Honfleur, Francia impressionista
✍️ Andrea Lessona
Riflessa nel suo porto, Honfleur è un quadro impressionista da vivere con l'anima. In piedi sulla banchina, guardo le case a graticcio e le barche di questa cittadina della Bassa Normandia striare le acque blu cielo della Senna.
È qui, sulla riva meridionale dell'estuario del grande fiume, che il piccolo centro conserva la sua magia originata intorno all'anno mille quando vennero innalzati i primi edifici di pescatori e contadini.
Oggi, Honfleur si trova nel dipartimento del Calvados. Ed è una delle cittadine più affascinanti della Normandia e della Francia tutta. Ne ho attraversato le vie e la storia prima di arrivare qui.
Ho camminato le vie fiorite del quartiere Sainte-Catherine dove si trova la chiesa omonima: è imponente e tutta in legno. Guardandone il tetto, ho pensato fosse lo scafo rovesciato di una nave.
Poi, ho proseguito il mio viaggio alla scoperta di Honfleur sulla rue Alphonse Allais dove si trova il museo dedicato a Eugène Boudin. Precursore dell’Impressionismo, fu uno dei primi a spostare il cavalletto dallo studio all’aria aperta.
Proprio davanti alla struttura museale, ho imboccato le scale che portano alla via Haute fino alle Maison Satie: è una sorta di percorso scenografico e musicale per scoprire il compositore Erik Satie, originario di qui.
Dopo ho raggiunto il Naturospace di Honfleur: su una superficie di 800 metri quadrati a 28 gradi tutto l'anno, si distende la più grande serra di farfalle tropicali della Francia. Si tratta di una vera e propria foresta popolata da migliaia di esseri variopinti e svolazzanti.
Poco oltre c'è il museo d’Alphonse, il più piccolo della stato francese. Tra le sue pareti si trova una collezione di invenzioni e oggetti strani: i tappi di cera neri per le orecchie per persone in lutto che vogliono silenzio, l’amido blu, bianco e rosso per irrigidire la bandiera transalpina.
E poi ancora altre stranezze che rendono unico questo luogo particolare di Honfleur: la macchina che trasforma in non potabile l’acqua potabile, la macchina per realizzare i fondi di cassetto e il cranio di Voltaire a 17 anni.
Facendomi guidare dall'istinto sono entrato e uscito da infinite gallerie d’arte e i musei come quello di Etnografica che si trova in un edificio tipico del XVI secolo e all’epoca adibito a prigione.
È dedicato agli stili di vita di Honfleur con un allestimento specifico in ognuna delle sue nove sale: il negozio del mercante, la bottega del tessitore, la sala del borghese, la camera della giovane donna.
Per ultimo ho visitato il museo della Marina. Allestito dentro una chiesa, mette in mostra oggetti, modelli e documenti legati alla storia marittima della cittadina durante il XVIII e il XIX secolo.
Poi, dopo aver girato tutto il giorno sono arrivato qui dove mi trovo ora. Qui, in piedi sulla banchina, dove, riflessa nel suo porto, Honfleur è un quadro impressionista da vivere con l'anima.
ℹ️ Explore France
✍️ Andrea Lessona
Riflessa nel suo porto, Honfleur è un quadro impressionista da vivere con l'anima. In piedi sulla banchina, guardo le case a graticcio e le barche di questa cittadina della Bassa Normandia striare le acque blu cielo della Senna.
È qui, sulla riva meridionale dell'estuario del grande fiume, che il piccolo centro conserva la sua magia originata intorno all'anno mille quando vennero innalzati i primi edifici di pescatori e contadini.
Oggi, Honfleur si trova nel dipartimento del Calvados. Ed è una delle cittadine più affascinanti della Normandia e della Francia tutta. Ne ho attraversato le vie e la storia prima di arrivare qui.
Ho camminato le vie fiorite del quartiere Sainte-Catherine dove si trova la chiesa omonima: è imponente e tutta in legno. Guardandone il tetto, ho pensato fosse lo scafo rovesciato di una nave.
Poi, ho proseguito il mio viaggio alla scoperta di Honfleur sulla rue Alphonse Allais dove si trova il museo dedicato a Eugène Boudin. Precursore dell’Impressionismo, fu uno dei primi a spostare il cavalletto dallo studio all’aria aperta.
Proprio davanti alla struttura museale, ho imboccato le scale che portano alla via Haute fino alle Maison Satie: è una sorta di percorso scenografico e musicale per scoprire il compositore Erik Satie, originario di qui.
