ἄσκησις • áskēsis
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Canale dedicato alle tradizioni spirituali tra Oriente e Occidente, l'esoterismo come aspetto spirituale del mondo, l'ascenso, il furor poetico, la filosofia come trascendimento dell'illusione che pervade l'esistente.
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Thich Nhat Hanh, Vita di Siddhartha il Buddha narrata e ricostruita in base ai testi canonici pali e cinesi
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Se tutto è della natura del non-Sé, anātman, come può mai darsi il samādhi?
E se tutto è della natura del Sé, ātman, come può mai darsi il samādhi?
E se tutto è della natura del Sé e del non-Sé, come può mai darsi il samādhi?
Ma se tutto è Uno esso ha la natura della liberazione!


Avadhūtagītā 1, 23
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È nel rapporto tra genitur e genitus che si realizza l’immagine-gignere, immaginazione. Essa è produttiva nel processo di generazione in cui l’indeterminato originario, l’Ungrund böhmeano, la potenzialità assoluta, va a definirsi. Il principio è Magia, potenzialità di tutte le possibili immagini, passibile di infinite fissazioni, che attrae irresistibilmente a sé il principio attivo, la forma, l’attualizzarsi. In tal modo l’iniziale Maja si fa Sophia: «pienezza delle immagini nella loro essenzialità, in cui genitor e genitus si specchiano per cogliersi nel loro legame indissolubile» (p. 19). Il cosmo baaderiano si articola in natura, uomo e Dio, connessi tra loro in relazione reciproca, oltre il dualismo delle forze schellinghiane di attrazione-repulsione che, per esser rese vitali, devono venir precedute dalla relazione primaria: femminile-maschile. La posizione di Schelling non fa che trascrivere la solitudine e l’impotenza delle forze che, spezzato il  rapporto erotico che le univa nel principio: «si incontrano per subirsi e tormentarsi a vicenda» (p. 21). Le due potenze baaderiane sono l’espansione e il suo “vaso” contenente. Quest’ultima è detta “tintura” femminile, la prima,  “tintura” maschile, tende al fuori-di-sé: «il loro rapporto si instaura in un descensus-ascensus reciproco, come quiete nel movimento e movimento nella quiete» (p. 22). L’una non può stare senza l’altra, in quanto il femminile si unisce al femminile nel maschile, e il maschile al maschile nel femminile, durante il processo generativo. La visione gravitazionale moderna ha sterilizzato la vita del cosmo assolutizzando il momento maschile, “calcinandolo” nel suo fuoco espansivo ridotto a mera dispersione. Di contro, il principio femminile ha finito per imputridire, nell’isolamento,  dando luogo alla stagnazione dell’ “acqua di vita”.

La contemplazione della natura suscita nell’uomo la nostalgia del sacro connubio androginico di cui l’ermafroditismo non è che parodia degradata: «Ruolo dell’uomo […] era e resta ancora quello di generarsi a immagine di Dio nel cosmo, rigenerando insieme il cosmo stesso» (p. 26). Dio, letto non soltanto trinitariamente ma con riferimento alla possibilità non manifestata, si immerge negli uomini attraverso il Lógos. L’estasi erotica fa intravedere, oltre la sterile opposizione, l’unità archetipica di maschile e femminile. Generare il Figlio, in tali termini, significa dare senso e fondatezza al desiderio: «far prendere radice e figura all’instabile dualità in un terzo» (p. 34). Il centro della natura è rappresentato da un triangolo, figura del principio femminile, inscritto in una circonferenza, figura della perfezione divina, che unisce i tre vertici: «fondendo il molteplice nell’uno e l’uno nel molteplice, senza confonderli e senza scinderli ed opporli» (p. 35). Il Figlio, quindi, è: «mediazione all’instaurasi della quaternità del sé, della Verselbständigung» (p. 37), è Parola. Il farsi essenza dell’inessenziale è mediato dal linguaggio, che fa essere la realtà. La logica, in quanto scienza del Lógos, non è riducibile all’identitarismo concettuale ed escludente, ma é dottrina del processo alchimistico di individuazione.


