<b>Il Giorno della Russia eterna e universale</b>
<strong>Quella che si è celebrata anche quest’anno il 12 giugno è la prima festa nazionale dell’era post-sovietica. Ma per evitare di ingarbugliarsi con le interpretazioni ondivaghe sulle sue origini, Putin ha pensato bene di richiamarsi addirittura al principe Rjurik, il mitologico capo variago che secondo le antiche cronache avrebbe dato inizio alla storia della Rus’ nell’anno 862 a Novgorod, prima ancora della fondazione di Kiev</strong>Il 12 giugno si è festeggiato il <em>Den Rossii</em>, il “Giorno della Russia”, la prima festa nazionale dell’era post-sovietica, con grandi manifestazioni di giubilo collettivo per le strade e le piazze, le cosiddette <em>guljanja</em> o “passeggiate” tra concerti, giochi e fuochi d’artificio “da Kaliningrad alla Kamčatka”, fatta eccezione per la regione di Belgorod ai confini con l’Ucraina, dove infuriano i combattimenti da una parte all’altra della frontiera. Per rendere più sereno il cielo di Mosca, fin dai tempi del sindaco Jurij Lužkov, si sparano in cielo speciali sostanze per disperdere le nuvole, anche se quest’anno la manovra è riuscita solo in parte, con una mattinata di sole e ampi scrosci pomeridiani.In realtà la festività fu istituita prima ancora del crollo dell’Urss, il 12 giugno 1990, con l’approvazione della “Dichiarazione della sovranità” della repubblica sovietica russa Rsfsr, allora guidata dal segretario del partito locale, Boris Eltsin, che in quella stessa data nell’anno successivo fu eletto presidente, e solo a dicembre del 1991 mise fine all’Unione Sovietica. Si tratta quindi di una data che ricorda le fasi convulse e drammatiche del crollo dell’impero, col disperato tentativo gorbacioviano di trasformarlo in una Unione di Stati indipendenti; prima della Russia si erano dichiarati tali i Paesi Baltici, l’Azerbaigian, la Georgia e a maggio l’Ucraina. Il titolo della ricorrenza è rimasto infatti a lungo “Giorno dell’Indipendenza della Russia”, e solo nel 2002 è stato definitivamente liberato dal concetto di “indipendenza”, che di solito si attribuiscono i Paesi colonizzati quando si liberano dal dominio esterno, mentre risulta piuttosto grottesco per un Paese colonizzatore quando perde le colonie.Per non perdere del tutto il legame sovietico ormai consunto, poco prima della fine dell’Urss fu istituita quindi la “Comunità degli Stati Indipendenti”, l’8 dicembre 1991, una struttura nostalgica ancora esistente (almeno sulla carta) che riuniva nove delle quindici ex-repubbliche dell’Unione, tranne i Baltici e il Turkmenistan, che è rimasto “associato esterno” come usa fare Ašgabat in qualunque tipo di alleanza o cooperazione. Il 12 giugno rimane quindi di fatto la festa della caduta dell’Unione Sovietica, l’evento “più tragico di tutta la storia contemporanea” secondo le parole di Vladimir Putin, e allo stesso tempo l’orgoglio della Russia che da Repubblica diventa Stato e Federazione, trascinandosi tutte le contraddizioni ereditate dai decenni del comunismo “salvifico”, e che oggi la spingono a creare un nuovo ordine mondiale, rimettendosi al centro della storia a forza di bombe e di minacce atomiche.Per evitare di ingarbugliarsi con le interpretazioni ondivaghe sull’origine della festa, mentre distribuiva ai veterani della guerra e del lavoro le onorificenze degli Eroi di Russia, Putin ha pensato bene di richiamarsi addirittura al principe Rjurik, il mitologico capo variago che secondo le antiche cronache avrebbe dato inizio alla storia della Rus’ nell’anno 862 a Novgorod, quindi prima ancora della fondazione di Kiev e un secolo prima del Battesimo di Vladimir. L’ex-presidente Dmitrij Medvedev, in preda all’euforia non solo dell’occasione, ha mostrato trionfalmente una nuova carta geografica “interattiva” della Russia che comprende tutto il territorio dell’Ucraina, il cui nome è sostituito dall’appellativo di <em>Malorossija</em>, la Piccola Russia dei secoli passati. I blogger e i media indipendenti russi hanno invece tenuto una maratona a sostegno dei prigionieri…
<strong>Quella che si è celebrata anche quest’anno il 12 giugno è la prima festa nazionale dell’era post-sovietica. Ma per evitare di ingarbugliarsi con le interpretazioni ondivaghe sulle sue origini, Putin ha pensato bene di richiamarsi addirittura al principe Rjurik, il mitologico capo variago che secondo le antiche cronache avrebbe dato inizio alla storia della Rus’ nell’anno 862 a Novgorod, prima ancora della fondazione di Kiev</strong>Il 12 giugno si è festeggiato il <em>Den Rossii</em>, il “Giorno della Russia”, la prima festa nazionale dell’era post-sovietica, con grandi manifestazioni di giubilo collettivo per le strade e le piazze, le cosiddette <em>guljanja</em> o “passeggiate” tra concerti, giochi e fuochi d’artificio “da Kaliningrad alla Kamčatka”, fatta eccezione per la regione di Belgorod ai confini con l’Ucraina, dove infuriano i combattimenti da una parte all’altra della frontiera. Per rendere più sereno il cielo di Mosca, fin dai tempi del sindaco Jurij Lužkov, si sparano in cielo speciali sostanze per disperdere le nuvole, anche se quest’anno la manovra è riuscita solo in parte, con una mattinata di sole e ampi scrosci pomeridiani.In realtà la festività fu istituita prima ancora del crollo dell’Urss, il 12 giugno 1990, con l’approvazione della “Dichiarazione della sovranità” della repubblica sovietica russa Rsfsr, allora guidata dal segretario del partito locale, Boris Eltsin, che in quella stessa data nell’anno successivo fu eletto presidente, e solo a dicembre del 1991 mise fine all’Unione Sovietica. Si tratta quindi di una data che ricorda le fasi convulse e drammatiche del crollo dell’impero, col disperato tentativo gorbacioviano di trasformarlo in una Unione di Stati indipendenti; prima della Russia si erano dichiarati tali i Paesi Baltici, l’Azerbaigian, la Georgia e a maggio l’Ucraina. Il titolo della ricorrenza è rimasto infatti a lungo “Giorno dell’Indipendenza della Russia”, e solo nel 2002 è stato definitivamente liberato dal concetto di “indipendenza”, che di solito si attribuiscono i Paesi colonizzati quando si liberano dal dominio esterno, mentre risulta piuttosto grottesco per un Paese colonizzatore quando perde le colonie.Per non perdere del tutto il legame sovietico ormai consunto, poco prima della fine dell’Urss fu istituita quindi la “Comunità degli Stati Indipendenti”, l’8 dicembre 1991, una struttura nostalgica ancora esistente (almeno sulla carta) che riuniva nove delle quindici ex-repubbliche dell’Unione, tranne i Baltici e il Turkmenistan, che è rimasto “associato esterno” come usa fare Ašgabat in qualunque tipo di alleanza o cooperazione. Il 12 giugno rimane quindi di fatto la festa della caduta dell’Unione Sovietica, l’evento “più tragico di tutta la storia contemporanea” secondo le parole di Vladimir Putin, e allo stesso tempo l’orgoglio della Russia che da Repubblica diventa Stato e Federazione, trascinandosi tutte le contraddizioni ereditate dai decenni del comunismo “salvifico”, e che oggi la spingono a creare un nuovo ordine mondiale, rimettendosi al centro della storia a forza di bombe e di minacce atomiche.Per evitare di ingarbugliarsi con le interpretazioni ondivaghe sull’origine della festa, mentre distribuiva ai veterani della guerra e del lavoro le onorificenze degli Eroi di Russia, Putin ha pensato bene di richiamarsi addirittura al principe Rjurik, il mitologico capo variago che secondo le antiche cronache avrebbe dato inizio alla storia della Rus’ nell’anno 862 a Novgorod, quindi prima ancora della fondazione di Kiev e un secolo prima del Battesimo di Vladimir. L’ex-presidente Dmitrij Medvedev, in preda all’euforia non solo dell’occasione, ha mostrato trionfalmente una nuova carta geografica “interattiva” della Russia che comprende tutto il territorio dell’Ucraina, il cui nome è sostituito dall’appellativo di <em>Malorossija</em>, la Piccola Russia dei secoli passati. I blogger e i media indipendenti russi hanno invece tenuto una maratona a sostegno dei prigionieri…
<b>I potenti del mondo a lezione dal Papa</b>
<strong>Dopo aver letto sull’intelligenza artificiale, il Papa ha alzato lo sguardo sui leader seduti attorno al tavolo e ha consigliato loro la lettura del </strong><strong>“Padrone del mondo”</strong><strong> di Robert Hugh Benson. Per la cronaca, l’opera racconta di un futuro distopico in cui narra la presa del potere da parte di Julian Felsenburgh (dietro di lui c’è l’Anticristo), che in nome dell’umanitarismo e del comunismo, abbatte la Chiesa cattolica e conquista il mondo</strong>Sullo stesso argomento:Roma. Dopo aver letto il discorso preparato (nella forma breve, ha premesso), il Papa ha alzato lo sguardo sui leader seduti attorno al tavolo e ha consigliato loro la lettura del “Padrone del mondo” di Robert Hugh Benson, così da capire che è preferibile, quando si tratta di pensare ai destini del mondo, “non uniformare tutto”.Per la cronaca, l’opera consigliata racconta di un futuro distopico in cui narra la presa del potere da parte di Julian Felsenburgh (dietro di lui c’è l’Anticristo), che in nome dell’umanitarismo e del comunismo, abbatte la Chiesa cattolica e conquista il mondo. Questo è il contesto. <strong>L’ideale di mondo non uniforme è la massima politica del pontificato</strong>: il poliedro è meglio della sfera, che è perfetta e in cui ogni punto ha la stessa distanza dal centro e ogni punto è uguale l’uno all’altro. Meglio la varietà, le tante facce del poliedro, appunto. Ciascuna con le proprie caratteristiche e la propria identità. Papa Francesco era la guest star della seconda giornata di lavori del G7 a Borgo Egnazia. Atterrato a mezzogiorno, è stato scortato dalla premier Meloni nella sala riservata ai bilaterali, dove ha incontrato la direttrice generale dell’Fmi, Kristalina Georgieva, Volodymyr Zelensky, Emmanuel Macron e Justin Trudeau. Clima disteso e cordiale tra il verde degli ulivi e il bianco del tufo. Con il presidente ucraino è andata meglio rispetto allo scorso anno, quando già le foto post udienza rivelavano che le cose non erano andate bene (lo confermò l’algido comunicato di Kyiv, due ore dopo). <strong>Stavolta è lo stesso Zelensky, su X, a fare la sintesi del colloquio</strong>: “Ho incontrato il Pontefice e ho ringraziato Sua Santità per le sue preghiere per la pace in Ucraina, la sua vicinanza spirituale al nostro popolo e gli aiuti umanitari per gli ucraini. Ho informato il Papa delle conseguenze dell’aggressione russa, del suo terrore aereo e della difficile situazione energetica. Abbiamo discusso della formula della pace, del ruolo della Santa Sede nello stabilire una pace giusta e duratura e delle aspettative per il vertice sulla pace globale. Ho ringraziato la Santa Sede per la sua partecipazione al vertice e ho sottolineato i suoi sforzi volti ad avvicinare la pace, in particolare al ritorno dei bambini ucraini rapiti dalla Russia”. Francesco, al di là dei dieci bilaterali (ha visto anche il presidente keniota Ruto, l’indiano Modi, l’americano Biden, il brasiliano Lula e il turco Erdogan), è stato invitato a Borgo Egnazia <strong>per parlare di intelligenza artificiale</strong>. Tema alto e per certi versi oscuro, ma che per Bergoglio è riassumibile innanzitutto in “uno strumento affascinante e tremendo”. Affascinante perché entusiasma per le possibilità che offre, tremendo perché può essere usato in contesti bellici. E qui l’attenzione s’è destata fra i protagonisti del vertice – Francesco li ha salutati uno per uno, fermandosi per qualche secondo a dialogare con Erdogan –, divisi fra pacifisti tout court e interventisti (due posti più in là di Francesco sedeva Macron, che ha ipotizzato l’invio di uomini in armi in Ucraina): “In un dramma come quello dei conflitti armati è urgente ripensare lo sviluppo e l’utilizzo di dispositivi come le cosiddette ‘armi letali autonome’ per bandirne l’uso, cominciando già da un impegno fattivo e concreto per introdurre un sempre maggiore e significativo controllo umano. <strong>Nessuna macchina dovrebbe mai scegliere se togliere la vita a…
