San Nicolò e i diavoli Krampus, la sfilata di Lasa
📸 ✍️ Andrea Lessona
Sulla piazza di Lasa, i Krampus urlano e grugniscono. E con rami d’albero intrecciati e fruste, questi demoni colpiscono la gente intorno. Mentre il loro fetore riempie la notte di zolfo e i cuori di paura, i bambini scappano dappertutto: occhi grandi, piccole mani a cercare quelle sicure dei genitori.
Anche qui, in questo piccolo comune della Val Venosta, famoso in tutto il mondo per il suo marmo, come in l’Alto Adige e nelle zone europee di cultura tedesca, il 5 dicembre, un’antica tradizione religiosa diventa folclore.
L’evento, che risale al VI-VII secolo d.C e ha radici nel solstizio invernale, è legato alla figura di San Nicola, vescovo di Myra, protettore dei bambini e del suo servitore Krampus - un demonio sconfitto dal Santo e divenutone servitore.
Secondo la storia, nei periodi di carestia, i giovani dei paesi di montagna si travestivano di pelli e corna di animali per derubare i vicini del cibo per l’inverno. Dopo un po', i giovani si resero conto che tra loro c’era un demone riconoscibile solo dalle zampe a forma di capra.
Fu così che, per esorcizzare l’essere immondo, venne chiamato San Nicola. Sconfitto il demone, tutti gli anni i giovani, travestiti da diavoli, sfilano lungo le strade dei paesi, non più a depredare ma a "punire i bambini cattivi", accompagnati dalla figura del vescovo che aveva sconfitto il male.
Così, impersonato da un figurante di rosso vestito, il Santo riceve la benedizione dal parroco nella piccola di chiesa di Lasa. Poi stretto al suo bastone pastorale, attraversa le vie principali per portare ai bimbi impazienti e trillanti i doni.
Sul carro che lo segue, ci sono tantissimi sacchetti rossi pieni di biscotti, mandarini, datteri, arachidi e il famoso pan pepato Lebkuchen. Mentre i suonatori riempono le trombe di fiato grosso e la notte di musica, San Nicola distribuisce i pacchetti.
Prima, però, toccandosi la folta barba bianca, chiede ai piccoli se sono stati bravi. Così vuole la tradizione: solo i bambini buoni possono ricevere questo regalo che oggi è normalità ma in passato prelibatezza.
Non appena San Nicola lascia la piazza di Lasa, una masnada di Krampus arriva urlante: nugoli di uomini e ragazzi vestiti di pelle di pecora che indossano maschere di legno, incise con i tratti mefistofelici del male. La tradizione vuole che non possano mai essere tolte in pubblico, pena il disonore per lo smascherato.
Queste figure inquietanti, il cui nome deriva dal bavarese krampn che significa “morto”, “putrefatto”, possono vagare liberi solo il 5 dicembre, il giorno in cui San Nicola concede loro di dare libero sfogo agli istinti più biechi e malvagi. Almeno quando l’ultima luce muore, e la notte li avvolge sino al prossimo anno.
ℹ️ Alto Adige
📸 ✍️ Andrea Lessona
Sulla piazza di Lasa, i Krampus urlano e grugniscono. E con rami d’albero intrecciati e fruste, questi demoni colpiscono la gente intorno. Mentre il loro fetore riempie la notte di zolfo e i cuori di paura, i bambini scappano dappertutto: occhi grandi, piccole mani a cercare quelle sicure dei genitori.
Anche qui, in questo piccolo comune della Val Venosta, famoso in tutto il mondo per il suo marmo, come in l’Alto Adige e nelle zone europee di cultura tedesca, il 5 dicembre, un’antica tradizione religiosa diventa folclore.
L’evento, che risale al VI-VII secolo d.C e ha radici nel solstizio invernale, è legato alla figura di San Nicola, vescovo di Myra, protettore dei bambini e del suo servitore Krampus - un demonio sconfitto dal Santo e divenutone servitore.
Secondo la storia, nei periodi di carestia, i giovani dei paesi di montagna si travestivano di pelli e corna di animali per derubare i vicini del cibo per l’inverno. Dopo un po', i giovani si resero conto che tra loro c’era un demone riconoscibile solo dalle zampe a forma di capra.
