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La Scala dei Turchi conquista Armani: la candida scogliera siciliana è la location del nuovo spot
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La Scala dei Turchi conquista Armani: la candida scogliera siciliana è la location del nuovo spot
15 Set 2021 Agrigento La Sicilia ancora set di eccellenza. Armani sceglie la Scala dei Turchi di Realmonte. La candida scogliera di marna bianca è set per il nuovo spot dello stilista. Le riprese sono iniziate nella notte, con tre modelle e lo staff. Presto…
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Estate 2021 - Catania prima meta per i turisti italiani
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Estate 2021 - Catania prima meta per i turisti italiani
La Sicilia e la Sardegna sono state le due regioni che in assoluto hanno fatto registrare il maggior numero di turisti in questa estate 2021 L'estate 2021, per quanto riguarda il turismo, ha visto l'Italia ed in particolar modo la Sicilia come protagonista…
Non vi pigliate una "femmina di Astarte": la città siciliana in cui era venerato il Diavolo
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Non vi pigliate una "femmina di Astarte": la città siciliana in cui era venerato il Diavolo
Con "Astarte", un tempo si faceva riferimento ad una città a metà strada tra Messina e Palermo dove, secondo buona parte della storiografia, si venerava il Diavolo o Astarte Una rappresentazione di Astarte Mia nonna diceva sempre: «La vita è come una scatola…
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Il 21 settembre 1990 il giudice Rosario Livatino veniva ucciso dalla mafia.
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Rosario Angelo Livatino nasce a Canicattì (Ag) il 3 ottobre 1952. Il padre Vincenzo era laureato in legge e lavorava all’esattoria comunale, sua mamma era Rosalia Corbo. Studente modello sin dalle scuole elementari, conclude tutte le scuole con il massimo dei voti. Dopo il Liceo Classico si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo, dove il 9 luglio 1975, all’età di 22 anni, consegue la laurea con il massimo dei voti e la lode.
Poi vince il concorso per vicedirettore in prova presso la sede dell’Ufficio del Registro di Agrigento, dove restò dal 1° dicembre 1977 al 17 luglio 1978. Partecipa con successo al concorso in magistratura. Lo supera e va a lavorare a Caltanissetta come uditore giudiziario. Dopo qualche tempo passa al Tribunale di Agrigento, dove dal 29 settembre 1979 al 20 agosto 1989, ricopre l’incarico di Sostituto Procuratore della Repubblica.
Qui si occupa delle più delicate indagini antimafia, ma anche di criminalità comune. Si occupa anche dell’indagine che poi negli anni ’90 verrà conosciuta come la "Tangentopoli siciliana".
Mette a segno numerosi colpi contro la Mafia, attraverso lo strumento della confisca dei beni e combattendo la corruzione in maniera molto forte. Scopre legami tra la Mafia e la Massoneria, e per questo il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga lo definì "Il giudice ragazzino", purtroppo non per fargli un complimento. Livatino ed alcuni magistrati del suo gruppo furono i primi ad interrogare un ministro nel corso di un indagine.
Dal 21 agosto 1989 al 21 settembre 1990 Rosario Livatino lavorò come giudice a latere presso il Tribunale di Agrigento nella sezione "misure di prevenzione".
Il giudice ha lasciato molte testimonianze della sua attività professionale di cui sono pieni gli archivi dei tribunali. I suoi interventi pubblici furono molto rari. Gli unici interventi pubblici, fuori dalle aule di giustizia , sono due e sono "Il ruolo del Giudice in una società che cambia" (1984) e "Fede e diritto" (1986). Questi discorsi costituiscono un testamento morale di Rosario Livatino.
Livatino visse abbastanza lontano dal contatto con il pubblico e non volle mai far parte di club o associazioni, qualsiasi fosse il loro genere.
Il magistrato di Canicattì fu ucciso in un agguato mafioso la mattina del 21 settembre 1990 sul viadotto Gasena della SS 640, che collega Agrigento a Caltanissetta, mentre si recava in Tribunale senza scorta e con la sua auto privata.
Esecutori e mandanti del suo assassinio sono stati tutti individuati e condannati all’ergastolo, ma con pene ridotte per chi collaborava. Fu ucciso dalla Stidda agrigentina, un’organizzazione mafiosa in contrasto con Cosa Nostra.
