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Patrioti e Destre per la Remigrazione
degli Stranieri fuorilegge in Piazza
Duomo a Milano legalmente
autorizzati.
Arrivano Sinistre ed Anarchici a
violentare la Democrazia e l' identità
Italiana. Ricordatelo quando votate,
perché poi le lamentele stanno a
zero.
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Secondo i dettagli riportati, la gran parte dello sforzo difensivo verrebbe affidata a Francia e Regno Unito, che dovrebbero mettere a disposizione fregate e cacciatorpediniere per la copertura contro droni e missili.
L’Italia, invece, limiterebbe il proprio contributo su quel fronte all’invio di una fregata Fremm e di una nave logistica, concentrando il nucleo del proprio impegno proprio sulla bonifica delle acque con due o tre cacciamine. Questi mezzi potrebbero raggiungere Hormuz in circa tre settimane.
Oltre allo scenario nel Golfo, c’è a una preoccupazione più ampia: l’eventuale disimpegno degli Stati Uniti dalla Nato. In questo quadro, i partner Ue dovrebbero svolgere a maggio una serie di war game teorici per simulare l’attivazione dell’articolo 42.7 dei Trattati europei, cioè il meccanismo di mutuo soccorso in caso di aggressione militare o cyber a uno Stato membro.
Continua sull' Ora della Sera di Anna Di Vito Giornalista
L’Italia, invece, limiterebbe il proprio contributo su quel fronte all’invio di una fregata Fremm e di una nave logistica, concentrando il nucleo del proprio impegno proprio sulla bonifica delle acque con due o tre cacciamine. Questi mezzi potrebbero raggiungere Hormuz in circa tre settimane.
Oltre allo scenario nel Golfo, c’è a una preoccupazione più ampia: l’eventuale disimpegno degli Stati Uniti dalla Nato. In questo quadro, i partner Ue dovrebbero svolgere a maggio una serie di war game teorici per simulare l’attivazione dell’articolo 42.7 dei Trattati europei, cioè il meccanismo di mutuo soccorso in caso di aggressione militare o cyber a uno Stato membro.
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Secondo i dettagli riportati, la gran parte dello sforzo difensivo verrebbe affidata a Francia e Regno Unito, che dovrebbero mettere a disposizione fregate e cacciatorpediniere per la copertura contro droni e missili.
L’Italia, invece, limiterebbe il proprio contributo su quel fronte all’invio di una fregata Fremm e di una nave logistica, concentrando il nucleo del proprio impegno proprio sulla bonifica delle acque con due o tre cacciamine. Questi mezzi potrebbero raggiungere Hormuz in circa tre settimane.
Oltre allo scenario nel Golfo, c’è a una preoccupazione più ampia: l’eventuale disimpegno degli Stati Uniti dalla Nato. In questo quadro, i partner Ue dovrebbero svolgere a maggio una serie di war game teorici per simulare l’attivazione dell’articolo 42.7 dei Trattati europei, cioè il meccanismo di mutuo soccorso in caso di aggressione militare o cyber a uno Stato membro.
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L’Italia, invece, limiterebbe il proprio contributo su quel fronte all’invio di una fregata Fremm e di una nave logistica, concentrando il nucleo del proprio impegno proprio sulla bonifica delle acque con due o tre cacciamine. Questi mezzi potrebbero raggiungere Hormuz in circa tre settimane.
Oltre allo scenario nel Golfo, c’è a una preoccupazione più ampia: l’eventuale disimpegno degli Stati Uniti dalla Nato. In questo quadro, i partner Ue dovrebbero svolgere a maggio una serie di war game teorici per simulare l’attivazione dell’articolo 42.7 dei Trattati europei, cioè il meccanismo di mutuo soccorso in caso di aggressione militare o cyber a uno Stato membro.
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Canali #annadivitogiornalista_e_c Tenente “C'è da avere più paura di tre giornalisti ostili che di mille baionette.” Napoleone pinned «CONTINUA SULL' ORA DELLA SERA DI ANNA DI VITO GIORNALISTA Secondo i dettagli riportati, la gran parte dello sforzo difensivo verrebbe affidata a Francia e Regno Unito, che dovrebbero mettere a disposizione fregate e cacciatorpediniere per la copertura contro…»
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Sull' Ora della Sera di Anna Di Vito Giornalista
I cacciamine della Marina militare rappresentano una delle capacità più specialistiche e riconosciute dell’Italia. Il loro compito è individuare, classificare e consentire la neutralizzazione di ordigni sui fondali, riducendo il rischio per navi militari e mercantili.
