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Un Comunista a Manhattan: come New York ha svenduto la libertà per un sussidio

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Un Comunista a Manhattan: come New York ha svenduto la libertà per un sussidio Solo su @Plusvalore
New York, un tempo capitale mondiale del capitalismo e simbolo del sogno americano, ha imboccato una strada che somiglia sempre più a quella di un esperimento socialista urbano. La vittoria di Zohran Mamdani e del fronte progressista che lo sostiene rappresenta un punto di svolta politico: una città fondata sul merito e sull’iniziativa privata sembra oggi sedotta dall’idea che la ricchezza possa essere redistribuita con un tratto di penna.

Le promesse elettorali sono state ampie e generose: alloggi pubblici a basso costo, sanità universale locale, trasporti gratuiti, salari garantiti e nuove imposte sui “grandi patrimoni”. È un’agenda che, a livello retorico, risponde a una domanda reale di giustizia sociale. Ma l’aritmetica economica resta quella di sempre: più spesa pubblica, più deficit, più tasse.

Secondo un’analisi del Manhattan Institute, il budget comunale di New York supera già i 110 miliardi di dollari — più del doppio di quello di vent’anni fa — e oltre il 70% è destinato a spesa corrente. Le entrate fiscali, invece, dipendono in modo crescente da un numero ristretto di contribuenti: l’1% più ricco dei residenti versa circa il 50% delle imposte sul reddito cittadino. È un equilibrio fragile. Qualsiasi aumento di tassazione rischia di innescare una fuga verso stati fiscalmente più competitivi come la Florida o il Texas, che negli ultimi cinque anni hanno attirato oltre 800.000 nuovi residenti netti.

L’idea che si possa costruire prosperità togliendo a chi produce per distribuire a chi riceve non ha mai funzionato. Quando lo Stato diventa il principale motore economico, la crescita rallenta, gli investimenti si riducono e la produttività declina. La storia di Detroit negli anni ’70 o di Chicago più recentemente lo dimostra. Ogni volta che la politica ha preferito l’assistenzialismo al lavoro, il risultato è stato un aumento della dipendenza pubblica e un impoverimento diffuso.

Il nuovo corso newyorchese si fonda anche su una visione culturale che considera la proprietà privata come un ostacolo sociale. Si parla apertamente di “social housing universale” e di “statalizzazione degli immobili abbandonati” per combattere la speculazione. Ma l’esperienza di città come Berlino — dove il referendum per espropriare i grandi proprietari ha paralizzato il mercato immobiliare e ridotto l’offerta di case — dimostra che le buone intenzioni, in economia, spesso producono effetti opposti a quelli desiderati.

La politica dell’immigrazione è un altro nodo cruciale. Negli ultimi tre anni, più di 150.000 migranti irregolari sono arrivati a New York. Il costo per l’accoglienza, secondo i dati ufficiali del sindaco Adams, supera già i 12 miliardi di dollari in due anni. Nel frattempo, gli alloggi per i cittadini a basso reddito restano insufficienti e i servizi pubblici sotto pressione. L’idea di una città “aperta a tutti” si sta scontrando con la realtà dei conti e con la percezione, crescente, di un’ingiustizia verso chi rispetta le regole e paga regolarmente le tasse.

Sul fronte della sicurezza, l’approccio permissivo verso i cosiddetti “reati non violenti” — furti, vandalismi, occupazioni — ha già prodotto un effetto visibile. Dal 2019 al 2024 i furti nei negozi sono aumentati del 64%, mentre gli arresti per reati minori sono diminuiti del 30%. È la logica perversa del “non punire per integrare”, che finisce per scoraggiare il rispetto delle leggi e alimentare un clima di impunità.

C’è poi il tema della sostenibilità fiscale. Una volta che il bilancio pubblico si espande per finanziare nuovi programmi sociali, è quasi impossibile ridurlo. Ogni sussidio crea dipendenza politica. Tagliarli significa perdere consenso. È così che le amministrazioni progressiste costruiscono la loro base elettorale: promettendo benefici immediati in cambio di un voto, a scapito della libertà economica di lungo periodo.

Ma il problema più profondo è culturale.
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L’idea, sempre più diffusa, che “tutto sia dovuto” e che il successo economico derivi da un sistema ingiusto, non da competenze e sacrificio, mina le fondamenta stesse del patto sociale americano. È una visione che riduce la dignità del lavoro a un diritto passivo e trasforma l’ambizione individuale in colpa collettiva.

Tuttavia, sarebbe un errore limitarsi a condannare Mamdani e i suoi sostenitori. Il malcontento che alimenta il loro successo nasce anche dalle distorsioni del capitalismo urbano. L’esplosione dei canoni d’affitto, la concentrazione della ricchezza, la finanza speculativa che ha reso inaccessibili interi quartieri, sono problemi reali. Il capitalismo ha dimenticato di essere inclusivo. E dove la politica liberale si è limitata a difendere i privilegi, il socialismo ha trovato terreno fertile.

La risposta, però, non può essere la statalizzazione dell’economia né la tassazione punitiva. Serve una politica che ricostruisca fiducia nel mercato e che riporti il lavoro e il merito al centro della società. Un sistema che garantisca opportunità, non dipendenza.

New York è sempre stata il laboratorio dell’America. Se questa deriva socialista dovesse consolidarsi, l’intero Occidente potrebbe seguirla. Ma se la città riuscirà a correggere la rotta, a riscoprire la libertà economica e la responsabilità individuale, allora potrà tornare a essere ciò che è sempre stata: il simbolo della possibilità per chiunque di costruirsi il proprio destino.
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