The Rocks, il quartiere antico di Sydney
di Andrea Lessona
Su strade acciottolate e vicoli ciechi, cottage in arenaria, case a schiera con scale in ferro e vecchi magazzini disegnano il quartiere antico di Sydney: The Rocks. Questa zona effervescente è uno scrigno prezioso che conserva la storia della città.
Una storia iniziata il lontano 26 gennaio 1788 quando i primi marinai inglesi sbarcarono qui. Poi, poco a poco iniziò l’insediamento permanente che nei secoli avrebbe originato una delle più importanti città dell’Australia.
Camminando per le vie del quartiere antico di Sydney è difficile pensare come un tempo questa zona fosse sede delle prigioni di Sua Maestà: poveri uomini e donne costrette in catene per espiare qui i reati commessi sul suolo britannico.
La maggior parte di loro erano per lo più povera gente: persone costrette a piccoli furti per poter sopravvivere alla fame e non delinquenti seriali. Eppure non c’era posto per loro nelle patrie galere: meglio quindi spedirli nelle colonie per far fruttare l’Impero.
Tra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso, il quartiere antico di Sydney è stato demolito in parte per poter costruire il famoso Harbour Bridge che si staglia imponente proprio alla fine di The Rocks.
Negli anni Sessanta, a causa di problemi con la criminalità locale, si pensò addirittura di raderlo al suolo. Per fortuna venne risparmiato e consegnato a un destino di rivalutazione e prosperità.
Basta attraversarne le strade per rendersi conto di quanto il quartiere antico di Sydney sia cambiato e sia oggi una delle zone più “in” della città. E una delle più amate dai turisti di tutto il mondo.
Lo è grazie ai suoi musei e gallerie, alle boutique alla moda come i bar e i locali notturni e ai mercati del week end e agli hotel con vista sulla baia. Da qui, è facile raggiungere le attrattive principali e vivere l’effervescenza di The Rocks.
di Andrea Lessona
Su strade acciottolate e vicoli ciechi, cottage in arenaria, case a schiera con scale in ferro e vecchi magazzini disegnano il quartiere antico di Sydney: The Rocks. Questa zona effervescente è uno scrigno prezioso che conserva la storia della città.
Una storia iniziata il lontano 26 gennaio 1788 quando i primi marinai inglesi sbarcarono qui. Poi, poco a poco iniziò l’insediamento permanente che nei secoli avrebbe originato una delle più importanti città dell’Australia.
Camminando per le vie del quartiere antico di Sydney è difficile pensare come un tempo questa zona fosse sede delle prigioni di Sua Maestà: poveri uomini e donne costrette in catene per espiare qui i reati commessi sul suolo britannico.
La maggior parte di loro erano per lo più povera gente: persone costrette a piccoli furti per poter sopravvivere alla fame e non delinquenti seriali. Eppure non c’era posto per loro nelle patrie galere: meglio quindi spedirli nelle colonie per far fruttare l’Impero.
Tra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso, il quartiere antico di Sydney è stato demolito in parte per poter costruire il famoso Harbour Bridge che si staglia imponente proprio alla fine di The Rocks.
Negli anni Sessanta, a causa di problemi con la criminalità locale, si pensò addirittura di raderlo al suolo. Per fortuna venne risparmiato e consegnato a un destino di rivalutazione e prosperità.
Basta attraversarne le strade per rendersi conto di quanto il quartiere antico di Sydney sia cambiato e sia oggi una delle zone più “in” della città. E una delle più amate dai turisti di tutto il mondo.
Lo è grazie ai suoi musei e gallerie, alle boutique alla moda come i bar e i locali notturni e ai mercati del week end e agli hotel con vista sulla baia. Da qui, è facile raggiungere le attrattive principali e vivere l’effervescenza di The Rocks.
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Tempelhof, l’aeroporto della Guerra Fredda
di Andrea Lessona
Sulle case di Berlino, l’ombra dell’ultimo aereo si abbassò sino quasi a toccarne i tetti. Poi, si posò leggera sulla pista di Tempelhof.
Pochi giorni dopo, il 30 ottobre del 2008, l’aeroporto, inaugurato nel 1923 nel centro di Schoeneberg, uno dei quartieri più popolati a dieci minuti dalla Porta di Brandeburgo, venne chiuso per sempre.