Si chiama Rimini, ed è una nave della Marina Militare. Non una qualunque: un cacciamine della classe Lerici, varato nel 1994, il più giovane della sua serie. E oggi potrebbe essere protagonista di una missione nello stretto di Hormuz, uno di quei luoghi dove la geopolitica si muove su equilibri delicati. Ma il compito, paradossalmente, è quanto di più vicino allo spirito della città: togliere pericoli, rendere sicuro il passaggio, permettere agli altri di andare avanti.
Non è una nave “da battaglia” nel senso classico. Non cerca lo scontro, semmai il contrario. Il suo lavoro è paziente, quasi artigianale: scandagliare il fondo del mare con un sonar capace di scendere fino a 40 metri, individuare oggetti sospetti e poi mandare giù piccoli robot filoguidati — i ROV — che arrivano anche a 600 metri di profondità per osservare, identificare e, se necessario, neutralizzare. In pratica, fa pulizia. E lo fa in silenzio.
Di stanza a La Spezia, sotto il coordinamento della Squadra Navale, Nave Rimini si muove in quel territorio particolare dove la tecnologia incontra la prudenza. Non fa notizia come una portaerei, non ha la spettacolarità delle grandi unità, ma ha un ruolo fondamentale: garantire sicurezza dove il mare nasconde ancora insidie.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha attribuito all’attacco di Hezbollah in Libano un obiettivo preciso: “destabilizzare la regione”. Nelle stesse ore ha anche sostenuto che, “nelle attuali condizioni, la missione UNIFIL non ha più senso”, segnando un passaggio politico e militare di forte rilievo nel quadro della crisi mediorientale.
Parallelamente, è stato annunciato l’impiego di cacciamine italiani nello Stretto di Hormuz con l’obiettivo di garantire la libertà di navigazione in una delle aree marittime più sensibili al mondo.
I cacciamine della Marina militare rappresentano una delle capacità più specialistiche e riconosciute dell’Italia. Il loro compito è individuare, classificare e consentire la neutralizzazione di ordigni sui fondali, riducendo il rischio per navi militari e mercantili.
Il principio di funzionamento è altamente tecnologico ma chiaro: lanciano onde sonore in acqua e ne analizzano l’eco. Attraverso il sonar, infatti, costruiscono una sorta di immagine del fondale circostante, simile per funzione a un radar ma basata sul suono. In questo modo riescono a localizzare oggetti sospetti e possibili mine.
Dopo l’individuazione del bersaglio, si passa alla verifica ravvicinata con droni subacquei filoguidati dotati di telecamere. In supporto possono intervenire anche i palombari della Marina militare, specialisti nel disinnesco degli ordigni, equivalenti agli artificieri che operano a terra.
Si tratta di unità non molto grandi, progettate però per operare in sicurezza in scenari ad alto rischio. Le dimensioni indicate sono di circa 50 metri di lunghezza, 10 metri di larghezza e 500 tonnellate di dislocamento, con un equipaggio di circa 50 persone.
Uno degli aspetti decisivi è la costruzione dello scafo con materiali capaci di ridurre al minimo la traccia magnetica, come la vetroresina, così da diminuire il rischio di attivare mine sensibili ai campi magnetici.
A bordo è presente anche una camera iperbarica, indispensabile per il trattamento immediato di eventuali embolie o emergenze che coinvolgano il personale subacqueo impegnato nelle operazioni.
L’Italia dispone di otto navi di questo tipo, eccellenze nazionali del settore, dal “Gaeta” al “Vieste”. Si tratta di mezzi considerati tra i migliori al mondo nelle attività di contromisure mine, grazie alla combinazione di piattaforme specializzate, sonar, droni subacquei e personale altamente addestrato.
I cacciamine della Marina militare rappresentano una delle capacità più specialistiche e riconosciute dell’Italia. Il loro compito è individuare, classificare e consentire la neutralizzazione di ordigni sui fondali, riducendo il rischio per navi militari e mercantili.
Si chiama Rimini, ed è una nave della Marina Militare. Non una qualunque: un cacciamine della classe Lerici, varato nel 1994, il più giovane della sua serie. E oggi potrebbe essere protagonista di una missione nello stretto di Hormuz, uno di quei luoghi dove la geopolitica si muove su equilibri delicati. Ma il compito, paradossalmente, è quanto di più vicino allo spirito della città: togliere pericoli, rendere sicuro il passaggio, permettere agli altri di andare avanti.
Non è una nave “da battaglia” nel senso classico. Non cerca lo scontro, semmai il contrario. Il suo lavoro è paziente, quasi artigianale: scandagliare il fondo del mare con un sonar capace di scendere fino a 40 metri, individuare oggetti sospetti e poi mandare giù piccoli robot filoguidati — i ROV — che arrivano anche a 600 metri di profondità per osservare, identificare e, se necessario, neutralizzare. In pratica, fa pulizia. E lo fa in silenzio.
