gianluigizarantonello 🎯Business Transformation con le persone al centro
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Tecnologia e business transformation, ma con le persone al centro. Due parole su di me: https://www.gianluigizarantonello.it
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😰C’è un tema che molti manager odiano: il conflitto.

💡Siamo in un’epoca in cui il lavoro si trasforma con l’arrivo di nuovi strumenti e soprattutto di nuove generazioni la capacità di gestire le relazioni è sempre più cruciale.
Le gerarchie qui non perdono di senso ma devono essere affiancate ad una capacità di navigare la complessità relazionale delle organizzazioni che è tutto tranne che banale.

📖Per questo, ho trovato molto utile e interessante la lettura di Sincerità radicale. Essere un capo "tosto" senza perdere la propria umanità, un libro di Kim Scott, uscito in edizione italiana per Franco Angeli.

☯️La tesi centrale che Kim Scott sostiene è che non dobbiamo scegliere tra essere "professionali" (leggi: freddi) ed essere umani.
E dice un’altra cosa importante: non sempre essere gentili o allineati ad un assenso automatico fa bene a se stessi e ai propri collaboratori.

🔎L'intero libro ruota attorno all'idea che la gestione efficace delle relazioni avvenga all'intersezione di due assi: Fare challenge direttamente/indirettamente e Avere a cuore personalmente/non personalmente.

👍La Scott demolisce il mito del "sii professionale" inteso come "nascondi le tue emozioni". 
Il libro è estremamente onesto: l'autrice come detto condivide i propri fallimenti (come quando ha quasi rovinato la carriera di un collaboratore per troppa gentilezza) rendendo la teoria molto umana.

🔗Potete trovare la mia recensione completa sul mio blog: https://internetmanagerblog.com/2026/02/09/sincerita-radicale-essere-un-capo-tosto-senza-perdere-la-propria-umanita-recensione-libro-kim-scott/ 
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Concentrare in un CAIO isolato la strategia AI non è vincente, ma avere un catalizzatore aiuta secondo Gartner, che rileva che solo il 37% delle organizzazioni con un basso livello di maturità lo ha, rispetto al 91% delle situazioni mature.

Ancora più interessanti sono le caratteristiche, riassunte nella grafica:

1️⃣Acumen aziendale: parlano il linguaggio del valore, del rischio e del vantaggio competitivo, non solo degli algoritmi.

2️⃣Competenza tecnica: sanno valutare le soluzioni dei fornitori e prendere decisioni consapevoli su architettura e piattaforme. 

3️⃣Comunicazione: i leader dell'IA colmano i silos organizzativi, gestiscono le aspettative e affrontano le preoccupazioni relative all'impatto dell'IA sui ruoli. 
🔭Il settore della moda e del lusso storicamente non è mai stato uno dei primi a salire a bordo delle varie ondate di innovazione, con rare e non proprio fortunate eccezioni come il metaverso.
Questo non è un problema in assoluto, se funzionale a un ragionamento strategico. 
E di strategia e cultura è importante parlare ora, in questo momento storico.

✍️Nella moda c’è un fattore in più rispetto ad altri settori, specialmente nel lusso: la creatività.
C’è inoltre del valore nell'imperfezione: il lusso si nutre di savoir-faire. Se la tecnologia standardizza troppo il prodotto, esso perde la sua natura di "pezzo d'arte". 

Tutto questo vuol dire però che non ci sia spazio per la tecnologia e l'innovazione? No, e vediamo perché.

💸Gli investimenti concreti su tutta la catena del valore devono essere oggi il nuovo paradigma: oggi non si tratta più solo di vendere online (e-commerce), ma di integrare la tecnologia nei processi core, dietro le quinte.

⚙️Che cosa impedisce davvero di avanzare? L’inefficienza dei silos: molte aziende del lusso soffrono di "frammentazione tecnologica", con investimenti duplicati tra dipartimenti che non comunicano, portando a una Customer Experience (CX) incoerente e una Employee Experience (EX) faticosa e insoddisfacente (che in un’industria ad alta intensità di capitale umano è un grosso problema).

🧩A mio avviso, oltre al tema creativo su cui la tecnologia può essere solo di supporto ma non può sostituire quelle capacità che oggi sembrano scarseggiare, la vera chiave di valore sta nel sistemare quindi tutta quella frammentazione che con l’esplosione dimensionale delle aziende del comparto si è trasformata da potenziale agilità in confusione e conflittualità.

🚀La leadership avrà un ruolo fondamentale: l’AI agisce come un revisore spietato che espone la mancanza di valore aggiunto in coloro che sono principalmente “supervisori”. Inoltre, è di fondamentale importanza lavorare a livello diffuso sulla digital literacy, perché la tecnologia corre a velocità supersonica, ma l’alfabetizzazione di base (reale) su come usarla procede a passo d’uomo.

