Barbie Terrorista
Insegnano alle persone in sedia a rotelle come usare le armi, un giorno vai a scuola e ritrovi sparato da uno di loro. E c'è ancora chi parla di inclusione e rispetto.
Tra l'altro mirano pure meglio perché stanno sempre seduti...
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Barbie Terrorista
Tra l'altro mirano pure meglio perché stanno sempre seduti...
Ma se lo dici dicono che sei antise...die a rotelle
🤣6❤3
Confindustria ha deciso che il salario minimo è attrattivo
https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/19/il-presidente-di-confindustria-fvg-apre-al-salario-minimo-utile-per-rendere-il-lavoro-piu-attrattivo-in-una-fase-di-carenza-di-manodopera/8360126/
https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/19/il-presidente-di-confindustria-fvg-apre-al-salario-minimo-utile-per-rendere-il-lavoro-piu-attrattivo-in-una-fase-di-carenza-di-manodopera/8360126/
Il Fatto Quotidiano
Confindustria Fvg apre al salario minimo: "Utile per rendere il lavoro più attrattivo"
Leggi su Il Fatto Quotidiano.it: Il presidente di Confindustria Friuli Venezia Giulia, Pierluigi Zamò, si è espresso a favore del salario minimo durante una conferenza del Pd.
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Sono appena entrata su TikTok e ho scoperto che esiste la ship tra Giuseppe Conte e Silvia Salis
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Palese che gli americani e gli israeliani facciano false flag ovunque per farsi odiare da tutti. Mi sembra una strategia vincente
Forwarded from Alessandro Barbero: la Storia
Lenin contro il terrorismo: la rivoluzione non è un petardo, ne tantomeno un omicidio da criminalità organizzata.
R.D.
C’è una malattia politica che non passa mai di moda: quella di scambiare il gesto clamoroso per la storia. Fare il botto, uccidere il ministro, terrorizzare il regime, e poi immaginare che il popolo, per gratitudine o per entusiasmo, si metta ordinatamente a fare la rivoluzione. Una fantasia seducente, soprattutto per chi ha poca pazienza, pochissimo popolo e un ego piuttosto ben nutrito.
Lenin, su questo, era di una chiarezza che oggi farebbe male a molti professionisti dell’estremismo da salotto. Per lui il terrorismo individuale non era la forma più alta della lotta rivoluzionaria. Era, al contrario, il sintomo di una politica fallita o mai nata. Scriveva che certi ambienti si abbandonano con facilità a un “rivoluzionarismo estremistico”, ma restano impotenti proprio per la loro mancanza di “tenacia, spirito organizzativo, disciplina e fermezza”. E già qui il quadro è completo: molta gente ama la rivoluzione, purché non implichi organizzazione, pazienza, teoria e lavoro fra le masse. In pratica: adorano la tempesta, purché la faccia qualcun altro.
Il punto decisivo, per Lenin, è che l’avventurismo nasce quasi sempre da una debolezza sociale e politica. Chi non ha radici tra i lavoratori, chi non costruisce organizzazione, chi non sa trasformare il malcontento in forza collettiva, finisce facilmente per innamorarsi della “tangibilità immediata e la sensazionalità dei risultati”. Tradotto dal leninese all’italiano corrente: se non c’è un’esplosione, non gli sembra politica.
E invece no. Per Lenin qualsiasi arma, “senza il popolo lavoratore”, è “impotente, palesemente impotente”. E soprattutto il terrorismo ha un effetto perverso: non mobilita le masse, le trasforma in spettatori. Mentre il movimento di massa risveglia “lo spirito della lotta e l’ardimento”, i duelli fra Stato e terroristi producono “solo un’effimera sensazione” e poi conducono “all’apatia” e “all’attesa passiva del duello successivo”. È una frase micidiale, perché demolisce in una riga tutta la retorica dell’attentato esemplare: invece di educare il popolo all’azione, lo educa a guardare.
Per questo Lenin insisteva che il problema non è fare qualcosa di eclatante, ma fare ciò che serve davvero. E ciò che serve davvero è infinitamente più noioso, più difficile e meno cinematografico: costruire organizzazione, radicamento, disciplina, coscienza politica, egemonia. Insomma, tutto ciò che gli impazienti detestano.
Ancora più interessante è che Lenin non respinge il terrorismo per moralismo. Non fa il predicatore scandalizzato dalla violenza. Lo respinge “per ragioni di ordine pratico”. Vale a dire: non perché sia troppo duro, ma perché è troppo stupido. Perché sottrae energie al lavoro reale, disorganizza il movimento, isola i rivoluzionari e offre al potere esattamente il terreno su cui il potere è più forte: quello della repressione e della guerra clandestina tra piccoli gruppi.
