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Il 7 Maggio 1166 - MUORE A PALERMO GUGLIELMO I D'ALTAVILLA, DETTO IL MALO, RE DI SICILIA

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Passato forse ingiustamente alla storia con l'epiteto di “Malo”, per distinguerlo dal figlio omonimo”, Guglielmo I di Sicilia fu un sovrano più complesso di quanto la tradizione popolare ha lasciato intendere. Avendo avuto il pesante onere di succedere ad un gigante come Ruggero II, padre suo e del Regno di Sicilia, Guglielmo visse i suoi anni di regno subendo il difficile confronto con l'eredità paterna. Malgrado ciò, il giudizio storico sul secondo re siculo-normanno non può essere del tutto negativo.

Guglielmo nacque attorno al 1120 a Palermo. Era il quartogenito dell'allora conte di Sicilia Ruggero II e della moglie Elvira di Castiglia. Essendogli premorti i fratelli maggiori, Guglielmo divenne l'erede alla corona siciliana e, per volontà del padre, fu associato al trono già nel 1151. Alla morte di Ruggero II, avvenuta sul finire di febbraio del 1154, Guglielmo divenne re di Sicilia.

Particolarmente influenzato dalla cultura di corte, dove si univano influenze normanne ad altre bizantine ed islamiche, Guglielmo era al tempo stesso un abile guerriero ed un uomo incline al lusso ed alla vita tipica dei sovrani orientali. Al fine di condurre gli affari di Stato si avvalse della collaborazione di una serie di personaggi della corte palermitana, di cui il più importante fu nei primi anni l'ammiraglio Maione di Bari, abile uomo politico però inviso a parte della nobiltà normanna.

Gran parte della fama negativa di Guglielmo I si deve alla reazione alle grandi rivolte scoppiate durante il suo regno. In particolare, la rivolta filobizantina scoppiata in Puglia nel 1155, che condusse il re anche a decidere di far radere al suolo la città di Bari e, soprattutto, la rivolta capeggiata da Matteo Bonello in Sicilia tra il 1160 ed il 1161. Fu nel frangente di questa rivolta che il principale collaboratore di Guglielmo, l'ammiraglio Maione di Bari fu ucciso a Palermo il 10 novembre 1160. E fu ancora per mano del Bonello che Guglielmo fu fatto prigioniero presso il Palazzo Reale della capitale nel marzo 1161, nella stessa occasione nella quale rimase ucciso anche uno dei figlioletti del re. La rivolta, poi estesa al resto dell'isola, vide tra i protagonisti anche il futuro re di Sicilia Tancredi di Lecce, nipote dello stesso Guglielmo.

Sul versante internazionale la politica di Guglielmo ottenne risultati ambivalenti. Se da un lato sotto il suo governo la Sicilia perse il controllo dei territori africani conquistati da Ruggero II (il cosiddetto “Regno d'Africa”), dall'altro Guglielmo I riuscì a fronteggiare abilmente i due imperatori d'Occidente ed Oriente, Federico Barbarossa e Manuele Comneno, ponendo il Regno di Sicilia come lo Stato egemone dell'area italica. Con il Trattato di Benevento del 1156, inoltre, stabilì un'intesa diplomatica con il Papato dopo anni di diatribe che risalivano ai tempi di Ruggero II.

Sposato a Margherita di Navarra, Guglielmo avrà quattro figli maschi. A succedergli sarà il suo omonimo, passato alla storia come “il Buono”. Guglielmo il Malo, a cui si deve l'inizio dei lavori del sollazzo regio della Zisa a Palermo, morì nella capitale del Regno di Sicilia il 7 maggio 1166. Nel 1182, per volontà del figlio, le sue spoglie furono traslate nel Duomo di Monreale.