💡Il futuro del lusso e della moda, insomma, non è tech-first, è human-centric, tech-empowered

Ne ho parlato la settimana scorsa, trovate di seguito:

🔗L’editoriale sul mio blog: https://internetmanagerblog.com/2026/02/17/fashion-e-innovazione-tecnologica-un-matrimonio-impossibile-ai-lusso/

🔗La mia newsletter: https://gianluigizarantonello.substack.com/p/the-transformation-digest-8-febbraio-lusso-innovazione-matrimonio-impossibile 
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🥇Il 57% dei prodotti presenti nelle classifiche dei 50 migliori software per marketing e vendite dei G2 Best Software Awards 2026 non erano presenti nel 2025! 

📊E’ il numero, abbastanza stupefacente, che Scott Brinker riporta nella sua newsletter del 18 febbraio dove riporta anche i dati del SaaS Management Index 2026 di Zylo che vanno nella stessa direzione (Zylo misura il comportamento di acquisto, G2 misura la soddisfazione degli utenti).

🔎Vi lascio alla sua trattazione per quanto riguarda le varie famiglie di software e i diversi trend, io voglio evidenziare l’aspetto collaborativo e di ecosistema di questi numeri: i nuovi strumenti non hanno come obiettivo quello di sostituire le grandi piattaforme come SalesForce, Hubspot etc.
Li usano come base e come contesto, sfruttano i dati del CRM e i flussi di lavoro rendendo sia se stessi che le piattaforme più utili e preziosi.

🤝Allo stesso modo, le piattaforme leader non sono presenti per una singola funzionalità ma  rappresentano invece il livello di coordinamento, il contesto accumulato che rende più coerenti tutti gli altri strumenti dello stack. Come dice Scott, “più la periferia si muove, più prezioso diventa il centro stabile”.

💡Si delinea quindi una nuova tendenza di context-as-a-service (CaaS): grandi piattaforme che si concentrano meno su una singola funzionalità e più sulla fornitura del contesto di coordinamento per un mare crescente di app e agenti, commerciali e personalizzati.
🦆Papaveri, papere e… AI?

💔Ho aspettato qualche giorno per commentare la “performance” tecnologica che ha portato in prima serata l’intelligenza artificiale generativa a Sanremo.

🔎Sicuramente una scelta molto rivedibile come opportunità e come execution che però deve essere anche farci riflettere su alcuni punti.

1️⃣Alla fine questa (magra) performance fa il paio con la narrazione delle big tech, dove ad esempio una tecnologia potente come Sora2 è stata promossa per fare meme molto discutibili. Certo l’execution almeno lì era migliore!

2️⃣La superficialità e la fretta con cui si approccia la tecnologia è sempre imbarazzante: non sarebbe mai stato approvato dai vari livelli decisionali un esito del genere a quel costo in uno spot tradizionale, qui è passato. E non è l’unico caso, magari per eccesso di velocità e di poca confidenza con il mezzo.

3️⃣Parlando di ingegneria del valore, è evidente che la percezione del potenziale di queste tecnologie è decisamente vista come qualcosa di ludico e marginale.

4️⃣In un mondo che ha bisogno di literacy, il palco di Sanremo ed i tempi di uno show televisivo sono adatti a portare (seriamente) al grande pubblico una tecnologia come questa? Il dubbio mi resta, sicuramente la soluzione scelta è proprio fuori strada.
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⁉️L’intelligenza artificiale segnerà la fine dei dipartimenti e dei servizi IT? Forrester research dice che si tratta di “una prospettiva ampiamente esagerata” e io sono d’accordo.

⚙️Sebbene l'IA possa automatizzare compiti tecnici (come la scrittura di codice), la realtà aziendale è molto più complessa e richiede ancora una guida umana esperta, ma con una nuova mentalità.

Le argomentazioni di Forrester, che vi invito anche a leggere nella versione originale, sono piuttosto chiare:

1️⃣L'intelligenza artificiale di frontiera non funziona da sola: il divario tra la capacità tecnica dell'intelligenza artificiale e la sua adozione aziendale è enorme, e richiede competenze umane per essere colmato.

2️⃣Gli agenti scrivono il codice, gli esseri umani progettano tutto ciò che lo circonda: la codifica rappresenta circa un terzo di qualsiasi sforzo di delivery, ottenere i requisiti corretti è un processo complesso.

3️⃣Gli agenti non si basano su modelli, ma sul contesto: dati strutturati e conoscenza aziendale non strutturata alle regole aziendali, fino alle ontologie e ai segnali operativi in ​​tempo reale. Tutto questo deve essere ingegnerizzato in un livello coerente, specifico per ogni organizzazione e basato sul valore. 