Progettato durante la Repubblica di Weimar, fu il Terzo Reich a farne un emblema della nuova via nazionalsocialista. Ma lo scalo entrò nella storia di Berlino e del mondo come simbolo di Libertà durante la Guerra Fredda.
Era il 1948. Stalin, nel tentativo di isolare la zona occidentale della città, bloccò tutti gli accessi alla futura capitale tedesca. I trasporti stradali, ferroviari e fluviali, che passavano attraverso il territorio della Germania Est e collegavano Berlino Ovest con la Germania libera, furono interrotti.
L’unica via era il cielo. Così, ogni 90 secondi, a Tempelhof atterrava un aereo americano che riforniva i berlinesi di viveri, medicinali e beni di prima necessità. Dopo alcuni mesi, Stalin fu costretto a cedere: e rinunciò al blocco.
Negli Anni 60, con l’introduzione di nuovi Jumbo, iniziò il declino dello storico scalo: le due piste disponibili erano troppo corte per far atterrare i nuovi giganti del cielo. Così molte compagnie abbandonarono Tempelhof, preferendogli il nuovo aeroporto di Tegel.
Per salvare lo scalo e la sua memoria, nel 2008 si tenne un referendum sulla chiusura: solo il 22 per cento degli aventi diritto partecipò al voto esprimendosi comunque a favore del mantenimento. Non bastò.
L’aeroporto fu chiuso il 30 ottobre nel 2008, nel 2010 l’area venne convertita in un parco pubblico e nel 2015 fu realizzato un circuito lungo 2469 metri su cui si corse una gara del primo campionato mondiale di Formula E.
Il prezzo del progresso che nega il ricordo e dimentica la storia.
di Andrea Lessona
Sulle case di Berlino, l’ombra dell’ultimo aereo si abbassò sino quasi a toccarne i tetti. Poi, si posò leggera sulla pista di Tempelhof.
Pochi giorni dopo, il 30 ottobre del 2008, l’aeroporto, inaugurato nel 1923 nel centro di Schoeneberg, uno dei quartieri più popolati a dieci minuti dalla Porta di Brandeburgo, venne chiuso per sempre.
Progettato durante la Repubblica di Weimar, fu il Terzo Reich a farne un emblema della nuova via nazionalsocialista. Ma lo scalo entrò nella storia di Berlino e del mondo come simbolo di Libertà durante la Guerra Fredda.
Era il 1948. Stalin, nel tentativo di isolare la zona occidentale della città, bloccò tutti gli accessi alla futura capitale tedesca. I trasporti stradali, ferroviari e fluviali, che passavano attraverso il territorio della Germania Est e collegavano Berlino Ovest con la Germania libera, furono interrotti.
L’unica via era il cielo. Così, ogni 90 secondi, a Tempelhof atterrava un aereo americano che riforniva i berlinesi di viveri, medicinali e beni di prima necessità. Dopo alcuni mesi, Stalin fu costretto a cedere: e rinunciò al blocco.
Negli Anni 60, con l’introduzione di nuovi Jumbo, iniziò il declino dello storico scalo: le due piste disponibili erano troppo corte per far atterrare i nuovi giganti del cielo. Così molte compagnie abbandonarono Tempelhof, preferendogli il nuovo aeroporto di Tegel.
Per salvare lo scalo e la sua memoria, nel 2008 si tenne un referendum sulla chiusura: solo il 22 per cento degli aventi diritto partecipò al voto esprimendosi comunque a favore del mantenimento. Non bastò.
L’aeroporto fu chiuso il 30 ottobre nel 2008, nel 2010 l’area venne convertita in un parco pubblico e nel 2015 fu realizzato un circuito lungo 2469 metri su cui si corse una gara del primo campionato mondiale di Formula E.
Il prezzo del progresso che nega il ricordo e dimentica la storia.
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Cascate di Kravice, l'anfiteatro della Bosnia
di Andrea Lessona
Le sento raccontarsi già da qui, voce gorgogliante di flusso eterno. Il loro scroscio supera il folto dei boschi dietro cui si nascondono, e mi indica la via. Una striscia d'asfalto che dal parcheggio scende sino a dove l'acqua caduta dalle pareti di tufo diventa specchio calmo, e riflette il cielo.
