Ma sbaglio o la “giornata della memoria” di ieri è passata assolutamente in sordina quasi da non essere ricordata da nessuno?
Godo.
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Accordo di libero scambio UE–India: l’ennesima decisione di Bruxelles contro l’economia reale europea.
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Muh facts and logic
Accordo di libero scambio UE–India: l’ennesima decisione di Bruxelles contro l’economia reale europea. Solo su @plusvalore
Accordo di libero scambio UE–India: l’ennesima decisione di Bruxelles contro l’economia reale europea
Il nuovo accordo di libero scambio tra Unione Europea e India non è il frutto di una necessità economica né di una strategia industriale lungimirante. È l’ennesima decisione calata dall’alto dalla burocrazia europea, lontana dai territori, dalle imprese e dai lavoratori che ne subiranno le conseguenze.
Ancora una volta, Bruxelles sceglie l’ideologia del libero scambio astratto, ignorando deliberatamente gli effetti concreti sull’economia reale europea e italiana.
Un accordo costruito su uno squilibrio evidente
I dati ufficiali dimostrano che il rapporto commerciale UE–India è già oggi profondamente sbilanciato. L’Unione Europea importa dall’India 71,3 miliardi di euro di beni, mentre ne esporta appena 48,8 miliardi. Un disavanzo strutturale che la Commissione Europea conosce perfettamente, ma che sceglie di ignorare.
A livello nazionale, il quadro italiano è ancora più allarmante: 9,02 miliardi di euro di importazioni dall’India contro 5,22 miliardi di export. Eppure, invece di interrogarsi sulle cause di questa debolezza e rafforzare il sistema produttivo europeo, l’UE decide di liberalizzare ulteriormente gli scambi, rendendo lo squilibrio permanente.
Bruxelles finge di non capire ciò che è evidente: è molto più probabile che l’Europa importi prodotti a basso costo dall’India, piuttosto che l’India aumenti significativamente l’acquisto di beni europei di alta gamma. Questo accordo non corregge il problema, lo cristallizza.
Dumping sociale legalizzato dalla Commissione Europea
Il punto più grave è che l’Unione Europea, pur essendo pienamente consapevole delle profonde differenze tra i due sistemi produttivi, sceglie deliberatamente di metterli in concorrenza diretta.
L’India produce con:
• salari più bassi
• meno tutele per i lavoratori
• minori vincoli ambientali
• orari di lavoro più lunghi
L’UE, invece, impone alle proprie imprese regolamentazioni sempre più stringenti su lavoro, sicurezza e ambiente. Questo non è un errore di valutazione: è una scelta politica precisa. Bruxelles decide di esporre le imprese europee a una concorrenza che non potrà mai essere equa.
Il risultato è prevedibile: per sopravvivere, le imprese europee saranno costrette a ridurre i salari reali, comprimere i diritti o delocalizzare. La Commissione Europea chiama tutto questo “competitività”. Nella realtà, è erosione del modello sociale europeo.
Colpire settori fragili: l’irresponsabilità della governance europea
Ancora più grave è la composizione delle importazioni dall’India: materie prime, prodotti chimici e alimentari. Settori che in Europa e in Italia stanno già affrontando una crisi profonda, causata anche da politiche europee incoerenti e contraddittorie.
Con questo accordo, l’UE:
• aumenta la pressione su filiere già in difficoltà
• accelera la perdita di posti di lavoro
• favorisce la chiusura di imprese locali
Il tutto mentre consente l’ingresso di prodotti che non rispettano gli stessi standard imposti ai produttori europei. È una distorsione evidente del mercato, creata non da forze esterne, ma dalla stessa Unione Europea.
Nel settore agroalimentare, la contraddizione è totale: Bruxelles impone vincoli sempre più rigidi agli agricoltori europei e contemporaneamente apre le frontiere a produzioni estere che non rispettano quegli stessi criteri. Una politica che non è né ecologica né sociale, ma semplicemente autodistruttiva.
Conclusione: un’Europa che governa senza ascoltare
L’accordo UE–India è l’ennesima prova di una governance europea scollegata dalla realtà produttiva. Decisioni prese da tecnocrati non eletti, che non pagheranno mai il prezzo sociale delle loro scelte.
Questo non è libero scambio. È ingegneria economica ideologica, fatta sulla pelle dei lavoratori e delle imprese europee. Se l’Unione Europea vuole davvero difendere il proprio modello sociale e produttivo, deve smettere di competere abbassando il valore del lavoro e iniziare a difendere attivamente chi produce in Europa.
Il nuovo accordo di libero scambio tra Unione Europea e India non è il frutto di una necessità economica né di una strategia industriale lungimirante. È l’ennesima decisione calata dall’alto dalla burocrazia europea, lontana dai territori, dalle imprese e dai lavoratori che ne subiranno le conseguenze.
Ancora una volta, Bruxelles sceglie l’ideologia del libero scambio astratto, ignorando deliberatamente gli effetti concreti sull’economia reale europea e italiana.
Un accordo costruito su uno squilibrio evidente
I dati ufficiali dimostrano che il rapporto commerciale UE–India è già oggi profondamente sbilanciato. L’Unione Europea importa dall’India 71,3 miliardi di euro di beni, mentre ne esporta appena 48,8 miliardi. Un disavanzo strutturale che la Commissione Europea conosce perfettamente, ma che sceglie di ignorare.