https://www.paginefilosofali.it/filosofia-erotica-una-silloge-di-scritti-di-franz-von-baader-giovanni-sessa/
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Ci è Taranta dagni nu culore
Ca senza nulla faci
Ca senza nulla faci scazzicare

Ci è Taranta tantu ca te tene
Ca passanu le ure
Ca passanu le ure tutte pare

Ci è Taranta nutte poi fermare
Solo litanie
Solo litanie aggiu cantare

Ci è Taranta nulla poi tradire
Ca te trapassa l'anima
Ca te trapassa l'anima e lu core

Ci è Taranta lassala ballare
Ci è Malincunìa
Ci è Malincunìa càcciala fore



https://youtu.be/jtswRJcVI1E
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La Taranta (1962) di Gianfranco Mingozzi


D’estate in alcune zone del Salento, alcune donne iniziavano a percepire i primi sintomi dovuti ad un morso della Tarantola: e manifestavano segni di malessere, con conseguente isterismo e convulsioni.
Per cercare di guarirle si praticava una sorta di esorcismo musicale in casa.
Le tarantate erano disposte in un ambiente oscuro della loro casa e giacevano su un lenzuolo bianco adagiate sul pavimento, con delle immagini dei Santi Pietro e Paolo in evidenza.
Potevano scegliere di tenere in mano, o legarsi in vita un fazzoletto di un colore simbolico: rosso, verde o blu.
Partiva la musica, la pizzica, con un violino, una fisarmonica e un tamburello, strumenti tipici della cultura salentina. La tarantata iniziava ad agitarsi, si alzava, si rotolava a terra, con movimenti convulsi e volti a eliminare il veleno del morso della Taranta.
Alcune forme musicali come la “Pizzica Tarantata” che era un genere piu’ veloce e dal tono minore e drammatico, erano particolarmente indicate per la cura della malata, anche se ogni donna poteva avere una differente risposta alle melodie.

A seconda del “carattere della tarantata” si potevano interpretare differenti musiche terapeutiche:

“Pizzica indiavolata”
“Pizzica sorda“
“Pizzica minore” (generalmente in Re minore)
“Pizzica in Re maggiore“

Nel suo stato di trance, ella si rivolgeva a un’effigie di San Paolo, dialogando con lui, e chiedendo quale potesse essere la cura per il suo stato.
San Paolo era considerato il Santo dei poveri ed il protettore dagli animali striscianti tra cui i serpenti, scorpioni, ragni, e quindi anche la tarantola.


Il documentarista Gianfranco Mingozzi, sulla scorta della celebre inchiesta demartiniana sul tarantismo salentino, realizzò, con la consulenza dello studioso napoletano nel 1962 il documentario La taranta, dove si ritrovano le straordinarie immagini delle “terapie domiciliari” di alcune tarantate, eseguite nelle loro abitazioni (in particolare nel centro di Nardò). Questo film, arricchito da un immaginifico commento del poeta Salvatore Quasimodo (fresco vincitore del premio Nobel per le letteratura), ha contribuito molto alla diffusione della conoscenza di questo antico rituale, allora ripreso nelle sue fasi morenti, accentuandone inoltre un’immagine forse eccessivamente inquietante e “oscura”.


https://youtu.be/z607o3Sk3SY
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Il morso delle tarantola (1961) di Gianfranco Mingozzi