Un cielo basso di nuvole gonfie che incorona le cascate di Kravice, l’anfiteatro naturale della Bosnia. Questo scenario di inestimabile bellezza si trova a circa 40 chilometri dalla città di Mostar. Lo crea il Trebižat: l'affluente della Narenta, il fiume più largo nella zona est nel bacino adriatico.
Nel primo tratto del sentiero, tra rami incrociati di alti fusti, intuisco i primi rivoli. A ogni passo li vedo ingrossarsi. Nel punto in cui la strada svolta a gomito, scorgo una casa sul lato della collinetta. Per un attimo, dimentico le cascate di Kravice e salgo tra gli arbusti.
Sul muro esterno dell’abitazione, oltre ai fori di pallottole, c'è una svastica disegnata con una bomboletta e qualche scritta sbiadita. Nell'edificio dal tento sventrato, senza porte e finestre, le mura interne sono scrostate d’umido. Per terra, solo rifiuti. Forse la casa è stata distrutta durante la guerra che spaccò per sempre la Jugoslavia.
Riprendo il sentiero e scendo verso il gorgoglio delle acque: come un ventaglio bianco, si aprono e poi si lasciano cadere inerti creando un bacino largo oltre 150 metri. In estate appassionati di rafting e abitanti della zona vengono qui per godere di questo spettacolo. Tra loro, c’è chi riesce a entrare nella grotta naturale.
Al parcheggio, alcuni ragazzi mi hanno detto, sorridendo, che lì si trovano stalattiti di carbonato di calcio, un antico mulino e un vascello. Io, da qui, dove l'asfalto finisce e le cascate di Kravice si raccontano gorgoglianti nel loro flusso eterno, posso solo immaginare.
di Andrea Lessona
Le sento raccontarsi già da qui, voce gorgogliante di flusso eterno. Il loro scroscio supera il folto dei boschi dietro cui si nascondono, e mi indica la via. Una striscia d'asfalto che dal parcheggio scende sino a dove l'acqua caduta dalle pareti di tufo diventa specchio calmo, e riflette il cielo.
Un cielo basso di nuvole gonfie che incorona le cascate di Kravice, l’anfiteatro naturale della Bosnia. Questo scenario di inestimabile bellezza si trova a circa 40 chilometri dalla città di Mostar. Lo crea il Trebižat: l'affluente della Narenta, il fiume più largo nella zona est nel bacino adriatico.
Nel primo tratto del sentiero, tra rami incrociati di alti fusti, intuisco i primi rivoli. A ogni passo li vedo ingrossarsi. Nel punto in cui la strada svolta a gomito, scorgo una casa sul lato della collinetta. Per un attimo, dimentico le cascate di Kravice e salgo tra gli arbusti.
Sul muro esterno dell’abitazione, oltre ai fori di pallottole, c'è una svastica disegnata con una bomboletta e qualche scritta sbiadita. Nell'edificio dal tento sventrato, senza porte e finestre, le mura interne sono scrostate d’umido. Per terra, solo rifiuti. Forse la casa è stata distrutta durante la guerra che spaccò per sempre la Jugoslavia.
Riprendo il sentiero e scendo verso il gorgoglio delle acque: come un ventaglio bianco, si aprono e poi si lasciano cadere inerti creando un bacino largo oltre 150 metri. In estate appassionati di rafting e abitanti della zona vengono qui per godere di questo spettacolo. Tra loro, c’è chi riesce a entrare nella grotta naturale.
Al parcheggio, alcuni ragazzi mi hanno detto, sorridendo, che lì si trovano stalattiti di carbonato di calcio, un antico mulino e un vascello. Io, da qui, dove l'asfalto finisce e le cascate di Kravice si raccontano gorgoglianti nel loro flusso eterno, posso solo immaginare.
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«Non è vero. Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto:”Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in Primavera quel che si era visto in Estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre».
Josè Saramago
Josè Saramago
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Nakasendo, l’antica via postale del Giappone
di Andrea Lessona
Sinuosa e suggestiva, l'antica via postale del Giappone si snoda sull’isola di Honshu - cuore del Sol Levante. La maggior parte dei suoi 500 chilometri sono oggi d’asfalto ma tra le fitte aree boschive della valle del Kiso il tempo si è fermato.
