Austerlitz, monumento di guerra e pace
📸 ✍️ Andrea Lessona
Svetta nel cielo della Moravia, memoria di guerra e pace. Lo vedo già dal finestrino del pullman, mentre il mezzo sale la collina di Pratzen e mi porta nell'ombra pesante del monumento di Austerlitz.
Memento di pietra eretto per commemorare i morti di uno dei più grandi scontri della Storia: quello combattuto in questa landa il 2 dicembre del 1805 e definito dagli studiosi La battaglia dei tre Imperatori.
Oltre 160 mila uomini degli eserciti di Napoleone, di Alessandro I, Zar di Russia e Francesco I, sovrano d'Austria, si affrontarono per vincersi in un combattimento senza pari prima di quel giorno.
Un giorno che cent'anni dopo, per volere del prete Alois Slovák, doveva commemorare tutti i caduti, senza distinzione. E così nacque ad Austerlitz, oggi Slavkov u Brna (comune di 6.062 abitanti nella regione morava della Repubblica Ceca), un Tumulo di Pace in cui ospitare i resti umani dei soldati.
Molti di loro sono sepolti dentro la cappella, sorretta all'esterno dalle statue di due donne affrante. Sopra la cancellata in ferro dell'ingresso, la scritta in latino: Interfecti Mei Resurgent (I Morti Risorgeranno).
Appena dentro al monumento, unico nel suo genere e uno dei più vecchi nell’Europa centrale, vedo un sepolcro di marmo scuro, incastonato nel pavimento dalle mattonelle quadrate, con incisa in grande la parola Honor. Di fronte, un altare su cui risalta Gesù Cristo in croce.
Ai quattro lati della sala, quattro aperture a volta permettono di sentire i bisbigli sussurrati all'estremità di ciascuna di loro: un gioco acustico, o eco della Storia e di quel giorno che la cambiò.
Per riviverlo mi bastano pochi passi fuori dal Tumulo, e arrivo al padiglione museale realizzato a giugno del 2010, esattamente cento anni dalla data in cui nel 1910 iniziò la costruzione del Monumento.
La prima parte del percorso multimediale inizia il 14 luglio del 1789 con la Rivoluzione francese. Pannelli esplicativi mostrano l'Europa in quel tempo lontano e i maggiori eventi che la caratterizzarono sino allo scontro di Austerlitz.
Poi, lasciata la stanza dalla pareti bianche, entro in una tendina da campo militare che si apre sul buio più cupo: qualche istante e dal pavimento si alzano schermi da cui rimbombano colpi di cannone, urla strazianti di uomini maciullati, il nitrito sferzato di cavalli al galoppo. Il suono trionfale di una tromba che annunzia la vittoria delle truppe napoleoniche.
Tutto torna nero, come un vuoto temporale da attraversare per essere proiettati in un'altra dimensione. Questa volta le luci si accendono nella stanza attigua: illuminano un plastico su cui sono schierati gli eserciti. Alle pareti teche di vetro proteggono armi e divise dell'epoca, portate senza orgoglio da manichini dal sorriso abbozzato.
Poco più avanti, nuovi attori di cartapesta impersonano i tre imperatori mentre negoziano la resa e la spartizione dell'Europa. Parlano a comando la lingua di un registratore stentato: basta scegliere l'idioma tra inglese, francese, tedesco, russo e ceco per avere il resoconto di un potere ottenuto col sangue.
Dopo aver guardato la “muta” di soldatini dell'epoca, in vendita insieme a tanti libri della battaglia nel negozio di souvenir, esco nell'aria fresca. Cammino lungo il perimetro del Tumulo, e guardo queste colline distendersi serene nell'orizzonte moravo della Repubblica Ceca. Respiro un senso di Pace.
ℹ️ Visit Czech Republic
📸 ✍️ Andrea Lessona
Svetta nel cielo della Moravia, memoria di guerra e pace. Lo vedo già dal finestrino del pullman, mentre il mezzo sale la collina di Pratzen e mi porta nell'ombra pesante del monumento di Austerlitz.
Memento di pietra eretto per commemorare i morti di uno dei più grandi scontri della Storia: quello combattuto in questa landa il 2 dicembre del 1805 e definito dagli studiosi La battaglia dei tre Imperatori.
Oltre 160 mila uomini degli eserciti di Napoleone, di Alessandro I, Zar di Russia e Francesco I, sovrano d'Austria, si affrontarono per vincersi in un combattimento senza pari prima di quel giorno.