Di stanza a La Spezia, sotto il coordinamento della Squadra Navale, Nave Rimini si muove in quel territorio particolare dove la tecnologia incontra la prudenza. Non fa notizia come una portaerei, non ha la spettacolarità delle grandi unità, ma ha un ruolo fondamentale: garantire sicurezza dove il mare nasconde ancora insidie.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha attribuito all’attacco di Hezbollah in Libano un obiettivo preciso: “destabilizzare la regione”. Nelle stesse ore ha anche sostenuto che, “nelle attuali condizioni, la missione UNIFIL non ha più senso”, segnando un passaggio politico e militare di forte rilievo nel quadro della crisi mediorientale.
Parallelamente, è stato annunciato l’impiego di cacciamine italiani nello Stretto di Hormuz con l’obiettivo di garantire la libertà di navigazione in una delle aree marittime più sensibili al mondo.
I cacciamine della Marina militare rappresentano una delle capacità più specialistiche e riconosciute dell’Italia. Il loro compito è individuare, classificare e consentire la neutralizzazione di ordigni sui fondali, riducendo il rischio per navi militari e mercantili.
Il principio di funzionamento è altamente tecnologico ma chiaro: lanciano onde sonore in acqua e ne analizzano l’eco. Attraverso il sonar, infatti, costruiscono una sorta di immagine del fondale circostante, simile per funzione a un radar ma basata sul suono. In questo modo riescono a localizzare oggetti sospetti e possibili mine.
Dopo l’individuazione del bersaglio, si passa alla verifica ravvicinata con droni subacquei filoguidati dotati di telecamere. In supporto possono intervenire anche i palombari della Marina militare, specialisti nel disinnesco degli ordigni, equivalenti agli artificieri che operano a terra.
Si tratta di unità non molto grandi, progettate però per operare in sicurezza in scenari ad alto rischio. Le dimensioni indicate sono di circa 50 metri di lunghezza, 10 metri di larghezza e 500 tonnellate di dislocamento, con un equipaggio di circa 50 persone.
Uno degli aspetti decisivi è la costruzione dello scafo con materiali capaci di ridurre al minimo la traccia magnetica, come la vetroresina, così da diminuire il rischio di attivare mine sensibili ai campi magnetici.
A bordo è presente anche una camera iperbarica, indispensabile per il trattamento immediato di eventuali embolie o emergenze che coinvolgano il personale subacqueo impegnato nelle operazioni.
L’Italia dispone di otto navi di questo tipo, eccellenze nazionali del settore, dal “Gaeta” al “Vieste”. Si tratta di mezzi considerati tra i migliori al mondo nelle attività di contromisure mine, grazie alla combinazione di piattaforme specializzate, sonar, droni subacquei e personale altamente addestrato.
Nel quadro dell’eventuale missione verso Hormuz, l’Italia potrebbe garantire soprattutto la bonifica delle acque con due o tre cacciamine, mentre il resto del dispositivo sarebbe completato da una fregata Fremm e da una nave logistica.
La base dei cacciamine italiani è La Spezia. Al momento, secondo le informazioni riportate, almeno due unità risultano operative in mare.
Il “Crotone” si trova verso Malta per attività nell’ambito della forza navale permanente dedicata alle contromisure mine.
Il “Rimini” è invece in trasferimento tra Valona e Augusta, nell’ambito di attività indicate come “fondali sicuri”, in direzione delle coste siciliane.
In condizioni operative favorevoli, un cacciamine può arrivare a mappare fino a dieci miglia quadrate di campo minato in una giornata, anche se il dato dipende dall’area di intervento.
Queste navi, però, non operano isolate. Spesso necessitano dell’appoggio di una fregata e di una nave logistica, come la “Etna”, la “Vulcano” o la “Atlante”, per sostenere missioni prolungate e trasferimenti in teatri lontani.
Per l’Italia non sarebbe una novità assoluta. I cacciamine furono impiegati a Hormuz già nel 1987, durante la prima crisi del Golfo. Da allora queste unità hanno rintracciato migliaia di detonatori e continuano a svolgere attività di bonifica anche lungo le coste italiane, dove vengono ancora rimossi ordigni risalenti alla Seconda guerra mondiale.
I loro predecessori erano i dragamine, ormai in disuso da decenni: mezzi pensati per affrontare minacce a più bassa tecnologia rispetto a quelle attuali.
L’ipotesi preferita a Palazzo Chigi sarebbe l’allargamento del mandato di Aspides, la missione europea già attiva e nella quale Roma svolge un ruolo rilevante, invece della riattivazione della missione a guida francese Emasoh/Agenor, nata anni fa proprio per Hormuz.
