Le Gauche
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Collettivo Le Gauche.

Articoli, analisi, spunti –
«Le utopie servono per camminare»

comunicazioni: @Marschall_der_DDR

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📣🚩Crisi e sfide dell’industria automobilistica tedesca

L’industria automobilistica tedesca è oggi al centro di una trasformazione epocale, determinata dalla convergenza tra transizione ecologica e digitale. Si tratta di un settore che non ha eguali in termini di peso sull’occupazione, sul valore aggiunto e sulla proiezione internazionale della Germania: oltre 900.000 lavoratori diretti, più di tre milioni considerando l’indotto, e un fatturato globale che rappresenta circa il 20% dell’intera industria tedesca. Il tentativo di prolungare la centralità del motore a combustione attraverso il perfezionamento del diesel si è rivelato fallimentare, obbligando le imprese tedesche a cambiare rotta e ad abbracciare l’elettrificazione a batteria (BEV). Parallelamente, l’inasprimento delle normative europee sulle emissioni ha imposto una riconversione drastica. La Germania e l’UE hanno risposto con programmi massicci di sostegno, come la European Battery Alliance e i progetti IPCEI, per sviluppare una filiera interna delle batterie e ridurre la dipendenza dai colossi asiatici. Questa trasformazione è però segnata da molte contraddizioni. Da un lato i grandi costruttori hanno registrato utili record anche durante crisi come la pandemia o la guerra in Ucraina, concentrandosi su modelli premium ad alto margine, mentre le piccole e medie imprese fornitrici sono rimaste schiacciate, con ricorso sistematico alla cassa integrazione e margini sempre più ridotti. Dall’altro lato, le innovazioni tecnologiche non hanno ancora prodotto una vera svolta socio-ecologica: le flotte restano composte in gran parte da SUV pesanti e gli incentivi statali ai BEV hanno spesso favorito clienti benestanti, più che un cambiamento profondo dei modelli di mobilità. La digitalizzazione si intreccia con l’elettrificazione, trasformando l’auto in un “computer su ruote” e aprendo la strada a connettività avanzata, assistenza alla guida fino al livello autonomo e nuovi modelli di business basati su dati e servizi digitali. Questo campo ha però abbassato le barriere d’ingresso, permettendo a player come Tesla, Amazon o Nvidia di penetrare nel settore e mettendo in discussione la leadership degli OEM tradizionali. Il nodo occupazionale è forse il più delicato. La transizione elettrica comporta inevitabilmente una riduzione di posti di lavoro legati al motore a combustione, più complesso e ad alta intensità di lavoro rispetto all’elettrico. Gli studi forniscono stime molto divergenti. Si passa da scenari di perdite moderate, parzialmente compensate dal pensionamento naturale, fino a previsioni di 200-300.000 posti a rischio entro il 2040. In ogni caso la maggior parte delle riduzioni riguarda i fornitori mentre gli OEM premium hanno finora difeso l’occupazione in patria, grazie anche a una forte contrattazione sindacale. IG Metall ha svolto un ruolo cruciale, riuscendo a negoziare accordi che vincolano la produzione elettrica agli stabilimenti tedeschi e a spingere per la riqualificazione dei lavoratori, pur dovendo affrontare la sfida della delocalizzazione verso l’Europa centro-orientale.

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📣🚩Intervista a Sergio Fontegher Bologna tra storia, lavoro e sindacato

Sergio Fontegher Bologna nella nostra intervista ripercorre il suo impegno intellettuale e militante a partire dall'esperienza della rivista Primo Maggio, un laboratorio di storia militante e conricerca nato dall'operaismo che seppe contaminare discipline diverse e cogliere i movimenti sotterranei della società, diventando un riferimento culturale internazionale nonostante la diffidenza dell'accademia. Bologna traccia una mappa delle trasformazioni del lavoro e delle sfide del sindacalismo. Il suo racconto parte dalla memoria viva delle lotte operaie degli anni '70, un protagonismo che ha segnato conquiste epocali ma che è stato poi rimosso, soffocato dalla narrazione egemonica degli "anni di piombo". Bologna lancia un appello al sindacato: per avere un futuro, deve fare i conti con quel passato, rivendicando una "politica della memoria" che non sia solo nostalgia ma la base per una rinascita. Molte delle nostre domande sono focalizzate sulla figura del lavoratore autonomo di seconda generazione, il freelance. Di fronte a questo soggetto il sindacato tradizionale, nato per la fabbrica fordista, ha mostrato inerzia e incomprensione, confondendo spesso la scelta dell'autonomia con la precarietà imposta. Bologna racconta l'emersione di un nuovo mutualismo e di forme di autorganizzazione, come ACTA, che lottano per diritti specifici, dai pagamenti puntuali alla previdenza, in un dialogo spesso difficile con le grandi confederazioni. La riflessione si allarga poi ai nodi strategici della logistica, dove il potere di interdizione dei lavoratori è enorme. Tuttavia Bologna invita a non cercare il sostituto delle lotte operaie fordiste in queste categorie ma a comprendere che le lotte oggi si sviluppano lungo le filiere, capaci di evolversi e di connettere le rivendicazioni di fabbrica con le battaglie della società, come è avvenuto con i portuali di Genova. In chiusura, pur guardando con interesse al social-movement unionism come risposta alla crisi del sindacato, Bologna individua un potenziale di risveglio anche nel movimento di solidarietà con la Palestina che in questi mesi ha mobilitato tanti giovani alle prime esperienze politiche. In essi vede emergere la frustrazione per decenni di politiche neoliberali e, soprattutto, un forte desiderio di autoformazione e di uno sguardo autonomo sulla realtà.

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📣🚩Il problema della casa in Italia

Sarah Gainsforth in L'Italia senza casa. Politiche abitative per non morire di rendita racconta la lunga storia di come in Italia la casa sia passata da diritto sociale a fonte di rendita e disuguaglianza. Dalla fine dell’Ottocento al dopoguerra la questione abitativa era legata al lavoro, all’igiene e al progresso urbano. Nel secondo dopoguerra l’espansione urbana fu travolgente. Le città si allargarono a dismisura, divorando suolo agricolo e costruendo periferie senza servizi. La rendita fondiaria, cioè il guadagno derivante dal semplice possesso del terreno, divenne il motore di ogni trasformazione. I tentativi di riforma, come la legge Sullo degli anni ’6o che voleva sottrarre il valore del suolo alla speculazione e riportarlo sotto controllo pubblico, furono affossati da un blocco trasversale di interessi fondiari, politici e imprenditoriali. La casa tornò a essere una leva di potere e di consenso. In parallelo si diffuse l’abusivismo, prima “di necessità”, quando le famiglie costruivano da sé per mancanza di alternative. poi “di convenienza”, come pratica sistemica di speculazione tollerata. I condoni edilizi e la mancanza di pianificazione crearono un paesaggio frammentato, segnato da illegalità diffusa e degrado ambientale. Le leggi nate per regolare il mercato, come l’equo canone o la Bucalossi, furono presto svuotate e l’urbanistica, da strumento di equità, divenne terreno di rendita. Dagli anni ‘80 in poi la svolta neoliberista avviò una importante trasformazione. La casa smise di essere un bene d’uso per diventare un asset finanziario: lo Stato smise di costruire, liberalizzò gli affitti, vendette il patrimonio pubblico e incentivò i mutui. L’abolizione dell’equo canone nel 1998 e la fine dell’edilizia popolare segnarono la resa definitiva della politica al mercato. L’intervento pubblico si ridusse a sussidi per l’affitto privato, insufficienti e tardivi, mentre milioni di alloggi popolari venivano venduti a prezzi irrisori. Nel frattempo la finanziarizzazione del mattone alimentò un’enorme bolla. I prezzi delle case crebbero a ritmi vertiginosi, i salari reali crollarono e il numero di abitazioni vuote superò quello degli affitti disponibili. La casa, da rifugio, divenne un meccanismo di esclusione. Oggi il 67% dei giovani vive con i genitori, gli studenti spendono metà del reddito per stanze inadeguate e chi lavora, spesso con contratti precari, non riesce ad accedere a un alloggio. Le città si svuotano dei loro abitanti e si riempiono di turisti, affitti brevi e investimenti immobiliari. Il risultato è un Paese diviso tra chi può accumulare rendite e chi vive in precarietà abitativa. L’Italia è passata da un modello fondato sull’intervento pubblico a uno dominato dalla speculazione e dall’individualismo proprietario. Il sogno di una casa per tutti si è capovolto in un incubo di esclusione: le politiche abitative, anziché garantire un diritto, hanno alimentato la disuguaglianza e lo squilibrio sociale. La casa non è più strumento di emancipazione ma il simbolo di un patto sociale spezzato, quello che un tempo legava il lavoro alla possibilità di costruirsi un futuro dignitoso.