🔎I servizi IT quindi sono più vivi che mai perché l'IA aumenta paradossalmente il bisogno di connessioni organizzative e leadership relazionale. Senza qualcuno che sappia gestire la transizione tra il "vecchio" mondo transazionale e il "nuovo" mondo degli agenti AI, l'innovazione rischia di rimanere un costo senza benefici misurabili.
Certo, serve una Digital Fluency: una combinazione di competenze tecniche, alfabetizzazione cognitiva e capacità di linguaggio.

💡I professionisti del tech non spariranno, ma devono cambiare pelle: devono smettere di essere "centri di costo" o meri esecutori di "demand" per diventare motori di spinta che sanno spiegare il perché di una scelta tecnologica.
🚀 L’IA corre, ma noi in Italia siamo ancora ai box? 

La settimana scorsa ho ascoltato con interesse i dati della ricerca Illumina di Fairflai (qui la dashboard per navigarli: https://fairflai.com/illumina/dashboard/) che a differenza di altri paper si concentrano solo sul contesto italiano.

Ecco alcuni dei punti più rilevanti:

1️⃣C’è un tema importante di formazione: il 65% del campione ha erogato meno di 4 ore a testa in 2 anni, il 34% di questo 65% è fermo ancora a un dato a zero (esponendosi anche a un grosso rischio con l’AI ACT). Il 37% continua a non investire per il futuro, mentre un 23% non ha ancora un piano esatto.

2️⃣La sperimentazione reale resta un fattore chiave, il 23% del campione non ha piloti, il 41% ne ha almeno e solo il 5% ne ha più di 7 in parallelo. La cosa interessante è chi ne ha almeno uno nel 47% ha anche cose già  in produzione, perché facendo viene fame di andare oltre al puro mercato a scaffale.
E nessuna delle ragioni dei fallimenti sono puramente tecnologiche.

3️⃣La governance è un punto cruciale, c’è una forte correlazione tra chi ha un governo esplicito  e chi non lo ha: dove è chiaro ci sono più piloti, maggiore uso collettivo vs. individuale (altro KPI interessante della ricerca) e meno shadow AI fatto “di nascosto”.

Interessante infine la clusterizzazione proposta per le organizzazioni:

1️⃣il 29% del campione sono “avanzati allineati”, dove il fatto che le dimensioni di competenze, governance e pratica sono allineate fa sì che ci sia già integrazione reale della tecnologia

2️⃣il 19% invece sono “governance first”, con regole e struttura ben definite che però non accompagnate da pratica rendono bassa l’adozione

3️⃣il 52% infine sono “curiosi bloccati”, dove l’interesse c’è ma la frammentazione e la confusione sono elevate.

🐌Vi invito a leggere tutta la ricerca qui https://fairflai.com/illumina/full/ ma questi dati confermano un aspetto che avevo già sottolineato nella mia newsletter di ottobre: "La tecnologia vola, ma l’alfabetizzazione striscia". Non basta avere l'ultimo modello di LLM se mancano le basi per capire come integrarlo nei processi reali. L'adozione non è un problema di software, ma di cultura.

📉Per questo motivo, non sarà l’IA in quanto tecnologia a uccidere il lavoro o i manager.  Come ho scritto recentemente, il vero killer è la mancanza di visione e di conoscenza

I dati di Illumina ci mostrano che il rischio non è l'automazione in sé, ma l'inerzia di chi non sa guidarla. Chi non investe oggi in AI Literacy non sta solo perdendo tempo, sta perdendo il treno della competitività.
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🪖😢La guerra è diventata un meme?

🔎Purtroppo, la lettura e l’ascolto di diversi contributi sul Corriere, su La Repubblica e sul canale YouTube di Matteo Flora (guardate con attenzione tutte le fonti direttamente, al di là di questo riassunto da cui sono tratti i concetti) ci dicono che siamo arrivati a un punto di non ritorno nella narrazione dei conflitti. 

Citando proprio Matteo Flora, gli ultimi eventi legati ai raid in Iran e la comunicazione della Casa Bianca segnano il passaggio definitivo dalla "Guerra CNN" dei conflitti in Iraq (spettacolarizzata ma filtrata e moderata dai giornalisti) alla "Guerra TikTok" (gamificata e disintermediata).

Questo ci porta in diversi territori molto pericolosi:
 
🎮Gamification della Morte 
La guerra non viene più solo mostrata, viene "impacchettata" con l'estetica dei videogiochi (HUD, barre della salute, contatori di kill). Il bombardamento su Teheran montato con la musica della Macarena o i brani di Kesha non è un errore di cattivo gusto, ma una precisa strategia di ottimizzazione SEO per l'algoritmo dell'attenzione.

🧠 Disimpegno Morale e Ristrutturazione Cognitiva 
Utilizzando elementi ludici, si attiva un meccanismo psicologico che "archivia" la violenza reale nella categoria "fiction". Se sembra un gioco, smettiamo di percepire il dolore delle vittime. È la fine della Pietas come categoria politica: la morte di esseri umani diventa un contenuto "snack" da scrollare tra un video di gattini e una ricetta. La domanda diventa anche: stiamo crescendo una generazione di elettori per cui il consenso
militare dipende dall'estetica del montaggio video?