A livello nazionale, il quadro italiano è ancora più allarmante: 9,02 miliardi di euro di importazioni dall’India contro 5,22 miliardi di export. Eppure, invece di interrogarsi sulle cause di questa debolezza e rafforzare il sistema produttivo europeo, l’UE decide di liberalizzare ulteriormente gli scambi, rendendo lo squilibrio permanente.
Bruxelles finge di non capire ciò che è evidente: è molto più probabile che l’Europa importi prodotti a basso costo dall’India, piuttosto che l’India aumenti significativamente l’acquisto di beni europei di alta gamma. Questo accordo non corregge il problema, lo cristallizza.
Dumping sociale legalizzato dalla Commissione Europea
Il punto più grave è che l’Unione Europea, pur essendo pienamente consapevole delle profonde differenze tra i due sistemi produttivi, sceglie deliberatamente di metterli in concorrenza diretta.
L’India produce con:
• salari più bassi
• meno tutele per i lavoratori
• minori vincoli ambientali
• orari di lavoro più lunghi
L’UE, invece, impone alle proprie imprese regolamentazioni sempre più stringenti su lavoro, sicurezza e ambiente. Questo non è un errore di valutazione: è una scelta politica precisa. Bruxelles decide di esporre le imprese europee a una concorrenza che non potrà mai essere equa.
Il risultato è prevedibile: per sopravvivere, le imprese europee saranno costrette a ridurre i salari reali, comprimere i diritti o delocalizzare. La Commissione Europea chiama tutto questo “competitività”. Nella realtà, è erosione del modello sociale europeo.
Colpire settori fragili: l’irresponsabilità della governance europea
Ancora più grave è la composizione delle importazioni dall’India: materie prime, prodotti chimici e alimentari. Settori che in Europa e in Italia stanno già affrontando una crisi profonda, causata anche da politiche europee incoerenti e contraddittorie.
Con questo accordo, l’UE:
• aumenta la pressione su filiere già in difficoltà
• accelera la perdita di posti di lavoro
• favorisce la chiusura di imprese locali
Il tutto mentre consente l’ingresso di prodotti che non rispettano gli stessi standard imposti ai produttori europei. È una distorsione evidente del mercato, creata non da forze esterne, ma dalla stessa Unione Europea.
Nel settore agroalimentare, la contraddizione è totale: Bruxelles impone vincoli sempre più rigidi agli agricoltori europei e contemporaneamente apre le frontiere a produzioni estere che non rispettano quegli stessi criteri. Una politica che non è né ecologica né sociale, ma semplicemente autodistruttiva.
Conclusione: un’Europa che governa senza ascoltare
L’accordo UE–India è l’ennesima prova di una governance europea scollegata dalla realtà produttiva. Decisioni prese da tecnocrati non eletti, che non pagheranno mai il prezzo sociale delle loro scelte.
Questo non è libero scambio. È ingegneria economica ideologica, fatta sulla pelle dei lavoratori e delle imprese europee. Se l’Unione Europea vuole davvero difendere il proprio modello sociale e produttivo, deve smettere di competere abbassando il valore del lavoro e iniziare a difendere attivamente chi produce in Europa.
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👉 È partita la raccolta firme per l’iniziativa popolare “Remigrazione e Riconquista” (Id 5700000) — un testo che punta a rafforzare il controllo dei flussi migratori, espellere gli irregolari e chi delinque, e introdurre strumenti concreti di remigrazione e priorità per i cittadini italiani.
➡️ Obiettivo: raggiungere 50.000 firme valide per portare la proposta in Parlamento
✔️ Perché firmare:
• Più controllo sugli ingressi e norme più rigide per l’immigrazione.
• Espulsione obbligatoria per chi è irregolare o commette reati.
• Introduzione di strumenti di remigrazione organizzata e incentivi per il ritorno volontario negli stati d’origine.
• Misure a favore della natalità italiana e priorità per le famiglie italiane. 🔗
Firma ORA online tramite SPID o CIE qui:👉 https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/5700000
📅 La mobilitazione è appena iniziata — ogni firma conta.
💪 Firma e condividi per una Italia più sicura e sovrana. 🇮🇹
➡️ Obiettivo: raggiungere 50.000 firme valide per portare la proposta in Parlamento
✔️ Perché firmare:
• Più controllo sugli ingressi e norme più rigide per l’immigrazione.
• Espulsione obbligatoria per chi è irregolare o commette reati.
• Introduzione di strumenti di remigrazione organizzata e incentivi per il ritorno volontario negli stati d’origine.
• Misure a favore della natalità italiana e priorità per le famiglie italiane. 🔗
Firma ORA online tramite SPID o CIE qui:👉 https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/5700000
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Muh facts and logic
👉 È partita la raccolta firme per l’iniziativa popolare “Remigrazione e Riconquista” (Id 5700000) — un testo che punta a rafforzare il controllo dei flussi migratori, espellere gli irregolari e chi delinque, e introdurre strumenti concreti di remigrazione…
Fate le persone adulte e firmatela.
Tanto lo SPID ce lo avete già.
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