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📣🚩Il diritto alla città da Lefebvre ad Harvey

La città, dice Lefebvre, non è solo un insieme di edifici, strade e funzioni, è un’opera collettiva, un luogo dove si intrecciano vita, arte, politica, desideri e conflitti. L’industrializzazione e il capitalismo hanno trasformato questo spazio vivo in un prodotto, un luogo da consumare e non da abitare. Le relazioni sociali si sono dissolte, le piazze si sono svuotate, i centri si sono trasformati in vetrine per turisti e i sobborghi in dormitori. La città, che era il cuore pulsante della creatività umana, è stata ridotta a macchina per produrre profitto. Il diritto alla città diventa una forma di resistenza. Lefebvre lo intende come il diritto di riappropriarsi della vita urbana nella sua interezza: di abitare, incontrarsi, sperimentare, creare. È il diritto al valore d’uso contro il valore di scambio, è la richiesta di restituire alla città il suo senso di opera, di spazio vissuto, aperto, libero. La città deve tornare a essere il luogo dell’incontro tra differenze, del dialogo, della partecipazione politica e culturale. David Harvey raccoglie questa eredità e la porta nel presente. Per lui il diritto alla città è la chiave per capire le contraddizioni del capitalismo contemporaneo. L’urbanizzazione non è solo un effetto del capitalismo: ne è uno dei motori principali. I capitali in eccesso si riversano nella costruzione di nuovi quartieri, infrastrutture, grattacieli e centri commerciali. Dietro queste trasformazioni si nasconde una violenza silenziosa fatta di sfratti, gentrificazione, disuguaglianza, esclusione. La città diventa il laboratorio della crisi e insieme il terreno della resistenza. La domanda politica fondamentale diventa: che tipo di città vogliamo? Perché scegliere un modello urbano significa scegliere il tipo di vita, di rapporti sociali e di società che vogliamo costruire. Il diritto alla città, per Harvey, non è un privilegio individuale ma un diritto collettivo, cioè il diritto di reinventare la città in base ai bisogni, ai sogni e alle aspirazioni comuni. È un diritto che riguarda tutti: chi abita, chi lavora, chi attraversa la città ogni giorno.

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📣🚩Lo sviluppo urbano di Roma dal secondo dopoguerra a Mafia capitale

La storia urbanistica di Roma dal secondo dopoguerra è segnata da una costante e perdente battaglia tra la pianificazione pubblica e gli interessi privati della speculazione edilizia. Dopo la Liberazione si avviò una transizione amministrativa e una revisione critica del piano regolatore fascista del 1931, giudicato anacronistico. Questo slancio riformatore si scontrò immediatamente con il potere dei grandi proprietari terrieri che, attraverso il perpetuarsi dei piani particolareggiati e delle varianti, riuscirono di fatto a mantenere in vita la legislazione fascista fino alla sua scadenza formale nel 1965. Il risultato fu un'espansione caotica e iper-densa caratterizzata da una cronica carenza di servizi, verde pubblico e alloggi, con il parallelo e drammatico persistere delle baraccopoli. Negli anni ‘50 il tentativo di dotare Roma di un nuovo piano regolatore si rivelò lungo e complesso. Il piano organico preparato dal Comitato di Elaborazione Tecnica fu respinto e sostituito da un piano della Giunta comunale, approvato nel 1959, che accentuava la struttura concentrica e favoriva l'espansione verso l'Eur, avvicinandosi al piano-ombra del 1942 delle grandi società immobiliari. Gli anni '60 videro l'aggravarsi dei problemi del traffico, del verde, delle scuole e dei trasporti. In questo decennio, l'Eur, guidato da Virgilio Testa, emerse come protagonista assoluto, trasformandosi nel nuovo centro direzionale della città, favorito da investimenti statali, dall'arrivo della metropolitana e soprattutto dalle Olimpiadi del 1960. Nel frattempo l'abusivismo assunse dimensioni spaventose, con interi quartieri costruiti illegalmente nella periferia e nell'hinterland. La risposta delle istituzioni fu una serie di condoni edilizi (il primo, nazionale, nel 1985) che trasformarono l'abusivo in uno status giuridico permanente, annullando la già debole pianificazione. Gli anni '70 e '80 furono un periodo di contraddizioni. Da un lato, si registrarono innovazioni come l'istituzione delle Circoscrizioni e della Regione, un profondo ripensamento della Chiesa sulla questione urbana e l'elezione di amministrazioni di sinistra guidate da Argan e Petroselli che tentarono un'urbanistica di "contenimento" e "recupero". Dall'altro, la sentenza n. 5 del 1980 della Corte Costituzionale, equiparando il diritto di proprietà al diritto di edificare, rese proibitivo per i Comuni espropriare aree per servizi, spostando l'asse dell'intervento urbano a netto vantaggio della proprietà privata. Gli anni '90, segnati da Tangentopoli e dall'ascesa dell'ideologia neoliberale, videro l'affermazione definitiva di strumenti come gli "accordi di programma" e i "programmi complessi" che svuotarono il piano regolatore affidando l'iniziativa urbanistica ai privati. L'amministrazione Rutelli, pur conseguendo successi in ambito ambientale e della mobilità (come la "cura del ferro"), introdusse con la "Variante delle certezze" il principio della "compensazione urbanistica". La vicenda di Tor Marancia divenne l'emblema di questa involuzione: il vincolo archeologico non bloccò la speculazione ma semplicemente trasferì altrove le cubature, frantumando la coerenza del disegno urbano. Il nuovo Piano Regolatore Generale, approvato nel 2008 dopo un lunghissimo iter, cristallizzò questa logica. Presentava previsioni edificatorie ipertrofiche e individuava "aree di riserva" per le compensazioni, un vero regalo alla proprietà fondiaria. Negli anni precedenti e successivi la città fu trasformata da una cascata di accordi che favorirono la privatizzazione del patrimonio pubblico, la realizzazione di grandi interventi residenziali e commerciali slegati da una visione d'insieme e l'aggressione al patrimonio architettonico e archeologico. La crisi finanziaria del 2007-2008 rivelò la fragilità di un'economia basata sulla speculazione edilizia e il fallimento del "modello Roma".