🤯La Diplomazia dei Meme
La Casa Bianca ha sdoganato l'uso dei meme come dottrina militare ufficiale. Questo rende le policy delle piattaforme sulla violenza "carta straccia": se il post è del Presidente, diventa "interesse pubblico". È una forma di ipernormalizzazione dell'assurdo. Come si dice sempre nelle fonti, in ottica narrativa se l'Occidente rende la guerra frivola, i regimi opposti risponderanno sacralizzando la morte in modo ancora più cupo, acuendo i temi di polarizzazione.

📈L'Economia dell'Attenzione applicata ai Missili 
La legge di Goodhart ci dice che quando una misura diventa un obiettivo, cessa di essere una buona misura. Se l'obiettivo della guerra diventa l'engagement (like e visualizzazioni), la strategia militare rischia di piegarsi alla necessità di produrre immagini cliccabili.

⚠️Qui non c’è solo una deriva degli effetti negativi dei social come degenerazione della comunicazione (che non deriva solo dallo strumento e non da ora), c’è una precisa attività di sfruttamento di queste dinamiche alla quale dobbiamo rispondere, come sempre, con l’educazione alla comprensione della realtà.  
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I social media si avviano a raggiungere un tasso di penetrazione globale del'82,6% entro il 2029.

Sono elaborazioni di Statista Market Insights, che stima che già oggi oltre 5 miliardi di persone in tutto il mondo utilizzino i social media nel mondo con una penetrazione del 71%, dopo poco più di vent'anni di Facebook (2004) e Twitter/X (2006) e 15 di Instagram.

Uno sviluppo che quindi continua nonostante diversi segnali di evoluzione nelle nuove generazioni e che rende sempre molto caldo il tema del presidio degli effetti sui più giovani e quello delle degenerazioni nella disinformazione e nella propaganda.
💥L'implementazione di un'agentic AI nel 2026 causerà una breach pubblica e porterà al licenziamento di dipendenti, CISO in testa.

⚠️E’ una previsione, certo non molto rassicurante, che è stata fatta a ottobre 2025 da Forrester e che è stata ripresa insieme ad altre nel bell’evento Predictions 2026 Milan: Technology and Business Leaders cui ho avuto il piacere di partecipare la settimana scorsa.

🔎Nei sondaggi Forrester risulta che degli agenti AI sono presenti in qualche forma più o meno ufficiale nel 70% del campione di aziende intervistate, aziende che tipicamente hanno però dati personali salvati in luoghi non ottimali e accessibili da dipendenti con permessi troppo ampi.

😱Il punto è che tipicamente gli agenti hanno gli stessi accessi ai dati dei dipendenti che li creano ma, diversamente dagli umani, sono molto più metodici e “motivati” a usarli al massimo.
Gli errori si moltiplicano quindi molto velocemente e con impatto molto intenso, anche perché sempre più singoli agenti triggerano altri agenti. E magari l’errore è in un altro processo a monte di quello che abbiamo intercettato.

🤔Quando si verificano questi fallimenti, alcuni trattano gli agenti IA come entità a sé stanti, mentre altri puntano il dito contro i singoli dipendenti, ma violazioni come queste sono dovute a una cascata di errori, non a un singolo individuo.
Inoltre, secondo una ricerca dell'Enterprise Strategy Group (ESG), il 38% delle organizzazioni cita la mancanza di chiarezza sugli obiettivi aziendali come principale ostacolo alla realizzazione del valore dell'IA. 

💡Oltre all’applicazione di framework di gestione e sicurezza, come ad esempio lo AEGIS della stessa Forrester, e di tool di governance per raggiungere livelli come quelli ipotizzati dal Foundry Control Plane di Microsoft, serve quindi lavorare sulle fondamenta interne di dati, tecnologia e cultura digitale diffusa.
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🚜 Il trattore è tuo, ma il permesso di usarlo no?

In un suo video, Matteo Flora solleva una questione che va ben oltre l’agricoltura: la trasformazione del concetto di proprietà in un abbonamento forzato.

🔎Il caso in questione è quello di John Deere, pioniere da anni dei servizi aggiunti al prodotto fisico: se in un trattore da 300.000€  si rompe un iniettore non puoi ripararlo. Il software blocca la macchina finché non interviene un tecnico autorizzato.

🤯Come conseguenza paradossale, riparare il proprio attrezzo di lavoro quindi sta diventando un atto di "hacking". Contadini del Nebraska che scaricano firmware dai forum ucraini per non far marcire il raccolto mentre aspettano il tecnico, mentre si muovono le autorità degli USA e Canada per gestire la cosa!