<strong>Dopo aver letto sull’intelligenza artificiale, il Papa ha alzato lo sguardo sui leader seduti attorno al tavolo e ha consigliato loro la lettura del </strong><strong>“Padrone del mondo”</strong><strong> di Robert Hugh Benson. Per la cronaca, l’opera racconta di un futuro distopico in cui narra la presa del potere da parte di Julian Felsenburgh (dietro di lui c’è l’Anticristo), che in nome dell’umanitarismo e del comunismo, abbatte la Chiesa cattolica e conquista il mondo</strong>Sullo stesso argomento:Roma. Dopo aver letto il discorso preparato (nella forma breve, ha premesso), il Papa ha alzato lo sguardo sui leader seduti attorno al tavolo e ha consigliato loro la lettura del “Padrone del mondo” di Robert Hugh Benson, così da capire che è preferibile, quando si tratta di pensare ai destini del mondo, “non uniformare tutto”.Per la cronaca, l’opera consigliata racconta di un futuro distopico in cui narra la presa del potere da parte di Julian Felsenburgh (dietro di lui c’è l’Anticristo), che in nome dell’umanitarismo e del comunismo, abbatte la Chiesa cattolica e conquista il mondo. Questo è il contesto. <strong>L’ideale di mondo non uniforme è la massima politica del pontificato</strong>: il poliedro è meglio della sfera, che è perfetta e in cui ogni punto ha la stessa distanza dal centro e ogni punto è uguale l’uno all’altro. Meglio la varietà, le tante facce del poliedro, appunto. Ciascuna con le proprie caratteristiche e la propria identità. Papa Francesco era la guest star della seconda giornata di lavori del G7 a Borgo Egnazia. Atterrato a mezzogiorno, è stato scortato dalla premier Meloni nella sala riservata ai bilaterali, dove ha incontrato la direttrice generale dell’Fmi, Kristalina Georgieva, Volodymyr Zelensky, Emmanuel Macron e Justin Trudeau. Clima disteso e cordiale tra il verde degli ulivi e il bianco del tufo. Con il presidente ucraino è andata meglio rispetto allo scorso anno, quando già le foto post udienza rivelavano che le cose non erano andate bene (lo confermò l’algido comunicato di Kyiv, due ore dopo). <strong>Stavolta è lo stesso Zelensky, su X, a fare la sintesi del colloquio</strong>: “Ho incontrato il Pontefice e ho ringraziato Sua Santità per le sue preghiere per la pace in Ucraina, la sua vicinanza spirituale al nostro popolo e gli aiuti umanitari per gli ucraini. Ho informato il Papa delle conseguenze dell’aggressione russa, del suo terrore aereo e della difficile situazione energetica. Abbiamo discusso della formula della pace, del ruolo della Santa Sede nello stabilire una pace giusta e duratura e delle aspettative per il vertice sulla pace globale. Ho ringraziato la Santa Sede per la sua partecipazione al vertice e ho sottolineato i suoi sforzi volti ad avvicinare la pace, in particolare al ritorno dei bambini ucraini rapiti dalla Russia”. Francesco, al di là dei dieci bilaterali (ha visto anche il presidente keniota Ruto, l’indiano Modi, l’americano Biden, il brasiliano Lula e il turco Erdogan), è stato invitato a Borgo Egnazia <strong>per parlare di intelligenza artificiale</strong>. Tema alto e per certi versi oscuro, ma che per Bergoglio è riassumibile innanzitutto in “uno strumento affascinante e tremendo”. Affascinante perché entusiasma per le possibilità che offre, tremendo perché può essere usato in contesti bellici. E qui l’attenzione s’è destata fra i protagonisti del vertice – Francesco li ha salutati uno per uno, fermandosi per qualche secondo a dialogare con Erdogan –, divisi fra pacifisti tout court e interventisti (due posti più in là di Francesco sedeva Macron, che ha ipotizzato l’invio di uomini in armi in Ucraina): “In un dramma come quello dei conflitti armati è urgente ripensare lo sviluppo e l’utilizzo di dispositivi come le cosiddette ‘armi letali autonome’ per bandirne l’uso, cominciando già da un impegno fattivo e concreto per introdurre un sempre maggiore e significativo controllo umano. <strong>Nessuna macchina dovrebbe mai scegliere se togliere la vita a…
<b>La necessità della grazia (II parte) – Il testo del video</b>
Proseguiamo i nostri incontri sulla grazia. Abbiamo iniziato due domeniche fa, con un’introduzione generale sui principi; e domenica scorsa abbiamo visto un primo gruppo di articoli (1-4) di san Tommaso, della quæstio 109 della I-II della Somma Teologica; articoli che rispondono a una domanda fondamentale, in filigrana, cioè se la grazia – in rapporto alla natura, alla conoscenza naturale, all’agire secondo la legge di natura – sia necessaria. E abbiamo introdotto l’idea importantissima della gratia sanans, cioè la grazia che – una volta entrati nello stato di natura decaduta, dunque non più la natura integra come era uscita dalle mani di Dio – diventa necessaria anche per riparare, per risanare le fragilità e le storture della natura.<strong>Oggi vediamo un altro gruppo di questioni</strong> <strong>che riguardano invece la necessità della grazia in riferimento ai beni soprannaturali</strong>. Vedremo quattro articoli, dal quinto all’ottavo, e lasceremo gli ultimi due per la prossima lezione. Mentre gli articoli 5-8 riguardano l’uomo in generale, gli ultimi due riguardano l’uomo già in grazia, dunque se l’uomo già in grazia abbia bisogno di un’ulteriore grazia per evitare il peccato (art. 9) e per perseverare (art. 10).<strong>Entriamo nella prima grande domanda che san Tommaso si pone nell’art. 5</strong> <strong>e cioè se l’uomo possa meritare la vita eterna senza la grazia</strong>. Non ci occuperemo in questa Ora di dottrina del grande tema del merito. Ci basti comprendere in questo momento che cosa intendiamo per meritare la vita eterna. Intendiamo questo meritare come una proporzione tra l’atto meritorio e ciò che viene meritato. In sostanza ci stiamo chiedendo: c’è una proporzione tra gli atti propri della natura umana e il premio meritato della vita eterna? O meglio, questo premio della vita eterna è meritato dagli atti umani, puramente umani? Dunque, sottintendiamo un rapporto di proporzione o di giustizia? Gli atti umani sono allo stesso livello della vita soprannaturale, eterna? Sono proporzionati ad essa al punto che questi atti possano, per giustizia, meritare la vita eterna?<strong>Se io compio un atto nei confronti di una persona</strong> posso dire di meritare, per giustizia, da quella persona una restituzione. Se io le vendo qualcosa di un certo valore, merito una ricompensa, cioè che mi venga dato un corrispettivo. Possiamo parlare di questo nel rapporto tra la natura e la vita eterna, tra la natura e la vita soprannaturale? Evidentemente no.<strong>San Tommaso dice infatti: «L’uomo non può meritare la vita eterna senza la grazia»</strong> (I-II, q. 109, 5). Una frase breve ma che contiene un mondo. Qui entriamo nel senso più proprio della grazia. Mentre gli articoli che abbiamo visto l’altra volta indicano una conseguenza, una ridondanza della grazia (la grazia risana la natura), qui, invece, abbiamo qualcosa di proprio. Cosa fa la grazia nella vita della persona? Crea una proporzione. Ora, la proporzione tra l’uomo e la vita eterna io la posso “creare” in due modi: 1) o perché abbasso la vita eterna e dunque sminuisco la vita eterna e ritengo che gli atti umani la possano meritare, perché in realtà non si tratta della vita eterna, ma dio un suo surrogato, di un prolungamento della vita naturale dell’uomo (si tratta di un livellamento verso il basso, per giustificare questa proporzionalità); 2) oppure, ed è la realtà, la vita eterna viene partecipata all’uomo che viene elevato. Ed ecco che dunque si crea una proporzione. Ma è una proporzione che non è data dalla natura in sé stessa, ma dalla sua elevazione. Usiamo un’immagine biblica: il povero viene elevato e invitato a sedere, a condividere la vita regale, la vita del re. Pensate –per capirci – a tante storie dove c’è una giovane povera di cui il principe azzurro si invaghisce e la invita, la eleva a una vita più elevata rispetto alla sua condizione originale.<strong>La grazia è questo</strong>, cioè la grazia abituale crea nell’anima…
Proseguiamo i nostri incontri sulla grazia. Abbiamo iniziato due domeniche fa, con un’introduzione generale sui principi; e domenica scorsa abbiamo visto un primo gruppo di articoli (1-4) di san Tommaso, della quæstio 109 della I-II della Somma Teologica; articoli che rispondono a una domanda fondamentale, in filigrana, cioè se la grazia – in rapporto alla natura, alla conoscenza naturale, all’agire secondo la legge di natura – sia necessaria. E abbiamo introdotto l’idea importantissima della gratia sanans, cioè la grazia che – una volta entrati nello stato di natura decaduta, dunque non più la natura integra come era uscita dalle mani di Dio – diventa necessaria anche per riparare, per risanare le fragilità e le storture della natura.<strong>Oggi vediamo un altro gruppo di questioni</strong> <strong>che riguardano invece la necessità della grazia in riferimento ai beni soprannaturali</strong>. Vedremo quattro articoli, dal quinto all’ottavo, e lasceremo gli ultimi due per la prossima lezione. Mentre gli articoli 5-8 riguardano l’uomo in generale, gli ultimi due riguardano l’uomo già in grazia, dunque se l’uomo già in grazia abbia bisogno di un’ulteriore grazia per evitare il peccato (art. 9) e per perseverare (art. 10).<strong>Entriamo nella prima grande domanda che san Tommaso si pone nell’art. 5</strong> <strong>e cioè se l’uomo possa meritare la vita eterna senza la grazia</strong>. Non ci occuperemo in questa Ora di dottrina del grande tema del merito. Ci basti comprendere in questo momento che cosa intendiamo per meritare la vita eterna. Intendiamo questo meritare come una proporzione tra l’atto meritorio e ciò che viene meritato. In sostanza ci stiamo chiedendo: c’è una proporzione tra gli atti propri della natura umana e il premio meritato della vita eterna? O meglio, questo premio della vita eterna è meritato dagli atti umani, puramente umani? Dunque, sottintendiamo un rapporto di proporzione o di giustizia? Gli atti umani sono allo stesso livello della vita soprannaturale, eterna? Sono proporzionati ad essa al punto che questi atti possano, per giustizia, meritare la vita eterna?<strong>Se io compio un atto nei confronti di una persona</strong> posso dire di meritare, per giustizia, da quella persona una restituzione. Se io le vendo qualcosa di un certo valore, merito una ricompensa, cioè che mi venga dato un corrispettivo. Possiamo parlare di questo nel rapporto tra la natura e la vita eterna, tra la natura e la vita soprannaturale? Evidentemente no.<strong>San Tommaso dice infatti: «L’uomo non può meritare la vita eterna senza la grazia»</strong> (I-II, q. 109, 5). Una frase breve ma che contiene un mondo. Qui entriamo nel senso più proprio della grazia. Mentre gli articoli che abbiamo visto l’altra volta indicano una conseguenza, una ridondanza della grazia (la grazia risana la natura), qui, invece, abbiamo qualcosa di proprio. Cosa fa la grazia nella vita della persona? Crea una proporzione. Ora, la proporzione tra l’uomo e la vita eterna io la posso “creare” in due modi: 1) o perché abbasso la vita eterna e dunque sminuisco la vita eterna e ritengo che gli atti umani la possano meritare, perché in realtà non si tratta della vita eterna, ma dio un suo surrogato, di un prolungamento della vita naturale dell’uomo (si tratta di un livellamento verso il basso, per giustificare questa proporzionalità); 2) oppure, ed è la realtà, la vita eterna viene partecipata all’uomo che viene elevato. Ed ecco che dunque si crea una proporzione. Ma è una proporzione che non è data dalla natura in sé stessa, ma dalla sua elevazione. Usiamo un’immagine biblica: il povero viene elevato e invitato a sedere, a condividere la vita regale, la vita del re. Pensate –per capirci – a tante storie dove c’è una giovane povera di cui il principe azzurro si invaghisce e la invita, la eleva a una vita più elevata rispetto alla sua condizione originale.<strong>La grazia è questo</strong>, cioè la grazia abituale crea nell’anima…
<b>Dal Niger al Pakistan, la dura vita dei cristiani sotto l’islam</b>
Il 29 giugno 2014 Abu Bakr al-Baghdadi, leader dell’Isis, lo Stato Islamico, proclamava Califfato i territori conquistati dai suoi jihadisti in Iraq e in Siria. La loro avanzata nelle settimane successive indusse decine di migliaia di cristiani a cercare scampo nella fuga. Nella notte tra il 6 e il 7 agosto in Iraq quasi 150 mila cristiani lasciarono Mosul, divenuta la capitale del Califfato, e la Piana di Ninive. Quasi tutti portavano con sé pochi effetti personali e anche quel poco fu loro tolto dai jihadisti. Se fossero rimasti avrebbero dovuto convertirsi all’islam oppure vivere come dhimmi, ossia avendo salva la vita e il permesso di restare cristiani, ma in cambio del pagamento di una specie di tassa, in uno status inferiore, discriminati, sottomessi alle leggi islamiche, costantemente sotto minaccia di morte e schiavitù in caso di trasgressione degli obblighi di comportamento loro imposti.<strong>Nel 2017 l’Isis è stato sconfitto in Medio Oriente, ma nel frattempo aveva messo radici in Africa</strong>, contendendo territori e affiliati ad al-Qaeda. Attualmente vanta diverse “province”: tra le più consolidate e temute, quella dell’Africa centrale (Iscap), attiva soprattutto in Mali, Burkina Faso e Niger, quella dell’Africa Occidentale (Iswap), in Nigeria e nella regione del lago Ciad, e quella del Grande Sahara (Isgs), in Uganda, Repubblica democratica del Congo e Mozambico.<strong>Nei territori sotto il suo controllo, l’Isis africano impone le sue regole</strong>. Altri cristiani sono costretti ad accettare lo status di dhimmi o fuggire. Succede ad esempio in Niger. Non lontano dalla capitale Niamey, nella cosiddetta area dei “Tre Confini”, la regione di Liptako Gourma che unisce Mali, Burkina Faso e Niger, il governo, anche adesso che una giunta militare ha preso il potere promettendo sicurezza e ordine, lascia che agiscano praticamente incontrastati trafficanti, bande armate e soprattutto gruppi jihadisti. I residenti della regione sono per lo più agricoltori poveri. I jihadisti razziano i loro raccolti e il loro bestiame, fortunati se ne risparmiano la vita. Infieriscono in particolare contro la minoranza cristiana (oltre il 90% della popolazione è musulmana). Quando arrivano in un villaggio, lo circondano sparando e riuniscono gli abitanti in uno spiazzo. Poi identificano i cristiani e offrono loro la scelta tra due opzioni: o pagare una tassa annua di 50.000 franchi Cfa (76 euro) per ogni maschio adulto, a partire dall’età di 15 anni, oppure convertirsi all’islam. Quelli che rifiutano entrambe le opzioni devono lasciare il villaggio e tutti i loro averi, casa, terra, bestiame. Di solito i jihadisti concedono una settimana per dare una risposta. Se rifiutano di convertirsi all’islam, in realtà non hanno altra scelta che andarsene. Infatti 50.000 Cfa sono una cifra enorme in un Paese che è uno dei più poveri al mondo, dove lo stipendio medio mensile oscilla tra i 55.000 e i 75.000 Cfa. Inoltre, si sa che, se si paga l’imposta richiesta, l’anno successivo questa verrà raddoppiata.<strong>In Niger è l’islam del jihad, della “guerra santa”, a rendere insicura e dolorosa la vita dei cristiani</strong>. Ma nel <em>dar al-Islam</em>, così i musulmani chiamano le terre conquistate all’islam, secoli di persecuzioni, discriminazioni, ostilità hanno abituato tanti musulmani a considerare i cristiani inferiori, privi di diritti, cittadini di seconda categoria.<strong>Nelle scorse settimane in Pakistan sono stati uccisi due cristiani</strong>. Shahid Masih lavorava in una fattoria a Ghang Sheikhupura, un villaggio della provincia del Punjab. Il suo padrone si era convinto che fosse responsabile del furto di alcune capre. L’8 maggio lui e alcuni suoi amici lo hanno sequestrato, legato, preso a bastonate e infine costretto a bere dell’acido. È morto per le lesioni agli organi interni provocate dall’acido. Il 25 maggio Nazir Masih, 72 anni, è stato aggredito a Sargodha, sempre nel Punjab, da centinaia di persone…