E qui arriva la lezione più seria. Lenin sostiene che un vero rivoluzionario deve saper “manovrare, stringere accordi, stipulare compromessi”, sfruttare ogni contraddizione fra i nemici, ogni incrinatura, ogni alleato possibile, anche se instabile, provvisorio, infido. Per lui la politica rivoluzionaria non è una posa morale, ma un’arte difficile. Chi rinuncia a tutto questo in nome della purezza e del gesto assoluto, dice Lenin, “non ha capito un’acca né del marxismo né del moderno socialismo scientifico”.
Insomma: per Lenin il terrorista individuale non è il rivoluzionario più coerente. È spesso il contrario. È uno che, non sapendo costruire forza storica, cerca di sostituirla con il colpo di scena. Uno che non ha un partito, non ha masse, non ha strategia, ma ha una bomba e molta autostima. Il che, nella storia, basta di solito a fare un funerale, non una rivoluzione.
R.D.
C’è una malattia politica che non passa mai di moda: quella di scambiare il gesto clamoroso per la storia. Fare il botto, uccidere il ministro, terrorizzare il regime, e poi immaginare che il popolo, per gratitudine o per entusiasmo, si metta ordinatamente a fare la rivoluzione. Una fantasia seducente, soprattutto per chi ha poca pazienza, pochissimo popolo e un ego piuttosto ben nutrito.
Lenin, su questo, era di una chiarezza che oggi farebbe male a molti professionisti dell’estremismo da salotto. Per lui il terrorismo individuale non era la forma più alta della lotta rivoluzionaria. Era, al contrario, il sintomo di una politica fallita o mai nata. Scriveva che certi ambienti si abbandonano con facilità a un “rivoluzionarismo estremistico”, ma restano impotenti proprio per la loro mancanza di “tenacia, spirito organizzativo, disciplina e fermezza”. E già qui il quadro è completo: molta gente ama la rivoluzione, purché non implichi organizzazione, pazienza, teoria e lavoro fra le masse. In pratica: adorano la tempesta, purché la faccia qualcun altro.
Il punto decisivo, per Lenin, è che l’avventurismo nasce quasi sempre da una debolezza sociale e politica. Chi non ha radici tra i lavoratori, chi non costruisce organizzazione, chi non sa trasformare il malcontento in forza collettiva, finisce facilmente per innamorarsi della “tangibilità immediata e la sensazionalità dei risultati”. Tradotto dal leninese all’italiano corrente: se non c’è un’esplosione, non gli sembra politica.
E invece no. Per Lenin qualsiasi arma, “senza il popolo lavoratore”, è “impotente, palesemente impotente”. E soprattutto il terrorismo ha un effetto perverso: non mobilita le masse, le trasforma in spettatori. Mentre il movimento di massa risveglia “lo spirito della lotta e l’ardimento”, i duelli fra Stato e terroristi producono “solo un’effimera sensazione” e poi conducono “all’apatia” e “all’attesa passiva del duello successivo”. È una frase micidiale, perché demolisce in una riga tutta la retorica dell’attentato esemplare: invece di educare il popolo all’azione, lo educa a guardare.
Per questo Lenin insisteva che il problema non è fare qualcosa di eclatante, ma fare ciò che serve davvero. E ciò che serve davvero è infinitamente più noioso, più difficile e meno cinematografico: costruire organizzazione, radicamento, disciplina, coscienza politica, egemonia. Insomma, tutto ciò che gli impazienti detestano.
Ancora più interessante è che Lenin non respinge il terrorismo per moralismo. Non fa il predicatore scandalizzato dalla violenza. Lo respinge “per ragioni di ordine pratico”. Vale a dire: non perché sia troppo duro, ma perché è troppo stupido. Perché sottrae energie al lavoro reale, disorganizza il movimento, isola i rivoluzionari e offre al potere esattamente il terreno su cui il potere è più forte: quello della repressione e della guerra clandestina tra piccoli gruppi.
E qui arriva la lezione più seria. Lenin sostiene che un vero rivoluzionario deve saper “manovrare, stringere accordi, stipulare compromessi”, sfruttare ogni contraddizione fra i nemici, ogni incrinatura, ogni alleato possibile, anche se instabile, provvisorio, infido. Per lui la politica rivoluzionaria non è una posa morale, ma un’arte difficile. Chi rinuncia a tutto questo in nome della purezza e del gesto assoluto, dice Lenin, “non ha capito un’acca né del marxismo né del moderno socialismo scientifico”.
Insomma: per Lenin il terrorista individuale non è il rivoluzionario più coerente. È spesso il contrario. È uno che, non sapendo costruire forza storica, cerca di sostituirla con il colpo di scena. Uno che non ha un partito, non ha masse, non ha strategia, ma ha una bomba e molta autostima. Il che, nella storia, basta di solito a fare un funerale, non una rivoluzione.
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Renzi interpreterà Obama in uno spettacolo teatrale
Lettera43
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Matteo Renzi interpreterà Barack Obama in uno spettacolo teatrale. L’ex ministra della Giustizia Severino sarà la moglie Michelle.