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Poi vince il concorso per vicedirettore in prova presso la sede dell’Ufficio del Registro di Agrigento, dove restò dal 1° dicembre 1977 al 17 luglio 1978. Partecipa con successo al concorso in magistratura. Lo supera e va a lavorare a Caltanissetta come uditore giudiziario. Dopo qualche tempo passa al Tribunale di Agrigento, dove dal 29 settembre 1979 al 20 agosto 1989, ricopre l’incarico di Sostituto Procuratore della Repubblica.
Qui si occupa delle più delicate indagini antimafia, ma anche di criminalità comune. Si occupa anche dell’indagine che poi negli anni ’90 verrà conosciuta come la "Tangentopoli siciliana".
Mette a segno numerosi colpi contro la Mafia, attraverso lo strumento della confisca dei beni e combattendo la corruzione in maniera molto forte. Scopre legami tra la Mafia e la Massoneria, e per questo il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga lo definì "Il giudice ragazzino", purtroppo non per fargli un complimento. Livatino ed alcuni magistrati del suo gruppo furono i primi ad interrogare un ministro nel corso di un indagine.
Dal 21 agosto 1989 al 21 settembre 1990 Rosario Livatino lavorò come giudice a latere presso il Tribunale di Agrigento nella sezione "misure di prevenzione".
Il giudice ha lasciato molte testimonianze della sua attività professionale di cui sono pieni gli archivi dei tribunali. I suoi interventi pubblici furono molto rari. Gli unici interventi pubblici, fuori dalle aule di giustizia , sono due e sono "Il ruolo del Giudice in una società che cambia" (1984) e "Fede e diritto" (1986). Questi discorsi costituiscono un testamento morale di Rosario Livatino.
Livatino visse abbastanza lontano dal contatto con il pubblico e non volle mai far parte di club o associazioni, qualsiasi fosse il loro genere.
Il magistrato di Canicattì fu ucciso in un agguato mafioso la mattina del 21 settembre 1990 sul viadotto Gasena della SS 640, che collega Agrigento a Caltanissetta, mentre si recava in Tribunale senza scorta e con la sua auto privata.
Esecutori e mandanti del suo assassinio sono stati tutti individuati e condannati all’ergastolo, ma con pene ridotte per chi collaborava. Fu ucciso dalla Stidda agrigentina, un’organizzazione mafiosa in contrasto con Cosa Nostra.
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Rosario Angelo Livatino oltre ad essere un uomo giusto , incorruttibile ed un ottimo magistrato, era un uomo di profonda fede cristiana. Visse tenendo sempre presenti gli insegnamenti del Vangelo e la sua vita, sin da quando era ragazzo, dimostra questo.
Nel maggio del 1993 Papa Giovanni Paolo II è in Sicilia ad Agrigento, dove incontra i fedeli nella Valle dei Templi. Prima però incontra i genitori di Rosario Livatino. Il Papa ad Agrigento definisce il giudice Livatino un "martire della giustizia e indirettamente della fede" e compie il famoso anatema contro la Mafia in cui invita gli uomini di questa organizzazione a convertirsi e a cambiare vita, in attesa, un giorno, del giudizio di Dio.
Il 4 ottobre 1995 viene fondata l’Associazione "Amici del Giudice Rosario Angelo Livatino", che ha sede a Canicattì (Ag). L’Associazione si propone di tenere viva la memoria del giudice, di promuovere una cultura della legalità con incontri e dibattiti, e di avviare un processo di canonizzazione nei confronti di Rosario Livatino, visto che non è ancora incominciato.
Tra l’altro il giudice avrebbe anche compiuto un paio di miracoli, post-mortem, di cui uno riguarda una signora guarita da una grave forma di leucemia, alla quale Rosario Livatino è apparso in sogno, in abiti sacerdotali, incoraggiandola a reagire e a guarire.
Livatino è stato un uomo che alle pubbliche dichiarazioni preferiva il quotidiano impegno al tavolo di lavoro. Un lavoro scrupoloso, ostinato e senza risparmiarsi. Sul suo tavolo di lavoro egli teneva un Crocifisso e un Vangelo. Era un operatore di giustizia. Il Cristianesimo era il suo programma di vita. "STD" c’era scritto in molte parti della sua agenda, Sub Tutela Dei, cioè sotto la tutela di Dio.
La memoria di Rosario Livatino è tenuta viva non solo dall’Associazione ma anche da targhe, aule di tribunali, vie e piazze di alcune città italiane a lui intitolate.