Il 29 giugno 2014 Abu Bakr al-Baghdadi, leader dell’Isis, lo Stato Islamico, proclamava Califfato i territori conquistati dai suoi jihadisti in Iraq e in Siria. La loro avanzata nelle settimane successive indusse decine di migliaia di cristiani a cercare scampo nella fuga. Nella notte tra il 6 e il 7 agosto in Iraq quasi 150 mila cristiani lasciarono Mosul, divenuta la capitale del Califfato, e la Piana di Ninive. Quasi tutti portavano con sé pochi effetti personali e anche quel poco fu loro tolto dai jihadisti. Se fossero rimasti avrebbero dovuto convertirsi all’islam oppure vivere come dhimmi, ossia avendo salva la vita e il permesso di restare cristiani, ma in cambio del pagamento di una specie di tassa, in uno status inferiore, discriminati, sottomessi alle leggi islamiche, costantemente sotto minaccia di morte e schiavitù in caso di trasgressione degli obblighi di comportamento loro imposti.<strong>Nel 2017 l’Isis è stato sconfitto in Medio Oriente, ma nel frattempo aveva messo radici in Africa</strong>, contendendo territori e affiliati ad al-Qaeda. Attualmente vanta diverse “province”: tra le più consolidate e temute, quella dell’Africa centrale (Iscap), attiva soprattutto in Mali, Burkina Faso e Niger, quella dell’Africa Occidentale (Iswap), in Nigeria e nella regione del lago Ciad, e quella del Grande Sahara (Isgs), in Uganda, Repubblica democratica del Congo e Mozambico.<strong>Nei territori sotto il suo controllo, l’Isis africano impone le sue regole</strong>. Altri cristiani sono costretti ad accettare lo status di dhimmi o fuggire. Succede ad esempio in Niger. Non lontano dalla capitale Niamey, nella cosiddetta area dei “Tre Confini”, la regione di Liptako Gourma che unisce Mali, Burkina Faso e Niger, il governo, anche adesso che una giunta militare ha preso il potere promettendo sicurezza e ordine, lascia che agiscano praticamente incontrastati trafficanti, bande armate e soprattutto gruppi jihadisti. I residenti della regione sono per lo più agricoltori poveri. I jihadisti razziano i loro raccolti e il loro bestiame, fortunati se ne risparmiano la vita. Infieriscono in particolare contro la minoranza cristiana (oltre il 90% della popolazione è musulmana). Quando arrivano in un villaggio, lo circondano sparando e riuniscono gli abitanti in uno spiazzo. Poi identificano i cristiani e offrono loro la scelta tra due opzioni: o pagare una tassa annua di 50.000 franchi Cfa (76 euro) per ogni maschio adulto, a partire dall’età di 15 anni, oppure convertirsi all’islam. Quelli che rifiutano entrambe le opzioni devono lasciare il villaggio e tutti i loro averi, casa, terra, bestiame. Di solito i jihadisti concedono una settimana per dare una risposta. Se rifiutano di convertirsi all’islam, in realtà non hanno altra scelta che andarsene. Infatti 50.000 Cfa sono una cifra enorme in un Paese che è uno dei più poveri al mondo, dove lo stipendio medio mensile oscilla tra i 55.000 e i 75.000 Cfa. Inoltre, si sa che, se si paga l’imposta richiesta, l’anno successivo questa verrà raddoppiata.<strong>In Niger è l’islam del jihad, della “guerra santa”, a rendere insicura e dolorosa la vita dei cristiani</strong>. Ma nel <em>dar al-Islam</em>, così i musulmani chiamano le terre conquistate all’islam, secoli di persecuzioni, discriminazioni, ostilità hanno abituato tanti musulmani a considerare i cristiani inferiori, privi di diritti, cittadini di seconda categoria.<strong>Nelle scorse settimane in Pakistan sono stati uccisi due cristiani</strong>. Shahid Masih lavorava in una fattoria a Ghang Sheikhupura, un villaggio della provincia del Punjab. Il suo padrone si era convinto che fosse responsabile del furto di alcune capre. L’8 maggio lui e alcuni suoi amici lo hanno sequestrato, legato, preso a bastonate e infine costretto a bere dell’acido. È morto per le lesioni agli organi interni provocate dall’acido. Il 25 maggio Nazir Masih, 72 anni, è stato aggredito a Sargodha, sempre nel Punjab, da centinaia di persone…
<b>«Noi cristiani di Terra Santa chiamati a curare la grande ferita»</b>
Possono accadere cose sorprendenti e inaspettate in un incontro con Sua Beatitudine Teofilo III, da 19 anni patriarca greco ortodosso di Gerusalemme, una delle più influenti figure del mondo cristiano, amico di papa Francesco, del patriarca latino, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, del custode di Terra Santa, padre Francesco Patton. Può accadere che un’intervista si trasformi in un dialogo, che è una parola carica di significati, non un cortese e formale scambio di opinioni: dia-logos, in greco suona come un viaggio del pensiero, del pensiero profondo, un viaggio nel quale ognuno riceve e ognuno dà, qualcosa cambia. L’inatteso è anche questo, la capacità di ascolto di quest’uomo chiamato ad assumere una responsabilità enorme, patriarca della Chiesa Madre, così la chiamano i greci, dove Gesù è morto e risorto, dove nella Pentecoste è nata la Chiesa guidata dallo Spirito Santo.Teofilo ascolta e risponde sempre con parole chiare e semplici, sorridendo. Ha 72 anni, al secolo Ilias Giannopoulos, nato in un villaggio del Peloponneso, Gargalianoi, entrato a 12 anni nella Fraternità del Santo Sepolcro, la comunità ortodossa dei consacrati che vivono a Gerusalemme nel convento accanto al Sepolcro. Prende i voti a 18 anni, e sceglie il nome di Teofilo, amico di Dio. Lo mandano a studiare ad Atene, in Inghilterra, all’università ebraica di Gerusalemme. Va a Mosca come rappresentante del Patriarcato greco. È parroco a Cana di Galilea prima di essere scelto dal Santo Sinodo come primate e patriarca in Terra Santa. Pochi come lui conoscono il mondo cristiano occidentale ed orientale.lo ha incontrato nel palazzo del Patriarcato, a pochi metri dalla basilica del Sepolcro, che i greci preferiscono chiamare Anastasi, Resurrezione. Un palazzo che racchiude duemila anni di storia, documenti, manoscritti rarissimi in greco antico, siriaco ed aramaico, solo in piccola parte catalogati, ed è uno spettacolo e un privilegio poterli vedere e sfiorare. Scritti quando i cristiani erano ancora una cosa sola, come chiede Cristo al Padre. Ma è il dialogo con Teofilo che apre nuove prospettive all’unità dei cristiani. A cominciare dal luogo dove più aspra è la sofferenza e più reale l’unità, fatta non solo di parole e filosofia.<strong>Sua Beatitudine, a Gaza cattolici e ortodossi vivono insieme, condividono una casa, una sola chiesa dove pregano dopo il bombardamento della basilica ortodossa di San Porfirio, dividono il cibo, tutto quello che hanno. Sono in piena comunione di vita mentre infuria la guerra. C’è qualcosa di profetico in questo ecumenismo nella sofferenza?</strong>Teofilo si fa più serio, guarda negli occhi l’interlocutore. «Non accade solo da oggi, da tempo a Gaza cattolici romani e greci vivono insieme e condividono molte cose materiali e non solo, ma naturalmente oggi, in queste circostanze speciali, la crisi della guerra ha creato qualcosa di più e di nuovo, sì, sono vicini, sono insieme. Ma questa accoglienza è profetica anche perché si è aperta a tutti, non solo ai cristiani, a chiunque abbia bisogno. Le nostre chiese nell’aiutare chi ha bisogno non fanno discriminazioni,<strong>Lei ha una buona relazione con il Papa, Francesco, con il cardinale Pizzaballa, con il custode di terra santa padre Patton…</strong>«Sì, può dirlo, è vero».<strong>Ed è lo stesso per i vostri fedeli? In Gerusalemme cattolici e ortodossi stanno costruendo una nuova pace nella comunione?</strong>«Penso che abbiamo già costruito la pace, la base della pace. È una pace che ora si vede nel rispetto reciproco, nella comprensione reciproca. C’è un segno grande nei lavori di restauro del Sepolcro: il restauro della edicola del Santo Sepolcro in comune accordo, in concordia, è una sorta di miracolo».Per secoli la Basilica è stata regolata dalle rigidissime regole dello status quo. Non si poteva spostare nemmeno una pietra, ogni spazio era diviso tra le diverse confessioni, cattolici, ortodossi, armeni, copti, siriaci. Diversi riti, diversi…
Possono accadere cose sorprendenti e inaspettate in un incontro con Sua Beatitudine Teofilo III, da 19 anni patriarca greco ortodosso di Gerusalemme, una delle più influenti figure del mondo cristiano, amico di papa Francesco, del patriarca latino, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, del custode di Terra Santa, padre Francesco Patton. Può accadere che un’intervista si trasformi in un dialogo, che è una parola carica di significati, non un cortese e formale scambio di opinioni: dia-logos, in greco suona come un viaggio del pensiero, del pensiero profondo, un viaggio nel quale ognuno riceve e ognuno dà, qualcosa cambia. L’inatteso è anche questo, la capacità di ascolto di quest’uomo chiamato ad assumere una responsabilità enorme, patriarca della Chiesa Madre, così la chiamano i greci, dove Gesù è morto e risorto, dove nella Pentecoste è nata la Chiesa guidata dallo Spirito Santo.Teofilo ascolta e risponde sempre con parole chiare e semplici, sorridendo. Ha 72 anni, al secolo Ilias Giannopoulos, nato in un villaggio del Peloponneso, Gargalianoi, entrato a 12 anni nella Fraternità del Santo Sepolcro, la comunità ortodossa dei consacrati che vivono a Gerusalemme nel convento accanto al Sepolcro. Prende i voti a 18 anni, e sceglie il nome di Teofilo, amico di Dio. Lo mandano a studiare ad Atene, in Inghilterra, all’università ebraica di Gerusalemme. Va a Mosca come rappresentante del Patriarcato greco. È parroco a Cana di Galilea prima di essere scelto dal Santo Sinodo come primate e patriarca in Terra Santa. Pochi come lui conoscono il mondo cristiano occidentale ed orientale.lo ha incontrato nel palazzo del Patriarcato, a pochi metri dalla basilica del Sepolcro, che i greci preferiscono chiamare Anastasi, Resurrezione. Un palazzo che racchiude duemila anni di storia, documenti, manoscritti rarissimi in greco antico, siriaco ed aramaico, solo in piccola parte catalogati, ed è uno spettacolo e un privilegio poterli vedere e sfiorare. Scritti quando i cristiani erano ancora una cosa sola, come chiede Cristo al Padre. Ma è il dialogo con Teofilo che apre nuove prospettive all’unità dei cristiani. A cominciare dal luogo dove più aspra è la sofferenza e più reale l’unità, fatta non solo di parole e filosofia.<strong>Sua Beatitudine, a Gaza cattolici e ortodossi vivono insieme, condividono una casa, una sola chiesa dove pregano dopo il bombardamento della basilica ortodossa di San Porfirio, dividono il cibo, tutto quello che hanno. Sono in piena comunione di vita mentre infuria la guerra. C’è qualcosa di profetico in questo ecumenismo nella sofferenza?</strong>Teofilo si fa più serio, guarda negli occhi l’interlocutore. «Non accade solo da oggi, da tempo a Gaza cattolici romani e greci vivono insieme e condividono molte cose materiali e non solo, ma naturalmente oggi, in queste circostanze speciali, la crisi della guerra ha creato qualcosa di più e di nuovo, sì, sono vicini, sono insieme. Ma questa accoglienza è profetica anche perché si è aperta a tutti, non solo ai cristiani, a chiunque abbia bisogno. Le nostre chiese nell’aiutare chi ha bisogno non fanno discriminazioni,<strong>Lei ha una buona relazione con il Papa, Francesco, con il cardinale Pizzaballa, con il custode di terra santa padre Patton…</strong>«Sì, può dirlo, è vero».<strong>Ed è lo stesso per i vostri fedeli? In Gerusalemme cattolici e ortodossi stanno costruendo una nuova pace nella comunione?</strong>«Penso che abbiamo già costruito la pace, la base della pace. È una pace che ora si vede nel rispetto reciproco, nella comprensione reciproca. C’è un segno grande nei lavori di restauro del Sepolcro: il restauro della edicola del Santo Sepolcro in comune accordo, in concordia, è una sorta di miracolo».Per secoli la Basilica è stata regolata dalle rigidissime regole dello status quo. Non si poteva spostare nemmeno una pietra, ogni spazio era diviso tra le diverse confessioni, cattolici, ortodossi, armeni, copti, siriaci. Diversi riti, diversi…
La Madonna mobilita il suo esercito
17 giugno 2024: editoriale del Direttore di Radio Maria, Padre Livio Fanzaga.The post La Madonna mobilita il suo esercito appeared first on Radio Maria.