Fu così che, per esorcizzare l’essere immondo, venne chiamato San Nicola. Sconfitto il demone, tutti gli anni i giovani, travestiti da diavoli, sfilano lungo le strade dei paesi, non più a depredare ma a "punire i bambini cattivi", accompagnati dalla figura del vescovo che aveva sconfitto il male.
Così, impersonato da un figurante di rosso vestito, il Santo riceve la benedizione dal parroco nella piccola di chiesa di Lasa. Poi stretto al suo bastone pastorale, attraversa le vie principali per portare ai bimbi impazienti e trillanti i doni.
Sul carro che lo segue, ci sono tantissimi sacchetti rossi pieni di biscotti, mandarini, datteri, arachidi e il famoso pan pepato Lebkuchen. Mentre i suonatori riempono le trombe di fiato grosso e la notte di musica, San Nicola distribuisce i pacchetti.
Prima, però, toccandosi la folta barba bianca, chiede ai piccoli se sono stati bravi. Così vuole la tradizione: solo i bambini buoni possono ricevere questo regalo che oggi è normalità ma in passato prelibatezza.
Non appena San Nicola lascia la piazza di Lasa, una masnada di Krampus arriva urlante: nugoli di uomini e ragazzi vestiti di pelle di pecora che indossano maschere di legno, incise con i tratti mefistofelici del male. La tradizione vuole che non possano mai essere tolte in pubblico, pena il disonore per lo smascherato.
Queste figure inquietanti, il cui nome deriva dal bavarese krampn che significa “morto”, “putrefatto”, possono vagare liberi solo il 5 dicembre, il giorno in cui San Nicola concede loro di dare libero sfogo agli istinti più biechi e malvagi. Almeno quando l’ultima luce muore, e la notte li avvolge sino al prossimo anno.
ℹ️ Alto Adige
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Lusto, il Museo della foresta finlandese
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel cuore della regione dei Mille Laghi, il profilo ligneo di Lusto si confonde con la natura intorno. Pensato e realizzato per non alterare il paesaggio ma per raccontarlo, questo edificio ospita il museo della foresta finlandese.
Mentre ne attraverso le sali enormi, mi immergo in spazi senza tempo in cui animali, alberi, piante, e costruzioni di una volta dicono di questa zona nel distretto di Punkaharju nel sud-est finnico, nel centro del lago Saimaa.
Lusto, nella lingua locale, significa l’anello che misura la crescita annuale di un albero. Infatti il focus di questo scrigno del sapere sono proprio i boschi, il loro sviluppo e salvaguardia e l'industria del legname locale.
Questo museo della foresta finlandese conserva e fornisce materiali riguardanti la storia e la cultura della zona. Le collezioni, in continua crescita, attualmente contengono circa 13 mila manufatti, 350 mila fotografie e negativi e oltre 1500 film e pellicole.
La biblioteca, invece, ha 15 mila pubblicazioni consultabili in ogni momento della giornata per ogni giorno dell’anno. Lusto, infatti, è sempre aperto e moltissimi sono gli stranieri che vengono qui a studiare e a consultare il materiale a disposizione.
Le varie teche, con etichette in inglese, disposte nello scrigno di Lusto raccontano della biodiversità delle foreste, dei guaritori che le abitano dei miti che le circondano, della storia degli insediamenti e della tecnologia forestale.
L'enorme sala del museo della foresta finlandese è piena di macchinari: c’è addirittura una torre di motoseghe e vari display interattivi. E molti provano le proprie capacità motorie con un caricatore di legname.
Molti sono anche gli esemplari di animali che popolano la zona dei Mille Laghi. Come l’orso disteso ventre a terra che mi fissa senza guardarmi: occhi di vetro che brillano alle luci artificiali di Lusto, il museo della foresta finlandese.
ℹ️ Visit Finland
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel cuore della regione dei Mille Laghi, il profilo ligneo di Lusto si confonde con la natura intorno. Pensato e realizzato per non alterare il paesaggio ma per raccontarlo, questo edificio ospita il museo della foresta finlandese.