Dopo ho raggiunto il Naturospace di Honfleur: su una superficie di 800 metri quadrati a 28 gradi tutto l'anno, si distende la più grande serra di farfalle tropicali della Francia. Si tratta di una vera e propria foresta popolata da migliaia di esseri variopinti e svolazzanti.
Poco oltre c'è il museo d’Alphonse, il più piccolo della stato francese. Tra le sue pareti si trova una collezione di invenzioni e oggetti strani: i tappi di cera neri per le orecchie per persone in lutto che vogliono silenzio, l’amido blu, bianco e rosso per irrigidire la bandiera transalpina.
E poi ancora altre stranezze che rendono unico questo luogo particolare di Honfleur: la macchina che trasforma in non potabile l’acqua potabile, la macchina per realizzare i fondi di cassetto e il cranio di Voltaire a 17 anni.
Facendomi guidare dall'istinto sono entrato e uscito da infinite gallerie d’arte e i musei come quello di Etnografica che si trova in un edificio tipico del XVI secolo e all’epoca adibito a prigione.
È dedicato agli stili di vita di Honfleur con un allestimento specifico in ognuna delle sue nove sale: il negozio del mercante, la bottega del tessitore, la sala del borghese, la camera della giovane donna.
Per ultimo ho visitato il museo della Marina. Allestito dentro una chiesa, mette in mostra oggetti, modelli e documenti legati alla storia marittima della cittadina durante il XVIII e il XIX secolo.
Poi, dopo aver girato tutto il giorno sono arrivato qui dove mi trovo ora. Qui, in piedi sulla banchina, dove, riflessa nel suo porto, Honfleur è un quadro impressionista da vivere con l'anima.
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La Settimana de il Reporter
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Safari degli stambecchi sul monte Pilatus
✍️ Andrea Lessona
Sul crinale del monte Pilatus, alcuni stambecchi guardano il sole sorgere lento sulla neve della notte: immobili nella loro bellezza fiera, fissano l’alba e ne respirano l’aria fredda e trasparente.
Da pochi metri soltanto, ne vedo il profilo sospeso all’orizzonte: le corna maestose si arcuano all’indietro su un corpo robusto i cui arti snelli e leggeri si arrampicano, di balzo in balzo, sulle pareti di questa montagna svizzera sopra la città di Lucerna.
Per ammirarli, ieri ho preso la funivia da Kriens e sono arrivato al Pilatus Kulm dove ho pernottato. Alzatomi prestissimo stamattina, ho lasciato il caldo dell’hotel e sfidando il gelo ho seguito la guida e il gruppo di persone che con me stanno vivendo questo safari.
Sulle tenue tracce dei sentieri ricoperti di neve, ho camminato per oltre venti minuti verso il versante sud della montagna nella speranza di vedere gli stambecchi e poterli fotografare il più vicino possibile. E così è stato.
Sussurrando, la guida mi ha spiegato che, seppur non addomesticati, questi animali sono abituati alla presenza dell’uomo. E se ci si mantiene a distanza, non lo temono. Anzi. Vezzosi, sembrano mettersi in posa per uno scatto.
Quelli che ho di fronte, sono gli eredi degli esemplari reintrodotti qui, sul monte Pilatus, negli Anni 60 del Novecento. Alla fine del 1800, l’uso indiscriminato delle armi da fuoco aveva portato questa specie vicino alla completa estinzione su tutte le Alpi.
Alla mattanza, era sopravvissuto solo un piccolo gruppo: meno di cento esemplari che vivevano sul massiccio del Gran Paradiso. Grazie alla loro protezione e a una progressiva reintroduzione negli anni questi animali si sono riprodotti.
E oggi, alcuni di loro, zampettano sul monte Pilatus. Vederli liberi, nella natura maestosa popolata da tanti animali e scenari unici su questa roccia emersa dal lago di sotto per oltre duemila metri, è una meraviglia che la macchina fotografica immortala.
ℹ️ Svizzera Turismo
✍️ Andrea Lessona
Sul crinale del monte Pilatus, alcuni stambecchi guardano il sole sorgere lento sulla neve della notte: immobili nella loro bellezza fiera, fissano l’alba e ne respirano l’aria fredda e trasparente.
Da pochi metri soltanto, ne vedo il profilo sospeso all’orizzonte: le corna maestose si arcuano all’indietro su un corpo robusto i cui arti snelli e leggeri si arrampicano, di balzo in balzo, sulle pareti di questa montagna svizzera sopra la città di Lucerna.
Per ammirarli, ieri ho preso la funivia da Kriens e sono arrivato al Pilatus Kulm dove ho pernottato. Alzatomi prestissimo stamattina, ho lasciato il caldo dell’hotel e sfidando il gelo ho seguito la guida e il gruppo di persone che con me stanno vivendo questo safari.