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Pressing su Mosca per la pace L’idea di un vertice in autunno
Alla fine del vertice di Bürgenstock, il ministro degli Esteri elvetico, Ignazio Cassis, tiene a sottolineare:«Siamo costantemente in contatto con i russi». Come dire: ci sono buone possibilità di non disperdere i risultati emersi dal «Summit sulla pace in Ucraina» che si è chiuso domenica.Dmitry Peskov, il portavoce di Putin, commenta sarcastico: «Quali risultati? Senza la Russia al tavolo del confronto sono pari a zero».E allora come coinvolgere il Cremlino? Magari in un secondo vertice da tenere prima delle elezioni americane a novembre? Servirebbe uno schema accettabile, almeno come base di partenza, sulle due questioni chiave: l’integrità territoriale e le scelte militari dell’Ucraina.Nei colloqui informali a Bürgenstock sarebbero spuntate «sei o sette formule». Suggerimenti avanzati dall’Arabia Saudita, dalla Turchia, ma soprattutto dall’inedito asse tra Cina e Brasile.Xi Jinping non ha inviato nessuno in Svizzera, perché non c’era la Russia. L’esito della Conferenza, con 12 Paesi che non hanno firmato il comunicato finale, sembra dimostrare, ancora una volta, quanto sia fondamentale la leva dei cinesi per smuovere Putin.L’attenzione generale, quindi, torna a concentrarsi sul piano in dodici punti che, secondo il capo della diplomazia di Pechino, Wang Yi, raccoglierebbe il consenso di almeno 26 Stati.Gli aspetti essenziali sono due. Primo: «Rispetto dell’integrità e sovranità territoriale». Secondo: «Abbandonare la mentalità della guerra fredda», cioè limitare l’espansione della Nato e quindi impedire che comprenda anche l’Ucraina.Le richieste di KievI russi si devono ritirare dai territori occupati e Kiev deve recuperare sovranità sui confiniPer Putin è «una buona base». Zelensky si è detto disposto a «discuterne nel merito». Finora, però, il confronto è andato in corto circuito già sul primo snodo: i russi si devono ritirare dai territori occupati e il governo di Kiev deve recuperare piena sovranità sui confini. Sì, ma quali?Quelli fissati nel 1991, l’anno dell’indipendenza, o quelli acquisiti nel 2014, con la Crimea e parte del Donbass controllati da Mosca? Gli ucraini dovrebbero rinunciare a qualcosa? Sì, ma a che cosa?Quasi certamente alla Crimea. Del resto, informalmente, gli americani hanno sempre considerato la penisola irrecuperabile.Non basterebbe: i russi, come minimo, puntano a mantenere il corridoio terrestre che dal Donbass arriva quasi a Odessa, passando da Mariupol. Zelensky le considera «condizioni inaccettabili», mentre sembra che parte dell’opinione pubblica ucraina sia rassegnata alla rinuncia di alcune zone del Paese.Molto dipende dai nuovi assetti geopolitici. Gli americani hanno promesso a Zelensky che il percorso di avvicinamento dell’Ucraina alla Nato è irreversibile. Ma, stando alle indiscrezioni, nel prossimo vertice transatlantico, in programma a Washington dal 9 all’11 luglio, non sarà presa alcuna decisione formale.Anche qui il quadro è in movimento. Gli Stati Uniti hanno appena firmato un impegno di assistenza militare all’Ucraina, pluriennale. Il segretario della Nato Jens Stoltenberg proporrà un fondo di finanziamento a lungo termine a favore di Kiev.Sono garanzie sufficienti per Zelensky? E, soprattutto, Putin sarebbe disposto ad accettarle?Questo è il secondo ponte da attraversare per incontrarsi, come propongono i cinesi, «a metà strada».The post Pressing su Mosca per la pace L’idea di un vertice in autunno appeared first on Radio Maria.
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Alla fine del vertice di Bürgenstock, il ministro degli Esteri elvetico, Ignazio Cassis, tiene a sottolineare:«Siamo costantemente in contatto con i russi». Come dire: ci sono buone possibilità di non disperdere i risultati emersi dal «Summit sulla pace in Ucraina» che si è chiuso domenica.Dmitry Peskov, il portavoce di Putin, commenta sarcastico: «Quali risultati? Senza la Russia al tavolo del confronto sono pari a zero».E allora come coinvolgere il Cremlino? Magari in un secondo vertice da tenere prima delle elezioni americane a novembre? Servirebbe uno schema accettabile, almeno come base di partenza, sulle due questioni chiave: l’integrità territoriale e le scelte militari dell’Ucraina.Nei colloqui informali a Bürgenstock sarebbero spuntate «sei o sette formule». Suggerimenti avanzati dall’Arabia Saudita, dalla Turchia, ma soprattutto dall’inedito asse tra Cina e Brasile.Xi Jinping non ha inviato nessuno in Svizzera, perché non c’era la Russia. L’esito della Conferenza, con 12 Paesi che non hanno firmato il comunicato finale, sembra dimostrare, ancora una volta, quanto sia fondamentale la leva dei cinesi per smuovere Putin.L’attenzione generale, quindi, torna a concentrarsi sul piano in dodici punti che, secondo il capo della diplomazia di Pechino, Wang Yi, raccoglierebbe il consenso di almeno 26 Stati.Gli aspetti essenziali sono due. Primo: «Rispetto dell’integrità e sovranità territoriale». Secondo: «Abbandonare la mentalità della guerra fredda», cioè limitare l’espansione della Nato e quindi impedire che comprenda anche l’Ucraina.Le richieste di KievI russi si devono ritirare dai territori occupati e Kiev deve recuperare sovranità sui confiniPer Putin è «una buona base». Zelensky si è detto disposto a «discuterne nel merito». Finora, però, il confronto è andato in corto circuito già sul primo snodo: i russi si devono ritirare dai territori occupati e il governo di Kiev deve recuperare piena sovranità sui confini. Sì, ma quali?Quelli fissati nel 1991, l’anno dell’indipendenza, o quelli acquisiti nel 2014, con la Crimea e parte del Donbass controllati da Mosca? Gli ucraini dovrebbero rinunciare a qualcosa? Sì, ma a che cosa?Quasi certamente alla Crimea. Del resto, informalmente, gli americani hanno sempre considerato la penisola irrecuperabile.Non basterebbe: i russi, come minimo, puntano a mantenere il corridoio terrestre che dal Donbass arriva quasi a Odessa, passando da Mariupol. Zelensky le considera «condizioni inaccettabili», mentre sembra che parte dell’opinione pubblica ucraina sia rassegnata alla rinuncia di alcune zone del Paese.Molto dipende dai nuovi assetti geopolitici. Gli americani hanno promesso a Zelensky che il percorso di avvicinamento dell’Ucraina alla Nato è irreversibile. Ma, stando alle indiscrezioni, nel prossimo vertice transatlantico, in programma a Washington dal 9 all’11 luglio, non sarà presa alcuna decisione formale.Anche qui il quadro è in movimento. Gli Stati Uniti hanno appena firmato un impegno di assistenza militare all’Ucraina, pluriennale. Il segretario della Nato Jens Stoltenberg proporrà un fondo di finanziamento a lungo termine a favore di Kiev.Sono garanzie sufficienti per Zelensky? E, soprattutto, Putin sarebbe disposto ad accettarle?Questo è il secondo ponte da attraversare per incontrarsi, come propongono i cinesi, «a metà strada».The post Pressing su Mosca per la pace L’idea di un vertice in autunno appeared first on Radio Maria.