A proposito della sua morte, fu il suo maggior detrattore, il cronista Ugo Falcando, a registrare la reazione dei cittadini di Palermo: «si vestirono a lutto e per tre giorni indossarono lugubri vesti. Durante quei tre giorni le donne, sia nobili matrone sia donne saracene alle quali in particolare la morte del re aveva causato un dolore inimmaginabile, percorrevano in corteo notte e giorno le vie della città, vestite di sacco coi capelli disciolti; le precedeva una grande moltitudine di ancelle che cantava lugubri trenodie accompagnandosi con il suono dei tamburelli e tutta la città risuonava dei loro lamenti.»

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L'epidemia più famosa della storia palermitana: la peste e le ossa della "Santuzza"

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Come arrivò la peste a Palermo

Era precisamente il 7 maggio. Il viceré Emanuele Filiberto di Savoia ordina di procedere allo sbarco del galeone appartenente all’ordine di Santa Maria della Redenzione dei Captivi, “patentato” dal consolato francese e dalla Deputazione di Salute di Trapani, città dove aveva fatto precedentemente tappa. In poche parole, il galeone era sicuro sulla carta. Quello nordafricano era stato segnalato come “porto sospetto” ma, data la documentazione nautica, la nave poté entrare in porto. Solo successivamente si scoprì che la prima patente, quella ottenuta dal consolato francese in Tunisia, fu (doppiamente) falsificata dal commissario dell’ordine dei Captivi e che alcuni malati morti a bordo furono gettati in mare per evitare di essere bloccati a Trapani. Qui infatti il galeone riuscì a sostare ma solo dopo alcune resistenze amministrative all’attracco. L’arrivo a Palermo fu un invito a nozze per il virus pestilenziale.

Primi casi di peste, sospetti e impreparazione.
I primi casi di peste a Palermo vennero registrati nel quartiere “Fieravecchia”. In vicolo Cefalà, non molto distante dal porto, morirono quattro persone venute a contatto con della «roba infetta» portata in città. Dal funerale di uno di questi derivarono altri contagi e altre morti con bubboni sul corpo. Il virus non fu riconosciuto immediatamente, e non scattò nessuna misura nel primo mese dopo lo sbarco nonostante le decine di morti in poco tempo.

Prime vittime illustri. Il 24 giugno la città venne dichiarata «infetta» e le porte cittadine controllate dalle autorità. Iniziava ufficialmente la lotta alla peste in una Palermo che di lì a poco si sarebbe ritrovata improvvisamente orfana del viceré Emanuele Filiberto e del generale degli eserciti, entrambi uccisi dal virus fra luglio e agosto.

I protagonisti della lotta alla peste. Le prescrizioni del protomedico racalmutese Ingrassia – colui che riuscì ad applicare efficaci provvedimenti durante la peste del 1575, contenendola di fatto e bloccandola nel giro di un anno – costituirono il modello comportamentale da cui si partiva durante l’epidemia del 1624. Stavolta però, tra i medici deputati della Sanità della città di Palermo, spicca il nome di Marco Antonio Alaymo. Il medico compaesano di Ingrassia ebbe già un ruolo di rilievo nel fronteggiare l’ondata del 1652, da cui la Sicilia restò indenne grazie ai precetti contenuti nei suoi Consigli Politico-Medici. L’autore concentrava la sua attenzione soprattutto sul fronte esterno, ossia sul controllo delle frontiere marittime e terrestri, un aspetto che prima era stato sottovalutato.

Il “lockdown” nel XVII secolo. Le misure del “resto a casa” di allora furono comunque stringenti. Vennero chiuse delle zone della città e sorvegliate in entrata e uscita, data la conformazione della città in aree circoscrivibili da vere e proprie porte di passaggio (oggi ne sono sopravvissute molte). I non palermitani che volevano uscire dalla città dovevano esibire una benda bianca al petto e passare obbligatoriamente un periodo di quarantena prima di entrare altrove (30 giorni di purificazione e isolamento e altri 10 prima di essere dichiarati “liberi). Venne tamponata la diffusione della peste anche se il costo in termine di vite fu comunque tragico.