Sulle tenue tracce dei sentieri ricoperti di neve, ho camminato per oltre venti minuti verso il versante sud della montagna nella speranza di vedere gli stambecchi e poterli fotografare il più vicino possibile. E così è stato.
Sussurrando, la guida mi ha spiegato che, seppur non addomesticati, questi animali sono abituati alla presenza dell’uomo. E se ci si mantiene a distanza, non lo temono. Anzi. Vezzosi, sembrano mettersi in posa per uno scatto.
Quelli che ho di fronte, sono gli eredi degli esemplari reintrodotti qui, sul monte Pilatus, negli Anni 60 del Novecento. Alla fine del 1800, l’uso indiscriminato delle armi da fuoco aveva portato questa specie vicino alla completa estinzione su tutte le Alpi.
Alla mattanza, era sopravvissuto solo un piccolo gruppo: meno di cento esemplari che vivevano sul massiccio del Gran Paradiso. Grazie alla loro protezione e a una progressiva reintroduzione negli anni questi animali si sono riprodotti.
E oggi, alcuni di loro, zampettano sul monte Pilatus. Vederli liberi, nella natura maestosa popolata da tanti animali e scenari unici su questa roccia emersa dal lago di sotto per oltre duemila metri, è una meraviglia che la macchina fotografica immortala.
ℹ️ Svizzera Turismo
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Anse Source d'Argent, la spiaggia più bella di La Digue
📸 ✍️ Andrea Lessona
Infinitamente fine e bianca, la sabbia di Anse Source d'Argent è un velo posato tra massi neri di granito e l'oceano Indiano. Mentre la cammino, capisco perché quest'ansa dell'isola di La Digue sia considerata una tra le spiaggie più belle delle Seychelles.
I suoi colori intensi, resi vividi dal cielo e dalle acque, ne fanno un luogo unico, uno tra i più fotografati al mondo. Il tempo ne ha setacciato la rena, e il mare l'ha lavata nei millenni sino a renderla diafana.
A ogni passo fatto, sento Anse Source d'Argent catturarmi con la sua bellezza primordiale: anche l'urlo sguaiato di qualche turista sembra lontano, isolato dalla Natura che lo relega in un anfratto a fotografare il superfluo.
Passo dopo passo, vedo questi massi di granito cambiare forma e sfocare colore: sembrano essersi formati durante il periodo Precambriano, più o meno 750 milioni di anni fa, quando la Terra mutava ed era ancora orfana degli esseri umani
Le rocce di Anse Source d'Argent, come molte altre zone dell'isola di La Digue, la quarta più grande delle Seychelles, sono nate dal raffreddamento lento del magna sotto la crosta terreste.
Nei millenni, madre natura li ha spinti fuori a poco a poco: e il vento e le acque ne hanno tratteggiato il profilo attuale. Così ciò che continua a sfilarmi al fianco, mentre proseguo verso la fine della spiaggia, è questa regalo ancestrale.
In alcuni punti, i massi si incontrano e formano un corridoio di roccia sotto cui passare. Di là, il mare cristallino porta qualche conchiglia. E il bianco delle onde avvolge quello della rena.
Prima la porta via, poi la restituisce all'ansa di La Digue: moto infinito che rapisce mentre lo guardo sospeso nel tempo e nello spazio della sabbia infinitamente fine e bianca di Anse Source d'Argent.
ℹ️ Tourism Seychelles
📸 ✍️ Andrea Lessona
Infinitamente fine e bianca, la sabbia di Anse Source d'Argent è un velo posato tra massi neri di granito e l'oceano Indiano. Mentre la cammino, capisco perché quest'ansa dell'isola di La Digue sia considerata una tra le spiaggie più belle delle Seychelles.
I suoi colori intensi, resi vividi dal cielo e dalle acque, ne fanno un luogo unico, uno tra i più fotografati al mondo. Il tempo ne ha setacciato la rena, e il mare l'ha lavata nei millenni sino a renderla diafana.
A ogni passo fatto, sento Anse Source d'Argent catturarmi con la sua bellezza primordiale: anche l'urlo sguaiato di qualche turista sembra lontano, isolato dalla Natura che lo relega in un anfratto a fotografare il superfluo.
Passo dopo passo, vedo questi massi di granito cambiare forma e sfocare colore: sembrano essersi formati durante il periodo Precambriano, più o meno 750 milioni di anni fa, quando la Terra mutava ed era ancora orfana degli esseri umani
Le rocce di Anse Source d'Argent, come molte altre zone dell'isola di La Digue, la quarta più grande delle Seychelles, sono nate dal raffreddamento lento del magna sotto la crosta terreste.