Mentre ne attraverso le sali enormi, mi immergo in spazi senza tempo in cui animali, alberi, piante, e costruzioni di una volta dicono di questa zona nel distretto di Punkaharju nel sud-est finnico, nel centro del lago Saimaa.
Lusto, nella lingua locale, significa l’anello che misura la crescita annuale di un albero. Infatti il focus di questo scrigno del sapere sono proprio i boschi, il loro sviluppo e salvaguardia e l'industria del legname locale.
Questo museo della foresta finlandese conserva e fornisce materiali riguardanti la storia e la cultura della zona. Le collezioni, in continua crescita, attualmente contengono circa 13 mila manufatti, 350 mila fotografie e negativi e oltre 1500 film e pellicole.
La biblioteca, invece, ha 15 mila pubblicazioni consultabili in ogni momento della giornata per ogni giorno dell’anno. Lusto, infatti, è sempre aperto e moltissimi sono gli stranieri che vengono qui a studiare e a consultare il materiale a disposizione.
Le varie teche, con etichette in inglese, disposte nello scrigno di Lusto raccontano della biodiversità delle foreste, dei guaritori che le abitano dei miti che le circondano, della storia degli insediamenti e della tecnologia forestale.
L'enorme sala del museo della foresta finlandese è piena di macchinari: c’è addirittura una torre di motoseghe e vari display interattivi. E molti provano le proprie capacità motorie con un caricatore di legname.
Molti sono anche gli esemplari di animali che popolano la zona dei Mille Laghi. Come l’orso disteso ventre a terra che mi fissa senza guardarmi: occhi di vetro che brillano alle luci artificiali di Lusto, il museo della foresta finlandese.
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Honfleur, Francia impressionista
✍️ Andrea Lessona
Riflessa nel suo porto, Honfleur è un quadro impressionista da vivere con l'anima. In piedi sulla banchina, guardo le case a graticcio e le barche di questa cittadina della Bassa Normandia striare le acque blu cielo della Senna.
È qui, sulla riva meridionale dell'estuario del grande fiume, che il piccolo centro conserva la sua magia originata intorno all'anno mille quando vennero innalzati i primi edifici di pescatori e contadini.
Oggi, Honfleur si trova nel dipartimento del Calvados. Ed è una delle cittadine più affascinanti della Normandia e della Francia tutta. Ne ho attraversato le vie e la storia prima di arrivare qui.
Ho camminato le vie fiorite del quartiere Sainte-Catherine dove si trova la chiesa omonima: è imponente e tutta in legno. Guardandone il tetto, ho pensato fosse lo scafo rovesciato di una nave.
Poi, ho proseguito il mio viaggio alla scoperta di Honfleur sulla rue Alphonse Allais dove si trova il museo dedicato a Eugène Boudin. Precursore dell’Impressionismo, fu uno dei primi a spostare il cavalletto dallo studio all’aria aperta.
Proprio davanti alla struttura museale, ho imboccato le scale che portano alla via Haute fino alle Maison Satie: è una sorta di percorso scenografico e musicale per scoprire il compositore Erik Satie, originario di qui.
Dopo ho raggiunto il Naturospace di Honfleur: su una superficie di 800 metri quadrati a 28 gradi tutto l'anno, si distende la più grande serra di farfalle tropicali della Francia. Si tratta di una vera e propria foresta popolata da migliaia di esseri variopinti e svolazzanti.
Poco oltre c'è il museo d’Alphonse, il più piccolo della stato francese. Tra le sue pareti si trova una collezione di invenzioni e oggetti strani: i tappi di cera neri per le orecchie per persone in lutto che vogliono silenzio, l’amido blu, bianco e rosso per irrigidire la bandiera transalpina.
E poi ancora altre stranezze che rendono unico questo luogo particolare di Honfleur: la macchina che trasforma in non potabile l’acqua potabile, la macchina per realizzare i fondi di cassetto e il cranio di Voltaire a 17 anni.
Facendomi guidare dall'istinto sono entrato e uscito da infinite gallerie d’arte e i musei come quello di Etnografica che si trova in un edificio tipico del XVI secolo e all’epoca adibito a prigione.