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<b>Il dialogo è l’unica via per la pace in Ucraina</b>
Nei giorni 15-16 giugno 2024, la Santa Sede, accogliendo l’invito congiunto della presidente della Confederazione Svizzera, Viola Amherd, e del presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, ha partecipato come osservatore alla Conferenza di alto livello per la pace in Ucraina, tenutasi in Svizzera.Essa è stata rappresentata dal segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, accompagnato dal nunzio apostolico in Svizzera, l’arcivescovo Martin Krebs, e da monsignor Paul Butnaru, officiale della Sezione per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali della Segreteria di Stato.In linea con la natura propria della Santa Sede e la sua qualità di Osservatore e seguendo la prassi di non sottoscrivere dichiarazioni congiunte, la Delegazione della Santa Sede si è astenuta dalla firma del Comunicato finale, mentre ha espresso sostegno alle conclusioni del Vertice, secondo quanto dichiarato nell’intervento che il cardinale Parolin ha pronunciato durante la Sessione plenaria finale. Di seguito una traduzione dall’inglese dell’intervento.La Santa Sede apprezza la convocazione di questo Vertice di Alto livello sulla pace per l’Ucraina, ospitato congiuntamente dalla Svizzera e dall’Ucraina.Si tratta di un evento di importanza globale, preparato con attenzione dall’Ucraina che, pur dovendo dedicare enormi sforzi per difendersi contro l’aggressione, ha continuato a lavorare anche sul fronte diplomatico, desiderosa di giungere ad una pace giusta e duratura.Dinanzi alla guerra e alle sue tragiche conseguenze, è importante non rassegnarsi mai, ma continuare a cercare, con buona intenzione, fiducia e creatività, modi per porre fine al conflitto.È proprio questo il messaggio che Papa Francesco vuole trasmettere, in particolare ai governanti delle Nazioni, con i suoi incessanti appelli per la pace in Ucraina. È importante ribadire che l’unico mezzo in grado di raggiungere una pace vera, stabile e giusta è il dialogo tra tutte le parti coinvolte.La Santa Sede esprime l’auspicio che il presente sforzo diplomatico, promosso dall’Ucraina e sostenuto da tanti Paesi, sia perfezionato, in modo da raggiungere i risultati che le vittime meritano e che il mondo intero spera.Conformemente alla propria natura, la Santa Sede partecipa alla presente Conferenza in qualità di Osservatore, prestando particolare attenzione al rispetto del diritto internazionale e alle questioni umanitarie.Circa il primo aspetto, essa tiene a ribadire la validità del principio fondamentale del rispetto per la sovranità di ogni Paese e per l’integrità del suo territorio.La Santa Sede esprime profonda preoccupazione per le tragiche conseguenze umanitarie e s’impegna soprattutto nel facilitare il rimpatrio dei bambini e incoraggiare la liberazione dei prigionieri, in particolare dei militari gravemente feriti e dei civili.Il ricongiungimento dei minorenni con le proprie famiglie o con i tutori legali deve essere una priorità assoluta per tutte le parti, e ogni strumentalizzazione della loro situazione è inaccettabile.È quindi imperativo che ogni canale disponibile sia rafforzato per facilitare tale processo. Inoltre, la Santa Sede partecipa in qualità di Osservatore ai lavori della Coalizione internazionale per il rimpatrio dei bambini ucraini dalla Russia.È poi in contatto diretto sia con le Autorità ucraine sia con quelle russe, al fine di rendere più efficace il meccanismo ad hoc creato in seguito alla visita del Cardinale Matteo Zuppi a Kyiv e a Mosca, per risolvere casi concreti.Quanto ai prigionieri, civili e militari, destano grandissima preoccupazione le notizie periodiche circa il mancato rispetto delle Convenzioni di Ginevra, in particolare la IV Convezione, che riguarda più direttamente i civili, e la difficoltà di creare, insieme con il Comitato della Croce Rossa Internazionale, una Commissione medica mista che possa valutare la situazione dei prigionieri di guerra che necessitano cure mediche urgenti.Nonostante tutte le difficoltà, la Santa Sede continua…
Nei giorni 15-16 giugno 2024, la Santa Sede, accogliendo l’invito congiunto della presidente della Confederazione Svizzera, Viola Amherd, e del presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, ha partecipato come osservatore alla Conferenza di alto livello per la pace in Ucraina, tenutasi in Svizzera.Essa è stata rappresentata dal segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, accompagnato dal nunzio apostolico in Svizzera, l’arcivescovo Martin Krebs, e da monsignor Paul Butnaru, officiale della Sezione per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali della Segreteria di Stato.In linea con la natura propria della Santa Sede e la sua qualità di Osservatore e seguendo la prassi di non sottoscrivere dichiarazioni congiunte, la Delegazione della Santa Sede si è astenuta dalla firma del Comunicato finale, mentre ha espresso sostegno alle conclusioni del Vertice, secondo quanto dichiarato nell’intervento che il cardinale Parolin ha pronunciato durante la Sessione plenaria finale. Di seguito una traduzione dall’inglese dell’intervento.La Santa Sede apprezza la convocazione di questo Vertice di Alto livello sulla pace per l’Ucraina, ospitato congiuntamente dalla Svizzera e dall’Ucraina.Si tratta di un evento di importanza globale, preparato con attenzione dall’Ucraina che, pur dovendo dedicare enormi sforzi per difendersi contro l’aggressione, ha continuato a lavorare anche sul fronte diplomatico, desiderosa di giungere ad una pace giusta e duratura.Dinanzi alla guerra e alle sue tragiche conseguenze, è importante non rassegnarsi mai, ma continuare a cercare, con buona intenzione, fiducia e creatività, modi per porre fine al conflitto.È proprio questo il messaggio che Papa Francesco vuole trasmettere, in particolare ai governanti delle Nazioni, con i suoi incessanti appelli per la pace in Ucraina. È importante ribadire che l’unico mezzo in grado di raggiungere una pace vera, stabile e giusta è il dialogo tra tutte le parti coinvolte.La Santa Sede esprime l’auspicio che il presente sforzo diplomatico, promosso dall’Ucraina e sostenuto da tanti Paesi, sia perfezionato, in modo da raggiungere i risultati che le vittime meritano e che il mondo intero spera.Conformemente alla propria natura, la Santa Sede partecipa alla presente Conferenza in qualità di Osservatore, prestando particolare attenzione al rispetto del diritto internazionale e alle questioni umanitarie.Circa il primo aspetto, essa tiene a ribadire la validità del principio fondamentale del rispetto per la sovranità di ogni Paese e per l’integrità del suo territorio.La Santa Sede esprime profonda preoccupazione per le tragiche conseguenze umanitarie e s’impegna soprattutto nel facilitare il rimpatrio dei bambini e incoraggiare la liberazione dei prigionieri, in particolare dei militari gravemente feriti e dei civili.Il ricongiungimento dei minorenni con le proprie famiglie o con i tutori legali deve essere una priorità assoluta per tutte le parti, e ogni strumentalizzazione della loro situazione è inaccettabile.È quindi imperativo che ogni canale disponibile sia rafforzato per facilitare tale processo. Inoltre, la Santa Sede partecipa in qualità di Osservatore ai lavori della Coalizione internazionale per il rimpatrio dei bambini ucraini dalla Russia.È poi in contatto diretto sia con le Autorità ucraine sia con quelle russe, al fine di rendere più efficace il meccanismo ad hoc creato in seguito alla visita del Cardinale Matteo Zuppi a Kyiv e a Mosca, per risolvere casi concreti.Quanto ai prigionieri, civili e militari, destano grandissima preoccupazione le notizie periodiche circa il mancato rispetto delle Convenzioni di Ginevra, in particolare la IV Convezione, che riguarda più direttamente i civili, e la difficoltà di creare, insieme con il Comitato della Croce Rossa Internazionale, una Commissione medica mista che possa valutare la situazione dei prigionieri di guerra che necessitano cure mediche urgenti.Nonostante tutte le difficoltà, la Santa Sede continua…
San Gregorio Barbarigo
Quando nel maggio 1656 Roma venne colpita da una terribile peste, san Gregorio Barbarigo (1625-1697) era sacerdote da appena cinque mesi e non aveva ancora compiuto 31 anni.Eppure Alessandro VII, che ne conosceva bene le virtù, mise proprio lui alla guida della speciale commissione che organizzò i soccorsi in favore degli appestati. Gregorio si dedicò anima e corpo a quella missione operando soprattutto nel rione di Trastevere, focolaio del morbo.Fino all’estate del 1657, quando terminò l’epidemia, il santo visitò di persona gli infermi.Si preoccupò di dare degna sepoltura ai morti e di coordinare gli aiuti per le case che erano state serrate in ragione del pericolo di contagio, rivolgendo un’attenzione particolare verso le vedove e gli orfani.Questa sua carità nel servire non nasceva dal nulla. Nato da una nobile famiglia veneziana, all’età di due anni era rimasto orfano della madre, morta di peste. Il padre, senatore della Repubblica di Venezia, era un cattolico fervente e insieme al figlio recitava ogni giorno l’ufficio della Vergine Maria.Nel 1643, dopo essersi formato in scienze belliche e diplomazia, era andato in Germania. Vi rimase tre anni, per partecipare alle complesse negoziazioni che un lustro più tardi portarono alla firma della Pace di Vestfalia, che pose fine alla Guerra dei Trent’anni (1618-1648). Fu in terra tedesca che conobbe il vescovo Fabio Chigi, futuro Alessandro VII.Quando poi quest’ultimo, con la peste di Roma ormai agli sgoccioli, offrì a Gregorio l’incarico di vescovo di Bergamo, il giovane sacerdote chiese al pontefice di lasciargli prima celebrare una Messa, per consigliarsi con Dio e sapere da Lui se accettare o no l’altissimo ministero al quale veniva chiamato.Il 29 luglio 1657 venne ordinato vescovo di Bergamo. Fece dare ai poveri il denaro che era stato previsto per il suo ricevimento. In seguito, volendo imitare l’esempio di san Carlo Borromeo (1538-1584), vendette tutti i suoi beni e distribuì il ricavato ai bisognosi. Accrebbe la diffusione della stampa cattolica, privilegiando gli scritti di san Francesco di Sales (1567-1622).Curò con diligenza l’insegnamento del Catechismo, ritenendo fondamentale trasmettere le verità di fede ai cristiani di ogni età. Nutriva un grande amore per l’Eucaristia e ordinò al portiere del palazzo vescovile di svegliarlo a qualunque ora della notte nel caso di bisogno per qualche malato.“È mio dovere, e non posso fare altrimenti!”, rispose una volta al medico, che lo invitava a non affaticarsi troppo con le visite. Per tutte queste opere, qualche milanese arrivò a dire agli amici bergamaschi: “Noi abbiamo un santo cardinale morto, san Carlo Borromeo, voi avete un vescovo vivo”.Sempre Alessandro VII lo volle creare cardinale e nel 1664 lo mandò come vescovo a Padova, dove guidò la diocesi fino alla morte, per 33 anni.Consapevole della necessità di avere sacerdoti ben formati, fu lui a fondare il Seminario Patavino, che arrivò a essere uno dei migliori d’Europa per la qualità dell’insegnamento teologico, ancorato alla Tradizione.Partecipò a quattro conclavi, e in due fu tra i maggiori papabili. Morì il 18 giugno 1697 dopo l’ennesima visita pastorale, quando l’intera diocesi di Padova era ormai disseminata di scuole di dottrina cattolica. Beatificato nel 1761, venne proclamato santo da un papa che gli era devoto fin dalla gioventù: san Giovanni XXIII.Il quale, nell’omelia per la canonizzazione, definì san Gregorio Barbarigo “il più grande imitatore di san Carlo”.The post San Gregorio Barbarigo appeared first on Radio Maria.
Fonte: Radio Maria Italia
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Quando nel maggio 1656 Roma venne colpita da una terribile peste, san Gregorio Barbarigo (1625-1697) era sacerdote da appena cinque mesi e non aveva ancora compiuto 31 anni.Eppure Alessandro VII, che ne conosceva bene le virtù, mise proprio lui alla guida della speciale commissione che organizzò i soccorsi in favore degli appestati. Gregorio si dedicò anima e corpo a quella missione operando soprattutto nel rione di Trastevere, focolaio del morbo.Fino all’estate del 1657, quando terminò l’epidemia, il santo visitò di persona gli infermi.Si preoccupò di dare degna sepoltura ai morti e di coordinare gli aiuti per le case che erano state serrate in ragione del pericolo di contagio, rivolgendo un’attenzione particolare verso le vedove e gli orfani.Questa sua carità nel servire non nasceva dal nulla. Nato da una nobile famiglia veneziana, all’età di due anni era rimasto orfano della madre, morta di peste. Il padre, senatore della Repubblica di Venezia, era un cattolico fervente e insieme al figlio recitava ogni giorno l’ufficio della Vergine Maria.Nel 1643, dopo essersi formato in scienze belliche e diplomazia, era andato in Germania. Vi rimase tre anni, per partecipare alle complesse negoziazioni che un lustro più tardi portarono alla firma della Pace di Vestfalia, che pose fine alla Guerra dei Trent’anni (1618-1648). Fu in terra tedesca che conobbe il vescovo Fabio Chigi, futuro Alessandro VII.Quando poi quest’ultimo, con la peste di Roma ormai agli sgoccioli, offrì a Gregorio l’incarico di vescovo di Bergamo, il giovane sacerdote chiese al pontefice di lasciargli prima celebrare una Messa, per consigliarsi con Dio e sapere da Lui se accettare o no l’altissimo ministero al quale veniva chiamato.Il 29 luglio 1657 venne ordinato vescovo di Bergamo. Fece dare ai poveri il denaro che era stato previsto per il suo ricevimento. In seguito, volendo imitare l’esempio di san Carlo Borromeo (1538-1584), vendette tutti i suoi beni e distribuì il ricavato ai bisognosi. Accrebbe la diffusione della stampa cattolica, privilegiando gli scritti di san Francesco di Sales (1567-1622).Curò con diligenza l’insegnamento del Catechismo, ritenendo fondamentale trasmettere le verità di fede ai cristiani di ogni età. Nutriva un grande amore per l’Eucaristia e ordinò al portiere del palazzo vescovile di svegliarlo a qualunque ora della notte nel caso di bisogno per qualche malato.“È mio dovere, e non posso fare altrimenti!”, rispose una volta al medico, che lo invitava a non affaticarsi troppo con le visite. Per tutte queste opere, qualche milanese arrivò a dire agli amici bergamaschi: “Noi abbiamo un santo cardinale morto, san Carlo Borromeo, voi avete un vescovo vivo”.Sempre Alessandro VII lo volle creare cardinale e nel 1664 lo mandò come vescovo a Padova, dove guidò la diocesi fino alla morte, per 33 anni.Consapevole della necessità di avere sacerdoti ben formati, fu lui a fondare il Seminario Patavino, che arrivò a essere uno dei migliori d’Europa per la qualità dell’insegnamento teologico, ancorato alla Tradizione.Partecipò a quattro conclavi, e in due fu tra i maggiori papabili. Morì il 18 giugno 1697 dopo l’ennesima visita pastorale, quando l’intera diocesi di Padova era ormai disseminata di scuole di dottrina cattolica. Beatificato nel 1761, venne proclamato santo da un papa che gli era devoto fin dalla gioventù: san Giovanni XXIII.Il quale, nell’omelia per la canonizzazione, definì san Gregorio Barbarigo “il più grande imitatore di san Carlo”.The post San Gregorio Barbarigo appeared first on Radio Maria.
