea Lessona

Piccola oasi di montagna in mezzo al deserto tunisino, Mides sembra sospesa sul canyon scavato nei secoli dai torrenti fluviali: tre chilometri intarsiati di roccia curva e sfumata che formavano la difesa naturale del borgo originario.

Quelli che ho davanti, infatti, sono i resti sopravvissuti alle improvvise inondazioni che nel 1969 hanno distrutto le case di fango secco del villaggio. Sopra il burrone è stato costruito un nuovo insediamento: poco più di un paio di case bianche, sparse in mezzo alla collina sterile.

Nota già ai tempi dei Romani, Mides sembra avere origini più antiche. Oggi si trova nel sud ovest della Tunisia, vicino al confine con l'Algeria, a soli sei chilometri dall'altra oasi di montagna: Tamerza.

È da lì che arrivo, in una scia di polvere instancabile dietro la jeep 4x4 su cui ero seduto. Non appena sceso, sono stato avvolto dai colori vividi e fluttuanti di scialli e pashmine colorati.

Adornano le bancarelle e i venditori che nei turisti vedono volti nuovi e soldi per sopravvivere. La zona di Mides, di una bellezza ineguagliabile, è difficile da vivere senza un contributo esterno.

Dopo aver camminato lo spiazzo e declinato ogni invito insistito, sono arrivato davanti al bordo del canyon: uno strapiombo che sembra non finire mai, se non laggiù dove nei secoli scorrevano impetuosi i torrenti che hanno formato questa gola.

Il loro fluire ha lasciato meravigliose forme e monumenti naturali: figure uniche con un incredibile contrasto di colori regalano a Mides un paesaggio naturale splendido.

Il fondo della gola secca è sabbioso e le pareti di roccia irregolare hanno molti strati di pietra simili al marmo. A una estremità, una piccola sorgente d'acqua regala piccoli palmeti con un gran numero di specie vegetali.

Risalito il canyon col pensiero, fisso l'orizzonte: davanti ho sempre i resti sopravvissuti del borgo originario di Mides, case di fango secco senza più vita né ricordo.

ℹ️ Discover Tunisia
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Preferirei avere poco e vedere il mondo piuttosto che avere il mondo e vederne poco.
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Biblioteca di Bilbao, sapere basco

📸 ✍️ Andrea Lessona

Nella grande sala della biblioteca di Bilbao, il silenzio è rotto solo dal mio sospiro di meraviglia: grandi lampadari scivolano dal soffitto e illuminano le pareti malva intarsiate di vetrate pregiate e i grandi tavoli di legno fino su cui persone di ogni età leggono.

Questo tempio del sapere basco si trova nella calle di Bidebarrieta, nel quartiere di Casco Viejo. L'edificio che lo ospita fu realizzato per la società Il Sito fondata in memoria degli Auxiliares che difesero la città durante gli assedi delle guerre carliste.

Inaugurato il 12 dicembre 1890, lo stabile è stato progettato dall'architetto Severino de Achúcarro in stile eclettico. Dal 1956 il municipio ha designato il luogo come sede della biblioteca di Bilbao e archivio comunale.

Purtroppo le inondazioni de 1983 danneggiarono gravemente l'edificio. Chiuso per oltre cinque anni per ristrutturazioni e restauro, riaprì nel 1988. Da allora ospita solo la biblioteca di Bilbao con le magnifiche scale realizzate con pietra di Angulema, e i pannelli della grande sala in quercia come le porte delle aule.

La finestra della scalinata è stata fatta ad Anversa, sulla base di un disegno di Achúcarro, mentre il salone è stato decorato da Anselmo Guinea con sedici pannelli relativi ai diversi spettacoli di musica, canto, danza, commedia, tragedia.

La biblioteca di Bilbao, però, non è solo bellezza eclettica ma anche funzionalità efficiente messa a disposizione di chi la visita ogni giorno. Infatti offre molte opportunità di sapere tradizionale e moderno.

Consultazioni e sala lettura: il servizio bibliografico e informazioni con la collezione di riferimento - enciclopedie accessibili, dizionari, annuari; araldica e la genealogia sezione; sezione periodici con i giornali del giorno e le riviste più popolari.

E poi ancora: la consultazione di stampa specializzata digitale; microfilm e microfiche riproduzione e unità di lettura e la consultazione del catalogo informatizzato.

ℹ️ Ente Spagnolo del Turismo
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Viaggia non per trovare te stesso ma per ricordare chi sei sempre stato
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Route 66, la strada del sogno americano

✍️ Andrea Lessona

Vento d'asfalto soffiato verso l'Ovest, la Route 66 è ancora oggi la strada del sogno americano: 3775 chilometri di libertà per attraversare gli Stati Uniti da Chicago alla spiaggia di Santa Monica. E rivivere un mito.

Aperta l'11 novembre del 1926, si distende attraverso Illinois, Missouri, Kansas, Oklahoma, Texas, Nuovo Messico, Arizona e California. Fu il petroliere Cyrus Avery a volerla. Dopo lunghe discussioni, come nome scelse una doppia cifra uguale, facile da ricordare come guidare il suo asfalto bruciato dal sole.

Un percorso percorso negli Anni Trenta dalle famiglie rurali dell'Oklahoma, Kansas e Texas: povera gente in fuga dalla fame alla ricerca di una vita migliore a Ovest. Là dove grazie alla Route 66 il sogno americano poteva ancora essere sognato.

Durante la Grande depressione, la gente che viveva lungo il suo asfalto ne trasse beneficio: stazioni di servizio, ristoranti e meccanici poterono sopravvivere grazie al traffico crescente.

Negli anni prima e subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, la Route 66 continuò a essere viaggiata sempre più. E alcuni tratti furono ampliati a quattro corsie. Quando però nel 1956 il presidente Eisenhower firmò l’Atto per l'aiuto federale alle autostrade per un nuovo sistema viario, iniziò il declino.

Tratto dopo tratto, la strada fu abbandonata sino a quando nel 1985 venne tolta dal sistema delle highway. Ma il mito narrato da John Steinbeck in Furore, cantato da Nat King Cole, Chuck Berry e i Rolling Stones non poteva morire.

Così grazie a due associazioni dell'Arizona e del Missouri - cui se ne aggiunsero altre -, la via è stata preservata come percorso storico. Lungo il suo tragitto meno trafficato ma sempre affascinate, vecchie scritte ridipinte ne ricordano il nome.

Ora è Historic Route 66. È così che la si trova sulle mappe degli Stati Uniti, lenzuolo di carta steso sul cofano della macchina per guardarla tutta attraversare l'America. Senza finire mai.
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«Partire è la più bella e coraggiosa di tutte le azioni.»
Isabelle Eberhardt
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