Mentre lo si attraversa, si scoprono alcune tra le 11 più belle località di posta che ospitavano i viaggiatori di ieri: durante il periodo Edo (1603-1868), la Nakasendo era un delle cinque strade che univano l'attuale Tokyo a Kyoto.
Sia per affari sia per questioni amministrative, gli uomini di quei secoli si spostavano lungo questo pezzo dell'antica via postale del Giappone i cui tratti originali sono stati attentamente restaurati.
Nonostante sia un po' tortuoso, camminare i 7,8 chilometri tra le stazioni di Magome e Tsumago è un’occasione unica di vivere l'ambiente montano e incontrare gli abitanti di questo lembo della Nakasendo.
Località di posta più meridionale della Valle di Kiso, Magome ha edifici allineati lungo una ripida strada pedonale acciottolata, con un mosaico di rustiche facciate e panorami di montagna.
Questo tratto dell'antica via postale del Giappone sale sino al passo Magome-toge e poi scende verso due cascate e campi coltivati. A seconda della stagione, si scorgono i monti riflessi nelle risaie, sfumature di verde, o i colori intensi dell'autunno.
Oltre, le antiche dimore di Tsumago sono un museo vivo di ricordi. Zona protetta per la tutela degli edifici tradizionali, è vietato costruirne di nuovi e moderni per non deturpare il paesaggio.
Durante la luce dell'alba come in quella del crepuscolo, il legno scuro delle case sembra prendere vita: e con la varietà delle sue infinite sfumature dipinge questo tratto dell'antica via postale del Giappone.
Il 23 novembre di ogni anno, qui a Tsumago, c'è il Fuzoki Emaki Parade: personaggi in costume d’epoca attraversano in processione il vecchio percorso, facendo rivivere di nuovo il tempo antico.
ℹ️ Ente Nazionale del Turismo Giapponese
di Andrea Lessona
Sinuosa e suggestiva, l'antica via postale del Giappone si snoda sull’isola di Honshu - cuore del Sol Levante. La maggior parte dei suoi 500 chilometri sono oggi d’asfalto ma tra le fitte aree boschive della valle del Kiso il tempo si è fermato.
Mentre lo si attraversa, si scoprono alcune tra le 11 più belle località di posta che ospitavano i viaggiatori di ieri: durante il periodo Edo (1603-1868), la Nakasendo era un delle cinque strade che univano l'attuale Tokyo a Kyoto.
Sia per affari sia per questioni amministrative, gli uomini di quei secoli si spostavano lungo questo pezzo dell'antica via postale del Giappone i cui tratti originali sono stati attentamente restaurati.
Nonostante sia un po' tortuoso, camminare i 7,8 chilometri tra le stazioni di Magome e Tsumago è un’occasione unica di vivere l'ambiente montano e incontrare gli abitanti di questo lembo della Nakasendo.
Località di posta più meridionale della Valle di Kiso, Magome ha edifici allineati lungo una ripida strada pedonale acciottolata, con un mosaico di rustiche facciate e panorami di montagna.
Questo tratto dell'antica via postale del Giappone sale sino al passo Magome-toge e poi scende verso due cascate e campi coltivati. A seconda della stagione, si scorgono i monti riflessi nelle risaie, sfumature di verde, o i colori intensi dell'autunno.
Oltre, le antiche dimore di Tsumago sono un museo vivo di ricordi. Zona protetta per la tutela degli edifici tradizionali, è vietato costruirne di nuovi e moderni per non deturpare il paesaggio.
Durante la luce dell'alba come in quella del crepuscolo, il legno scuro delle case sembra prendere vita: e con la varietà delle sue infinite sfumature dipinge questo tratto dell'antica via postale del Giappone.
Il 23 novembre di ogni anno, qui a Tsumago, c'è il Fuzoki Emaki Parade: personaggi in costume d’epoca attraversano in processione il vecchio percorso, facendo rivivere di nuovo il tempo antico.
ℹ️ Ente Nazionale del Turismo Giapponese
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Ales Stenar, Stonehenge di Svezia
di Andrea Lessona
Nel cielo della Scania, il crepuscolo cade su Ales Stenar: si posa porpora sulle 59 steli che disegnano lo scheletro di un'antica nave vichinga, e anima il più grande monumento megalitico della Svezia.