Pochi mesi prima dell’uscita del documentario, Mingozzi aveva usato le immagini girate nel Salento per il suo episodio degli undici che componevano il film Le italiane e l’amore (gli altri furono diretti dai registi Gian Vittorio Baldi, Marco Ferreri, Giulio Macchi, Francesco Maselli, Lorenza Mazzetti, Carlo Musso, Piero Nelli, Giulio Questi, Nelo Risi, Florestano Vancini, e al progetto generale collaborò anche Cesare Zavattini). Questa parte, intitolata Il morso della tarantola, che dura poco più di cinque minuti, contiene la spettacolare sequenze della meloterapia di una tarantata, montata in maniera più “cinematografica” rispetto al documentario ma soprattutto con un ritmo molto più serrato e con un rapporto più stretto fra immagini e musica (che ricordiamo fu registrata a parte da Diego Carpitella). Si tratta dunque di un documento più limitato ma molto più “potente” rispetto a La taranta.


https://youtu.be/HuT8z58Xwpo
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Il male di San Donato (1965) di Luigi di Gianni


Nell’estremo Salento, un relitto culturale rivela il fascino tremendo della pietà popolare meridionale. Montesano Salentino, comune della provincia di Lecce in Puglia, è un luogo desolato e diroccato, dove l’abitudinario silenzio dei malinconici luoghi viene (o per meglio dire veniva) infranto dalle voci lamentose e dal calvario di uomini e donne in preda al male di San Donato.

Le feste patronali odierne, laicizzate ed insterilite perché date in pasto all’industria culturale, si muovono fra processioni anonime ed individualiste, bancarelle, giochi pirotecnici e cantanti pop; facendo così cadere nell’oblio il folklore e la religione -delle “plebi rustiche del Mezzogiorno“- manifesto della loro eterna condizione storica e sociale. Ciò che rimane oggi del rito di San Donato (come di ogni rito religioso attuale) è l’adorazione votiva privata, di chi, toccato dal male cerca appiglio nella fede, tacendo e nascondendo agli altri la scandalosa malattia.

Rimane invece reclusa nel passato, quella forte connessione mimetica degli uomini di fede attraverso cui il male contagioso si dirama per tutto il paese, offrendo agli uomini tutti la possibilità di liberare i malesseri atavici, le repressioni, le angosce che finiscono per assumere forme patologiche. Un’adesione collettiva alla malattia che aveva il diritto di mostrarsi senza alcuna inibizione.

È in estate, tra i giorni più aridi dell’anno, precisamente il 6 e il 7 agosto che viene celebrata la festa patronale. San Donato oltre ad essere protettore degli epilettici è anche invocato come protettore contro il mal di testa e la follia perché una leggenda sostiene che morì decapitato, perdendo dunque la testa. Egli quindi, stranamente, protegge tutti quei “poveracci” che per follia, epilessia, o semplicemente per una forte emicrania “perdono la testa” in senso figurato.

A documentare l’autentico rito di San Donato, Luigi Di Gianni regista-antropologo, fascinato dall’intreccio tra ritualità pagana e cattolicesimo popolare nell’Italia del sud. Nel 1965 pubblicò il docufilm “Il male di San Donato”, in cui si tracciava la condizione magica ed arcaico-rurale del mondo contadino degli anni ’60.


https://youtu.be/upW9q1-mrno
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Media is too big
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Sanatorium pod klepsydra (1973) di Wojciech Has


“Perché ho la sensazione di essere già stato qui? Non conosciamo d’altronde già in anticipo tutti i paesaggi che incontreremo nella nostra vita? Può forse accadere qualcosa di totalmente nuovo?”
“Sanatorium pod klepsydra” (La clessidra) e i fantasmi del passato