Nei millenni, madre natura li ha spinti fuori a poco a poco: e il vento e le acque ne hanno tratteggiato il profilo attuale. Così ciò che continua a sfilarmi al fianco, mentre proseguo verso la fine della spiaggia, è questa regalo ancestrale.
In alcuni punti, i massi si incontrano e formano un corridoio di roccia sotto cui passare. Di là, il mare cristallino porta qualche conchiglia. E il bianco delle onde avvolge quello della rena.
Prima la porta via, poi la restituisce all'ansa di La Digue: moto infinito che rapisce mentre lo guardo sospeso nel tempo e nello spazio della sabbia infinitamente fine e bianca di Anse Source d'Argent.
ℹ️ Tourism Seychelles
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Shambles, la via più famosa di York
📸 ✍️ Andrea Lessona
Sull'acciottolato antico di Shambles, l'eco dei miei passi soffoca ai lati della via più famosa di York: case a graticcio si stringono piccole e colorate l'una all'altra trattenendo vecchie ombre e ricordi.
L'aspetto è quello di un lontano ieri quando la strada era fila infinita di macellerie mal odoranti e voci urlate per attirare i compratori. The Great Flesh Shambles, gli scaffali per la carne in inglese, la chiamavano. E allora era tutta così.
Nel 1872 ce ne erano 25 di queste rivendite. Oggi non ne è rimasta nemmeno una anche se alcuni negozi hanno ancora qualche gancio appeso fuori dalle loro porte a perenne ricordo di ciò che fu e mai più sarà.
Shambles è diventata una via alla moda dove si trovano esercizi commerciali di ogni genere. Una via trafficata di gente a piedi che cammina svelta per comprare un ninnolo o sedersi a uno dei tavolini a bere birra.
Tra i tanti edifici della strada c'è anche il santuario di Santa Margaret Clitherow (1556-1586). La donna, nota col soprannome di Perla di York, era sposata a un macellaio di qui, proprietario di un negozio al No 10 dove visse per diversi anni.
Ora al suo posto si trova la Cuffs & Co una rivendita di gemelli per camicie. Oltre, una bella libreria vanta volumi antichi ma non disdegna quelli moderni più facili da vendere. Soprattutto le cartine e le guide della città.
Mentre contino a camminare l'acciottolato di Shamblers, uno a uno incontro cinque diversi vicoli: snickelways, li chiamano. La parola deriva da snicket che significa un passaggio tra muri o recinzioni.
Il termine è stato usato per la prima volta nel 1983 dall'autore locale Mark W. Jones nel suo libro A Walk Around the Snickelways of York. E oggi è diventato di pubblico dominio per indicare una di queste vie che portano fuori dalla via. Imbocco l'ultima.
ℹ️ Visit Britain Visit York
📸 ✍️ Andrea Lessona
Sull'acciottolato antico di Shambles, l'eco dei miei passi soffoca ai lati della via più famosa di York: case a graticcio si stringono piccole e colorate l'una all'altra trattenendo vecchie ombre e ricordi.
L'aspetto è quello di un lontano ieri quando la strada era fila infinita di macellerie mal odoranti e voci urlate per attirare i compratori. The Great Flesh Shambles, gli scaffali per la carne in inglese, la chiamavano. E allora era tutta così.
Nel 1872 ce ne erano 25 di queste rivendite. Oggi non ne è rimasta nemmeno una anche se alcuni negozi hanno ancora qualche gancio appeso fuori dalle loro porte a perenne ricordo di ciò che fu e mai più sarà.
Shambles è diventata una via alla moda dove si trovano esercizi commerciali di ogni genere. Una via trafficata di gente a piedi che cammina svelta per comprare un ninnolo o sedersi a uno dei tavolini a bere birra.
Tra i tanti edifici della strada c'è anche il santuario di Santa Margaret Clitherow (1556-1586). La donna, nota col soprannome di Perla di York, era sposata a un macellaio di qui, proprietario di un negozio al No 10 dove visse per diversi anni.
Ora al suo posto si trova la Cuffs & Co una rivendita di gemelli per camicie. Oltre, una bella libreria vanta volumi antichi ma non disdegna quelli moderni più facili da vendere. Soprattutto le cartine e le guide della città.
Mentre contino a camminare l'acciottolato di Shamblers, uno a uno incontro cinque diversi vicoli: snickelways, li chiamano. La parola deriva da snicket che significa un passaggio tra muri o recinzioni.