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📣🚩In piazza contro una manovra economica regressiva

Dal palco di Piazza San Giovanni, durante la manifestazione “Democrazia al lavoro” a cui abbiamo convintamente partecipato, il segretario generale della Cgil Maurizio Landini ha rivolto un duro attacco alla manovra economica del governo Meloni, definendola una “finanziaria che rischia di creare danni” e accusando l’esecutivo di propaganda e menzogne. Ha denunciato l’assenza totale di fondi per gli investimenti pubblici, a fronte di un aumento delle spese militari e ha criticato misure come la detassazione degli aumenti contrattuali, ritenuta simbolica e iniqua perché limitata ai lavoratori privati con redditi sotto i 28.000 euro. Il taglio dell’aliquota IRPEF dal 35% al 33% e il mancato adeguamento al fiscal drag, secondo i calcoli del sindacato, producono vantaggi irrisori: solo 3 euro al mese per chi guadagna 30.000 euro mentre negli ultimi tre anni i lavoratori hanno pagato oltre 2.000 euro in più, pari a 25 miliardi complessivamente sottratti a dipendenti e pensionati. Il quadro economico descritto dalla Cgil è quello di un Paese segnato da precarietà e disuguaglianze: 2,6 milioni di dipendenti a termine, 3,2 milioni di part-time involontari (in gran parte donne) e un’economia sommersa da 185,3 miliardi di euro che coinvolge oltre 3 milioni di lavoratori, con punte del 47% di irregolarità nel lavoro domestico. Gli autonomi sono 5,2 milioni, di cui 3,3 senza dipendenti e privi di tutele adeguate. L’Italia investe appena lo 0,22% del Pil nelle politiche attive del lavoro. Nella scuola gli aumenti contrattuali medi non superano i 20 euro netti al mese e coprono solo un terzo dell’inflazione del biennio mentre le supplenze restano 250.000 e la manovra non prevede piani di stabilizzazione. Per la sanità i 2,4 miliardi aggiuntivi previsti non bastano nemmeno a compensare l’inflazione, riducendo la spesa sanitaria al 6% del Pil e costringendo i cittadini a pagare di tasca propria oltre 41 miliardi nel 2024, con 5,8 milioni di persone che hanno rinunciato alle cure. Servirebbero 35.000 assunzioni nel settore sanitario ma la manovra ne prevede solo 6.500. Sul fronte pensionistico la Cgil denuncia la cancellazione di ogni flessibilità in uscita: l’età per la pensione di vecchiaia salirà a 67 anni e 5 mesi nel 2029, con l’abolizione di Quota 103 e Opzione Donna. L’aumento delle minime è di appena 12 euro mentre per il pubblico impiego il Tfs/Tfr verrà liquidato entro tre mesi solo per chi si ritira per limiti di età. Parallelamente la produzione industriale mostra un calo del 2% su base annua e un indebolimento strutturale dovuto a costi energetici elevati, domanda stagnante e assenza di una politica industriale. La guerra commerciale tra USA, Cina ed Europa aggrava le difficoltà delle filiere italiane già colpite da dazi e delocalizzazioni. Restano irrisolti i rinnovi contrattuali per quasi 6 milioni di lavoratori del sistema Confindustria e, considerando pubblico e privato, il 43,1% dei lavoratori italiani (circa 13 milioni) attende ancora il rinnovo. Nel settore metalmeccanico, il contratto è scaduto a giugno 2024 e il nodo centrale resta il salario: i sindacati chiedono aumenti di oltre 280 euro in tre anni, le imprese si rifanno all’inflazione programmata. I ritardi contrattuali riguardano complessivamente 2,5 milioni di persone, di cui 1,7 milioni con accordi scaduti da più di un anno.
Il contesto salariale resta critico: secondo l’Istat a giugno 2025 le retribuzioni reali erano ancora inferiori del 9% rispetto al 2021. Dopo due anni di inflazione altissima (+8,7% nel 2022 e +5,9% nel 2023), il lieve recupero del 2024 (+3,1% contro un’inflazione dell’1,1%) non basta a colmare il divario cumulato di oltre 13 punti percentuali.

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📣🚩La fabbrica loquace della moltitudine. Omaggio a Paolo Virno

Omaggiamo Paolo Virno, filosofo operaista recentemente scomparso, ricostruendone la visione teorica espressa in Grammatica della moltitudine. Virno mostra come oggi, in crisi la teoria politica moderna, la categoria di moltitudine torni vitale, rivelando il carattere ibrido e diffuso della soggettività contemporanea, sospesa tra pubblico e privato, collettivo e individuale. La moltitudine è una rete di individui che condividono linguaggio e intelletto come sfondo comune, ciò che Marx chiamava General Intellect. La sua esperienza emotiva fondamentale è quella del perturbante: paura e angoscia si sovrappongono perché è svanito il “dentro” protetto delle comunità stabili. L’uomo contemporaneo vive spaesato e cerca protezione in strategie spesso velenose che testimoniano la crisi del rapporto tradizionale tra pericolo e sicurezza. In questo mondo privo di punti fermi, i luoghi comuni del pensiero, ossia le forme logico-linguistiche generali, diventano la risorsa condivisa della moltitudine, sostituendo i codici speciali delle comunità chiuse e costituendo la base di una possibile “pubblicità dell’intelletto”. Ma se questa pubblicità non si traduce in una sfera politica autonoma, degenera in dipendenze personali e in nuove gerarchie. Il sapere condiviso, invece di fondare una repubblica, alimenta il potere amministrativo e la subordinazione. Virno descrive così la trasformazione del lavoro nel capitalismo postfordista. Il linguaggio è divenuto la principale forza produttiva e ha dissolto la distinzione classica tra poiesis e praxis. L’agire lavorativo è ormai “senza opera”, simile al virtuosismo di chi si esibisce davanti a un pubblico. Il lavoratore postfordista incarna una prassi che ha inglobato la dimensione politica, cosicché la politica stessa appare superflua, assorbita dal lavoro. In questa fabbrica loquace l’intelletto, lungi dal restare dominio privato, diventa un bene comune ma catturato dal capitale e dallo Stato che ne fanno strumento di comando: l’amministrazione burocratica è la concretizzazione autoritaria del General Intellect. Ne deriva una nuova forma di servitù, dove la persona intera è messa al lavoro e la subordinazione assume tratti personali e asfissianti. L’unica via d’uscita per Virno è l’Esodo, una sottrazione collettiva che rompe il legame fra intelletto e lavoro salariato per creare un’alleanza fra intelletto e azione politica. L’Esodo è una defezione creativa, invenzione di nuovi spazi di vita e decisione, come nei consigli, nelle leghe, nelle pratiche di democrazia non rappresentativa. Il soggetto di questa trasformazione è la moltitudine, concetto che approfondisce attraverso quattro predicati: il principio di individuazione, la biopolitica, le tonalità emotive e la coppia heideggeriana chiacchiera/curiosità. Seguendo Simondon, egli interpreta l’individuo come esito sempre parziale di un processo che nasce da un fondo preindividuale (la specie biologica, la lingua, il rapporto sociale capitalistico) e che trova nel collettivo non un annullamento ma una nuova individuazione. La biopolitica nasce dal fatto che il capitalismo compra la potenza di agire, ossia la vita stessa, trasformando il bios in oggetto di governo. Le tonalità emotive dominanti (opportunismo e cinismo) sono forme ambigue di adattamento: la familiarità con il possibile e la consapevolezza della convenzionalità delle regole, oggi al servizio della produttività, potrebbero però divenire motori di cambiamento. Infine, chiacchiera e curiosità, da Heidegger viste come modi inautentici dell’esistenza, vengono rivalutate come elementi produttivi: il linguaggio informale e la distrazione mediatica alimentano nuove capacità percettive e comunicative, componenti essenziali del lavoro contemporaneo.