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<b>Maturità 2024, mercoledì si parte. Le 7 tracce, greco al Classico, i bonus, il “capolavoro”: ecco cosa c’è da sapere</b>
Al via mercoledì 19 giugno l’esame di Maturità 2024 per 526.317 studenti. Si comincia alle 8.30 con la prova di italiano, giovedì ci sarà la seconda prova di indirizzo diversa per ogni tipo di scuola.Gli studenti ammessi sono il 96,4 per cento, in leggero aumento rispetto allo scorso anno (96,3) e al 2022 (96,2).Anche se le tre prove hanno lo stesso peso (20 punti al massimo) nella determinazione del voto finale, le indicazioni del ministro Giuseppe Valditara puntano molto sulla prova orale interdisciplinare nella quale gli studenti dovranno dimostrare di saper fare collegamenti e riflessioni.Proprio il ministro, nell’augurare «serenità» ai maturandi, ha spiegato: «Quello che è importante è l’elasticità di riflessione.Cosa vuol dire? Possedere ciò che gli anni di scuola vi hanno lasciato, aver capito e compreso, saper fare delle connessioni. Non il nozionismo».Nel calcolo finale del voto non peserà la stretta sulla condotta annunciata dal ministro e contenuta nella nuova legge che è ancora in discussione in Parlamento.Una novità, invece, è che il curriculum dello studente confluisce in un documento digitale più completo che si chiama «E-Portfolio» e contiene tutte le informazioni sul percorso scolastico e i dati sulle competenze anche extrascolastiche acquisite negli anni delle superiori, compreso il «capolavoro» che i maturandi dovranno aver caricato nei mesi scorsi.Il toto-tracceNel toto-tracce di quest’anno, una sola cosa è certa. È matematicamente escluso che venga nuovamente chiamato in causa un ex ministro dell’Istruzione (è già successo l’anno scorso con qualche strascico polemico). Mentre è molto probabile, o almeno auspicabile, che torni una traccia di storia dell’arte, visto che l’anno scorso invece è stata dimenticata.Il tema di storia, cancellato nel 2019 dall’ex ministro leghista Bussetti perché «poco gettonato» (a dire la veri-tà la commissione di riforma presieduta dal linguista Serianni era stata istituita dal governo precedente), negli ultimi anni è sempre rientrato dalla finestra, vuoi in una delle tre tracce del cosiddetto tema argomentativo, vuoi in una delle due proposte di tema d’attualità.Volendo quest’anno ci sarebbe il centenario della morte di Matteotti per mano dei fascisti, ma i «bookmaker» della Maturità danno come più probabile un titolo sull’intelligenza artificiale. Le altre due tracce sono quelle letterarie: una di poesia e l’altra di prosa.Il ritorno del grecoPer la seconda prova scritta, che si svolgerà giovedì 20 giugno alle 8.30, tornano il greco al liceo Classico e la terza lingua straniera al Linguistico, che non si vedevano da prima del Covid e che costituiscono uno spauracchio per gli studenti.Soltanto allo scientifico si va in continuità con Matematica poiché il ministero ha deciso di non applicare la regola non scritta dell’alternanza nella scelta della disciplina della prova di indirizzo. Al classico, invece, dopo sei anni torna la versione di greco: nel 2018 l’autore da tradurre era stato Aristotele con «L’amicizia».Secondo le nuove regole introdotte con la riforma della Buona Scuola il testo della versione si è accorciato — non più di 10-12 righe — e si è aggiunta una seconda parte della prova composta da tre domande di contesto: le prime due riguardano la comprensione e l’analisi stilistica di quanto si è appena tradotto, mentre la terza richiede di approfondire e commentare.Capolavoro o pasticcioDoveva essere un capolavoro, si è trasformato in un mezzo pasticcio. La novità di quest’anno, voluta dal ministro Valditara, ha finito per seminare il panico tra gli studenti e alla fine il ministero ha precisato che «il capolavoro non è oggetto del colloquio dell’esame di Stato», anche se va comunque caricato sulla nuova «carta d’identità digitale» dello studente chiamata E-Portfolio, che contiene tutte le esperienze anche extrascolastiche accumulate negli anni.Ma cosa si intende per capolavoro? Nella guida per…
Al via mercoledì 19 giugno l’esame di Maturità 2024 per 526.317 studenti. Si comincia alle 8.30 con la prova di italiano, giovedì ci sarà la seconda prova di indirizzo diversa per ogni tipo di scuola.Gli studenti ammessi sono il 96,4 per cento, in leggero aumento rispetto allo scorso anno (96,3) e al 2022 (96,2).Anche se le tre prove hanno lo stesso peso (20 punti al massimo) nella determinazione del voto finale, le indicazioni del ministro Giuseppe Valditara puntano molto sulla prova orale interdisciplinare nella quale gli studenti dovranno dimostrare di saper fare collegamenti e riflessioni.Proprio il ministro, nell’augurare «serenità» ai maturandi, ha spiegato: «Quello che è importante è l’elasticità di riflessione.Cosa vuol dire? Possedere ciò che gli anni di scuola vi hanno lasciato, aver capito e compreso, saper fare delle connessioni. Non il nozionismo».Nel calcolo finale del voto non peserà la stretta sulla condotta annunciata dal ministro e contenuta nella nuova legge che è ancora in discussione in Parlamento.Una novità, invece, è che il curriculum dello studente confluisce in un documento digitale più completo che si chiama «E-Portfolio» e contiene tutte le informazioni sul percorso scolastico e i dati sulle competenze anche extrascolastiche acquisite negli anni delle superiori, compreso il «capolavoro» che i maturandi dovranno aver caricato nei mesi scorsi.Il toto-tracceNel toto-tracce di quest’anno, una sola cosa è certa. È matematicamente escluso che venga nuovamente chiamato in causa un ex ministro dell’Istruzione (è già successo l’anno scorso con qualche strascico polemico). Mentre è molto probabile, o almeno auspicabile, che torni una traccia di storia dell’arte, visto che l’anno scorso invece è stata dimenticata.Il tema di storia, cancellato nel 2019 dall’ex ministro leghista Bussetti perché «poco gettonato» (a dire la veri-tà la commissione di riforma presieduta dal linguista Serianni era stata istituita dal governo precedente), negli ultimi anni è sempre rientrato dalla finestra, vuoi in una delle tre tracce del cosiddetto tema argomentativo, vuoi in una delle due proposte di tema d’attualità.Volendo quest’anno ci sarebbe il centenario della morte di Matteotti per mano dei fascisti, ma i «bookmaker» della Maturità danno come più probabile un titolo sull’intelligenza artificiale. Le altre due tracce sono quelle letterarie: una di poesia e l’altra di prosa.Il ritorno del grecoPer la seconda prova scritta, che si svolgerà giovedì 20 giugno alle 8.30, tornano il greco al liceo Classico e la terza lingua straniera al Linguistico, che non si vedevano da prima del Covid e che costituiscono uno spauracchio per gli studenti.Soltanto allo scientifico si va in continuità con Matematica poiché il ministero ha deciso di non applicare la regola non scritta dell’alternanza nella scelta della disciplina della prova di indirizzo. Al classico, invece, dopo sei anni torna la versione di greco: nel 2018 l’autore da tradurre era stato Aristotele con «L’amicizia».Secondo le nuove regole introdotte con la riforma della Buona Scuola il testo della versione si è accorciato — non più di 10-12 righe — e si è aggiunta una seconda parte della prova composta da tre domande di contesto: le prime due riguardano la comprensione e l’analisi stilistica di quanto si è appena tradotto, mentre la terza richiede di approfondire e commentare.Capolavoro o pasticcioDoveva essere un capolavoro, si è trasformato in un mezzo pasticcio. La novità di quest’anno, voluta dal ministro Valditara, ha finito per seminare il panico tra gli studenti e alla fine il ministero ha precisato che «il capolavoro non è oggetto del colloquio dell’esame di Stato», anche se va comunque caricato sulla nuova «carta d’identità digitale» dello studente chiamata E-Portfolio, che contiene tutte le esperienze anche extrascolastiche accumulate negli anni.Ma cosa si intende per capolavoro? Nella guida per…
<b>Sinodo, «Chiesa viva e in movimento» Ecco le sintesi arrivate da tutto il mondo</b>
Roma – Continua il cammino di avvicinamento alla Seconda Sessione della XVI Assemblea del Sinodo dei vescovi, dedicato alla sinodalità, fissato dal 2 al 27 ottobre prossimi. Registrando risposte «entusiaste e creative», ma suscitando anche «resistenze e preoccupazioni».Nei giorni scorsi è terminato il lavoro di sintesi sui rapporti giunti alla Segreteria generale, in vista dell’elaborazione dell’Instru-mentum laboris per l’assise di ottobre.Dal 4 al 17 giugno un gruppo di teologi (tra cui tre suore e due docenti laiche) provenienti da diversi continenti, ha lavorato sui 107 rapporti delle Conferenze episcopali e dalle Chiese cattoliche orientali, sul contributo dell’Usg-Uisg (l’Unione Internazionale dei Superiori Maggiori e quella delle Superiore Generali), e sulle oltre 175 osservazioni, provenienti da realtà internazionali, facoltà universitarie, associazioni di fedeli o di singole comunità e persone.Un’altra significativa fonte di riflessione è stata quella dei rapporti presentati dai parroci nella tre-giorni di lavoro dell’incontro parroci per il Sinodo che si è tenuto tra aprile e maggio.Questi rapporti, sottolinea un comunicato della Segreteria generale del Sinodo, «sono frutto del lavoro che le Chiese locali hanno realizzato a partire dalla Relazione di Sintesi della Prima Sessione della XVI Assemblea ». E «mostrano una Chiesa viva e in movimento».Fra i temi che maggiormente ricorrono, vengono segnalati: «la formazione alla sinodalità, il funzionamento degli organismi di partecipazione, il ruolo delle donne, dei giovani, l’attenzione ai poveri, l’inculturazione, la trasparenza e la cultura del rendere conto da parte di chi assume un ministero nella Chiesa, ma anche la catechesi e l’iniziazione cristiana, la collaborazione fra le chiese, la figura del vescovo».La nota stampa riporta il commento del cardinale gesuita Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e relatore generale della XVI Assemblea: «Il santo popolo di Dio si è messo in moto per la missione grazie all’esperienza sinodale.Quest’ultima conosce risposte entusiaste e creative, ma anche resistenze e preoccupazioni. La maggior parte dei rapporti mostra, tuttavia, la gioia del cammino compiuto che ha dato nuova linfa a molte comunità locali e provocato anche cambiamenti significativi sul loro modo di vivere ed essere Chiesa.I semi della Chiesa sinodale stanno già germogliando!». Il cardinale Mario Grech, segretario generale del Sinodo, da parte sua ha tenuto a fare alcune precisazioni. «I rapporti – ha spiegato raccontano spesso l’esperienza di persone che hanno compiuto una vera e propria conversione personale.Altri invece di persone che continuano a sperimentare confusione, preoccupazione o ansia. In particolare, vi è il timore che quanto inviato non sia preso sul serio oppure che ideologie e lobby di fedeli possano sfruttare il cammino sinodale per imporre la propria agenda».«Per questo – ha rimarcato Grech – è bene ricordare che l’Assemblea di ottobre non è su quel o quell’altro tema, ma sulla sinodalità, su come essere Chiesa missionaria in cammino. Tutte le questioni teologiche e le proposte pastorali di modifiche hanno questo fine.L’Assemblea sarà innanzitutto un tempo in cui ogni partecipante, collocandosi all’interno di un cammino iniziato nel 2021 e portando la “voce” del popolo di Dio da cui proviene, invocherà l’aiuto dello Spirito Santo e quello dei fratelli e delle sorelle per discernere la volontà di Dio per la Sua Chiesa, e non l’occasione per imporre la propria visione di Chiesa».Ai lavori dei teologi hanno partecipato, tra gli altri, l’arcivescovo di Torino Roberto Repole, don Giuseppe Bonfrate, don Pasquale Bua, don Dario Vitali e Paolo Foglizzo. A questo punto il processo di elaborazione dell’Instrumentum Laboris continuerà con altre tappe.Il Consiglio Ordinario realizzerà un primo discernimento di quanto elaborato dai teologi. Seguirà la stesura del documento vero e proprio, una verifica ad ampio…
Roma – Continua il cammino di avvicinamento alla Seconda Sessione della XVI Assemblea del Sinodo dei vescovi, dedicato alla sinodalità, fissato dal 2 al 27 ottobre prossimi. Registrando risposte «entusiaste e creative», ma suscitando anche «resistenze e preoccupazioni».Nei giorni scorsi è terminato il lavoro di sintesi sui rapporti giunti alla Segreteria generale, in vista dell’elaborazione dell’Instru-mentum laboris per l’assise di ottobre.Dal 4 al 17 giugno un gruppo di teologi (tra cui tre suore e due docenti laiche) provenienti da diversi continenti, ha lavorato sui 107 rapporti delle Conferenze episcopali e dalle Chiese cattoliche orientali, sul contributo dell’Usg-Uisg (l’Unione Internazionale dei Superiori Maggiori e quella delle Superiore Generali), e sulle oltre 175 osservazioni, provenienti da realtà internazionali, facoltà universitarie, associazioni di fedeli o di singole comunità e persone.Un’altra significativa fonte di riflessione è stata quella dei rapporti presentati dai parroci nella tre-giorni di lavoro dell’incontro parroci per il Sinodo che si è tenuto tra aprile e maggio.Questi rapporti, sottolinea un comunicato della Segreteria generale del Sinodo, «sono frutto del lavoro che le Chiese locali hanno realizzato a partire dalla Relazione di Sintesi della Prima Sessione della XVI Assemblea ». E «mostrano una Chiesa viva e in movimento».Fra i temi che maggiormente ricorrono, vengono segnalati: «la formazione alla sinodalità, il funzionamento degli organismi di partecipazione, il ruolo delle donne, dei giovani, l’attenzione ai poveri, l’inculturazione, la trasparenza e la cultura del rendere conto da parte di chi assume un ministero nella Chiesa, ma anche la catechesi e l’iniziazione cristiana, la collaborazione fra le chiese, la figura del vescovo».La nota stampa riporta il commento del cardinale gesuita Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e relatore generale della XVI Assemblea: «Il santo popolo di Dio si è messo in moto per la missione grazie all’esperienza sinodale.Quest’ultima conosce risposte entusiaste e creative, ma anche resistenze e preoccupazioni. La maggior parte dei rapporti mostra, tuttavia, la gioia del cammino compiuto che ha dato nuova linfa a molte comunità locali e provocato anche cambiamenti significativi sul loro modo di vivere ed essere Chiesa.I semi della Chiesa sinodale stanno già germogliando!». Il cardinale Mario Grech, segretario generale del Sinodo, da parte sua ha tenuto a fare alcune precisazioni. «I rapporti – ha spiegato raccontano spesso l’esperienza di persone che hanno compiuto una vera e propria conversione personale.Altri invece di persone che continuano a sperimentare confusione, preoccupazione o ansia. In particolare, vi è il timore che quanto inviato non sia preso sul serio oppure che ideologie e lobby di fedeli possano sfruttare il cammino sinodale per imporre la propria agenda».«Per questo – ha rimarcato Grech – è bene ricordare che l’Assemblea di ottobre non è su quel o quell’altro tema, ma sulla sinodalità, su come essere Chiesa missionaria in cammino. Tutte le questioni teologiche e le proposte pastorali di modifiche hanno questo fine.L’Assemblea sarà innanzitutto un tempo in cui ogni partecipante, collocandosi all’interno di un cammino iniziato nel 2021 e portando la “voce” del popolo di Dio da cui proviene, invocherà l’aiuto dello Spirito Santo e quello dei fratelli e delle sorelle per discernere la volontà di Dio per la Sua Chiesa, e non l’occasione per imporre la propria visione di Chiesa».Ai lavori dei teologi hanno partecipato, tra gli altri, l’arcivescovo di Torino Roberto Repole, don Giuseppe Bonfrate, don Pasquale Bua, don Dario Vitali e Paolo Foglizzo. A questo punto il processo di elaborazione dell’Instrumentum Laboris continuerà con altre tappe.Il Consiglio Ordinario realizzerà un primo discernimento di quanto elaborato dai teologi. Seguirà la stesura del documento vero e proprio, una verifica ad ampio…