Mi sembra un esempio notevole per riflettere sul nostro "ecosistema" digitale:

1️⃣ L'Ecosistema come gabbia: non stiamo più comprando oggetti, ma "gusci di metallo" animati da software in licenza.Le aziende creano ecosistemi chiusi dove l'unica scelta razionale è la dipendenza totale dal produttore.

2️⃣Il Framing della sicurezza: spesso le aziende mascherano il monopolio post-vendita dietro la sicurezza o l'ambiente. Ma la verità è che il vero business non è più venderti la macchina, è venderti il permesso di usarla. 

3️⃣Il Right to repair: la battaglia dei contadini è il prologo di ciò che accadrà sempre di più con auto elettriche, dispositivi medici ed elettrodomestici smart. Se non possiamo riparare ciò che possediamo, ne siamo davvero i proprietari o siamo solo degli affittuari a tempo indeterminato?

L’argomento è già emerso da tempo con forza con i videogiochi, se ne è già occupata la Federal Trade Commission fino dal 202 e in realtà ci sono articoli che toccano il tema già nel 2021.

💡Il punto è che ne siamo sempre meno consapevoli e abdichiamo spesso ai nostri diritti per la comodità mentre come, dice Matteo nel video, la tecnologia dovrebbe essere uno strumento al servizio di chi la usa, non un guinzaglio nelle mani di chi vende. 
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⁉️La AI è un grande aiuto per la vita di tutti i giorni, il lavoro e lo studio. Ma che cosa succede se iniziamo a usarla tanto e poi ci viene tolta?

📖Una risposta viene dalla ricerca "Generative AI Without Guardrails Can Harm Learning: Evidence from High School Mathematics", condotta da ricercatori della Wharton School (University of Pennsylvania) e della Harvard University

Il percorso che si vede dai dati è piuttosto netto:

1️⃣Il miglioramento immediato: Gli studenti che hanno usato ChatGPT (o un tutor basato su GPT-4, all’epoca) per risolvere problemi di matematica hanno ottenuto risultati nettamente superiori durante la fase di pratica (un miglioramento fino al 48% per chi usava l'IA base e del 127% per chi usava una versione "tutor").

2️⃣Il crollo finale: Quando l'accesso all'IA è stato rimosso per un test finale, questi stessi studenti hanno però ottenuto risultati peggiori del 17% rispetto al gruppo di controllo (quelli che avevano studiato sempre senza IA).

🧠Gli studenti hanno "appaltato" il pensiero alla macchina, ottenendo la risposta corretta ma inibendo il "productive struggle" (lo sforzo produttivo) senza costruire i percorsi neurali e le competenze necessarie per replicare il processo da soli. In breve: hanno performato meglio nel breve termine, ma hanno imparato meno (e non vale solo per la matematica).

💡Se la AI on-demand può essere dannosa (qui trovate un ulteriore approfondimento), la vera domanda allora diventa prima “quali risultati di apprendimento vogliamo raggiungere?” e solo poi “l'IA può contribuire in modo significativo al loro conseguimento?”.

🤖Ma, cosa ancora più importante, ci dobbiamo chiedere se ad un certo punto senza Ai ci troveremmo paralizzati nello svolgere alcune attività o se sapremmo farle ugualmente, magari in modo più lento. 
Non parlo qui di una scomparsa totale della tecnologia ma anche solo di un periodo più o meno prolungato di indisponibilità o malfunzionamento: vi siete mai domandati se sareste capaci di fare il vostro lavoro a quel punto?
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🤖La causa dei fallimenti dei progetti AI è molto spesso organizzativa, questo lo abbiamo già detto tante volte.

🔎Uno dei motivi più importanti è però meno citato di altri: la conoscenza è tacita, frammentata, rinchiusa in silos. Quando usiamo agenti AI senza un contesto condiviso, rischiamo l'incomunicabilità. Gli esseri umani fanno riunioni per allinearsi; gli agenti, senza una guida semantica, bruciano solo token. La sfida è dunque trasformare la conoscenza da "una pagina su Confluence" a un vero e proprio prodotto.

📚Mi era già capitato di parlare di capitale semantico a partire dai lavori del professor Luciano Floridi, che avevo avuto il piacere di ascoltare di persona in Sicilia l'anno scorso. E a gennaio avevo citato il report Martech for 2026 di Chiefmartec e Martech Tribe, in cui si parla dell'evoluzione necessaria dal prompt engineering al context engineering: non basta sapere come interrogare un sistema AI, bisogna progettare quali dati e quali universi di informazioni mettergli a disposizione. Nel prossimo futuro, l'AI sarà sempre più una commodity; il contesto aziendale fornito al sistema sarà il vero fattore di differenziazione.