Il sito si trova vicino a Kåseberga, un villaggio di pescatori a circa 18 chilometri dalla cittadina di Ystad, nel sud del paese scandinavo. Qui massi di circa 1,8 tonnellate ciascuno si distendono lungo 67 metri per 19, originando un ovale simile a un’immensa imbarcazione norrena, in cui a prua come a poppa si trova una pietra più alta.
Quella davanti guarda il Mar Baltico, quella dietro il suolo: 360 gradi di orizzonte diviso a metà tra acqua e terra nella regione della Scania. Tanto che alcuni definiscono Ales Stenar, la Stonehenge di Svezia, perché - proprio come il sito megalitico inglese – potrebbe avere una funzione astronomica.
Ne è convinto Bob G. Lind, secondo cui la disposizione delle steli è correlata con le 24 ore del giorno e, addirittura, con i 365 giorni dell'anno terrestre. Per gli archeologi e gli astronomi ufficiali, invece, questa teoria non ha senso. E la bollano come pseudoscienza.
Scoprire l'origine del sito megalitico, chi lo edificò e perché, non è ancora stato possibile al di là di ogni dubbio. Si sa che venne descritto nel 1624 dal viaggiatore Niels Ipsens, ma solo nel 1919 fu restaurato.
Grazie a ricerche condotte negli Anni Ottanta, si pensa che le Pietre di Ale siano state innalzate quassù nel 500 d. C., alla fine dell'Età del Ferro nordica. Durante gli scavi nel “ventre” della nave sono stati ritrovati resti umani, conservati in una pentola di creta, dove oltre alle ossa bruciate in una pira c'erano anche altri oggetti di quel periodo.
Ecco perché la teoria più accreditata su Ales Stenar è quella di un sito di cremazione in onore dei vichinghi, o di un loro re. Un luogo dove riposare per l'eterno senza rinunciare al mare periglioso davanti a sé e alla sicurezza della terra su cui spargere le proprie ceneri.
di Andrea Lessona
Nel cielo della Scania, il crepuscolo cade su Ales Stenar: si posa porpora sulle 59 steli che disegnano lo scheletro di un'antica nave vichinga, e anima il più grande monumento megalitico della Svezia.
Il sito si trova vicino a Kåseberga, un villaggio di pescatori a circa 18 chilometri dalla cittadina di Ystad, nel sud del paese scandinavo. Qui massi di circa 1,8 tonnellate ciascuno si distendono lungo 67 metri per 19, originando un ovale simile a un’immensa imbarcazione norrena, in cui a prua come a poppa si trova una pietra più alta.
Quella davanti guarda il Mar Baltico, quella dietro il suolo: 360 gradi di orizzonte diviso a metà tra acqua e terra nella regione della Scania. Tanto che alcuni definiscono Ales Stenar, la Stonehenge di Svezia, perché - proprio come il sito megalitico inglese – potrebbe avere una funzione astronomica.
Ne è convinto Bob G. Lind, secondo cui la disposizione delle steli è correlata con le 24 ore del giorno e, addirittura, con i 365 giorni dell'anno terrestre. Per gli archeologi e gli astronomi ufficiali, invece, questa teoria non ha senso. E la bollano come pseudoscienza.
Scoprire l'origine del sito megalitico, chi lo edificò e perché, non è ancora stato possibile al di là di ogni dubbio. Si sa che venne descritto nel 1624 dal viaggiatore Niels Ipsens, ma solo nel 1919 fu restaurato.
Grazie a ricerche condotte negli Anni Ottanta, si pensa che le Pietre di Ale siano state innalzate quassù nel 500 d. C., alla fine dell'Età del Ferro nordica. Durante gli scavi nel “ventre” della nave sono stati ritrovati resti umani, conservati in una pentola di creta, dove oltre alle ossa bruciate in una pira c'erano anche altri oggetti di quel periodo.
Ecco perché la teoria più accreditata su Ales Stenar è quella di un sito di cremazione in onore dei vichinghi, o di un loro re. Un luogo dove riposare per l'eterno senza rinunciare al mare periglioso davanti a sé e alla sicurezza della terra su cui spargere le proprie ceneri.