Consiglio d’Europa: in Assemblea parlamentare la situazione in Ucraina. Possibile intervento di Zelensky
La nota stampa di annuncio dei lavori menziona anche un possibile intervento del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Sul tema democrazia verterà invece una discussione urgente sulla situazione in Georgia, un intervento dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Türk e un dibattito sul “rafforzamento della democrazia attraverso processi partecipativi e deliberativi” e uno sul “rafforzamento della prospettiva giovanile nei lavori dell’Assemblea”.Si torna poi a parlare di Varosha e della restituzione della città cipriota ai suoi legittimi abitanti: città sulla costa orientale di Cipro, sotto il controllo dei militari turchi che l’hanno blindata.Nel corso dei lavori, l’Assemblea renderà nota la vincitrice del primo Premio Vigdís per l’emancipazione femminile, che premia le iniziative eccezionali volte a promuovere l’emancipazione delle donne in tutta la loro diversità in Europa e oltre.Di donne si parlerà anche in relazione alla protezione di coloro che difendono i diritti umani in Europa.Oltre agli interventi di rito da parte del presidente del Comitato dei ministri (in questo momento il ministro degli esteri lituano Gabrielius Landsbergis) e della segretaria generale del Consiglio d’Europa, Marija Pejčinović Burić, in questa sessione sarà eletto chi le succederà per i prossimi cinque anni. In lizza sono l’ex-commissario europeo belga Didier Reynders, l’ex presidente svizzero Alain Berset e l’ex ministro della cultura estone Indrek Saar.The post Consiglio d’Europa: in Assemblea parlamentare la situazione in Ucraina. Possibile intervento di Zelensky appeared first on Radio Maria.
Fonte: Radio Maria Italia
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La nota stampa di annuncio dei lavori menziona anche un possibile intervento del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Sul tema democrazia verterà invece una discussione urgente sulla situazione in Georgia, un intervento dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Türk e un dibattito sul “rafforzamento della democrazia attraverso processi partecipativi e deliberativi” e uno sul “rafforzamento della prospettiva giovanile nei lavori dell’Assemblea”.Si torna poi a parlare di Varosha e della restituzione della città cipriota ai suoi legittimi abitanti: città sulla costa orientale di Cipro, sotto il controllo dei militari turchi che l’hanno blindata.Nel corso dei lavori, l’Assemblea renderà nota la vincitrice del primo Premio Vigdís per l’emancipazione femminile, che premia le iniziative eccezionali volte a promuovere l’emancipazione delle donne in tutta la loro diversità in Europa e oltre.Di donne si parlerà anche in relazione alla protezione di coloro che difendono i diritti umani in Europa.Oltre agli interventi di rito da parte del presidente del Comitato dei ministri (in questo momento il ministro degli esteri lituano Gabrielius Landsbergis) e della segretaria generale del Consiglio d’Europa, Marija Pejčinović Burić, in questa sessione sarà eletto chi le succederà per i prossimi cinque anni. In lizza sono l’ex-commissario europeo belga Didier Reynders, l’ex presidente svizzero Alain Berset e l’ex ministro della cultura estone Indrek Saar.The post Consiglio d’Europa: in Assemblea parlamentare la situazione in Ucraina. Possibile intervento di Zelensky appeared first on Radio Maria.
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<b>Il segno. Un Papa in uscita per un mondo in crisi: la sedia al G7 è stata una svolta</b>
Ha di certo cambiato la storia dei G7, la presenza di Francesco a Borgo Egnazia, ma forse un po’ anche quella del pontificato. Primo Papa non europeo nel consesso dei cosiddetti Grandi del mondo occidentale.E nel momento di maggior crisi, con due guerre – tra le tante – di portata globale in corso, entrambe al centro di un’incessante predicazione di pace accompagnata dalla più intensa azione diplomatica messa in atto dalla Santa Sede negli ultimi tempi.Gli interventi di pontefici ai vertici degli organismi internazionali, a cominciare dall’Assemblea delle Nazioni Unite, non sono certo una novità. Iniziò Paolo VI nel 1965, poi, per due volte, nel 1979 e nel 1995, toccò a Giovanni Paolo II, prima di Benedetto XVI nel 2008 e di Francesco nel settembre di nove anni fa.Sono state occasioni solenni, che trovano tuttora posto nell’archivio dei grandi eventi, ricordati spesso attraverso qualche frase simbolo passata alla storia. “Jamaj plus la guerre” (“Mai più la guerra”) è l’eco che ancora risuona del discorso di Papa Montini, al Palazzo di vetro, quasi alla vigilia della chiusura del Concilio.Niente a che vedere con il G7 in cui per Francesco non era preparata nessuna cattedra, ma solo una sedia al tavolo di lavoro comune, e su un tema assegnato, l’Intelligenza artificiale, importante e forse decisivo per il futuro, ma pur sempre a carattere limitato.Non si trattava quindi di una condizione abituale, ma Francesco è andato oltre, fino a trasformare l’evento in un simbolico punto di svolta: il Papa non assiso su alcun podio, ma seduto fianco a fianco ai “potenti”, pronti a tributare, a loro volta, l’omaggio dovuto, fino a mettersi in fila per un’udienza di pochi minuti.Una modalità non scontata da parte di governanti di un tempo che, pur segnato a fondo dalla secolarizzazione, continua a esprimere la necessità di un confronto, se non di una guida, sulle questioni essenziali non solo della politica ma della vita intera.Partecipando al G7, Francesco ha avviato un processo dei suoi, aprendo la strada a quello che si può definire, un pontificato in uscita. L’analogia è certamente con la Chiesa in uscita, ma il concetto riguarda ora il Papa in prima persona, la sua volontà di portare il magistero nel vivo dei centri decisionali, là dove si preparano e spesso si compiono gli atti che segnano il futuro.L’ennesimo passo avanti di Francesco: quello della cattedra senza podio, del messaggio non calato dall’alto, della predicazione portata e quasi lasciata in pegno al tavolo dove normalmente i Grandi parlano d’altro.La lezione è in fondo questa: se occorre, la Chiesa è pronta a mettere da parte abitudini e protocolli che certo non vanno scambiati come liturgie proprie.Se occorre, è il Papa a raggiungere di persona “cantieri di lavoro” globali dove può nascere o si può costruire qualcosa di buono per l’umanità. Viene in mente, come precedente che segna la strada, il Papa che cinque anni fa alla Facoltà teologica di Posillipo chiudeva – da “convegnista” sia pure illustre – i lavori sull’aggiornamento della Veritatis gaudium.Anche lì un tema cruciale di questo tempo e del pontificato, la centralità del Mediterraneo e il dramma delle migrazioni che lo stanno trasformando in un «freddo cimitero senza lapidi».Anche lì un tema simbolo delle periferie esistenziali dalle quali, parola di Francesco, la realtà si osserva meglio e più a fondo. A Borgo Egnazia c’era da correre al capezzale di un vero “ospedale da campo”, con i reparti magari attrezzati di tutto punto eppure incapaci di prestare il soccorso che l’umanità chiede soprattutto in termini di pace e di giustizia sociale.Il G7 di Francesco è stato alla fine un grande atto di generosità e di cordiale apertura al mondo.Si inquadra in questa prospettiva anche il tema specifico dell’Intelligenza artificiale, per il quale il Papa è stato chiamato al vertice, mostrando una Chiesa capace di affrontare a viso aperto, con coraggio e umiltà, le sfide sempre più…
Ha di certo cambiato la storia dei G7, la presenza di Francesco a Borgo Egnazia, ma forse un po’ anche quella del pontificato. Primo Papa non europeo nel consesso dei cosiddetti Grandi del mondo occidentale.E nel momento di maggior crisi, con due guerre – tra le tante – di portata globale in corso, entrambe al centro di un’incessante predicazione di pace accompagnata dalla più intensa azione diplomatica messa in atto dalla Santa Sede negli ultimi tempi.Gli interventi di pontefici ai vertici degli organismi internazionali, a cominciare dall’Assemblea delle Nazioni Unite, non sono certo una novità. Iniziò Paolo VI nel 1965, poi, per due volte, nel 1979 e nel 1995, toccò a Giovanni Paolo II, prima di Benedetto XVI nel 2008 e di Francesco nel settembre di nove anni fa.Sono state occasioni solenni, che trovano tuttora posto nell’archivio dei grandi eventi, ricordati spesso attraverso qualche frase simbolo passata alla storia. “Jamaj plus la guerre” (“Mai più la guerra”) è l’eco che ancora risuona del discorso di Papa Montini, al Palazzo di vetro, quasi alla vigilia della chiusura del Concilio.Niente a che vedere con il G7 in cui per Francesco non era preparata nessuna cattedra, ma solo una sedia al tavolo di lavoro comune, e su un tema assegnato, l’Intelligenza artificiale, importante e forse decisivo per il futuro, ma pur sempre a carattere limitato.Non si trattava quindi di una condizione abituale, ma Francesco è andato oltre, fino a trasformare l’evento in un simbolico punto di svolta: il Papa non assiso su alcun podio, ma seduto fianco a fianco ai “potenti”, pronti a tributare, a loro volta, l’omaggio dovuto, fino a mettersi in fila per un’udienza di pochi minuti.Una modalità non scontata da parte di governanti di un tempo che, pur segnato a fondo dalla secolarizzazione, continua a esprimere la necessità di un confronto, se non di una guida, sulle questioni essenziali non solo della politica ma della vita intera.Partecipando al G7, Francesco ha avviato un processo dei suoi, aprendo la strada a quello che si può definire, un pontificato in uscita. L’analogia è certamente con la Chiesa in uscita, ma il concetto riguarda ora il Papa in prima persona, la sua volontà di portare il magistero nel vivo dei centri decisionali, là dove si preparano e spesso si compiono gli atti che segnano il futuro.L’ennesimo passo avanti di Francesco: quello della cattedra senza podio, del messaggio non calato dall’alto, della predicazione portata e quasi lasciata in pegno al tavolo dove normalmente i Grandi parlano d’altro.La lezione è in fondo questa: se occorre, la Chiesa è pronta a mettere da parte abitudini e protocolli che certo non vanno scambiati come liturgie proprie.Se occorre, è il Papa a raggiungere di persona “cantieri di lavoro” globali dove può nascere o si può costruire qualcosa di buono per l’umanità. Viene in mente, come precedente che segna la strada, il Papa che cinque anni fa alla Facoltà teologica di Posillipo chiudeva – da “convegnista” sia pure illustre – i lavori sull’aggiornamento della Veritatis gaudium.Anche lì un tema cruciale di questo tempo e del pontificato, la centralità del Mediterraneo e il dramma delle migrazioni che lo stanno trasformando in un «freddo cimitero senza lapidi».Anche lì un tema simbolo delle periferie esistenziali dalle quali, parola di Francesco, la realtà si osserva meglio e più a fondo. A Borgo Egnazia c’era da correre al capezzale di un vero “ospedale da campo”, con i reparti magari attrezzati di tutto punto eppure incapaci di prestare il soccorso che l’umanità chiede soprattutto in termini di pace e di giustizia sociale.Il G7 di Francesco è stato alla fine un grande atto di generosità e di cordiale apertura al mondo.Si inquadra in questa prospettiva anche il tema specifico dell’Intelligenza artificiale, per il quale il Papa è stato chiamato al vertice, mostrando una Chiesa capace di affrontare a viso aperto, con coraggio e umiltà, le sfide sempre più…
H 14.00 AI MICROFONI DI RADIO MARIA,IL CARDINALE ERNEST SIMONI IN DIRETTA DALLA SEDE DI RADIO MARIA MEDJUGORJE
🩵🔴I PELLEGRINI possono recarsi li’ ALL’ESTERNO della SEDE di RADIO MARIA MEDJUGORJE🔴Il Cardinale Simoni e’ un martire vivente come lo definisce Papa Francesco: ha vissuto l’orrore della prigionia, dell’isolamento, delle persecuzioni e torture. Venne arrestato nel 1963 dalla polizia comunista albanese liberato nel 1990 dopo una vita ai lavori forzati. Il Cardinale Simoni e’ l’unico sacerdote vivente che sia stato testimone della persecuzione del regime di Enver Hoxha, che aveva proclamato l’Albania il «primo Stato ateo al mondo». In video diretta anche sulla nostra pagina facebook. The post H 14.00 AI MICROFONI DI RADIO MARIA,IL CARDINALE ERNEST SIMONI IN DIRETTA DALLA SEDE DI RADIO MARIA MEDJUGORJE appeared first on Radio Maria.