💡Oggi ogni azienda ha il budget per acquistare i modelli migliori. Il vero punto di forza non è più la tecnologia, ma la capacità di mappare la "conoscenza tribale" collettiva e trasformarla in ontologie e grafi di relazione. Questo lavoro non è un compito solo per l'IT: sapere "cosa è un cliente" o definire un "tronco" per le autostrade è responsabilità del Business a 360 gradi.

🧠In questo di marzo ho avuto l'opportunità di partecipare ad alcuni eventi molto interessanti in materia e di leggere alcuni contributi illuminanti, per questo ho deciso di dedicare a questo tema la mia newsletter di marzo, perché dobbiamo smettere di trattare la conoscenza come un sottoprodotto del lavoro quotidiano e iniziare a gestirla come un asset strategico, con ownership chiara, processi di aggiornamento e metriche di qualità. 

🔗Leggi l’editoriale sul mio blog: https://internetmanagerblog.com/2026/03/19/la-tecnologia-si-compra-la-conoscenza-si-costruisce-valore-contesto-capitale-semantico-agenti-ai/ 

🔗Leggi tutta la newsletter su: https://gianluigizarantonello.substack.com/p/the-transformation-digest-9-marzo-ai-capitale-semantico-e-knowledge-management 
💸L’intelligenza artificiale applicata in azienda non è gratis. 

Dovrebbe essere un concetto ormai maturo, ma spesso rivedo invece gli atteggiamenti del pensiero applicato al web di vent’anni fa, è tutto virtuale quindi non ha costi oppure se li ha ci deve essere un errore, perché costa troppo per definizione.

🔎Per questo ho apprezzato molto un contributo di Fabio Lalli che parla del concetto di token economy, che diventa il modo per rendere visibile fuori dalla cerchia di sviluppatori ed esperti verticali il tipo di consumo che viene fatto per le AI e le voci di spesa visibili come metrica di business.

💰L’articolo è veramente ben fatto, quindi non voglio sottrarvi alla lettura dell’originale, ma mi piace sottolineare un punto fondamentale: si deve imparare a distinguere dove si crea valore e dove invece si accumula spreco, con un approccio FInOps.

⚖️Una cosa molto importante che dice Fabio, infatti, è che non è detto che un costo alto sia sempre un problema, in molte aziende evolute se ci sono dei picchi di spesa si va sicuramente a guardare se ci sono errori ma si fa altrettanto l’esercizio di verificare se c’è qualcuno che ha trovato invece nuovi modi di fare delle cose in maniera intelligente.

🚀Come sapete, io sono un grande sostenitore del valore come modalità di approccio alla tecnologia e quindi non si può giudicare una cosa del costo se prima non si sa qual è il suo beneficio.
Se tutto questo non viene fatto, si rischia di comprimere l’utilizzo delle Ai proprio mentre questa sta cominciando a generare un vantaggio competitivo reale, mentre in altri casi magari ci sfugge un costo che sta creando uscite inutili, fino a quando almeno non diventa esplosivo.

Si tratta di un tipico tema di governance illuminata.
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🪖Gli Stati Uniti stanno perdendo la guerra della comunicazione e della propaganda digitale a favore del regime iraniano?

🔎E’ una domanda che si pone questo interessante articolo del Corriere della Sera a proposito dei video di propaganda iraniana fatti sulla falsariga dei Lego movie, che combinano ironia, tecnica ottima, musica rap creata ad hoc (che fa pensare quasi pensare un prodotto del dissenso interno negli USA) e un messaggio di superiorità morale del regime di Teheran molto discutibile (lo dice l’autore e io condivido) ma confezionato ad arte.

⚠️Avevo già parlato della trasformazione della guerra in un meme, dicendo che in ottica narrativa se l'Occidente rende la guerra frivola, i regimi opposti risponderanno sacralizzando la morte in modo ancora più cupo, acuendo i temi di polarizzazione.

📽️Qui, invece, si sta cavalcando in modo diverso ma coerente il concetto della creazione di un pensiero polarizzato, attraverso la risposta con uno stile diverso alle minacce aggressive e volgari della presidenza USA, che più insiste in questi toni e più, secondo molti, favorisce in realtà i propri avversari e rende ostili i propri alleati.

🥋L’effetto polarizzante quindi si rivolta contro chi lo cavalca, e come dice l’articolo questi video vengono rilanciati in Rete da una coalizione trasversale che va da fonti iraniane e russe fino all’attivismo di sinistra americano del movimento «No King» per il quale, per la logica dei social e dell’engagement, l’importante è ridicolizzare il nemico, il «Re», cosa che d’altra parte lui stesso fa con gli avversari

🎓Come avevo già scritto in passato, qui non c’è solo una deriva degli effetti negativi dei social come degenerazione della comunicazione (che non deriva solo dallo strumento e non da ora), c’è una precisa attività di sfruttamento di queste dinamiche alla quale dobbiamo rispondere, come sempre, con l’educazione alla comprensione della realtà.  

