Spirito d’Africa in Sicilia, la dromedaria sull’Etna produce il buon latte
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Spirito d’Africa in Sicilia, la dromedaria sull’Etna produce il buon latte
di Ornella Sgroi Santo Fragalà ha avviato una fattoria africana in Sicilia. Produce l’oro bianco del deserto, prezioso per neonati e diabetici. L’azienda propone anche una collezione faunistica visitabile Una fattoria africana, sull’Etna. Ispirata a quella…
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🏺 La Ceramica di Santo Stefano di Camastra.
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Storia e Curiosità 👇
La Ceramica di Santo Stefano di Camastra (ME) è una delle più conosciute e apprezzate. Questo tipico manufatto siciliano probabilmente, è antico quanto la stessa Santo Stefano.
📅 I maestri Ceramisti e i Maiolicari arrivarono dopo la metà del XVIII secolo, al seguito del ricco signore Antonino Strazzeri, dando il loro contributo di esperienza e lavoro alle nascenti fabbriche del luogo. Gli scambi commerciali permisero ai maestri di Santo Stefano di apprendere e perfezionare la tecnica di rivestimento delle mattonelle.
📅 A partire dal XVIII secolo, la produzione di mattonelle maiolicate divenne fiorente, con richiesta da tante parti della Sicilia.
📅 La tecnica di produzione si trasformò nel XIX secolo e diventò industriale.
Le officine produssero sempre di più, aumentarono il repertorio dei colori, diedero nomi ai decori, che divennero sempre più ricchi.
CURIOSITA': Le famiglie, per migliorare la tecnica, chiamarono a Santo Stefano i ceramisti francesi, che lavorarono per anni alle loro dipendenze.
Così la ceramica di Santo Stefano di Camastra è diventata sempre più conosciuta e richiesta, non solo in Sicilia, ma anche all’estero.
📌 E voi conoscevate la Ceramica di Santo Stefano?
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La Ceramica di Santo Stefano di Camastra (ME) è una delle più conosciute e apprezzate. Questo tipico manufatto siciliano probabilmente, è antico quanto la stessa Santo Stefano.
📅 I maestri Ceramisti e i Maiolicari arrivarono dopo la metà del XVIII secolo, al seguito del ricco signore Antonino Strazzeri, dando il loro contributo di esperienza e lavoro alle nascenti fabbriche del luogo. Gli scambi commerciali permisero ai maestri di Santo Stefano di apprendere e perfezionare la tecnica di rivestimento delle mattonelle.
📅 A partire dal XVIII secolo, la produzione di mattonelle maiolicate divenne fiorente, con richiesta da tante parti della Sicilia.
📅 La tecnica di produzione si trasformò nel XIX secolo e diventò industriale.
Le officine produssero sempre di più, aumentarono il repertorio dei colori, diedero nomi ai decori, che divennero sempre più ricchi.
CURIOSITA': Le famiglie, per migliorare la tecnica, chiamarono a Santo Stefano i ceramisti francesi, che lavorarono per anni alle loro dipendenze.
Così la ceramica di Santo Stefano di Camastra è diventata sempre più conosciuta e richiesta, non solo in Sicilia, ma anche all’estero.
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Non tutti lo sanno, ma una delle stazioni più belle d'Italia si trova proprio in Sicilia
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Non tutti lo sanno, ma una delle stazioni più belle d'Italia si trova proprio in Sicilia
20 Nov 2020 Conoscere la Sicilia Una delle più belle: la stazione di Taormina-Giardini. È sicuramente una delle più pregevoli del panorama italiano, ma pochi lo sanno. Si trova lungo la linea ferroviaria Messina-Siracusa. Fu progettata nell’ambito del programma…
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Dante e Sicilia, a Palazzo Reale evento teatrale e opera Sartini - Sicilia
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Dante e Sicilia, a Palazzo Reale evento teatrale e opera Sartini - Sicilia
(ANSA) - PALERMO, 13 SET - Dante non visita mai la Sicilia ma è un amore a distanza: attraverso la lingua è come se avesse abitato nell'Isola, a Palazzo Reale. Infatti, già prima della Commedia, la Sicilia rappresenta per lui l'essenziale matrice della poesia…
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Comu finiu? A tri tubi": noi ridiamo, ma dietro c'è la (triste) storia di un piroscafo siciliano
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È un'espressione tipica della Sicilia orientale con cui si dà una risposta spiritosa che, in realtà, conserva il ricordo di una tragedia che ha per protagonista "la tre tubi"
Il piroscafo "Città di Catania"
Finiu a tri tubi! Capita molto spesso di ricevere questa insolita risposta quando si domanda a qualcuno: Comu finiu?, per sapere l’esito di una qualche situazione.
L’espressione è molto comune e diffusa tra generazioni vecchie e nuove soprattutto nella zona orientale della Sicilia. Rientra tra i tanti modi dire che si tramandano senza conoscerne veramente il significato o l’origine.
In realtà le repliche alla domanda comu finiu? possono essere diverse, variano anche rispetto alla garbatezza che si vuole conferire alla risposta. Oltre a tri tubi potreste imbattervi in finiu a fetu, finiu a schifiu.
Tutte espressioni che, con ilarità e ironia, aiutano a colorare un esito che sicuramente non è andato a buon fine.
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Finiu a tri tubi! Capita molto spesso di ricevere questa insolita risposta quando si domanda a qualcuno: Comu finiu?, per sapere l’esito di una qualche situazione.
L’espressione è molto comune e diffusa tra generazioni vecchie e nuove soprattutto nella zona orientale della Sicilia. Rientra tra i tanti modi dire che si tramandano senza conoscerne veramente il significato o l’origine.