La peste miete vittime in tutta Italia
La peste del XVII secolo segnò violentemente tante altre grandi città italiane. Alcune tragedie sono state ampiamente descritte nella grande letteratura nazionale, come Milano; non mancano altre devastazioni senza precedenti come nel caso di Venezia (50 mila morti) e di Napoli (quasi 290 mila morti). Palermo, anche grazie alle sue speciali leggi sanitarie, riuscì ad arginare il numero delle vittime a circa 10 mila, a fronte di una popolazione che era cresciuta molto raggiungendo gli oltre 130 mila abitanti

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Fontana dell'Amenano

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Grazie a 👉🏻@salvoat per questa meraviglia😍

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La Fontana dell'Amenano venne realizzata nel 1867, in marmo di Carrara, dal Napoletano Tito Angelini

L'opera rappresenta il fiume Amenano che era un Dio Greco dal volto giovanile. La statua del giovane con cornucopia in mano,dalla quale fuoriesce dell'acqua che si versa in una vasca dal bordo bombato. L'acqua, tracimando da questa vasca, produce un effetto cascata che dà la sensazione di un lenzuolo. Da qui il modo di dire "acqua a linzolu". L'acqua che cade dalla vasca si riversa nel fiume sottostante, che scorre ad un livello di circa due metri sotto la piazza.

Il fiume Amenano alimentava il Lago di Nicito, seppellito dall'Etna durante l'eruzione del 1669.

Da lì, il fiume proseguiva verso la parte occidentale della città fino a raggiungere il Monastero dei Benedettini. Qui, il fiume si divideva in tre bracci: uno fluiva verso la Pescheria e Villa Pacini; l'altro verso il Teatro Romano, Piazza San Francesco d'Assisi e Piazza Duomo; il terzo sotto il Monastero di San Giuliano e le Terme Achilleane, per poi sboccare verso il porto.

Oggi il fiume sgorga presso Piazza Duomo, in corrispondenza della Fontana, con il cosiddetto effetto "Acqua a linzolu", ovvero con una sorta di cascata che straripa dal bordo bombato della Fontana, per finire nel corso d'acqua sottostante, come fosse un lenzuolo.

Alle spalle della fontana, una scalinata in pietra lavica conduce alla Pescheria, antico mercato cittadino che, assieme alla Vucciria di Palermo, è fra le maggiori attrazioni folcloristiche delle due città Siciliane.

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Sai cos'è ?

A Catania lo chiamiamo Iris, ha la pasta un po' più dura di una brioche ed è poco più grande, viene scavato al suo interno sino a lasciare le pareti spesse poco più di un centimetro, viene riempito di crema bianca o crema al cioccolato, viene tappato (da sotto) con parte della parte esterna prima asportata, viene quindi passato nel latte e impanato con la mollica grossa non fine e quindi viene fritto ma prima, in quelli bianchi viene tolta dalla parte superiore la mollica per segnare che è bianco (come quello in figura) e non cioccolato.
Al mattino, caldi appena fritti, sono una goduria 😋😋

P.s. ora li fanno anche con ricotta o crema al pistacchio 😍

Grazie a @nando3c per questa chicca su questa prelibatezza Catanese ❤️

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BORGO MEDIEVALE POCO CONOSCIUTO

Situato al centro della Sicilia, su un monte ben visibile dall'autostrada Catania Palermo, a circa 5 km dall'uscita autostradale di Enna. Cosa vedere in questo borgo dalla forte impronta medievale e oggi tra il novero dei Borghi più belli d'Italia.

✅️ La piazza , detta 'u Chiuanu' centro nevralgico di incontro e aggregazione della popolazione .

✅️ La chiesa Madre seconda Regia Cappella Palatina della Sicilia . Nel punto più a nord del borgo conserva evidenti resti di una chiesa sotterranea venuta alla luce durante un restauro.

✅️ La via carcere,  un agglomerato di grotte che ricordano l'antica tradizione rurale e le vecchie abitazioni del 1600.

✅️ Il villaggio bizantino un sito di grande valore storico ed archeologico.

✅️ Il convento dei Cappuccini che ha al suo interno opere di elevato pregio artistic

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