Pochi possono vantare un quartiere che porti il proprio nome, e di solito si tratta di santi o conquistatori. Non è il caso della leggendaria Zza Lisa, donna di non comune bellezza che ha dato il nome a un rione di Catania ricco di storia e mistero.
Il quartiere Zia Lisa, situato all’ingresso della città, era un tempo famoso per la Fonte dell’Acqua Santa, una sorgente naturale usata per irrigare i fertili giardini della zona. Ma il nome Zia Lisa non deriva da queste acque, bensì dalla figura affascinante e controversa di una donna che gestiva un fondaco, una locanda modesta ma molto frequentata dai carrettieri che arrivavano dalle campagne.
Secondo la leggenda, Zza Lisa era la moglie di Zzu Cicciu Burritta Pilusa e divenne famosa non solo per la sua bellezza, ma anche per il suo carattere e la sua abilità con il coltello. Si racconta che scegliesse tra i carrettieri un amante che aveva il privilegio di giacere con lei una sola volta nella vita. Questo unico incontro lasciava molti di loro innamorati e disperati: alcuni si suicidavano, altri si ritiravano in convento, e un brigante arrivò persino a rapirla. Ma Zza Lisa, con il suo coltello, non esitò a ucciderlo per riprendersi la libertà.
Il fondaco di Zza Lisa era una zona franca, dove vigeva una sola regola: "senza cuteddru e senza sbirri". Ventiquattro ore su ventiquattro, un piccolo esercito di venti uomini garantiva l’ordine e il rispetto di questa legge.
Un busto di marmo del Settecento, che ritraeva Zza Lisa, veniva custodito gelosamente nel quartiere dai suoi eredi. Si dice che sia scomparso durante la Seconda Guerra Mondiale, probabilmente distrutto da un bombardamento, anche se altri raccontano di un gerarca fascista che se ne innamorò e lo portò via.
Sull’origine del toponimo Zia Lisa esistono altre teorie: potrebbe derivare dal greco Theia Elysia ("Divini Elisi") o dall’arabo Zisa ("palazzo maestoso"). Quale che sia la verità, il quartiere ha conosciuto un destino diverso rispetto alla sua leggenda. Da fertile contrada, è diventato un’area degradata, piena di palazzoni e priva di infrastrutture adeguate, ormai inglobata dai vicini Librino e Villaggio Sant’Agata.
Zza Lisa, però, rimane una figura indelebile nella memoria popolare, simbolo di bellezza, forza e mistero.
Fonti: cataniagiovani.wordpress. com, Nonno Billa che mai ebbe a bere acqua nella sua lunga vita e che aveva visto bene il busto da zza Lisa tanto da disegnarlo in un quadro che teneva al centro do so malazeni, , alunni della scuola Angelo Musco.
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Il quartiere Zia Lisa, situato all’ingresso della città, era un tempo famoso per la Fonte dell’Acqua Santa, una sorgente naturale usata per irrigare i fertili giardini della zona. Ma il nome Zia Lisa non deriva da queste acque, bensì dalla figura affascinante e controversa di una donna che gestiva un fondaco, una locanda modesta ma molto frequentata dai carrettieri che arrivavano dalle campagne.
Secondo la leggenda, Zza Lisa era la moglie di Zzu Cicciu Burritta Pilusa e divenne famosa non solo per la sua bellezza, ma anche per il suo carattere e la sua abilità con il coltello. Si racconta che scegliesse tra i carrettieri un amante che aveva il privilegio di giacere con lei una sola volta nella vita. Questo unico incontro lasciava molti di loro innamorati e disperati: alcuni si suicidavano, altri si ritiravano in convento, e un brigante arrivò persino a rapirla. Ma Zza Lisa, con il suo coltello, non esitò a ucciderlo per riprendersi la libertà.
Il fondaco di Zza Lisa era una zona franca, dove vigeva una sola regola: "senza cuteddru e senza sbirri". Ventiquattro ore su ventiquattro, un piccolo esercito di venti uomini garantiva l’ordine e il rispetto di questa legge.
Un busto di marmo del Settecento, che ritraeva Zza Lisa, veniva custodito gelosamente nel quartiere dai suoi eredi. Si dice che sia scomparso durante la Seconda Guerra Mondiale, probabilmente distrutto da un bombardamento, anche se altri raccontano di un gerarca fascista che se ne innamorò e lo portò via.
Sull’origine del toponimo Zia Lisa esistono altre teorie: potrebbe derivare dal greco Theia Elysia ("Divini Elisi") o dall’arabo Zisa ("palazzo maestoso"). Quale che sia la verità, il quartiere ha conosciuto un destino diverso rispetto alla sua leggenda. Da fertile contrada, è diventato un’area degradata, piena di palazzoni e priva di infrastrutture adeguate, ormai inglobata dai vicini Librino e Villaggio Sant’Agata.