Tra gli scritti che lo riguardano vorrei ricordare "Il piccolo giudice. Fede e Giustizia in Rosario Livatino" di Ida Abate (sua professoressa al liceo) e "Il giudice ragazzino" di Nando Dalla Chiesa, dal quale è stato tratto l’omonimo film di Alessandro Di Robilant con Giulio Scarpati e Sabrina Ferilli.
Rosario Livatino non era un cattolico bigotto ed ipocrita, ma era un cattolico che viveva la sua fede in maniera interiore e consapevole, testimoniandola con i fatti e con la vita di tutti i giorni.
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Nel maggio del 1993 Papa Giovanni Paolo II è in Sicilia ad Agrigento, dove incontra i fedeli nella Valle dei Templi. Prima però incontra i genitori di Rosario Livatino. Il Papa ad Agrigento definisce il giudice Livatino un "martire della giustizia e indirettamente della fede" e compie il famoso anatema contro la Mafia in cui invita gli uomini di questa organizzazione a convertirsi e a cambiare vita, in attesa, un giorno, del giudizio di Dio.
Il 4 ottobre 1995 viene fondata l’Associazione "Amici del Giudice Rosario Angelo Livatino", che ha sede a Canicattì (Ag). L’Associazione si propone di tenere viva la memoria del giudice, di promuovere una cultura della legalità con incontri e dibattiti, e di avviare un processo di canonizzazione nei confronti di Rosario Livatino, visto che non è ancora incominciato.
Tra l’altro il giudice avrebbe anche compiuto un paio di miracoli, post-mortem, di cui uno riguarda una signora guarita da una grave forma di leucemia, alla quale Rosario Livatino è apparso in sogno, in abiti sacerdotali, incoraggiandola a reagire e a guarire.
Livatino è stato un uomo che alle pubbliche dichiarazioni preferiva il quotidiano impegno al tavolo di lavoro. Un lavoro scrupoloso, ostinato e senza risparmiarsi. Sul suo tavolo di lavoro egli teneva un Crocifisso e un Vangelo. Era un operatore di giustizia. Il Cristianesimo era il suo programma di vita. "STD" c’era scritto in molte parti della sua agenda, Sub Tutela Dei, cioè sotto la tutela di Dio.
La memoria di Rosario Livatino è tenuta viva non solo dall’Associazione ma anche da targhe, aule di tribunali, vie e piazze di alcune città italiane a lui intitolate.
Tra gli scritti che lo riguardano vorrei ricordare "Il piccolo giudice. Fede e Giustizia in Rosario Livatino" di Ida Abate (sua professoressa al liceo) e "Il giudice ragazzino" di Nando Dalla Chiesa, dal quale è stato tratto l’omonimo film di Alessandro Di Robilant con Giulio Scarpati e Sabrina Ferilli.
Rosario Livatino non era un cattolico bigotto ed ipocrita, ma era un cattolico che viveva la sua fede in maniera interiore e consapevole, testimoniandola con i fatti e con la vita di tutti i giorni.
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Catania: concerto tributo a Franco Battiato al teatro greco romano - Eco di Sicilia
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Catania: concerto tributo a Franco Battiato al teatro greco romano - Eco di Sicilia
Il festival lirico teatri di Pietra, edizione 2021, chiuderà in bellezza il 27 settembre alle 20.30 con il concerto “Franco Battiato Tribute” dedicato a Battiato, scomparso lo scorso 18 maggio all’età di 76 anni. Appuntamento al teatro greco romano di Catania…
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🍇Tempo di mosto, tempo di mostarda! 🍮
Chi di voi la prepara e come?
Orientarsi non è semplice perché ci sono davvero tantissime ricette da diversi luoghi d’Italia.
Questa è la ricetta di mia nonna: semplicissima, gli ingredienti sono solo mosto, amido, noci a volontà e cannella.
È importante che il mosto sia di uva da vino, e non da tavola, in questo caso è un frappato. Potete aggiungere a piacere anche mandorle o altra frutta secca, e come spezie anche chiodi di garofano.
Ovviamente lo zucchero non serve perché il mosto, ridotto della metà per ebollizione, è già molto dolce.
Potete mangiarla fresca, come un budino o farla asciugare e conservarla, un po’ come la cotognata.
👉 RICETTA @sicilianicreativi
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Questa è la ricetta di mia nonna: semplicissima, gli ingredienti sono solo mosto, amido, noci a volontà e cannella.