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Burns Night, la notte più lunga di Scozia
di Andrea Lessona
Nella notte del 25 gennaio, i bicchieri di whisky tintinnano a ogni brindisi mentre i versi declamati di Robert Burns attraversano la Scozia per celebrare la nascita del suo Bardo più amato.
Primo di sette figli di una famiglia contadina, il poeta fu sempre dalla parte dei poveri, divenendo loro voce amata. Almeno fino alla morte per infarto che lo colse a soli 37 anni.
E fu proprio in occasione del quinto anniversario della scomparsa che, in una sera del Luglio del 1801, nove amici si trovarono nella sua casa natale di Burns Cottage ad Alloway, per cenare insieme e ricordalo.
Entusiasti della serata, decisero di ripeterla. Questa volta, in occasione della nascita di Robert. Da allora, diedero vita a una tradizione che ogni anno si ripete col nome di Burns Night - la notte che onora il bardo di Scozia.
Secondo l’usanza, nelle case come negli hotel, la cena si apre con la Selkirk Grace, il Ringraziamento di Selkirk. Si inizia con una minestra di legumi, rape o porro cui segue il piatto principale scozzese: l’haggis - lo stomaco di pecora riempito delle interiora dell'animale con rape e patate come contorno.
Mentre la cornamusa suona, una giovane in abito tradizionale, la Pussy Nancy, lo porta in tavola. Uno dei presenti lo taglia con il tipico coltello scozzese, parte del completo maschile. La cena prosegue col pudding inzuppato di sherry, da un caffè e da una goccia di whisky con lo Scottish Tablet - un friabile simile a un mou.
Finito di mangiare, i presenti citano l'Immortal Memory, un discorso sull'opera di Burns. Gli uomini fanno il Toast to the Lassies, il brindisi alle donne, cui segue la risposta delle signore.
Poesie e canzoni del poeta si alternano un’altra sino quando i bicchieri stanchi di brindisi e whisky si posano sui tavoli. E la Burns Night finisce sulle note dell’Auld Lang Syne, il Valzer delle Candele.
ℹ️ Visit Scotland
di Andrea Lessona
Nella notte del 25 gennaio, i bicchieri di whisky tintinnano a ogni brindisi mentre i versi declamati di Robert Burns attraversano la Scozia per celebrare la nascita del suo Bardo più amato.
Primo di sette figli di una famiglia contadina, il poeta fu sempre dalla parte dei poveri, divenendo loro voce amata. Almeno fino alla morte per infarto che lo colse a soli 37 anni.
E fu proprio in occasione del quinto anniversario della scomparsa che, in una sera del Luglio del 1801, nove amici si trovarono nella sua casa natale di Burns Cottage ad Alloway, per cenare insieme e ricordalo.
Entusiasti della serata, decisero di ripeterla. Questa volta, in occasione della nascita di Robert. Da allora, diedero vita a una tradizione che ogni anno si ripete col nome di Burns Night - la notte che onora il bardo di Scozia.
Secondo l’usanza, nelle case come negli hotel, la cena si apre con la Selkirk Grace, il Ringraziamento di Selkirk. Si inizia con una minestra di legumi, rape o porro cui segue il piatto principale scozzese: l’haggis - lo stomaco di pecora riempito delle interiora dell'animale con rape e patate come contorno.
Mentre la cornamusa suona, una giovane in abito tradizionale, la Pussy Nancy, lo porta in tavola. Uno dei presenti lo taglia con il tipico coltello scozzese, parte del completo maschile. La cena prosegue col pudding inzuppato di sherry, da un caffè e da una goccia di whisky con lo Scottish Tablet - un friabile simile a un mou.
Finito di mangiare, i presenti citano l'Immortal Memory, un discorso sull'opera di Burns. Gli uomini fanno il Toast to the Lassies, il brindisi alle donne, cui segue la risposta delle signore.
Poesie e canzoni del poeta si alternano un’altra sino quando i bicchieri stanchi di brindisi e whisky si posano sui tavoli. E la Burns Night finisce sulle note dell’Auld Lang Syne, il Valzer delle Candele.