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📣🚩Regime di guerra e pace costituente in Cedillo

Raúl Sánchez Cedillo, nel libro Esta guerra no termina in Ucraina, offre un'analisi profonda e scomoda del conflitto in Ucraina, rifiutando le narrazioni semplificate. La sua tesi centrale è che, a partire dalla Prima Guerra Mondiale, ogni guerra moderna funzioni da regime di guerra, un meccanismo che introduce la logica "amico-nemico" nella politica interna ed estera, seminando, promuovendo e accelerando forme di fascismo. In questo schema il nemico (la Russia, nel caso ucraino) diventa il capro espiatorio perfetto per giustificare ogni misura antipopolare, dagli aumenti della spesa militare agli accordi con regimi dittatoriali per ottenere materie prime strategiche. Per comprendere la guerra in Ucraina Cedillo ci invita a guardare al lungo periodo, oltre la retorica immediata. Il conflitto non è un evento isolato ma l'ultimo capitolo di un secolo segnato da guerre, a cominciare dal caos seguito alla Rivoluzione d'Ottobre, quando il territorio ucraino fu l'epicentro di scontri tra sette eserciti diversi. La transizione post-1989, poi, fu un'espropriazione di massa pianificata, un'accumulazione originaria di capitale che ha creato le oligarchie e la povertà endemica che caratterizzano l'Ucraina di oggi. Cedillo respinge l’idea di doversi schierare in questa guerra, preferendo sostenere la necessità di un internazionalismo antimilitarista che persegua l'unica alternativa alla barbarie: una pace costituente in Europa. Questa prospettiva smaschera anche le illusioni del Green New Deal. In un regime di guerra il trilemma tra decarbonizzazione, crescita capitalista e giustizia sociale diventa irrisolvibile. La guerra, anzi, non è la cornice per una transizione ma il suo ostacolo fondamentale poiché funziona come un potente acceleratore di processi di soggettivazione fascista. Le élite globali, sostiene Cedillo, sono disposte a correre il rischio di una guerra tra blocchi e di eventi climatici estremi pur di non intaccare le radici della disuguaglianza. La via d'uscita è andare oltre il modo di produzione capitalista, verso un modo di produzione del comune. Questo significa una riconfigurazione totale delle relazioni ecologiche e sociali, fondata su una cooperazione senza comando. La strategia concreta passa attraverso la costruzione dal basso di un sistema-rete di contropoteri lottando per un reddito di base universale, riconquistando servizi pubblici gratuiti e praticando un esodo che sottragga energia e risorse alla logica di guerra. In questo "Capitalocene anno zero", di fronte al discorso di guerra di un'Europa sempre più militarizzata, ogni ambiguità è una bancarotta etica. L'unica risposta realista è il sabotaggio sociale della guerra e l'imposizione di una pace che non sia solo tregua ma un grande atto multitudinario di disobbedienza, volto a costruire una società senza guerra e senza sfruttamento. È un invito a credere nel mondo e a suscitare, attraverso l'azione collettiva, la possibilità di un divenire comune.

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📣🚩Il ritorno della classe operaia in Brasile. I grandi scioperi del 1978-1980

Il triennio 1978-1980 segnò la rinascita del movimento operaio brasiliano, un risveglio potente nato dal cuore delle fabbriche dell'ABC paulista. Tutto ebbe inizio il 12 maggio 1978, quando in modo del tutto spontaneo e inaspettato, gli operai del turno di giorno della Saab-Scania decisero di entrare in fabbrica e non accendere le macchine. Per un'ora restarono immobili, a braccia conserte, in un silenzio innaturale che spezzava il rituale produttivo. Quel gesto, nato dalla delusione per aumenti salariali miseri e calcolati con frodi, era l'esplosione di una rabbia covata in anni di resistenza sotterranea, fatta di sabotaggi, rallentamenti e piccole disobbedienze quotidiane contro un sistema oppressivo. Quel silenzio divenne un boato. L'onda d'urto dello sciopero spontaneo si diffuse in modo inarrestabile paralizzando Mercedes, Ford, Volkswagen e decine di altre aziende, coinvolgendo in poche settimane oltre 150.000 lavoratori. Era il ritorno della lotta di classe dopo un decennio di apparente quiete. Un sindacato in trasformazione, guidato da un giovane Lula, cercò di dare struttura a questa energia ribelle, denunciando le frodi salariali e comprendendo che la semplice negoziazione non era più sufficiente. Il movimento crebbe in coraggio e organizzazione. Nel 1979, si passò dalle proteste isolate allo sciopero generale: assemblee oceaniche, picchetti imponenti e una piattaforma unitaria sfidarono apertamente la politica economica del regime. La repressione, con l'intervento statale nei sindacati, non riuscì a fermare la marea. Il culmine fu nel 1980, con uno sciopero generale di 41 giorni, meticolosamente preparato. Le richieste si fecero più strutturate: non solo aumenti ma anche stabilità, riduzione dell'orario e riconoscimento dei delegati sindacali in fabbrica. La risposta del padronato e dello Stato fu durissima: arresti di massa, repressione violenta e la destituzione delle leadership sindacali. Alla fine, dopo una resistenza estenuante, lo sciopero fu sconfitto ma quella sconfitta materiale nascondeva una vittoria storica e simbolica di portata incalcolabile. Quel triennio di lotte aveva smascherato l'alleanza tra il capitale industriale e la dittatura militare, aveva forgiato una nuova coscienza operaia e sindacale e aveva politicizzato una generazione. Quelle braccia conserte non lottavano solo per pochi cruzeiros in più ma per la dignità, la libertà e il diritto di decidere del proprio destino. Quel silenzio delle macchine spente fu il primo, potente annuncio del risveglio democratico di un intero paese, un'eredità di coraggio che ha plasmato il Brasile moderno.

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📣🚩Capitalismo monopolistico e surplus in Sweezy e Baran

Il progetto teorico dietro il libro Il capitale monopolistico di Baran e Sweezy nasce quando il capitalismo del dopoguerra ha già cambiato pelle: non è più un sistema di piccole imprese in concorrenza ma un universo dominato da grandi corporation che controllano prezzi, produzione e investimenti. Queste imprese non competono più abbassando i prezzi perché sanno che una guerra dei prezzi danneggerebbe tutti. Competono invece con la pubblicità, i modelli sempre nuovi da vendere, l’innovazione gestita in modo strategico e l’immagine. Così i prezzi restano alti, i margini crescono e il surplus, cioè la parte di ricchezza che va oltre i costi necessari, tende ad aumentare costantemente. Il problema è che questo surplus crescente non trova sbocchi naturali: i capitalisti non consumano abbastanza, i dividendi non aumentano alla stessa velocità dei profitti e gli investimenti non possono espandersi all’infinito senza creare capacità produttiva inutilizzata. Un sistema del genere, lasciato a sé stesso, scivolerebbe verso la stagnazione: troppe risorse inutilizzate, poca domanda, nessun incentivo a investire. Ed è proprio qui che emergono i tratti più profondi del capitalismo monopolistico, ovvero la proliferazione di settori improduttivi che esistono solo per assorbire surplus e mantenere in moto la macchina. Il marketing diventa un’industria colossale che non si limita a informare ma crea desideri, manipola gusti, impone stili di vita e trasforma il prodotto stesso in un pretesto estetico e simbolico. La produzione incorpora la vendita e spesso si modella intorno ad essa, generando obsolescenza programmata, spreco e un consumo che deve essere costantemente stimolato. Cresce allora il ruolo dello Stato. In un’economia che lavora sistematicamente al di sotto delle sue capacità, la spesa pubblica non sottrae risorse: crea domanda, impiega lavoratori, mette in circolo reddito. Non tutte le forme di spesa sono accettabili per la classe dominante. La spesa sociale, pur razionale ed efficace, minaccerebbe rapporti di potere e privilegi consolidati. Al contrario, la spesa militare è perfetta perché assorbe volumi immensi di surplus, rafforza settori industriali strategici, non modifica gli equilibri sociali e garantisce consenso politico. Per questo, dopo il 1945, diventa il grande pilastro dell’economia americana, l’unica forma di spesa capace di evitare la ricaduta negli abissi degli anni ‘30. Il risultato è un sistema che cresce non perché ha bisogno di rispondere ai bisogni umani ma perché deve trovare continuamente nuovi modi per consumare il proprio eccesso. Un capitalismo che funziona meglio quando si allontana di più da ciò che sarebbe socialmente razionale. Un capitalismo che, come suggeriscono Baran e Sweezy, alimenta il proprio dinamismo proprio attraverso il progressivo degrado delle sue promesse originarie di benessere e progresso sociale.