Un giorno che cent'anni dopo, per volere del prete Alois Slovák, doveva commemorare tutti i caduti, senza distinzione. E così nacque ad Austerlitz, oggi Slavkov u Brna (comune di 6.062 abitanti nella regione morava della Repubblica Ceca), un Tumulo di Pace in cui ospitare i resti umani dei soldati.
Molti di loro sono sepolti dentro la cappella, sorretta all'esterno dalle statue di due donne affrante. Sopra la cancellata in ferro dell'ingresso, la scritta in latino: Interfecti Mei Resurgent (I Morti Risorgeranno).
Appena dentro al monumento, unico nel suo genere e uno dei più vecchi nell’Europa centrale, vedo un sepolcro di marmo scuro, incastonato nel pavimento dalle mattonelle quadrate, con incisa in grande la parola Honor. Di fronte, un altare su cui risalta Gesù Cristo in croce.
Ai quattro lati della sala, quattro aperture a volta permettono di sentire i bisbigli sussurrati all'estremità di ciascuna di loro: un gioco acustico, o eco della Storia e di quel giorno che la cambiò.
Per riviverlo mi bastano pochi passi fuori dal Tumulo, e arrivo al padiglione museale realizzato a giugno del 2010, esattamente cento anni dalla data in cui nel 1910 iniziò la costruzione del Monumento.
La prima parte del percorso multimediale inizia il 14 luglio del 1789 con la Rivoluzione francese. Pannelli esplicativi mostrano l'Europa in quel tempo lontano e i maggiori eventi che la caratterizzarono sino allo scontro di Austerlitz.
Poi, lasciata la stanza dalla pareti bianche, entro in una tendina da campo militare che si apre sul buio più cupo: qualche istante e dal pavimento si alzano schermi da cui rimbombano colpi di cannone, urla strazianti di uomini maciullati, il nitrito sferzato di cavalli al galoppo. Il suono trionfale di una tromba che annunzia la vittoria delle truppe napoleoniche.
Tutto torna nero, come un vuoto temporale da attraversare per essere proiettati in un'altra dimensione. Questa volta le luci si accendono nella stanza attigua: illuminano un plastico su cui sono schierati gli eserciti. Alle pareti teche di vetro proteggono armi e divise dell'epoca, portate senza orgoglio da manichini dal sorriso abbozzato.
Poco più avanti, nuovi attori di cartapesta impersonano i tre imperatori mentre negoziano la resa e la spartizione dell'Europa. Parlano a comando la lingua di un registratore stentato: basta scegliere l'idioma tra inglese, francese, tedesco, russo e ceco per avere il resoconto di un potere ottenuto col sangue.
Dopo aver guardato la “muta” di soldatini dell'epoca, in vendita insieme a tanti libri della battaglia nel negozio di souvenir, esco nell'aria fresca. Cammino lungo il perimetro del Tumulo, e guardo queste colline distendersi serene nell'orizzonte moravo della Repubblica Ceca. Respiro un senso di Pace.
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La Settimana de il Reporter
Tutti gli articoli della settimana da leggere in un fiato!
Museo Walser a Triesenberg, Liechtenstein antico
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Rastoke, la Croazia dei mulini ad acqua
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Vredespaleis, il palazzo della Pace de L'Aia
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Skansen Kronan, la fortezza di Goteborg
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Cattedrale di Maribor, gotico sloveno
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel verde di piazza Slomškov trg, la cattedrale di Maribor si alza nel cuore medievale della seconda città slovena. Mentre mi avvicino, non posso fare a meno di notare i suoi stili sovrapposti in cui spicca il gotico.
È il risultato delle ristrutturazioni cui la chiesa, costruita nel XII secolo, è stata sottoposta negli anni: in origine era un edificio romanico con un'unica navata dal tetto in legno e abside semicircolare.
Oggi, l'esterno della cattedrale di Maribor ha tratti gotici con il presbiterio dai contrafforti graduali, e il campanile dalla cuspide neoclassicista che in passato fu torre civica. Nella facciata, varie lastre tombali ricordano chi non c'è più.
Vicino all'ingresso, è stata conservata una delle migliori colonne della luce eterna tardogotiche di pietra: risale al 1517 ed è l’unico memento rimasto del vecchio cimitero che circondava la chiesa.