In realtà le repliche alla domanda comu finiu? possono essere diverse, variano anche rispetto alla garbatezza che si vuole conferire alla risposta. Oltre a tri tubi potreste imbattervi in finiu a fetu, finiu a schifiu.
Tutte espressioni che, con ilarità e ironia, aiutano a colorare un esito che sicuramente non è andato a buon fine.
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Un modo curioso, quindi, per venire fuori da una situazione di impasse. Ma qual è l’origine di questo modo di dire?
Nonostante, infatti, per qualcuno l’espressione sia molto familiare, la sua origine è un enigma. Per conoscerla bisogna andare indietro al 1909-1910 quando venne costruito il piroscafo Città di Catania appartenente alle Ferrovie dello Stato che aveva, appunto, tre grossi comignoli e, per questo, denominato "la tre tubi".
Il piroscafo trasportava passeggeri, ma a partire dal 1912 cominciò ad essere usato anche per scopi bellici, prima nella guerra italo-turca e poi durante la prima guerra mondiale.
A seguito dei trattati di pace fu destinata a svolgere servizi postali di linea, e poi nuovamente, a partire dal 1939, la nave venne utilizzata dalla Regia marina e assunse una colorazione mimetica per essere meno identificabile.
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Nonostante, infatti, per qualcuno l’espressione sia molto familiare, la sua origine è un enigma. Per conoscerla bisogna andare indietro al 1909-1910 quando venne costruito il piroscafo Città di Catania appartenente alle Ferrovie dello Stato che aveva, appunto, tre grossi comignoli e, per questo, denominato "la tre tubi".
Il piroscafo trasportava passeggeri, ma a partire dal 1912 cominciò ad essere usato anche per scopi bellici, prima nella guerra italo-turca e poi durante la prima guerra mondiale.
A seguito dei trattati di pace fu destinata a svolgere servizi postali di linea, e poi nuovamente, a partire dal 1939, la nave venne utilizzata dalla Regia marina e assunse una colorazione mimetica per essere meno identificabile.
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Il suo ultimo viaggio fu sulla rotta Brindisi - Durazzo con a bordo 407 passeggeri, tra civili e militari, e 105 dell’equipaggio. Un sommergibile inglese HMS Unruffled lo avvistò al largo della città di Brindisi, lanciò due siluri e lo affondò con tutti i passeggeri a bordo. Era il 3 agosto del 1943.
In Sicilia quando si usa l’espressione "finiu a tri tubi" si vuole accennare a qualcosa andato storto, proprio come la triste fine di questo piroscafo.
A questa versione più ufficiale se ne aggiunge un’altra più colorita. Ha sempre a che fare con mare e imbarcazioni e fa riferimento al periodo delle grandi migrazioni verso l’America. All’epoca erano perlopiù i mariti a partire su navi che avevano quasi sempre tre comignoli.
Una volta arrivati oltre oceano, alcuni di loro si risposavano e iniziavano una nuova vita facendo perdere le proprie tracce. Alle mogli rimaneva il ricordo dell’ultimo saluto al porto e a chi chiedesse loro notizie sulla sorte dei propri consorti non potevano che rispondere ‘a tri tubi’.
In alcuni contesti si dice anche ‘a tri tubi e na cannila’ per indicare le notti trascorse in bianco con una candela accesa ad aspettare notizie che tardavano ad arrivare. In entrambe le versioni l’espressione caratteristica e spiritosa racconta, purtroppo, di eventi e situazioni non molto fortunate.
La prossima volta che vi capiterà di usare o sentire questa espressione pensate che non può esservi andata peggio che al ‘Città di Catania’.
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A questa versione più ufficiale se ne aggiunge un’altra più colorita. Ha sempre a che fare con mare e imbarcazioni e fa riferimento al periodo delle grandi migrazioni verso l’America. All’epoca erano perlopiù i mariti a partire su navi che avevano quasi sempre tre comignoli.
Una volta arrivati oltre oceano, alcuni di loro si risposavano e iniziavano una nuova vita facendo perdere le proprie tracce. Alle mogli rimaneva il ricordo dell’ultimo saluto al porto e a chi chiedesse loro notizie sulla sorte dei propri consorti non potevano che rispondere ‘a tri tubi’.
In alcuni contesti si dice anche ‘a tri tubi e na cannila’ per indicare le notti trascorse in bianco con una candela accesa ad aspettare notizie che tardavano ad arrivare. In entrambe le versioni l’espressione caratteristica e spiritosa racconta, purtroppo, di eventi e situazioni non molto fortunate.
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Il fascino senza tempo di Ragusa Ibla: perla del barocco siciliano e patrimonio dell'umanità
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Il fascino senza tempo di Ragusa Ibla: perla del barocco siciliano e patrimonio dell'umanità
«Bisogna essere intelligenti per venire a Ibla, una certa qualità d’animo, il gusto per i tufi silenziosi e ardenti, i vicoli ciechi, le giravolte inutili, le persiane sigillate su uno sguardo nero che spia». Così dichiarò Gesualdo Bufalino, scrittore e aforista…
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Dall’antica Leontinoi emergono i resti di un tempio greco
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Dall’antica Leontinoi emergono i resti di un tempio greco
I recenti scavi effettuati dall’Università degli Studi “Tor Vergata” di Roma hanno riportato alla luce le fondazioni di un antico tempio ellenico, confermando la ricchezza archeologica dell’area SIRACUSA – Gli scavi recentemente effettuati dall’Università…
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CICCIO BUSACCA - Ricordi di Cantastorie Siciliani.
Storie di Canti e Cantastorie
RAI Storia (video durata 4 minuti).
A cura di Roberto Leydi - anno 1958
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