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📣🚩Le prospettive dell’economia europea

Il libro Tornare alla pianificazione è una critica molto dettagliata alla politica industriale dell'UE su più livelli. Il primo smaschera i concetti di "produttività" e "competitività" come strumenti ideologici che giustificano la compressione salariale e un modello di crescita squilibrato a vantaggio del capitale. Analisi empiriche, come quella sul settore metalmeccanico italiano, dimostrano che la stagnazione della produttività "reale" (crescita dello 0,73% nel 2021-2023) nasconde in realtà un aumento della capacità di valorizzazione del capitale (crescita del 13,51% del valore aggiunto nominale) e una contrazione della quota salari (-5,42%). Il modello europeo, basato sulle esportazioni e sulla moderazione salariale, non è un vincolo insormontabile: simulazioni mostrano che aumentando la quota salari media UE dal 50,5% al 73,1%, la domanda interna generata compenserebbe persino un azzeramento delle esportazioni extra-UE, attivando il moltiplicatore keynesiano. Le proposte ufficiali, come il Rapporto Draghi e il Clean Industrial Deal, rifiutano questa alternativa. Il Rapporto Draghi, pur riconoscendo la crisi industriale e la concorrenza di USA e Cina, propone una ricetta basata sulla creazione di un mercato unico deregolamentato, su grandi oligopoli privati e sul finanziamento tramite risparmio privato (800 miliardi l'anno), il che comporterebbe un ridimensionamento dei servizi pubblici e un aumento del debito privato. Il Clean Industrial Deal, sebbene identifichi priorità cruciali come l'energia a basso costo e le clean-tech, rimane ancorato a una logica di mercato: propone incentivi, garanzie pubbliche per contratti privati (PPA) e sussidi ma evita un intervento pubblico diretto nella pianificazione, nella proprietà e nella gestione strategica. Il fallimento di questo approccio è evidente nel drammatico declino industriale europeo. La quota UE sulla produzione mondiale di acciaio è crollata dal 24,2% (2001) al 6,7% (2023). Nel settore auto la produzione europea è passata dal 46% (2000) al 18,5% (2024) del totale globale, con l'Italia che ha subito un crollo del -78,2%. Nelle tecnologie verdi la dipendenza è altrettanto allarmante: per il fotovoltaico la produzione domestica UE copre solo l'8% della domanda mentre le importazioni di batterie agli ioni di litio superano i 26,5 miliardi di euro. Il nuovo scenario dei dazi USA ha portato ad un accordo quadro UE-USA nel luglio 2025 profondamente asimmetrico. L'UE si impegna ad azzerare i dazi sui prodotti USA, ad acquistare 750 miliardi di dollari in energia e 40 miliardi in semiconduttori americani e a far investire le sue imprese 600 miliardi di dollari in settori strategici USA, allineando la propria politica commerciale a Washington. La conclusione del libro è che l'Europa ha bisogno dell'opposto: un forte settore industriale pubblico, guidato da una pianificazione democratica. Serve una politica che promuova l'aggregazione delle imprese, introduca requisiti di contenuto locale vincolanti, rilanci la produzione di beni essenziali e accessibili (come auto mass-market) e si orienti alla piena occupazione e alla giustizia sociale.

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📣🚩Lenin tra Negri e Quadrelli

Il saggio del compagno Alceste ricostruisce una figura di Lenin profondamente diversa da quella irrigidita dall’ortodossia del marxismo novecentesco. Contro l’idea di un Lenin dogmatico, statalista e autoritario emerge invece un Lenin rivoluzionario, eretico e radicalmente conflittuale, capace di tenere insieme spontaneità delle masse, organizzazione politica e distruzione dello Stato. È proprio questa lettura “eretica” che viene ripresa da due autori contemporanei come Antonio Negri ed Emilio Quadrelli, i quali vedono in Lenin il teorico e il pratico della rivoluzione come processo vivo, discontinuo e permanente. Lenin è innanzitutto il rivoluzionario dell’illegalità. La rivoluzione è concepita come una guerra civile permanente contro il capitale e contro lo Stato, dove legalità e illegalità non si escludono ma si intrecciano continuamente. La politica, per Lenin, è strategia di guerra e l’organizzazione rivoluzionaria è un vero e proprio apparato militante che agisce tanto sul piano teorico quanto su quello armato. Lenin è il soggetto che restituisce alle masse la centralità storica. Contro la socialdemocrazia della Seconda Internazionale, Lenin riporta la teoria dentro la soggettività operaia. Il sapere diventa “scienza operaia”, pratica viva dentro il conflitto. La classe non è un oggetto da studiare dall’esterno ma un soggetto che produce conoscenza attraverso la lotta. La spontaneità non è ingenuità ma forza materiale che trasforma gli uomini e produce mutazioni antropologiche profonde. Un nodo centrale del leninismo, così come lo leggono Negri e Quadrelli, è il rapporto tra composizione di classe e organizzazione. La rivoluzione nasce da condizioni materiali determinate. Tuttavia queste condizioni non conducono automaticamente al comunismo: devono essere attraversate, organizzate, forzate. Da qui il ruolo decisivo del partito come strumento della soggettività rivoluzionaria. Il partito non crea la classe ma ne raccoglie le tendenze più avanzate, ne interpreta le rotture, ne potenzia la radicalità. È in questo quadro che si colloca la teoria del dualismo di potere. I Soviet sono il primo germe della dittatura proletaria. Il dualismo è una contraddizione da spingere fino alla rottura. La dittatura del proletariato è necessaria come fase di transizione ma deve essere costantemente superata nella direzione dell’estinzione dello Stato. Qui emerge con forza l’idea leninista della rivoluzione come processo discontinuo: non esiste un passaggio graduale e pacifico dal capitalismo al comunismo ma una sequenza di salti, fratture, rovesciamenti. Negri e Quadrelli sottolineano anche la distanza storica che separa il capitalismo del primo Novecento dal capitalismo contemporaneo. Con il passaggio al capitalismo cognitivo e alla crisi della legge del valore, lo Stato non è più lo strumento progressivo di regolazione che Marx e lo stesso Lenin potevano ancora pensare. Oggi lo Stato appare sempre più come pura macchina di comando, gerarchia razionale al servizio della riproduzione del dominio. Proprio per questo, la lezione leninista sulla distruzione dello Stato e sulla discontinuità rivoluzionaria diventa ancora più attuale. Nel contesto dell’imperialismo globale Lenin viene ripensato come teorico dell’internazionalismo dei subalterni. La guerra, già per Lenin forma estrema della concorrenza capitalistica, diventa oggi lo sfondo permanente del sistema-mondo. Migrazioni, razzismo, precarizzazione e nuove povertà sono effetti diretti dell’imperialismo contemporaneo. Qui si inserisce la critica alle ideologie della sovranità nazionale e del neosovranismo: non esiste uno Stato “neutro” da riconquistare perché ogni Stato è già inscritto nelle gerarchie globali del capitale.

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📣🚩Per una critica non reazionaria alla scuola neoliberale. Le indicazioni di Baldacci