Entrando nella cattedrale di Maribor, dedicata a San Giovanni Battista, intuisco che la struttura romanica pilastrata a tre navate è senza transetto. Camminando tra i banchi, arrivo al presbiterio con costoloni, chiavi di volta e baldacchini nelle pareti.
Sull’arco di trionfo, vedo i bassorilievi di leoni realizzati dalle botteghe boeme. Prima del 1520, la parte della navata centrale aveva una volta reticolare e ancora oggi le pareti trattengono la distribuzione romanica dell’ambiente. Le volte delle navate laterali risalgono invece al 1467.
L’arredo della cattedrale di Maribor è di grande qualità: gli stalli barocchi del coro sono stupendi. Di notevole pregio sono anche l’altare della Santa Croce della seconda metà del XVIII secolo, quello di San Francesco Saverio d'inizio Settecento, l’altare di S. Floriano e il pulpito ligneo del XVII secolo.
Nella Cappella della Santa Croce, nella parte settentrionale dell'edificio, proprio sulla tomba del vescovo Anton Martin Slomšek, si trova una lastra istoricista realizzata dallo scultore Ksaver Zajec.
ℹ️ Ente Sloveno per il Turismo
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel verde di piazza Slomškov trg, la cattedrale di Maribor si alza nel cuore medievale della seconda città slovena. Mentre mi avvicino, non posso fare a meno di notare i suoi stili sovrapposti in cui spicca il gotico.
È il risultato delle ristrutturazioni cui la chiesa, costruita nel XII secolo, è stata sottoposta negli anni: in origine era un edificio romanico con un'unica navata dal tetto in legno e abside semicircolare.
Oggi, l'esterno della cattedrale di Maribor ha tratti gotici con il presbiterio dai contrafforti graduali, e il campanile dalla cuspide neoclassicista che in passato fu torre civica. Nella facciata, varie lastre tombali ricordano chi non c'è più.
Vicino all'ingresso, è stata conservata una delle migliori colonne della luce eterna tardogotiche di pietra: risale al 1517 ed è l’unico memento rimasto del vecchio cimitero che circondava la chiesa.
Entrando nella cattedrale di Maribor, dedicata a San Giovanni Battista, intuisco che la struttura romanica pilastrata a tre navate è senza transetto. Camminando tra i banchi, arrivo al presbiterio con costoloni, chiavi di volta e baldacchini nelle pareti.
Sull’arco di trionfo, vedo i bassorilievi di leoni realizzati dalle botteghe boeme. Prima del 1520, la parte della navata centrale aveva una volta reticolare e ancora oggi le pareti trattengono la distribuzione romanica dell’ambiente. Le volte delle navate laterali risalgono invece al 1467.
L’arredo della cattedrale di Maribor è di grande qualità: gli stalli barocchi del coro sono stupendi. Di notevole pregio sono anche l’altare della Santa Croce della seconda metà del XVIII secolo, quello di San Francesco Saverio d'inizio Settecento, l’altare di S. Floriano e il pulpito ligneo del XVII secolo.
Nella Cappella della Santa Croce, nella parte settentrionale dell'edificio, proprio sulla tomba del vescovo Anton Martin Slomšek, si trova una lastra istoricista realizzata dallo scultore Ksaver Zajec.
ℹ️ Ente Sloveno per il Turismo
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San Nicolò e i diavoli Krampus, la sfilata di Lasa
📸 ✍️ Andrea Lessona
Sulla piazza di Lasa, i Krampus urlano e grugniscono. E con rami d’albero intrecciati e fruste, questi demoni colpiscono la gente intorno. Mentre il loro fetore riempie la notte di zolfo e i cuori di paura, i bambini scappano dappertutto: occhi grandi, piccole mani a cercare quelle sicure dei genitori.
Anche qui, in questo piccolo comune della Val Venosta, famoso in tutto il mondo per il suo marmo, come in l’Alto Adige e nelle zone europee di cultura tedesca, il 5 dicembre, un’antica tradizione religiosa diventa folclore.
L’evento, che risale al VI-VII secolo d.C e ha radici nel solstizio invernale, è legato alla figura di San Nicola, vescovo di Myra, protettore dei bambini e del suo servitore Krampus - un demonio sconfitto dal Santo e divenutone servitore.
Secondo la storia, nei periodi di carestia, i giovani dei paesi di montagna si travestivano di pelli e corna di animali per derubare i vicini del cibo per l’inverno. Dopo un po', i giovani si resero conto che tra loro c’era un demone riconoscibile solo dalle zampe a forma di capra.