È dedicato agli stili di vita di Honfleur con un allestimento specifico in ognuna delle sue nove sale: il negozio del mercante, la bottega del tessitore, la sala del borghese, la camera della giovane donna.
Per ultimo ho visitato il museo della Marina. Allestito dentro una chiesa, mette in mostra oggetti, modelli e documenti legati alla storia marittima della cittadina durante il XVIII e il XIX secolo.
Poi, dopo aver girato tutto il giorno sono arrivato qui dove mi trovo ora. Qui, in piedi sulla banchina, dove, riflessa nel suo porto, Honfleur è un quadro impressionista da vivere con l'anima.
ℹ️ Explore France
✍️ Andrea Lessona
Riflessa nel suo porto, Honfleur è un quadro impressionista da vivere con l'anima. In piedi sulla banchina, guardo le case a graticcio e le barche di questa cittadina della Bassa Normandia striare le acque blu cielo della Senna.
È qui, sulla riva meridionale dell'estuario del grande fiume, che il piccolo centro conserva la sua magia originata intorno all'anno mille quando vennero innalzati i primi edifici di pescatori e contadini.
Oggi, Honfleur si trova nel dipartimento del Calvados. Ed è una delle cittadine più affascinanti della Normandia e della Francia tutta. Ne ho attraversato le vie e la storia prima di arrivare qui.
Ho camminato le vie fiorite del quartiere Sainte-Catherine dove si trova la chiesa omonima: è imponente e tutta in legno. Guardandone il tetto, ho pensato fosse lo scafo rovesciato di una nave.
Poi, ho proseguito il mio viaggio alla scoperta di Honfleur sulla rue Alphonse Allais dove si trova il museo dedicato a Eugène Boudin. Precursore dell’Impressionismo, fu uno dei primi a spostare il cavalletto dallo studio all’aria aperta.
Proprio davanti alla struttura museale, ho imboccato le scale che portano alla via Haute fino alle Maison Satie: è una sorta di percorso scenografico e musicale per scoprire il compositore Erik Satie, originario di qui.
Dopo ho raggiunto il Naturospace di Honfleur: su una superficie di 800 metri quadrati a 28 gradi tutto l'anno, si distende la più grande serra di farfalle tropicali della Francia. Si tratta di una vera e propria foresta popolata da migliaia di esseri variopinti e svolazzanti.
Poco oltre c'è il museo d’Alphonse, il più piccolo della stato francese. Tra le sue pareti si trova una collezione di invenzioni e oggetti strani: i tappi di cera neri per le orecchie per persone in lutto che vogliono silenzio, l’amido blu, bianco e rosso per irrigidire la bandiera transalpina.
E poi ancora altre stranezze che rendono unico questo luogo particolare di Honfleur: la macchina che trasforma in non potabile l’acqua potabile, la macchina per realizzare i fondi di cassetto e il cranio di Voltaire a 17 anni.
Facendomi guidare dall'istinto sono entrato e uscito da infinite gallerie d’arte e i musei come quello di Etnografica che si trova in un edificio tipico del XVI secolo e all’epoca adibito a prigione.
È dedicato agli stili di vita di Honfleur con un allestimento specifico in ognuna delle sue nove sale: il negozio del mercante, la bottega del tessitore, la sala del borghese, la camera della giovane donna.
Per ultimo ho visitato il museo della Marina. Allestito dentro una chiesa, mette in mostra oggetti, modelli e documenti legati alla storia marittima della cittadina durante il XVIII e il XIX secolo.
Poi, dopo aver girato tutto il giorno sono arrivato qui dove mi trovo ora. Qui, in piedi sulla banchina, dove, riflessa nel suo porto, Honfleur è un quadro impressionista da vivere con l'anima.
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La Settimana de il Reporter
Tutti gli articoli della settimana da leggere in un fiato!
Cattedrale di Maribor, gotico sloveno
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Safari degli stambecchi sul monte Pilatus
✍️ Andrea Lessona
Sul crinale del monte Pilatus, alcuni stambecchi guardano il sole sorgere lento sulla neve della notte: immobili nella loro bellezza fiera, fissano l’alba e ne respirano l’aria fredda e trasparente.