È importante che il mosto sia di uva da vino, e non da tavola, in questo caso è un frappato. Potete aggiungere a piacere anche mandorle o altra frutta secca, e come spezie anche chiodi di garofano.
Ovviamente lo zucchero non serve perché il mosto, ridotto della metà per ebollizione, è già molto dolce.
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È esistito eppure è quasi una leggenda: la misteriosa scomparsa del lago di Nicito di Catania.
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La ricostruzione storica dell’antico bacino lacustre è avvolta, già da lungo tempo, da un alone di mistero che fino ad oggi pervade il territorio del capoluogo etneo.
Disegno di quello che fu il lago di Nicito di Catania.
Secoli addietro, secondo le fonti storiche, la città di Catania sorgeva intorno ad una pozza d’acqua dolce che anticamente veniva soprannominata lago di Nicito.
L’origine del termine deriverebbe dal grecismo “aniketos”, che assume il significato di
invincibile o “invitto”. Un’altra ipotesi, invece, sostiene che l’appellativo alluda a papa Aniceto, salito al soglio pontificio intorno al 155 d.C.
Ad ogni modo la ricostruzione storica dell’antico bacino lacustre è avvolta, già da lungo tempo, da un alone di mistero che fino ad oggi pervade il territorio del capoluogo etneo.
Alcune testimonianze risalenti al XVII secolo riportano che divenne una vera e propria fonte di vita, propiziando la nascita di molteplici insediamenti abitativi; essendo un luogo ameno e florido, infatti, ben presto favorì una grande espansione urbanistica indirezione nord-ovest della zona territoriale.
Sappiamo, inoltre, che a ridosso di quest’area il viceré Juan de Vega pianificò la costruzione del cosiddetto “Bastione degli Infetti”. Gli storici ascrivono la progettazione del piano edilizio al 1556 e, affidandoci alla documentazione pervenuta, l’opera di fortificazione rientrava negli undici fortilizi che erano stati costruiti sotto la reggenza di Carlo V di Spagna per potenziare i confini del perimetro urbano circostante.
Malgrado le innumerevoli notizie tramandate, ad oggi non è rimasta alcuna traccia evidente del lago.
Nel diciassettesimo secolo era opinione comune credere che la pozza si fosse originata in seguito ad una funesta eruzione dell’Etna che, nel 406 a.C., avrebbe imperversato lungo le vie urbane di Catania e modificato il corso del fiume Amenano.
A giudizio di molti studiosi, dunque, questo fenomeno innescò un processo chimico che progressivamente determinò la formazione di una grande massa d’acqua a partire dalla quale si dipartivano diversi rami del fiume.
Il lago, inoltre, è ampiamente attestato anche in epoca romana; non a caso da Strabone, geografo greco, ricaviamo delle informazioni abbastanza dettagliate.
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Secoli addietro, secondo le fonti storiche, la città di Catania sorgeva intorno ad una pozza d’acqua dolce che anticamente veniva soprannominata lago di Nicito.
L’origine del termine deriverebbe dal grecismo “aniketos”, che assume il significato di
invincibile o “invitto”. Un’altra ipotesi, invece, sostiene che l’appellativo alluda a papa Aniceto, salito al soglio pontificio intorno al 155 d.C.
Ad ogni modo la ricostruzione storica dell’antico bacino lacustre è avvolta, già da lungo tempo, da un alone di mistero che fino ad oggi pervade il territorio del capoluogo etneo.
Alcune testimonianze risalenti al XVII secolo riportano che divenne una vera e propria fonte di vita, propiziando la nascita di molteplici insediamenti abitativi; essendo un luogo ameno e florido, infatti, ben presto favorì una grande espansione urbanistica indirezione nord-ovest della zona territoriale.
Sappiamo, inoltre, che a ridosso di quest’area il viceré Juan de Vega pianificò la costruzione del cosiddetto “Bastione degli Infetti”. Gli storici ascrivono la progettazione del piano edilizio al 1556 e, affidandoci alla documentazione pervenuta, l’opera di fortificazione rientrava negli undici fortilizi che erano stati costruiti sotto la reggenza di Carlo V di Spagna per potenziare i confini del perimetro urbano circostante.
Malgrado le innumerevoli notizie tramandate, ad oggi non è rimasta alcuna traccia evidente del lago.
Nel diciassettesimo secolo era opinione comune credere che la pozza si fosse originata in seguito ad una funesta eruzione dell’Etna che, nel 406 a.C., avrebbe imperversato lungo le vie urbane di Catania e modificato il corso del fiume Amenano.