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🩵🔴I PELLEGRINI possono recarsi li’ ALL’ESTERNO della SEDE di RADIO MARIA MEDJUGORJE🔴Il Cardinale Simoni e’ un martire vivente come lo definisce Papa Francesco: ha vissuto l’orrore della prigionia, dell’isolamento, delle persecuzioni e torture. Venne arrestato nel 1963 dalla polizia comunista albanese liberato nel 1990 dopo una vita ai lavori forzati. Il Cardinale Simoni e’ l’unico sacerdote vivente che sia stato testimone della persecuzione del regime di Enver Hoxha, che aveva proclamato l’Albania il «primo Stato ateo al mondo». In video diretta anche sulla nostra pagina facebook. The post H 14.00 AI MICROFONI DI RADIO MARIA,IL CARDINALE ERNEST SIMONI IN DIRETTA DALLA SEDE DI RADIO MARIA MEDJUGORJE appeared first on Radio Maria.
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La Madonna vince con l’arma della preghiera
18 giugno 2024: editoriale del Direttore di Radio Maria, Padre Livio Fanzaga.The post La Madonna vince con l’arma della preghiera appeared first on Radio Maria.
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18 giugno 2024: editoriale del Direttore di Radio Maria, Padre Livio Fanzaga.The post La Madonna vince con l’arma della preghiera appeared first on Radio Maria.
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IL VELO DI MARIA BAMBINA
Una brezza birichina arriva dal mare. Una scia di azzurro trasparente volteggia leggera, punteggiata di fiori, sorretta da centinaia di bambini in festa: sui petali mossi, i loro nomi baciati dal sole. Dall’alto, la Madre
illumina la scena con un sorriso d’amore, guardando il regalo preparato per Lei. E’ così che ci immaginiamo la giornata di domenica 8 settembre quando, nel giorno in cui la Chiesa festeggia il compleanno della Madonna, verrà portato nella Santa Casa il “Velo di Maria Bambina”, un tessuto lungo più di 60 metri con i nomi di oltre 10mila bambini di tutta Italia (e nel mondo), che Radio Maria ha voluto affidare alla Vergine di Loreto in collaborazione con il Vescovo, S.E. Mons. Fabio dal Cin e con il patrocinio del Dicastero per la Nuova Evangelizzazione della Santa Sede.L’idea è nata ammirando i colorati disegni del manto della Madonna, realizzati da alcuni bambini durante un’iniziativa dei volontari di Radio Maria. Perché, quindi, non creare davvero un grande tessuto, un
“velo”, da dedicare a Maria nel giorno del suo compleanno? E quale regalo migliore dell’affidare alla protezione della Vergine i nostri bambini, protagonisti del mondo di domani? Così è nato il “Velo di Maria Bambina”: un tessuto di preziosa fattura, sì, ma soprattutto un simbolo concreto delle migliaia di atti di affidamento che genitori, nonni, zii, fratelli maggiori e amici hanno voluto fare alla Madonna per i loro bambini, scrivendo i nomi sulle centinaia di fiori cartonati che dalla serata di sabato 7 settembre andranno ad addobbare la piazza della Madonna e la Basilica della Santa Casa, dove verrà recitato il Santo Rosario in processione.Domenica 8 settembre la giornata si aprirà, come ogni anno, con un convegno organizzato dalla Delegazione Pontificia che quest’anno avrà come ospite la Garante per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, Dottoressa Carla Garlatti, la quale rivolgerà il suo intervento ai rappresentanti delle istituzioni. Nel frattempo, i bambini e le loro famiglie verranno festosamente accolti con canti e balli di benvenuto, in attesa di partecipare tutti insieme alla Santa Messa delle ore 11.30 al termine della quale il grande “Velo di Maria Bambina” farà il suo ingresso in Basilica, sorretto dai bambini che verranno affidati alla Vergine Lauretana dal Vescovo. Prima della benedizione finale, i piccoli saranno protagonisti anche del rito di accensione della Lampada che arde nella Santa Casa, la cui fiamma servirà ad accendere altre lampade che verranno portate in tutte le regioni italiane e nei cinque continenti, come simbolo di pace e di speranza, in occasione del Giubileo 2025.La celebrazione, che verrà trasmessa in diretta mondiale in 9 lingue diverse grazie alla rete delle 129 Radio Maria presenti in 84 nazioni, vuol essere la prima di una lunga serie. Sta infatti maturando l’idea che l’affidamento dei bambini alla Vergine Lauretana diventi una consuetudine del Santuario, sempre pronto ad accogliere i bambini e le loro famiglie in ogni momento dell’anno e -in particolare- nel giorno della Natività di Maria.Per quanti volessero partecipare, è ancora possibile aderire all’iniziativa fino ai primi di settembre: collegandosi alla pagina web vpe.radiomaria.it si potrà scrivere il nome dei bambini da affidare alla Madonna e, per chi lo desidera, ricevere a casa un segnalibro con la preghiera di affidamento e una bustina di semi di margherita, da piantare e far crescere come segno di speranza in un futuro migliore, sotto la protezione della Vergine Lauretana.The post IL VELO DI MARIA BAMBINA appeared first on Radio Maria.
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Una brezza birichina arriva dal mare. Una scia di azzurro trasparente volteggia leggera, punteggiata di fiori, sorretta da centinaia di bambini in festa: sui petali mossi, i loro nomi baciati dal sole. Dall’alto, la Madre
illumina la scena con un sorriso d’amore, guardando il regalo preparato per Lei. E’ così che ci immaginiamo la giornata di domenica 8 settembre quando, nel giorno in cui la Chiesa festeggia il compleanno della Madonna, verrà portato nella Santa Casa il “Velo di Maria Bambina”, un tessuto lungo più di 60 metri con i nomi di oltre 10mila bambini di tutta Italia (e nel mondo), che Radio Maria ha voluto affidare alla Vergine di Loreto in collaborazione con il Vescovo, S.E. Mons. Fabio dal Cin e con il patrocinio del Dicastero per la Nuova Evangelizzazione della Santa Sede.L’idea è nata ammirando i colorati disegni del manto della Madonna, realizzati da alcuni bambini durante un’iniziativa dei volontari di Radio Maria. Perché, quindi, non creare davvero un grande tessuto, un
“velo”, da dedicare a Maria nel giorno del suo compleanno? E quale regalo migliore dell’affidare alla protezione della Vergine i nostri bambini, protagonisti del mondo di domani? Così è nato il “Velo di Maria Bambina”: un tessuto di preziosa fattura, sì, ma soprattutto un simbolo concreto delle migliaia di atti di affidamento che genitori, nonni, zii, fratelli maggiori e amici hanno voluto fare alla Madonna per i loro bambini, scrivendo i nomi sulle centinaia di fiori cartonati che dalla serata di sabato 7 settembre andranno ad addobbare la piazza della Madonna e la Basilica della Santa Casa, dove verrà recitato il Santo Rosario in processione.Domenica 8 settembre la giornata si aprirà, come ogni anno, con un convegno organizzato dalla Delegazione Pontificia che quest’anno avrà come ospite la Garante per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, Dottoressa Carla Garlatti, la quale rivolgerà il suo intervento ai rappresentanti delle istituzioni. Nel frattempo, i bambini e le loro famiglie verranno festosamente accolti con canti e balli di benvenuto, in attesa di partecipare tutti insieme alla Santa Messa delle ore 11.30 al termine della quale il grande “Velo di Maria Bambina” farà il suo ingresso in Basilica, sorretto dai bambini che verranno affidati alla Vergine Lauretana dal Vescovo. Prima della benedizione finale, i piccoli saranno protagonisti anche del rito di accensione della Lampada che arde nella Santa Casa, la cui fiamma servirà ad accendere altre lampade che verranno portate in tutte le regioni italiane e nei cinque continenti, come simbolo di pace e di speranza, in occasione del Giubileo 2025.La celebrazione, che verrà trasmessa in diretta mondiale in 9 lingue diverse grazie alla rete delle 129 Radio Maria presenti in 84 nazioni, vuol essere la prima di una lunga serie. Sta infatti maturando l’idea che l’affidamento dei bambini alla Vergine Lauretana diventi una consuetudine del Santuario, sempre pronto ad accogliere i bambini e le loro famiglie in ogni momento dell’anno e -in particolare- nel giorno della Natività di Maria.Per quanti volessero partecipare, è ancora possibile aderire all’iniziativa fino ai primi di settembre: collegandosi alla pagina web vpe.radiomaria.it si potrà scrivere il nome dei bambini da affidare alla Madonna e, per chi lo desidera, ricevere a casa un segnalibro con la preghiera di affidamento e una bustina di semi di margherita, da piantare e far crescere come segno di speranza in un futuro migliore, sotto la protezione della Vergine Lauretana.The post IL VELO DI MARIA BAMBINA appeared first on Radio Maria.
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Il caffeino quotidiano di P. Livio
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🙏〽️ A tra poco con il Cardinale Simoni nella sede di Radio Maria Medjugorje !!
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🙏DA RADIO MARIA MEDJUGORJE
LA BENEDIZIONE DEL CARDINALE SIMONI SU TUTTI NOI E SU TUTTO IL MONDO COSÌ BISOGNOSO DELLA PACE DEL SIGNORE GESÙ E DI MARIA SANTISSIMA NOSTRA CARA MADREMediaCinepresa video GUARDA LA VIDEO DIRETTAThe post 🙏DA RADIO MARIA MEDJUGORJE appeared first on Radio Maria.
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FOTO DALLE RADIO MARIA AFRICANE
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