💡Dobbiamo sapere distinguere la propaganda iraniana dalla realtà del regime, capire perché il governo di Israele assolta gli influencer per Gaza per recuperare sul piano comunicativo e riuscire a riconoscere i finti influencer MAGA.
Non è facile, ma se non lo facciamo andremo a crescere una generazione di elettori per cui il consenso militare dipende dall'estetica del montaggio video.
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🛠️Il tema della creazione di una vera catena digitale torna anche quando i Chief Supply Chain Officer (CSCO) affrontano la AI.

I temi li abbiamo già incontrati:

1️⃣Poco coordinamento sugli sviluppi Ai
2️⃣Poca fiducia dei CEO nella saviness dei propri executive 
3️⃣Problemi di data foundation e conoscenza poco strutturata
4️⃣Debito tecnico 
5️⃣Limiti nella adoption diffusa

⚠️Il fatto che queste problematiche tocchino anche le operation ci dice come sia importante affrontare il tema al più presto.
🚀I dati sono fondamentali ma il loro valore diventa reale quando si trasformano in azioni.

🔎Proprio per questo, secondo Forrester Research, anche il profilo del Chief Data Officer sta cambiando e il change management, il coinvolgimento degli stakeholder e la comunicazione del valore sono ora competenze fondamentali per questo ruolo.

📊In altri termini, citando la ricerca il CDO “non si limita a migliorare la qualità dei dati, ma deve anche ridurre gli attriti decisionali causati da ambiguità o sfiducia. Ciò significa influenzare il modo in cui i dati vengono discussi, interpretati, condivisi e utilizzati all'interno dell'organizzazione”.

💰Sempre citando Forrester, il successo non si misura più in base al numero di dashboard esistenti, ma in base alla rapidità con cui l'organizzazione passa dalla domanda all'azione.

💡Vi lascio poi alla lettura di questo post di Forrester per una serie di altre considerazioni, dal mio punto di vista questa evoluzione fa il paio con quella dei leader tecnologici, che devono sempre più essere in grado di parlare di valore e di comunicare in modo efficace e tempestivo con il resto della C-Suite.

🎓Chi si occupa di dati, insieme con le altre funzioni coinvolte, deve sviluppare poi anche una corretta strutturazione della conoscenza, che dia ai dati il giusto contesto e valore reale.

⚙️E ancora una volta torna qui alla ribalta il concetto di Digital Supply Chain, che la AI non fa che enfatizzare.
Il mondo degli strumenti basati sull’intelligenza artificiale generativa non dorme davvero mai, e questa settimana, tra le altre cose, ci ha portato l’annuncio di Claude Design, il 17 aprile.

Il nuovo arrivato di casa Anthropic si focalizza su visual e design, un tipo di capacità che finora aveva in modo abbastanza basilare, ed è disponibile per ora in anteprima di ricerca per i piani Pro, Max, Team ed Enterprise.

Ci sono già disponibili ottime guide al tool, come questa di Fabio Lalli, per cui non entro troppo nel dettaglio di come funziona, ma mi interessa fare alcune riflessioni più generali.

1️⃣ La stessa pagina introduttiva di Claude fa una premessa quasi subito: “questa guida presuppone che il sistema di design della tua organizzazione sia già stato configurato, quindi tutto ciò che crei utilizzerà automaticamente i colori, la tipografia e i modelli di componenti del tuo marchio”. Ossia tradotto, questo oggetto funziona bene se avete delle basi solide e una conoscenza ben codificata, tutte cose di cui abbiamo già parlato ma che sono tutt’altro che scontate.

2️⃣Come ha ben scritto Giorgio Sacconi su Linkedin “chi lavora in azienda dovrebbe leggerlo come un segnale organizzativo, non tecnologico. Per anni abbiamo costruito strutture basate su specializzazioni verticali, passaggi di consegna, ownership frammentate [...] Ma come lavora ora un team interdisciplinare (grazie all'Ai)? Non significa che tutte le competenze si equivalgano. Significa che il valore si sposta dalla pura esecuzione specialistica alla capacità di integrare discipline diverse intorno a un risultato.
Per questo molte organizzazioni rischiano un paradosso: investire in AI mantenendo la stessa struttura che ne limita l’impatto”.  

3️⃣Collegato con il punto precedente e riprendendo delle vecchie considerazioni, le nuove tecnologie devono essere incorporate in modo fluido in ciò che facciamo già e non possono essere delle risorse stand alone di cui capiamo poco ma su cui riponiamo infinite aspettative che vengono tristemente non confermate in mancanza delle condizioni ottimali. La Ai non sostituisce chi sa già fare una cosa, lo potenzia a patto che la competenza di dominio e quella tecnica si fondano veramente.
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☠️📱La Ai ucciderà le App! Oppure no?