Per Massimo Baldacci l’idea di scuola è il principio profondo che orienta il senso della formazione in un determinato periodo storico. Ogni epoca produce una propria idea di scuola, talvolta implicita e legata al senso comune, talvolta esplicita e costruita in modo critico. Nella storia italiana le trasformazioni più durature sono avvenute quando l’idea di scuola è diventata formale e si è tradotta in riforme organiche, come la riforma Gentile del 1923, fortemente selettiva e gerarchica, oppure la scuola media unica del 1962 che ha segnato una svolta democratica decisiva. Nel dopoguerra si è aperta una stagione di riforme ispirata alla Costituzione che ha costruito progressivamente un’idea di scuola inclusiva e orientata all’uguaglianza delle opportunità. Negli ultimi decenni, però, questa visione si è indebolita. Le politiche scolastiche oscillano tra riforme parziali e controriforme, spesso senza una direzione culturale chiara. Con le “tre I” (impresa, inglese, internet) la scuola viene sempre più letta in chiave economica, come strumento per il mercato, mentre si affievolisce la sua funzione democratica. Questo “crepuscolo dell’idea di scuola” lascia il sistema privo di una bussola educativa condivisa. Al centro della riflessione di Baldacci c’è il nesso inscindibile tra istruzione ed educazione. Insegnare contenuti non significa solo trasmettere sapere ma formare anche abitudini mentali, modi di pensare, di ragionare e di stare nel mondo. Baldacci insiste sul fatto che non esiste vera istruzione senza educazione perché ogni apprendimento produce effetti profondi nella struttura della mente. Studiare non serve solo ad accumulare informazioni ma a costruire una forma mentis. Da qui nasce il concetto di “istruzione educativa”: mentre si apprendono conoscenze e abilità, si formano anche competenze, disposizioni cognitive e atteggiamenti che orientano la vita futura. Per costruire oggi un nuovo principio educativo Baldacci mette a confronto due grandi paradigmi, quello del capitale umano e quello dello sviluppo umano. Nel primo la scuola è vista come un investimento economico, utile a produrre lavoratori competenti per la crescita del mercato. In questa prospettiva le conoscenze diventano strumenti per aumentare la produttività e la competitività. Questo modello, però, riduce l’istruzione a una funzione utilitaristica. Il paradigma dello sviluppo umano, ispirato a Sen e Nussbaum, rovescia la prospettiva: al centro non c’è il profitto ma l’espansione delle libertà reali delle persone. Lo sviluppo non coincide con la crescita del Pil ma con l’ampliamento delle possibilità di vita, delle capacità di scelta e di realizzazione. Le competenze diventano strumenti per trasformare diritti e risorse in libertà concrete. La formazione del produttore e quella del cittadino devono integrarsi. Il lavoro nella società contemporanea non è più quello ripetitivo del fordismo, oggi la produzione si fonda sulla conoscenza, sull’innovazione, sull’apprendimento continuo. Per questo il principio educativo deve puntare allo sviluppo di un’intelligenza generale, astratta e flessibile, capace di adattarsi e di “disimparare” quando necessario. Ciò richiede una scuola secondaria meno professionalizzante e più orientata alla costruzione di solide basi culturali e scientifiche comuni, rimandando la specializzazione a fasi successive della vita. Ma questa formazione, per essere davvero emancipativa, deve accompagnarsi anche a una crescita della democrazia economica, oggi ancora debole, perché il lavoro resta spesso organizzato in forma gerarchica e autoritaria.

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📣🚩Istruzione e neoliberismo in La nuova scuola capitalista

Nel libro La nuova scuola capitalista si afferma che nel corso degli ultimi decenni la scuola e l’università sono state sottoposte a una trasformazione radicale, sempre più modellata dalle logiche del capitalismo neoliberale. Non si tratta di un semplice cambiamento organizzativo ma di una vera e propria mutazione del senso stesso dell’educazione e della ricerca. La conoscenza è oggi concepita come una risorsa economica, un capitale umano da ottimizzare e monetizzare. Questo passaggio è il risultato di politiche deliberate che hanno importato nei sistemi educativi i principi del mercato, della competizione e della performance. Lo Stato non si è ritirato ma si è radicalmente ricomposto come agente attivo di questa mercificazione. Attraverso strumenti come il New Public Management ha introdotto nelle istituzioni pubbliche meccanismi manageriali: valutazioni continue, obiettivi quantificati, autonomia contabile, retribuzione al merito. L’obiettivo dichiarato è aumentare l’efficienza ma l’effetto reale è stato quello di snaturare la missione educativa, trasformando insegnanti e ricercatori in soggetti precarizzati, sottoposti alla tirannia degli indicatori e delle metriche di produttività. La ricerca è orientata verso l’innovazione redditizia e il brevetto. L’insegnamento non forma cittadini ma produttori con competenze immediatamente spendibili sul mercato del lavoro. Questa logica si estende anche all’organizzazione del sistema scolastico. La cosiddetta “libertà di scelta” delle famiglie ha di fatto istituzionalizzato la competizione tra scuole, creando un mercato educativo segmentato e profondamente iniquo. Le famiglie dotate di maggior capitale economico, sociale e culturale possono accedere a istituti d’élite mentre quelle meno abbienti restano confinate in scuole sempre più impoverite, sia di mezzi che di prospettive. Il risultato è una polarizzazione crescente: da un lato scuole di eccellenza per pochi, dall’altro scuole-ghetto per molti. La massificazione dell’istruzione, invece di ridurre le disuguaglianze, le ha riprodotte e aggravate in una cornice di apparente neutralità mercatistica. Anche la soggettività di chi studia e lavora nella scuola è stata rimodellata. Lo studente è chiamato a diventare “imprenditore di sé stesso”, a costruire fin da giovane un portfolio di competenze, a vivere la propria formazione come un investimento privato finalizzato all’occupabilità. Il diploma perde il suo valore sociale e viene sostituito da un “libretto delle competenze” che certifica non tanto ciò che si sa ma ciò che si sa fare in ottica di mercato. L’orientamento scolastico non aiuta più a scoprire sé stessi e il mondo ma a incanalare precocemente le scelte verso percorsi professionalizzanti e funzionali alle esigenze del sistema produttivo. Questa trasformazione è sostenuta e legittimata da un discorso economico egemonico, quello della teoria del capitale umano, secondo cui l’istruzione è prima di tutto un investimento individuale per aumentare il proprio reddito futuro. In quest’ottica la gratuità dell’istruzione superiore viene messa in discussione, le tasse universitarie aumentano e il ricorso al debito per studiare diventa normale. La conoscenza cessa di essere un bene comune e diventa un bene di consumo, protetto da diritti di proprietà intellettuale sempre più restrittivi. Questa deriva non è irreversibile. È il frutto di scelte politiche precise, non di una legge naturale. Per contrastarla non servono la nostalgia per un passato idealizzato o la rassegnazione fatalista. Occorre invece comprendere a fondo le nuove regole del gioco, smascherarne gli interessi e le contraddizioni e organizzare una risposta politica altrettanto consapevole e radicale.

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📣🚩Questa manovra non ci piace. Ancora una volta sciopero generale

Il 12 dicembre si è svolto uno sciopero generale di otto ore indetto dalla CGIL contro la Legge di Bilancio del governo Meloni a cui abbiamo aderito. La mobilitazione ha registrato un’adesione media nazionale del 68%, con mezzo milione di partecipanti stimati in oltre cinquanta piazze. La finanziaria stanzia 23 miliardi per le spese militari nel prossimo triennio mentre taglia i servizi essenziali e di fatto innalza l’età pensionabile a 70 anni. Tra il 2022 e il 2024 38 milioni di lavoratori e pensionati hanno pagato 25 miliardi di tasse in più a causa del mancato aggiornamento degli scaglioni fiscali. Queste risorse, invece di tornare in servizi o salari, finanziano gli armamenti e compensano ulteriori tagli al sociale, accelerando la privatizzazione di sanità e scuola. La CGIL avanza proposte concrete: restituire quei 25 miliardi in servizi, introdurre un meccanismo automatico di adeguamento delle aliquote e una riforma fiscale realmente progressiva, incluso un contributo di solidarietà dell’1,3% per le circa 500.000 persone con redditi netti superiori ai 2 milioni di euro annui che genererebbe 26 miliardi di entrate. In Italia i salari reali sono stagnanti da trent’anni: tra il 1990 e il 2020 sono rimasti pressoché invariati mentre in Germania sono cresciuti del 30% e in Francia del 32%. Tra il 2021 e il 2023, con un’inflazione del 17,3%, i salari sono aumentati solo del 4,7%. La povertà lavorativa colpisce il 10,3% degli occupati, con picchi del 15,6% tra le famiglie operaie. Il mercato del lavoro è sempre più precario. Nel 2024 il 28,2% dei dipendenti aveva un contratto temporaneo e/o part-time, spesso involontario. Il lavoro sommerso è stimato in oltre 3 milioni di unità. La produttività è ferma, cresciuta in media solo dello 0,4% annuo tra il 1995 e il 2022, contro l’1,5% della media UE. Nonostante ciò un dipendente italiano lavora in media 1.709 ore annue, molte più di un collega tedesco (1.331) o francese (1.491). L’industria italiana è in profonda crisi. Settori cruciali come automotive, siderurgia, chimica e tessile sono in caduta libera. All’ex Ilva di Taranto il governo propone di mandare in cassa integrazione fino a 6.000 lavoratori su 10.000, con un piano di decarbonizzazione dimezzato da 8 a 4 anni, giudicato tecnicamente insostenibile dai sindacati. Stellantis ha perso 9.656 posti in Italia tra il 2020 e il 2024, e il 61,68% dei suoi dipendenti italiani è attualmente in cassa integrazione. Il Sud, nonostante una crescita trainata dal Pnrr, vive un paradosso: mentre l’occupazione aumenta, i giovani continuano a fuggire. Nel triennio 2022-2024 175.000 giovani meridionali hanno lasciato la propria terra, il 50% uomini laureati e il 70% donne laureate. Il costo di questo esodo è di quasi 8 miliardi l’anno. La povertà lavorativa al Sud raggiunge il 19,4% e i salari reali sono calati del 10,2% tra il 2021 e il 2025. Il salario lordo medio annuo nel Mezzogiorno è di 18.148 euro, il 25,9% in meno della media nazionale. La povertà assoluta in Italia colpisce oltre 5,7 milioni di persone, il 10% della popolazione, con un aumento del 38% nell’ultimo decennio. Quasi un povero su quattro è minorenne.  Lo sciopero del 12 dicembre è il punto di arrivo di un percorso di mobilitazione che parte dai luoghi di lavoro e indica una strada alternativa: un modello di sviluppo che metta al centro il lavoro, i diritti e la giustizia sociale.