Sanatorium pod klepsydra (La clessidra) è un film del 1973 diretto da Wojciech Has, vincitore del Premio della giuria al ventiseiesimo Festival di Cannes, interpretato da Jan Nowicki e Tadeusz Kondrat. È tratto da alcuni racconti visionari di Bruno Schulz.
Come per molti film con un significato oscuro e un approccio narrativo non tradizionale, la storia al centro di questa pellicola è ingannevolmente semplice e contemporaneamente inafferrabile: un uomo di nome Jozef (Jan Nowicki) va a far visita a suo padre Jakub (Tadeusz Kondrat) in un bizzarro istituto di cura che si presenta però come un luogo in rovina, gotico, coperto di rampicanti, dove scopriremo subito che il tempo non funziona normalmente.
Di lì a poco Jozef scopre, grazie a delle spiegazioni abbastanza confuse del medico fondatore della struttura, Gotard, che il sanatorio esiste in una dimensione “tascabile”, quella in cui il trascorrere del tempo al di fuori non ha alcun effetto su chi vi sta dentro, un mondo nuovo in cui la vita si prolunga in uno spazio-tempo inesistente che colpisce non solo i pazienti ma chiunque vi si addentri.
L’edificio quindi è una sorta di tempio magico che apre le porte a un continuum tra vita e morte, dove il tempo è scandito e confuso dai ricordi e dai sogni dei personaggi, una sorta di rivalsa su “un tempo consumato, consumato da altre persone, un tempo malandato pieno di buchi, come un setaccio” e dove ognuno ha il potere di ripercorrere in maniera illogica la propria esistenza, riattivando il tempo già trascorso e le infinite possibilità del passato.
Jozef si ritrova così a scivolare dentro e fuori dalla sua linea temporale e la realtà, come la struttura narrativa del film, diventa estremamente malleabile e soggettiva. Sebbene Jozef sia sempre mostrato come un adulto, il suo comportamento e le persone intorno lo raffigurano spesso come un bambino pronto a rivivere gli episodi più bizzarri e fantastici della sua infanzia: le avventure di un padre estremamente eccentrico che vive in una soffitta piena di uccelli e di libri e che da giovane fu arrestato per aver avuto “dei sogni proibiti”, le prime ragazze sulle quali aveva fantasticato nella sua fanciullezza e i suoi primi veri amori.
In questa fantasmagoria visiva, colorata come un caleidoscopio, è come se rovistassimo insieme al protagonista in un negozio di curiose antichità, disordinato e fantastico, pieno di detriti di passati dimenticati e accumulati e, come spesso succede nei sogni, se scavi tra le chincaglierie non sai mai cosa potresti trovare.


https://re-movies.com/2021/10/14/sanatorium-pod-klepsydra-la-clessidra-e-i-fantasmi-del-passato/
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«La potenza della preghiera è enorme, essa deriva dallo Spirito Santo».
«Padre, Lei parla sempre di quanto è importante guadagnarsi la Grazia dello Spirito Santo, ma come e dove la posso vedere? - gli chiesi - Le opere buone sono visibili, ma forse lo Spirito Santo si può vedere? Come posso sapere se esso è con me o no?».
Rispose: «La Grazia dello Spirito Santo, che ci è data con il Battesimo, splende nei nostri cuori a vergogna dei nostri peccati e delle tenebre che ci circondano. Essa si manifesta con un indicibile splendore a coloro attraverso i quali il Signore manifesta la sua Presenza. I Santi Apostoli sentivano in modo tangibile la presenza dello Spirito di Dio».
«E come potrei io esserne testimone?», gli chiesi.
Allora Padre Serafino mi pose la mano sulla spalla e mi disse: «Amico mio, tutti e due siamo nello Spirito Santo, Lei ed io. Perché non mi guarda?».
«Padre - gli risposi - non posso guardarla, poiché il suo volto, è divenuto più splendente del sole e gli occhi mi si abbagliano».
«Non tema, anima cara a Dio - riprese - poiché anche Lei adesso è splendente come me. Anche Lei ora è pieno di Spirito Santo, poiché altrimenti Lei non potrebbe vedere quale sono».
E piegatosi verso di me, mormorò dolcemente al mio orecchio: «Con tutto il cuore ho pregato il Signore di concederle di vedere con gi occhi corporei questa discesa del suo Spirito. Ed ecco, la pietà celeste ha confortato il suo cuore come una madre terrena consola i suoi figli. Perciò, amico mio, perché non mi guarda? Non abbia paura di nulla. Il Signore è con Lei».
lo allora lo guardai e sussultai. Pensate: in mezzo al sole, che è nel massimo splendore a mezzogiorno, vedete il volto dell'uomo che sta parlando con voi. Vedete il movimento delle sue labbra e l'espressione dei suoi occhi, sentite la sua voce, percepite la sua mano appoggiata sulla vostra spalla, ma non vedete né quella mano né quel volto; perché vedete soltanto quello splendore accecante che si diffonde dappertutto intorno a voi e che si riflette sulla distesa di neve che copre la radura e sui fiocchi che cadono simili a polvere bianca.
«Che cosa prova?», mi chiese Padre Serafino.
«Una quiete e una pace inesprimibili», risposi.
«La gioia che prova è cosa da nulla in confronto con quelli di cui è detto che “l’occhio ancora non vide, né l’orecchio udì, né il cuore presentì ciò che il Signore ha preparato a coloro che lo amano” (1Cor 2,9). Che cosa prova ancora?».
«Un indicibile calore», gli risposi.
«Quale, amico mio? Siamo in un bosco in pieno inverno, e tutt’intorno a noi c’è neve. Qual è questo calore che Lei prova?».
«Come se mi bagnassi in acqua calda — gli risposi — sento un profumo a me ignoto».
«Lo so, lo so — mi disse — Il profumo che Lei sente è quello dello Spirito di Dio. Ed il calore di cui parla non è nell’aria, ma in noi. Riscaldati da esso, gli eremiti non temevano il freddo dell’inverno, poiché indossavano la veste della Grazia, che sostituiva quella materiale. Il Regno di Dio è nel nostro intimo e la condizione in cui ora ci troviamo ne è la prova. Ecco che significa essere pieni dello Spirito Santo».