Il termine è stato usato per la prima volta nel 1983 dall'autore locale Mark W. Jones nel suo libro A Walk Around the Snickelways of York. E oggi è diventato di pubblico dominio per indicare una di queste vie che portano fuori dalla via. Imbocco l'ultima.
ℹ️ Visit Britain Visit York
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Mides, oasi di montagna tunisina
📸 ✍️ Andrea Lessona
Piccola oasi di montagna in mezzo al deserto tunisino, Mides sembra sospesa sul canyon scavato nei secoli dai torrenti fluviali: tre chilometri intarsiati di roccia curva e sfumata che formavano la difesa naturale del borgo originario.
Quelli che ho davanti, infatti, sono i resti sopravvissuti alle improvvise inondazioni che nel 1969 hanno distrutto le case di fango secco del villaggio. Sopra il burrone è stato costruito un nuovo insediamento: poco più di un paio di case bianche, sparse in mezzo alla collina sterile.
Nota già ai tempi dei Romani, Mides sembra avere origini più antiche. Oggi si trova nel sud ovest della Tunisia, vicino al confine con l'Algeria, a soli sei chilometri dall'altra oasi di montagna: Tamerza.
È da lì che arrivo, in una scia di polvere instancabile dietro la jeep 4x4 su cui ero seduto. Non appena sceso, sono stato avvolto dai colori vividi e fluttuanti di scialli e pashmine colorati.
Adornano le bancarelle e i venditori che nei turisti vedono volti nuovi e soldi per sopravvivere. La zona di Mides, di una bellezza ineguagliabile, è difficile da vivere senza un contributo esterno.
Dopo aver camminato lo spiazzo e declinato ogni invito insistito, sono arrivato davanti al bordo del canyon: uno strapiombo che sembra non finire mai, se non laggiù dove nei secoli scorrevano impetuosi i torrenti che hanno formato questa gola.
Il loro fluire ha lasciato meravigliose forme e monumenti naturali: figure uniche con un incredibile contrasto di colori regalano a Mides un paesaggio naturale splendido.
Il fondo della gola secca è sabbioso e le pareti di roccia irregolare hanno molti strati di pietra simili al marmo. A una estremità, una piccola sorgente d'acqua regala piccoli palmeti con un gran numero di specie vegetali.
Risalito il canyon col pensiero, fisso l'orizzonte: davanti ho sempre i resti sopravvissuti del borgo originario di Mides, case di fango secco senza più vita né ricordo.
ℹ️ Discover Tunisia
📸 ✍️ Andrea Lessona
Piccola oasi di montagna in mezzo al deserto tunisino, Mides sembra sospesa sul canyon scavato nei secoli dai torrenti fluviali: tre chilometri intarsiati di roccia curva e sfumata che formavano la difesa naturale del borgo originario.
Quelli che ho davanti, infatti, sono i resti sopravvissuti alle improvvise inondazioni che nel 1969 hanno distrutto le case di fango secco del villaggio. Sopra il burrone è stato costruito un nuovo insediamento: poco più di un paio di case bianche, sparse in mezzo alla collina sterile.
Nota già ai tempi dei Romani, Mides sembra avere origini più antiche. Oggi si trova nel sud ovest della Tunisia, vicino al confine con l'Algeria, a soli sei chilometri dall'altra oasi di montagna: Tamerza.
È da lì che arrivo, in una scia di polvere instancabile dietro la jeep 4x4 su cui ero seduto. Non appena sceso, sono stato avvolto dai colori vividi e fluttuanti di scialli e pashmine colorati.
Adornano le bancarelle e i venditori che nei turisti vedono volti nuovi e soldi per sopravvivere. La zona di Mides, di una bellezza ineguagliabile, è difficile da vivere senza un contributo esterno.
Dopo aver camminato lo spiazzo e declinato ogni invito insistito, sono arrivato davanti al bordo del canyon: uno strapiombo che sembra non finire mai, se non laggiù dove nei secoli scorrevano impetuosi i torrenti che hanno formato questa gola.
Il loro fluire ha lasciato meravigliose forme e monumenti naturali: figure uniche con un incredibile contrasto di colori regalano a Mides un paesaggio naturale splendido.
Il fondo della gola secca è sabbioso e le pareti di roccia irregolare hanno molti strati di pietra simili al marmo. A una estremità, una piccola sorgente d'acqua regala piccoli palmeti con un gran numero di specie vegetali.
Risalito il canyon col pensiero, fisso l'orizzonte: davanti ho sempre i resti sopravvissuti del borgo originario di Mides, case di fango secco senza più vita né ricordo.
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