📈Nella puntata del 20 aprile di Il Caffettino di Mario Moroni sono stati raccontati i dati di Appfigures raccontati da TechCrunch, che mostrano una storia piuttosto chiara: nel primo trimestre 2026 sono state pubblicate e rilasciate il 60% di applicazioni in più rispetto al 2025, con l’App Store IOS che cresce addirittura di circa l’80% e con un picco di +104% YoY ad aprile su entrambi gli app store.

🔎Non esattamente una crisi. D’altra parte, già tanti anni fa, nel 2010, era morto il web” per citare Wired (una lacrima per l’edizione italiana che chiude) proprio per colpa di app e walled garden dei social e poi erano arrivati a dare il colpo di grazia il metaverso e tutte le sue derivazioni.
E in realtà niente è scomparso ma tutto si è stratificato, perché ormai abbiamo imparato che molti di questi cicli hanno diversi punti in comune e che occorre sapere collegare i puntini, non procedere solo a strappi.

⚠️Chiaramente, come dice Mario, oggi è più che mai facile creare applicazioni grazie agli strumenti Ai e, come rovescio della medaglia, questa democratizzazione si porta dietro rischi per la sicurezza dovuti sia a maggiore “capacity” di soggetti malevoli sia a maggiore accessibilità allo sviluppo da parte di più persone, anche se ben intenzionate.

💡Ma la chiave resta sempre una: la creazione di valore. Che sia un'app, un sito o una nuova interfaccia che ancora non conosciamo, chiedersi come queste nuove tecnologie possono far crescere il senso che diamo alla nostra azienda nella vita dei nostri clienti è davvero l’unico modo di fare sia sperimentazione che industrializzazione dei nostri tool digitali.
🤔Troppo spesso quando si parla di AI rivedo l’atteggiamento di vent’anni fa applicato al web: l’idea che, essendo tutto virtuale, non ci siano costi reali e tutto sia semplice ed immediato.

💸Purtroppo invece c’è poco da fare: l’AI non è gratis, e tanto meno lo è quando si parla di contesti aziendali. Non lo è in termini puramente economici, non lo è per lo sforzo organizzativo e strutturale che richiede, non lo è culturalmente.

🧮Ogni interrogazione, ogni elaborazione, ha un costo di consumo.

📐Bisogna misurarlo e soprattutto contestualizzare: il punto infatti, non è quanto spendiamo, ma se quel costo sta producendo un vantaggio e un valore. In azienda, un picco di spesa AI non è necessariamente un errore: potrebbe essere il segnale che qualcuno ha trovato un modo più intelligente di risolvere un problema. Oppure no.

💰Il passaggio cruciale, come ho già scritto in passato, è dall’ingegneria del software all’ingegneria del valore. La tecnologia deve essere uno stimolo al cambiamento, ma il cambiamento va fatto dalle persone e l’AI non può creare coraggio o idee chiare dal nulla.

🪏In questo però c’è però un altro costo da valutare, quello necessario a mettere in ordine le proprie fondamenta.
Il tema non è tecnologico, ma organizzativo e culturale, la tecnologia generativa è uno specchio spietato che riflette tutti i limiti interni che le aziende hanno ignorato per vent’anni,a mano a mano che si stratificavano le altre innovazioni digitali. Il vero collo di bottiglia dell’intelligenza artificiale è la reinvenzione organizzativa, non la potenza di calcolo.

🎓Per rendere poi l’AI davvero efficace anche serve un layer semantico. Non basta più il prompt engineering (saper chiedere bene) ma serve il context engineering, ossia la capacità di rendere esplicita la conoscenza che un’organizzazione ha accumulato nel tempo e che di solito vive solo nella testa delle persone.

⁉️Quindi: l’AI fa crescere i costi, invece che ridurli?
No. Ma li rende visibili per la prima volta.

💡Molto di quello che oggi sembra un costo nuovo è in realtà il conto che arriva da decisioni non prese, o rimandate. Dati mai puliti, processi mai documentati, conoscenza mai codificata, organizzazioni mai ripensate. L’AI non ha creato questi problemi: li ha portati in superficie, e ha messo un prezzo su ciò che prima sembrava semplicemente “come funzionano le cose qui”.

Questo è scomodo. Ma è anche un’opportunità.

🔗Ne ho parlato nella newsletter che è uscita oggi e che potete leggere e ascoltare qui: https://gianluigizarantonello.substack.com/p/ai-non-e-gratis-come-ottimizzare-i-costi-e-creare-opportunita

🔗L’editoriale è disponibile anche sul mio blog, in italiano https://internetmanagerblog.com/2026/04/22/ai-non-e-gratis-token-economy-e-costi-organizzativi-tecnici-culturali/ e in inglese https://medium.com/gianluigizarantonello/ai-isnt-free-and-the-highest-cost-isn-t-what-you-think-0e20c53360f9
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