Fu così che, per esorcizzare l’essere immondo, venne chiamato San Nicola. Sconfitto il demone, tutti gli anni i giovani, travestiti da diavoli, sfilano lungo le strade dei paesi, non più a depredare ma a "punire i bambini cattivi", accompagnati dalla figura del vescovo che aveva sconfitto il male.
Così, impersonato da un figurante di rosso vestito, il Santo riceve la benedizione dal parroco nella piccola di chiesa di Lasa. Poi stretto al suo bastone pastorale, attraversa le vie principali per portare ai bimbi impazienti e trillanti i doni.
Sul carro che lo segue, ci sono tantissimi sacchetti rossi pieni di biscotti, mandarini, datteri, arachidi e il famoso pan pepato Lebkuchen. Mentre i suonatori riempono le trombe di fiato grosso e la notte di musica, San Nicola distribuisce i pacchetti.
Prima, però, toccandosi la folta barba bianca, chiede ai piccoli se sono stati bravi. Così vuole la tradizione: solo i bambini buoni possono ricevere questo regalo che oggi è normalità ma in passato prelibatezza.
Non appena San Nicola lascia la piazza di Lasa, una masnada di Krampus arriva urlante: nugoli di uomini e ragazzi vestiti di pelle di pecora che indossano maschere di legno, incise con i tratti mefistofelici del male. La tradizione vuole che non possano mai essere tolte in pubblico, pena il disonore per lo smascherato.
Queste figure inquietanti, il cui nome deriva dal bavarese krampn che significa “morto”, “putrefatto”, possono vagare liberi solo il 5 dicembre, il giorno in cui San Nicola concede loro di dare libero sfogo agli istinti più biechi e malvagi. Almeno quando l’ultima luce muore, e la notte li avvolge sino al prossimo anno.
ℹ️ Alto Adige
📸 ✍️ Andrea Lessona
Sulla piazza di Lasa, i Krampus urlano e grugniscono. E con rami d’albero intrecciati e fruste, questi demoni colpiscono la gente intorno. Mentre il loro fetore riempie la notte di zolfo e i cuori di paura, i bambini scappano dappertutto: occhi grandi, piccole mani a cercare quelle sicure dei genitori.
Anche qui, in questo piccolo comune della Val Venosta, famoso in tutto il mondo per il suo marmo, come in l’Alto Adige e nelle zone europee di cultura tedesca, il 5 dicembre, un’antica tradizione religiosa diventa folclore.
L’evento, che risale al VI-VII secolo d.C e ha radici nel solstizio invernale, è legato alla figura di San Nicola, vescovo di Myra, protettore dei bambini e del suo servitore Krampus - un demonio sconfitto dal Santo e divenutone servitore.
Secondo la storia, nei periodi di carestia, i giovani dei paesi di montagna si travestivano di pelli e corna di animali per derubare i vicini del cibo per l’inverno. Dopo un po', i giovani si resero conto che tra loro c’era un demone riconoscibile solo dalle zampe a forma di capra.
Fu così che, per esorcizzare l’essere immondo, venne chiamato San Nicola. Sconfitto il demone, tutti gli anni i giovani, travestiti da diavoli, sfilano lungo le strade dei paesi, non più a depredare ma a "punire i bambini cattivi", accompagnati dalla figura del vescovo che aveva sconfitto il male.
Così, impersonato da un figurante di rosso vestito, il Santo riceve la benedizione dal parroco nella piccola di chiesa di Lasa. Poi stretto al suo bastone pastorale, attraversa le vie principali per portare ai bimbi impazienti e trillanti i doni.
Sul carro che lo segue, ci sono tantissimi sacchetti rossi pieni di biscotti, mandarini, datteri, arachidi e il famoso pan pepato Lebkuchen. Mentre i suonatori riempono le trombe di fiato grosso e la notte di musica, San Nicola distribuisce i pacchetti.
Prima, però, toccandosi la folta barba bianca, chiede ai piccoli se sono stati bravi. Così vuole la tradizione: solo i bambini buoni possono ricevere questo regalo che oggi è normalità ma in passato prelibatezza.
Non appena San Nicola lascia la piazza di Lasa, una masnada di Krampus arriva urlante: nugoli di uomini e ragazzi vestiti di pelle di pecora che indossano maschere di legno, incise con i tratti mefistofelici del male. La tradizione vuole che non possano mai essere tolte in pubblico, pena il disonore per lo smascherato.