Padre Justin Popovic, San Serafino di Sarov. Vita e miracoli
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Nella gioia, noi ci muoviamo in un elemento che è del tutto fuori del tempo e del reale, con presenza perfettamente reale.
   Incandescenti, attraversiamo i muri.



Cristina Campo, Gli imperdonabili
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La metafisica de L’operaio di Ernst Jünger

Secondo Jünger esisterebbe un “solco” ineffabile definito di sovente eterno e immobile, di cui ogni forma (Gestalt) sarebbe il modo temporale. La Forma è una irradiazione (Strahlung) dell’Indistinto eterno ed immoto, è il modo tramite cui l’essenza numinosa della forma si fa tempo; la forma è un tutto che non si riduce alla somma delle sue parti. Ciò fa pensare che l’essenza della Gestalt non nasca e non muoia con gli elementi che ne garantiscono l’epifania, anche se il rapporto tra la forma e il suo evento è pressoché necessario. L’uomo non ha la possibilità di rappresentare la forma nella sua essenza, non la può cioè porre davanti a sé come un oggetto materiale o spirituale per poi misurarla razionalmente. Essa, in sé, è come l’Uno di Plotino. Ma l’uomo può “avvicinarsi” alla forma vivendola, cioè incarnandola. Vivere la forma significa dis-porsi alla sovraindividualità che è la modalità grazie a cui la forma si appresta a dominare globalmente. L’uomo travalica la propria individualità facendo spazio al dipanarsi della forma, tras-formandosi in Tipo. La Forma si manifesta infatti nel tipo. Essa è il sigillo, dice Jünger, rispetto al tipo che è l’impronta.

La forma è più vicina all’Indistinto; il tipo, irradiazione della Forma, valicata l’individualità, spalanca le porte all’impersonalità. Questo discorso appare fin qui assai astratto. Per comprendere come effettivamente l’uomo, facendosi Tipo, possa rispecchiare totalmente la forma, è necessario riflettere sul linguaggio della manifestazione della forma. L’uomo infatti si fa tipo (forma nel tempo) praticando, in certo qual modo essendo, il linguaggio della forma. Divenendo tipo, e cioè qualcosa che supera gli esclusivi interessi della propria isolata individualità, si pro-pone al servizio dell’espansione totale della forma.