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📣🚩Il maoismo in Italia. Storia di un dissenso comunista

Il maoismo, elaborato come adattamento del marxismo-leninismo alle condizioni storiche e sociali della Cina, esercitò un’influenza significativa anche in Italia tra la seconda metà degli anni ‘50 e la fine degli anni ‘70, inserendosi in una fase di profonda trasformazione del comunismo internazionale. La crisi aperta dal XX Congresso del PCUS nel 1956, con la denuncia dello stalinismo e il ridimensionamento dell’autorità sovietica, creò uno spazio politico e simbolico in cui la Repubblica Popolare Cinese poté apparire come un modello rivoluzionario alternativo, capace di parlare non solo ai paesi del Terzo Mondo ma anche a settori della sinistra occidentale. In Italia, nonostante il contesto di paese industrializzato e alleato degli Stati Uniti, l’esperienza cinese suscitò interesse e curiosità attraverso scambi culturali, viaggi, pubblicazioni e traduzioni dei testi di Mao Zedong, alimentando l’idea di una rivoluzione fondata sulla mobilitazione delle masse, sulla centralità della lotta di classe e sul rifiuto del gradualismo riformista. Il PCI, pur mantenendo rapporti con Pechino nella prima fase, scelse progressivamente di allinearsi all’URSS e di sviluppare una via nazionale e democratica al socialismo, difendendo la coesistenza pacifica e prendendo le distanze dalle posizioni cinesi, soprattutto nel contesto della scissione sino-sovietica. Questa scelta favorì la nascita di un dissenso interno ed esterno al partito che accusava il PCI di revisionismo e vedeva nel maoismo una risposta più radicale e coerente alle contraddizioni del capitalismo italiano. Tra gli anni ‘60 e ‘70, in parallelo alla Rivoluzione Culturale, il maoismo divenne un riferimento importante per la sinistra extraparlamentare, influenzando riviste, collettivi e organizzazioni come Lotta Continua e Avanguardia Operaia che ne rielaborarono i concetti chiave adattandoli al contesto italiano: la linea di massa, il primato della pratica sulla teoria astratta, la critica all’intellettualismo, l’idea della lotta prolungata e della continuità della lotta di classe anche dopo la conquista del potere. Pur senza dar vita a un movimento di massa unitario, il maoismo contribuì in modo rilevante a plasmare il linguaggio politico, le forme di militanza e l’immaginario del ’68 e del post-’68, intrecciandosi con l’anti-autoritarismo, il terzomondismo e la radicalizzazione del conflitto sociale. La morte di Mao nel 1976 e il mutamento della linea politica cinese segnarono l’inizio del declino di questa influenza che si dissolse gradualmente insieme alla crisi più ampia del comunismo internazionale, lasciando tuttavia un’eredità duratura nel dibattito politico e culturale della sinistra italiana.

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📣🚩Come il neoliberismo ha distrutto la scuola svedese

La Svezia, per decenni considerata un faro mondiale per il suo sistema educativo egalitario e pubblico, ha vissuto dagli anni '90 una trasformazione radicale verso uno dei modelli più mercificati al mondo. Questa rivoluzione silenziosa, guidata da riforme neoliberali sostenute sia da governi conservatori che socialdemocratici, ha sostituito il principio dell'istruzione come bene pubblico e diritto sociale con quello di un prodotto di mercato, scelto da famiglie-cliente e gestito spesso per trarre profitto. Il meccanismo chiave è stato l'introduzione del voucher universale e del Free School Act che ha permesso a chiunque di aprire scuole private finanziate interamente con fondi pubblici. Il risultato apparente è una libertà di scelta senza precedenti ma la realtà che emerge dalle ricerche è un sistema in profonda crisi di equità e coesione sociale. La scelta, in assenza di una solida cornice regolatoria, si è rivelata un potente motore di segregazione socioeconomica ed etnica. Le famiglie più istruite e benestanti, soprattutto nelle aree urbane, utilizzano il sistema per scegliere scuole frequentate da studenti della stessa classe sociale mentre le scuole pubbliche dei quartieri svantaggiati e delle periferie si impoveriscono, intrappolate in una spirale di declino. Le scuole, per sopravvivere in un mercato competitivo, si comportano come aziende investendo in marketing per attrarre i "clienti giusti" (studenti con migliori rendimenti e background) e tralasciando gli studenti più vulnerabili. Questo è particolarmente evidente nei programmi introduttivi per migranti e studenti a rischio, quasi interamente gestiti dal settore pubblico municipale, mentre le grandi corporation scolastiche private li evitano sistematicamente, ritenendoli non redditizi. Le conseguenze si estendono al cuore della missione educativa. La riforma delle scuole superiori del 2011 ha operato una netta separazione tra percorsi professionali e accademici. Agli studenti dei corsi professionali, spesso figli della classe lavoratrice, viene negato l'accesso al sapere astratto e critico, relegandoli a un apprendimento pratico e decontestualizzato finalizzato all'impiegabilità immediata mentre i percorsi accademici conservano gli strumenti per la comprensione e la trasformazione della società. La logica di mercato ha anche corrotto il sistema di valutazione: le scuole private, in particolare le grandi catene a scopo di lucro, tendono a "gonfiare" i voti degli studenti rispetto alle scuole pubbliche, a parità di risultati nei test nazionali standardizzati, per apparire più performanti e attrarre nuovi iscritti. Nonostante le promesse iniziali la concorrenza non ha generato una vera innovazione pedagogica né un miglioramento generale della qualità ma ha piuttosto accentuato le disparità territoriali e sociali. Paradossalmente l'OCSE, che per anni ha promosso politiche neoliberiste nell’educazione, oggi critica apertamente la Svezia per gli eccessi della sua deregolamentazione, indicandoli come causa principale del declino nei test PISA e dell'aumento delle disuguaglianze. Il modello svedese, nato per appianare le differenze, si è così trasformato in un potente meccanismo di riproduzione sociale, dove il luogo di nascita e la classe sociale continuano a determinare il destino formativo degli studenti, in un contesto in cui l'ideale di cittadinanza democratica è stato sostituito dalla logica del cliente e del profitto.