Queste figure inquietanti, il cui nome deriva dal bavarese krampn che significa “morto”, “putrefatto”, possono vagare liberi solo il 5 dicembre, il giorno in cui San Nicola concede loro di dare libero sfogo agli istinti più biechi e malvagi. Almeno quando l’ultima luce muore, e la notte li avvolge sino al prossimo anno.
ℹ️ Alto Adige
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Lusto, il Museo della foresta finlandese
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel cuore della regione dei Mille Laghi, il profilo ligneo di Lusto si confonde con la natura intorno. Pensato e realizzato per non alterare il paesaggio ma per raccontarlo, questo edificio ospita il museo della foresta finlandese.
Mentre ne attraverso le sali enormi, mi immergo in spazi senza tempo in cui animali, alberi, piante, e costruzioni di una volta dicono di questa zona nel distretto di Punkaharju nel sud-est finnico, nel centro del lago Saimaa.
Lusto, nella lingua locale, significa l’anello che misura la crescita annuale di un albero. Infatti il focus di questo scrigno del sapere sono proprio i boschi, il loro sviluppo e salvaguardia e l'industria del legname locale.
Questo museo della foresta finlandese conserva e fornisce materiali riguardanti la storia e la cultura della zona. Le collezioni, in continua crescita, attualmente contengono circa 13 mila manufatti, 350 mila fotografie e negativi e oltre 1500 film e pellicole.
La biblioteca, invece, ha 15 mila pubblicazioni consultabili in ogni momento della giornata per ogni giorno dell’anno. Lusto, infatti, è sempre aperto e moltissimi sono gli stranieri che vengono qui a studiare e a consultare il materiale a disposizione.
Le varie teche, con etichette in inglese, disposte nello scrigno di Lusto raccontano della biodiversità delle foreste, dei guaritori che le abitano dei miti che le circondano, della storia degli insediamenti e della tecnologia forestale.
L'enorme sala del museo della foresta finlandese è piena di macchinari: c’è addirittura una torre di motoseghe e vari display interattivi. E molti provano le proprie capacità motorie con un caricatore di legname.
Molti sono anche gli esemplari di animali che popolano la zona dei Mille Laghi. Come l’orso disteso ventre a terra che mi fissa senza guardarmi: occhi di vetro che brillano alle luci artificiali di Lusto, il museo della foresta finlandese.
ℹ️ Visit Finland
📸 ✍️ Andrea Lessona
Nel cuore della regione dei Mille Laghi, il profilo ligneo di Lusto si confonde con la natura intorno. Pensato e realizzato per non alterare il paesaggio ma per raccontarlo, questo edificio ospita il museo della foresta finlandese.
Mentre ne attraverso le sali enormi, mi immergo in spazi senza tempo in cui animali, alberi, piante, e costruzioni di una volta dicono di questa zona nel distretto di Punkaharju nel sud-est finnico, nel centro del lago Saimaa.
Lusto, nella lingua locale, significa l’anello che misura la crescita annuale di un albero. Infatti il focus di questo scrigno del sapere sono proprio i boschi, il loro sviluppo e salvaguardia e l'industria del legname locale.
Questo museo della foresta finlandese conserva e fornisce materiali riguardanti la storia e la cultura della zona. Le collezioni, in continua crescita, attualmente contengono circa 13 mila manufatti, 350 mila fotografie e negativi e oltre 1500 film e pellicole.
La biblioteca, invece, ha 15 mila pubblicazioni consultabili in ogni momento della giornata per ogni giorno dell’anno. Lusto, infatti, è sempre aperto e moltissimi sono gli stranieri che vengono qui a studiare e a consultare il materiale a disposizione.
Le varie teche, con etichette in inglese, disposte nello scrigno di Lusto raccontano della biodiversità delle foreste, dei guaritori che le abitano dei miti che le circondano, della storia degli insediamenti e della tecnologia forestale.
L'enorme sala del museo della foresta finlandese è piena di macchinari: c’è addirittura una torre di motoseghe e vari display interattivi. E molti provano le proprie capacità motorie con un caricatore di legname.
Molti sono anche gli esemplari di animali che popolano la zona dei Mille Laghi. Come l’orso disteso ventre a terra che mi fissa senza guardarmi: occhi di vetro che brillano alle luci artificiali di Lusto, il museo della foresta finlandese.
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