L’ampliamento del perimetro di Aspides, tuttavia, presenterebbe difficoltà giuridiche e politiche, soprattutto per costruire una cornice che consenta il coinvolgimento di Paesi extra-Ue come Regno Unito, Giappone, Corea del Sud e Singapore, senza dimenticare l’India, presente al summit di Parigi.
Secondo i dettagli riportati, la gran parte dello sforzo difensivo verrebbe affidata a Francia e Regno Unito, che dovrebbero mettere a disposizione fregate e cacciatorpediniere per la copertura contro droni e missili.
L’Italia, invece, limiterebbe il proprio contributo su quel fronte all’invio di una fregata Fremm e di una nave logistica, concentrando il nucleo del proprio impegno proprio sulla bonifica delle acque con due o tre cacciamine. Questi mezzi potrebbero raggiungere Hormuz in circa tre settimane.
Le unità partirebbero da La Spezia e verrebbero scortate da una fregata operativa per Aspides fino a Suez, per poi essere accompagnate fino all’Oman da un’altra nave attiva con Atalanta. A bordo di ciascuna unità, viene indicata la presenza di circa quaranta uomini.
Lo sminamento è uno dei punti più delicati dell’intera operazione e gli italiani sono spesso indicati tra i migliori del settore, insieme a giapponesi e sudcoreani.
La ragione starebbe nella qualità degli scafi, nella modernità dei sistemi impiegati e soprattutto nel livello di addestramento del personale, descritto come tra i più preparati dell’Alleanza atlantica.
Il quadro delineato mostra una disponibilità europea limitata di mezzi adatti alla missione.
Il contesto strategico resta altamente instabile. Già un paio di anni fa, alcune navi tedesche, compresa una fregata inserita nella missione Aspides contro gli Houthi, hanno sperimentato i rischi della navigazione nel Mar Rosso senza adeguate difese, in particolare senza la copertura garantita dagli Stati Uniti.
Per questo, durante il vertice di Parigi con Emmanuel Macron, Giorgia Meloni e Keir Starmer, il cancelliere Friedrich Merz avrebbe invocato proprio lo scudo americano per la nuova spedizione in via di definizione nello Stretto di Hormuz.
La base dei cacciamine italiani è La Spezia. Al momento, secondo le informazioni riportate, almeno due unità risultano operative in mare.
Il “Crotone” si trova verso Malta per attività nell’ambito della forza navale permanente dedicata alle contromisure mine.
Il “Rimini” è invece in trasferimento tra Valona e Augusta, nell’ambito di attività indicate come “fondali sicuri”, in direzione delle coste siciliane.
In condizioni operative favorevoli, un cacciamine può arrivare a mappare fino a dieci miglia quadrate di campo minato in una giornata, anche se il dato dipende dall’area di intervento.
Queste navi, però, non operano isolate. Spesso necessitano dell’appoggio di una fregata e di una nave logistica, come la “Etna”, la “Vulcano” o la “Atlante”, per sostenere missioni prolungate e trasferimenti in teatri lontani.
Per l’Italia non sarebbe una novità assoluta. I cacciamine furono impiegati a Hormuz già nel 1987, durante la prima crisi del Golfo. Da allora queste unità hanno rintracciato migliaia di detonatori e continuano a svolgere attività di bonifica anche lungo le coste italiane, dove vengono ancora rimossi ordigni risalenti alla Seconda guerra mondiale.
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L’ampliamento del perimetro di Aspides, tuttavia, presenterebbe difficoltà giuridiche e politiche, soprattutto per costruire una cornice che consenta il coinvolgimento di Paesi extra-Ue come Regno Unito, Giappone, Corea del Sud e Singapore, senza dimenticare l’India, presente al summit di Parigi.
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Le unità partirebbero da La Spezia e verrebbero scortate da una fregata operativa per Aspides fino a Suez, per poi essere accompagnate fino all’Oman da un’altra nave attiva con Atalanta. A bordo di ciascuna unità, viene indicata la presenza di circa quaranta uomini.
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La ragione starebbe nella qualità degli scafi, nella modernità dei sistemi impiegati e soprattutto nel livello di addestramento del personale, descritto come tra i più preparati dell’Alleanza atlantica.
Il quadro delineato mostra una disponibilità europea limitata di mezzi adatti alla missione.
Il contesto strategico resta altamente instabile. Già un paio di anni fa, alcune navi tedesche, compresa una fregata inserita nella missione Aspides contro gli Houthi, hanno sperimentato i rischi della navigazione nel Mar Rosso senza adeguate difese, in particolare senza la copertura garantita dagli Stati Uniti.
Per questo, durante il vertice di Parigi con Emmanuel Macron, Giorgia Meloni e Keir Starmer, il cancelliere Friedrich Merz avrebbe invocato proprio lo scudo americano per la nuova spedizione in via di definizione nello Stretto di Hormuz.
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