Fondare una ideologia che a partire dalla metafisica, tramite l’interpretazione altrettanto metafisica della tecnica, attacchi nei fondamenti l’individuo e la sua idea di libertà, significa chiaramente avere come bersaglio il liberalismo che sull’individuo e sulla tutela dei suoi diritti basa la propria dottrina. I rivoluzionari conservatori si sentivano “vitalisti” proprio nel senso che aderivano nichilisticamente alle contraddizioni della realtà, specialmente laddove queste conducevano alla demolizione dell’apparato politico ed ideologico delle classi dominanti. Essi ambivano ad una distruzione da cui potesse originarsi un nuovo gerarchico Ordine e una nuova forma di partecipazione politica. La stessa nozione di forma come qualcosa che non si riduce alla somma delle sue parti, trova riscontro in una comunità politica che non esaurisce la sua essenza nell’addizione dei singoli che la costituiscono. La comunità organica, come la forma, è altro dalle sue parti, è “un altro che si aggiunge”, un di più a cui non si arriva tramite la mera somma di vari elementi. Così l’agire, il pensare e il sentire degli individui non sarebbero in questo contesto finalizzati al possesso della felicità personale, ma al “bene”, alla potenza della comunità che trascende la somma.


Luca Caddeo


https://www.centrostudilaruna.it/la-metafisica-de-l%E2%80%99operaio-di-ernst-junger.html
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L’attenzione è il solo cammino verso l’inesprimibile, la sola strada al mistero. Infatti è solidamente ancorata nel reale, e soltanto per allusioni celate nel reale si manifesta il mistero. I simboli delle sacre scritture, dei miti, delle fiabe, che per millenni hanno nutrito e consacrato la vita, si vestono delle forme più concrete di questa terra: dal Cespuglio Ardente al Grillo Parlante, dal Pomo della Conoscenza alle Zucche di Cenerentola.
Davanti alla realtà l’immaginazione indietreggia. L’attenzione la penetra invece, direttamente e come simbolo (pensiamo ai cieli di Dante, divina e minuziosa traduzione di una liturgia). Essa è dunque, alla fine, la forma più legittima, assoluta d’immaginazione. Quella a cui allude senza dubbio l’antico testo di alchimia là dove raccomanda di dedicare all’opera «la vera immaginazione e non quella fantastica». Intendendo con ciò, chiaramente, l’attenzione, in cui l’immaginazione è presente, sublimata, come il veleno nella medicina. Per uno dei tanti equivoci del linguaggio, comunemente la si chiama «fantasia creatrice».
Importa poco se a questo attimo creatore, nel quale si compie l’alchimia della perfetta attenzione, conducano lunghi e dolorosi pellegrinaggi, o se scaturisca da un’illuminazione. Tali lampi non sono se non quella scintilla (di origine e natura sempre più misteriose via via che per ogni cosa ci viene fornita una chiave) che l’attenzione sollecita e prepara: come il parafulmine il fulmine, come la preghiera il miracolo, come la ricerca di una rima l’ispirazione che proprio da quella rima potrà sgorgare.
A volte è l’attenzione di un’intera stirpe, di tutta una genealogia, che avvampa improvvisamente alla scintilla di un dio: «Io posi li piedi in quella parte della vita di là della quale non si puote ire più per desiderio di ritornare...».
Questo individuo dall’attenzione conclusiva, rapinatrice, il mondo lo definisce, con un’abbreviazione molto bella, un genio, significando colui che è abitato da un demone, che incarna il manifestarsi di uno spirito sconosciuto.


Cristina Campo, Gli imperdonabili
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Jeanne de Salzmann, La realtà dell'essere
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Le cose parlano con la loro forza senza nome.
Ci invade un senso di gioia, sorge il presagio dell'ora in cui ci lasceremo alle spalle non solo il nome, ma anche le cose.



Ernst Jünger, La Forbice
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