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📣🚩Le lezioni degli scioperi del dicembre 1995 in Francia

Prendendo spunto da un articolo di Frédéric Lebaron su Le Monde Diplomatique di dicembre 2025, abbiamo ricostruito il contesto, lo svolgimento e le interpretazioni delle proteste sociali in Francia nel novembre-dicembre 1995 contro il piano Juppé di riforma della sicurezza sociale. La riforma, presentata dal primo ministro Alain Juppé, era motivata dall’esigenza di ridurre i deficit in vista dell’introduzione dell’euro e godeva inizialmente di un ampio consenso politico-mediatico, sostenuta dalla destra al governo, da parte della sinistra liberale, da intellettuali vicini al neoliberismo e da importanti testate giornalistiche. Il piano incontrò una resistenza popolare inattesa e massiccia che andò ben oltre le previsioni dei riformatori. Al movimento, guidato dai sindacati e dai lavoratori dei servizi pubblici (trasporti, energia, scuola, sanità), si unirono progressivamente studenti, disoccupati, movimenti sociali di varia ispirazione (libertari, trotskisti, collettivi di emarginati), creando un’inedita convergenza generazionale e sociale. Le proteste, caratterizzate da scioperi prolungati e manifestazioni di piazza, paralizzarono il paese e rivelarono la profonda opposizione dell’opinione pubblica alla “modernità” intesa come austerità. Secondo la storica Danielle Tartakowsky dal 1968 in poi la protesta di piazza cessa di essere un semplice sintomo di crisi per diventare una modalità di interpellanza diretta allo Stato, quasi un “referendum popolare” non istituzionale. La mobilitazione del 1995 rappresenta il compimento di questa evoluzione: una difesa del “contratto repubblicano” e dei servizi pubblici che unisce soggetti diversi senza puntare alla caduta del governo ma costruendo nelle piazze un nuovo “vivere insieme”. La protesta si radica soprattutto nelle province, riflettendo le nuove geografie del dissenso, e si alimenta di simboli identitari e professionali, segnando una rottura con le iconografie federative del passato. Toni Negri, invece, vede nelle lotte del dicembre 1995 una frattura epocale nel regime neoliberista. Per Negri il soggetto egemonico di queste lotte è il “lavoratore sociale” dei servizi pubblici e immateriali (trasporti, comunicazioni, educazione, sanità), la cui posizione strategica nel capitalismo postfordista gli permette di bloccare l’intera catena produttiva. La novità radicale risiede nella “co-produzione” della lotta da parte degli utenti-cittadini che riconoscono nei servizi pubblici un bene comune e partecipano attivamente alla protesta in un vero e proprio sciopero metropolitano. Emerge così un nuovo concetto di “pubblico” non statale, basato sulla cooperazione sociale e sulla riappropriazione democratica dell’amministrazione. La lotta prefigura una comunità produttiva autonoma, in cui la produzione di ricchezza e l’esercizio della democrazia coincidono, aprendo la transizione verso un orizzonte comunista fondato sul General Intellect e sulla cooperazione intellettuale liberata dal dominio del capitale.


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📣🚩Il petrolio e l’economia dipendente del Venezuela

La riflessione sulla dipendenza petrolifera del Venezuela si snoda attraverso un secolo di storia, rivelando un paradosso persistente. Salvador De la Plaza in El petróleo en la vida venezolana descrive con dati crudi la realtà degli anni ‘60: un paese primo esportatore mondiale la cui produzione colossale (197 milioni di metri cubi nel 1964) era divorata quasi interamente dall'esportazione. Questa gigantesca ricchezza, però, non si traduceva in benessere nazionale perché l'intero ciclo estrattivo era nelle mani di trust stranieri, principalmente statunitensi e anglo-olandesi. Essi trattenevano all'estero gran parte del valore, lasciando al Venezuela solo una frazione delle entrate. Il fondamento giuridico della proprietà nazionale del sottosuolo, risalente a Bolívar, era stato svuotato da concessioni lunghe e vantaggiose, spesso ottenute con corruzione. Per De la Plaza il problema non era astrattamente "diversificare" ma costruire un'economia nazionale vera attraverso una riforma agraria radicale e un'industrializzazione alimentata da capitale venezuelano, in modo che la ricchezza generata dal lavoro rimanesse nel paese. Héctor Malavé Mata nel suo studio Formación Histórica del antidesarrollo de Venezuela approfondisce questa analisi con il concetto di antisviluppo. Il passaggio all'era petrolifera sotto la dittatura di Gómez creò una repubblica neocoloniale dove la rendita finanziò un'oligarchia parassitaria e uno Stato autoritario, garantendo stabilità ai capitali stranieri. La successiva Ley de Hidrocarburos del 1943, pur aumentando la partecipazione fiscale, cristallizzò il dominio straniero per decenni. Anche le politiche di industrializzazione per sostituzione delle importazioni si rivelarono un'illusione: erano un'estensione subordinata del capitalismo globale, dipendente da tecnologia e input esteri. La rendita petrolifera, invece di essere investita in uno sviluppo autonomo, veniva dissipata in spesa clientelare e burocratica, rafforzando le disuguaglianze. La battaglia per la legge sul ritorno dei beni petroliferi negli anni ‘70 rivelò la determinazione delle compagnie a difendere i loro privilegi mentre una nazionalizzazione senza una trasformazione delle strutture di classe avrebbe rischiato solo di trasferire il surplus all'oligarchia locale. Il periodo chavista, pur partendo dalla giusta premessa di riprendere il controllo sovrano della rendita per "seminare il petrolio" e costruire un modello produttivo socialista diversificato, fallì per una incoerenza fatale. Le scelte macroeconomiche di breve periodo, in particolare il mantenimento di un tasso di cambio gravemente sopravvalutato per anni, resero le importazioni artificialmente a buon mercato, strangolando ogni tentativo di far rinascere l'agricoltura e l'industria nazionale. La rendita fu così usata per finanziare consumi e importazioni, non per costruire una base produttiva alternativa. Quando il prezzo del petrolio crollò e arrivarono le sanzioni internazionali, l'intero edificio, costruito su fondamenta macroeconomiche contraddittorie, collassò in una spirale iperinflattiva e in una crisi umanitaria.

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📣🚩Lotta di classe e delocalizzazioni in Cina

Il libro Striking to Survive: Workers’ Resistance to Factory Relocations in China offre una ricostruzione estremamente densa e drammatica delle trasformazioni del lavoro industriale nel Guangdong. Viene smontata l’idea che gli operai cinesi “rubino” lavoro all’Occidente: al contrario, essi subiscono le stesse dinamiche di espulsione, precarizzazione e perdita di diritti, diventando protagonisti di una resistenza che nasce dalla necessità di difendere anni di vita spesi in fabbrica. La nuova ondata di conflittualità operaia si distingue dal passato perché coinvolge lavoratori più anziani e stabilizzati, radicati nei territori urbani, che non possono semplicemente “tornare al villaggio” e che lottano non solo per il salario ma per pensioni, contributi e indennità, vissuti come l’ultimo argine prima della marginalizzazione definitiva. Attraverso il caso della Fabbrica D e altri conflitti il libro mostra come gli operai sviluppino una notevole capacità organizzativa, anticipando le mosse dei padroni, monitorando lo smantellamento degli impianti e ricorrendo a scioperi preventivi, blocchi dei macchinari e occupazioni come uniche leve di potere reale. Allo stesso tempo emerge la brutalità della risposta padronale e statale, fatta di minacce, corruzione dei delegati, uso della polizia antisommossa, arresti mirati e violenza fisica che spezza progressivamente l’unità operaia. Le testimonianze dirette rivelano l’universo quotidiano dello sfruttamento: turni massacranti, salari manipolati, lavoro minorile, esposizione a sostanze tossiche, welfare smantellato e controllo sociale permanente. Figure come il delegato Wu incarnano la contraddizione del leader operaio, sospeso tra il senso di responsabilità verso i compagni e la vulnerabilità estrema alla repressione mentre il ruolo centrale delle donne negli scioperi mostra come il genere diventi anche una tattica di difesa collettiva contro la violenza statale. Il quadro che emerge è quello di una classe lavoratrice consapevole ma isolata che impara a proprie spese che lo Stato non è un arbitro neutrale ma il garante dell’ordine del capitale e che, pur subendo sconfitte durissime, lascia intravedere una memoria di lotta e una capacità di resistenza che collegano la condizione operaia cinese alle crisi del lavoro su scala globale.

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