A giudizio di molti studiosi, dunque, questo fenomeno innescò un processo chimico che progressivamente determinò la formazione di una grande massa d’acqua a partire dalla quale si dipartivano diversi rami del fiume.
Il lago, inoltre, è ampiamente attestato anche in epoca romana; non a caso da Strabone, geografo greco, ricaviamo delle informazioni abbastanza dettagliate.
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Nella sua opera, la Geographia, si parla di questo “locus amoenus” come fosse una preziosa risorsa idrica dell’abitato.
Oltre a ciò lo storico riferisce che, nonostante il graduale ritiro delle acque, i terreni conservarono un grado di fertilità eccezionale permettendo uno sviluppo agricolo di ampia portata.
A tessere le lodi della “dolce pozza” fu anche Francesco Ferrara, scienziato italiano di origini catanesi, che ne decantava la bellezza descrivendo alberi maestosi, piante rigogliose e incantevoli campagne. Nel suo testo leggiamo che «In faccia eravi il Lago di Nicito formato dalle acque che vi si radunavano dalle vicine correnti; era circondato di alberi e di folte campagne sparse di vari casini dei catanesi che rendevano quella valle allegra e molto amena».
Il medesimo scrittore, nella “Storia generale dell’ Etna”, illustra pure le possibili cause della sua scomparsa raccontando che “Il torrente infuocato scorrea intanto, esso coprì il lago di Anicito, e superate le mura di Catania dopo la rovina di molti edifici andò a gettarsi nel mare entrandovi per più di un miglio”.
Era il 15 Aprile 1669 quando, dopo aver raso al suolo una miriade di centri pedemontani, la lava raggiunse la campagna a nord-est dalla città di Catania e, in breve tempo, anche la valle di Anicito.
Del tutto implacabile il flusso lavico fece breccia persino nel lago di Nicito, ricoprendolo interamente in appena sei ore.
Diversi documenti storico-topografici, inoltre, ne illustrano il profilo geomorfologico prima dell’improvvisa sparizione.
I dati rilevano una profondità che si aggirava intorno ai quindici metri e, al contempo, un perimetro dall’estensione di circa sei chilometri.
Queste caratteristiche lo rendevano perfettamente adatto ad ospitare regate navali; difatti, ne furono disputate in gran numero.
Memorabile, a tal proposito, fu la gara navale organizzata in occasione dei festeggiamenti della nascita della Madonna, che si svolse l’8 settembre 1654.
Dopo il prosciugamento del tratto lacustre, però, si aprì una querelle sulla possibile localizzazione del medesimo chiamando in causa il parere di vari ricercatori senza, tuttavia, giungere ad una verità scientifica.
Dunque, ad oggi, la memoria del tanto rinomato specchio d’acqua è solamente custodita dall’omonima via cittadina che mette in collegamento l’odierna piazza Santa Maria di Gesù con la via Plebiscito alta, conosciuta anche come “Antico Corso”.
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Il medesimo scrittore, nella “Storia generale dell’ Etna”, illustra pure le possibili cause della sua scomparsa raccontando che “Il torrente infuocato scorrea intanto, esso coprì il lago di Anicito, e superate le mura di Catania dopo la rovina di molti edifici andò a gettarsi nel mare entrandovi per più di un miglio”.
Era il 15 Aprile 1669 quando, dopo aver raso al suolo una miriade di centri pedemontani, la lava raggiunse la campagna a nord-est dalla città di Catania e, in breve tempo, anche la valle di Anicito.
Del tutto implacabile il flusso lavico fece breccia persino nel lago di Nicito, ricoprendolo interamente in appena sei ore.
Diversi documenti storico-topografici, inoltre, ne illustrano il profilo geomorfologico prima dell’improvvisa sparizione.
I dati rilevano una profondità che si aggirava intorno ai quindici metri e, al contempo, un perimetro dall’estensione di circa sei chilometri.
Queste caratteristiche lo rendevano perfettamente adatto ad ospitare regate navali; difatti, ne furono disputate in gran numero.
Memorabile, a tal proposito, fu la gara navale organizzata in occasione dei festeggiamenti della nascita della Madonna, che si svolse l’8 settembre 1654.
Dopo il prosciugamento del tratto lacustre, però, si aprì una querelle sulla possibile localizzazione del medesimo chiamando in causa il parere di vari ricercatori senza, tuttavia, giungere ad una verità scientifica.
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