ℹ️ Visit Scotland
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Stazione di Liegi, la cattedrale di luce
foto e testo di Andrea Lessona
Come in una cattedrale di luce espansa, la volta di vetro e acciaio si tende sul cemento bianco e disegna la stazione di Liegi. Progettata dall'architetto catalano Santiago Calatrava, la struttura ferroviaria è una delle più importanti del Belgio e la più grande d'Europa.
Dalle scale mobili che conducono ai binari, guardo i treni ad alta velocità arrivare da Bruxelles e frenare dolci: depositano sulle pensiline i passeggeri che ogni giorno usano i mezzi puntuali.
Passati i pendolari e la loro fretta composta, cammino lungo i marciapiedi: da qui la stazione di Liegi sembra ancora più immensa. Quest'opera imponente dalle trasparenze caleidoscopiche è stata inaugurata nel 2009.
Santiago Calatrava l'ha pensata e fatta realizzare, dopo dieci anni di lavoro, come una piazza aperta, senza facciata e dall’accesso libero, sotto la sua imponente visiera che le dà forma e luce sin nelle viscere.
Con i suoi 200 metri di lunghezza, 73 di larghezza e 40 metri d’altezza, Liège-Guillemins è la stazione ferroviaria più grande d’Europa. Nel suo ventre illuminato, accoglie i treni Thalys ed Eurostar, oltre ai convogli tradizionali, facendone un nodo strategico per le comunicazioni nel Nord Europa.
Questa struttura, oltre all'importanza viaria, è diventata da subito un'attrattiva. Chi arriva qui non può fare a meno di visitare la stazione di Liegi, faro ammaliatore che attira a sé non solo migliaia di passeggeri ma anche migliaia di turisti incantati dalla sua meraviglia.
È successo anche a me: rapito dalle sue travi d’acciaio celeste con la portata più importante al mondo, sobria eleganza e poesia d’Art Nouveau. Un desiderata espresso da Calatrava in una delle sue dichiarazioni a commento della stazione di Liegi.
“Non si costruiscono più cattedrali da molto tempo, ma uno dei compiti dell’architetto è di fare sognare la gente”.
ℹ️ Ufficio Belga per il Turismo Vallonia
foto e testo di Andrea Lessona
Come in una cattedrale di luce espansa, la volta di vetro e acciaio si tende sul cemento bianco e disegna la stazione di Liegi. Progettata dall'architetto catalano Santiago Calatrava, la struttura ferroviaria è una delle più importanti del Belgio e la più grande d'Europa.
Dalle scale mobili che conducono ai binari, guardo i treni ad alta velocità arrivare da Bruxelles e frenare dolci: depositano sulle pensiline i passeggeri che ogni giorno usano i mezzi puntuali.
Passati i pendolari e la loro fretta composta, cammino lungo i marciapiedi: da qui la stazione di Liegi sembra ancora più immensa. Quest'opera imponente dalle trasparenze caleidoscopiche è stata inaugurata nel 2009.
Santiago Calatrava l'ha pensata e fatta realizzare, dopo dieci anni di lavoro, come una piazza aperta, senza facciata e dall’accesso libero, sotto la sua imponente visiera che le dà forma e luce sin nelle viscere.
Con i suoi 200 metri di lunghezza, 73 di larghezza e 40 metri d’altezza, Liège-Guillemins è la stazione ferroviaria più grande d’Europa. Nel suo ventre illuminato, accoglie i treni Thalys ed Eurostar, oltre ai convogli tradizionali, facendone un nodo strategico per le comunicazioni nel Nord Europa.
Questa struttura, oltre all'importanza viaria, è diventata da subito un'attrattiva. Chi arriva qui non può fare a meno di visitare la stazione di Liegi, faro ammaliatore che attira a sé non solo migliaia di passeggeri ma anche migliaia di turisti incantati dalla sua meraviglia.
È successo anche a me: rapito dalle sue travi d’acciaio celeste con la portata più importante al mondo, sobria eleganza e poesia d’Art Nouveau. Un desiderata espresso da Calatrava in una delle sue dichiarazioni a commento della stazione di Liegi.
“Non si costruiscono più cattedrali da molto tempo, ma uno dei compiti dell’architetto è di fare sognare la gente”.