Da pochi metri soltanto, ne vedo il profilo sospeso all’orizzonte: le corna maestose si arcuano all’indietro su un corpo robusto i cui arti snelli e leggeri si arrampicano, di balzo in balzo, sulle pareti di questa montagna svizzera sopra la città di Lucerna.
Per ammirarli, ieri ho preso la funivia da Kriens e sono arrivato al Pilatus Kulm dove ho pernottato. Alzatomi prestissimo stamattina, ho lasciato il caldo dell’hotel e sfidando il gelo ho seguito la guida e il gruppo di persone che con me stanno vivendo questo safari.
Sulle tenue tracce dei sentieri ricoperti di neve, ho camminato per oltre venti minuti verso il versante sud della montagna nella speranza di vedere gli stambecchi e poterli fotografare il più vicino possibile. E così è stato.
Sussurrando, la guida mi ha spiegato che, seppur non addomesticati, questi animali sono abituati alla presenza dell’uomo. E se ci si mantiene a distanza, non lo temono. Anzi. Vezzosi, sembrano mettersi in posa per uno scatto.
Quelli che ho di fronte, sono gli eredi degli esemplari reintrodotti qui, sul monte Pilatus, negli Anni 60 del Novecento. Alla fine del 1800, l’uso indiscriminato delle armi da fuoco aveva portato questa specie vicino alla completa estinzione su tutte le Alpi.
Alla mattanza, era sopravvissuto solo un piccolo gruppo: meno di cento esemplari che vivevano sul massiccio del Gran Paradiso. Grazie alla loro protezione e a una progressiva reintroduzione negli anni questi animali si sono riprodotti.
E oggi, alcuni di loro, zampettano sul monte Pilatus. Vederli liberi, nella natura maestosa popolata da tanti animali e scenari unici su questa roccia emersa dal lago di sotto per oltre duemila metri, è una meraviglia che la macchina fotografica immortala.
ℹ️ Svizzera Turismo
✍️ Andrea Lessona
Sul crinale del monte Pilatus, alcuni stambecchi guardano il sole sorgere lento sulla neve della notte: immobili nella loro bellezza fiera, fissano l’alba e ne respirano l’aria fredda e trasparente.
Da pochi metri soltanto, ne vedo il profilo sospeso all’orizzonte: le corna maestose si arcuano all’indietro su un corpo robusto i cui arti snelli e leggeri si arrampicano, di balzo in balzo, sulle pareti di questa montagna svizzera sopra la città di Lucerna.
Per ammirarli, ieri ho preso la funivia da Kriens e sono arrivato al Pilatus Kulm dove ho pernottato. Alzatomi prestissimo stamattina, ho lasciato il caldo dell’hotel e sfidando il gelo ho seguito la guida e il gruppo di persone che con me stanno vivendo questo safari.
Sulle tenue tracce dei sentieri ricoperti di neve, ho camminato per oltre venti minuti verso il versante sud della montagna nella speranza di vedere gli stambecchi e poterli fotografare il più vicino possibile. E così è stato.
Sussurrando, la guida mi ha spiegato che, seppur non addomesticati, questi animali sono abituati alla presenza dell’uomo. E se ci si mantiene a distanza, non lo temono. Anzi. Vezzosi, sembrano mettersi in posa per uno scatto.
Quelli che ho di fronte, sono gli eredi degli esemplari reintrodotti qui, sul monte Pilatus, negli Anni 60 del Novecento. Alla fine del 1800, l’uso indiscriminato delle armi da fuoco aveva portato questa specie vicino alla completa estinzione su tutte le Alpi.
Alla mattanza, era sopravvissuto solo un piccolo gruppo: meno di cento esemplari che vivevano sul massiccio del Gran Paradiso. Grazie alla loro protezione e a una progressiva reintroduzione negli anni questi animali si sono riprodotti.
E oggi, alcuni di loro, zampettano sul monte Pilatus. Vederli liberi, nella natura maestosa popolata da tanti animali e scenari unici su questa roccia emersa dal lago di sotto per oltre duemila metri, è una meraviglia che la macchina fotografica immortala.
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