ℹ️ Ufficio Belga per il Turismo Vallonia
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Scarpe sulla riva del Danubio, memoriale dell’Olocausto
di Andrea Lessona
Le Scarpe sulla riva sul Danubio camminano immobili lungo il grande fiume: sessanta paia di calzature in bronzo, distese su quaranta metri in ferro della banchina dalla parte di Pest. Arrugginite e logorate sembrano lì da sempre, lasciate per forza da chi non c'è più a memoria dell’Olocausto.
E invece sono state tutte create nel 2005 dal regista ungherese Can Togay e dall'amico scultore Gyula Pauer. Realizzate non lontano dal ponte delle catene e dal Parlamento, le Scarpe sulle rive del Danubio sono un'opera artistica a memoria del massacro di cittadini ebrei compiuto dal partito delle Croci Frecciate durante il secondo conflitto mondiale.
Anch'essi ungheresi, questi miliziani collaborarono con i nazisti per la deportazione e lo sterminio di migliaia di loro concittadini di fede ebraica. Nell'ultimo periodo della guerra, tra il '44 e il '45, decisero di uccederli già a Budapest. Imprigionati nelle loro stesse case, gli ebrei vennero poi trascinati a forza lungo il fiume.
Costretti a lasciare le scarpe sulle rive del Danubio, venivano legati a gruppi di tre: la persona al centro, freddata con un colpo di pistola, trascinava con sé gli altri due in acqua. La ferocia delle Croci Frecciate non risparmiava nessuno: uomini, donne, anziani e bambini dovevano morire. E morivano a frotte per mano di persone della stessa nazionalità.
La motivazione dell'opera di Can Togay e Gyula Pauer, svelata al pubblico il 16 aprile 2005, è racchiusa in poche parole in tre differenti punti lungo i quaranta metri dove si trovano le Scarpe sulle rive del Danubio.
Le placche incise in ungherese, inglese ed ebraico riportano una breve frase: "Alla memoria delle vittime sparate nel Danubio dai miliziani del partito delle Croci Frecciate nel 1944-45”.
Su una delle calzature della scultura, qualcuno ha lasciato un fiore rosso: pochi petali soltanto umidi di nebbia fredda e un pensiero per non dimenticare.
di Andrea Lessona
Le Scarpe sulla riva sul Danubio camminano immobili lungo il grande fiume: sessanta paia di calzature in bronzo, distese su quaranta metri in ferro della banchina dalla parte di Pest. Arrugginite e logorate sembrano lì da sempre, lasciate per forza da chi non c'è più a memoria dell’Olocausto.
E invece sono state tutte create nel 2005 dal regista ungherese Can Togay e dall'amico scultore Gyula Pauer. Realizzate non lontano dal ponte delle catene e dal Parlamento, le Scarpe sulle rive del Danubio sono un'opera artistica a memoria del massacro di cittadini ebrei compiuto dal partito delle Croci Frecciate durante il secondo conflitto mondiale.
Anch'essi ungheresi, questi miliziani collaborarono con i nazisti per la deportazione e lo sterminio di migliaia di loro concittadini di fede ebraica. Nell'ultimo periodo della guerra, tra il '44 e il '45, decisero di uccederli già a Budapest. Imprigionati nelle loro stesse case, gli ebrei vennero poi trascinati a forza lungo il fiume.
Costretti a lasciare le scarpe sulle rive del Danubio, venivano legati a gruppi di tre: la persona al centro, freddata con un colpo di pistola, trascinava con sé gli altri due in acqua. La ferocia delle Croci Frecciate non risparmiava nessuno: uomini, donne, anziani e bambini dovevano morire. E morivano a frotte per mano di persone della stessa nazionalità.
La motivazione dell'opera di Can Togay e Gyula Pauer, svelata al pubblico il 16 aprile 2005, è racchiusa in poche parole in tre differenti punti lungo i quaranta metri dove si trovano le Scarpe sulle rive del Danubio.
Le placche incise in ungherese, inglese ed ebraico riportano una breve frase: "Alla memoria delle vittime sparate nel Danubio dai miliziani del partito delle Croci Frecciate nel 1944-45”.
Su una delle calzature della scultura, qualcuno ha lasciato un fiore rosso: pochi petali soltanto umidi di nebbia fredda e un pensiero per non dimenticare.
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