Zza Lisa, però, rimane una figura indelebile nella memoria popolare, simbolo di bellezza, forza e mistero.
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📍Marzamemi
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Marzamemi è uno dei più affascinanti e autentici borghi marinari siciliano, a pochi km da Pachino e dalla barocca Noto.
Fanno da cornice al borgo i 2 porti naturali: la Fossa e la Balata. Tra i due la Balata è la più caratteristica che assume la forma di una piazzetta. I vicoli e le antiche basole, in cui il passato sembra mischiarsi al presente, raccontano storie di pesca e di pescatori.
Da “la Balata”, porto celebre e tanto fotografato, è visibile l’Isolotto Brancati su cui sorge un'affascinante casa rossa. Questa era la casa dove Vitaliano Brancati, eminente scrittore e sceneggiatore italiano del 900, ha trovato l’ispirazione per i suoi romanzi.
Nel 1993 il borgo storico è stato utilizzato dal regista Gabriele Salvatores come location per il film “Sud” con Silvio Orlando, Claudio Bisio e Francesca Neri.
Dal 2000, Marzamemi ospita il Festival Internazionale del Film di frontiera che si tiene tradizionalmente alla fine di luglio.
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Fanno da cornice al borgo i 2 porti naturali: la Fossa e la Balata. Tra i due la Balata è la più caratteristica che assume la forma di una piazzetta. I vicoli e le antiche basole, in cui il passato sembra mischiarsi al presente, raccontano storie di pesca e di pescatori.
Da “la Balata”, porto celebre e tanto fotografato, è visibile l’Isolotto Brancati su cui sorge un'affascinante casa rossa. Questa era la casa dove Vitaliano Brancati, eminente scrittore e sceneggiatore italiano del 900, ha trovato l’ispirazione per i suoi romanzi.
Nel 1993 il borgo storico è stato utilizzato dal regista Gabriele Salvatores come location per il film “Sud” con Silvio Orlando, Claudio Bisio e Francesca Neri.
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East Sicily - Turismo e Cultura in Sicilia
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Alba di Marzamemi- Oasi di Vendicari- Tonnara di Vendicari - Riserva naturale di Calamosche) - Noto
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GELSOMINO DI SICILIA
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La Sicilia, al centro del Mediterraneo, fin dall’antichità, si è sempre considerata strategica per i commerci e il dominio marittimo del Mare Nostrum. Tutti i grandi flussi migratori che si sono succeduti hanno lasciato un’impronta nell’isola, tra le quali la pianta del gelsomino, che possiamo ammirare in ogni angolo della nostra isola.
Ad introdurre il gelsomino Grandiflorum, originario della regione himalayana, furono probabilmente i Fenici. Il fiore si presenta con cinque petali bianchi un po’ rosati, il profumo è intenso e delicato.
Il gelsomino, nella simbologia sacra orientale, è considerato il fiore dell’amore divino. Gli è attribuito un grande potere simbolico, i cinque petali nell’esoterismo rappresentano la Grande Madre: Afrodite per i Greci o Ishtar per i Babilonesi. In Egitto, nella necropoli di Deir-el-Bahri, sono stati rinvenuti piccoli frammenti di petali di gelsomino sulla mummia di un faraone.
Tutt’oggi, in Sicilia, i fiori vengono raccolti ed usati nelle tipiche granite aromatizzate al gelsomino, nella preparazione di gelati o nella preparazione di alcuni dolci. Dal fiore si estrae anche un olio essenziale usato nella cosmesi per la preparazione dei profumi. La fioritura va dalla primavera e prosegue fino a dicembre; predilige terreni asciutti e soleggiati.
Tra le varietà di gelsomino, segnalo la Jasminum fruticans, che cresce in modo del tutto spontaneo su terreni asciutti, soleggiati, spesso rocciosi, con una lieve preferenza per il calcare diffusa lungo le coste mediterranee dell'Europa e del Nordafrica, estesa anche verso l'Asia occidentale e l'Iran.
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Tutt’oggi, in Sicilia, i fiori vengono raccolti ed usati nelle tipiche granite aromatizzate al gelsomino, nella preparazione di gelati o nella preparazione di alcuni dolci. Dal fiore si estrae anche un olio essenziale usato nella cosmesi per la preparazione dei profumi. La fioritura va dalla primavera e prosegue fino a dicembre; predilige terreni asciutti e soleggiati.
Tra le varietà di gelsomino, segnalo la Jasminum fruticans, che cresce in modo del tutto spontaneo su terreni asciutti, soleggiati, spesso rocciosi, con una lieve preferenza per il calcare diffusa lungo le coste mediterranee dell'Europa e del Nordafrica, estesa anche verso l'Asia occidentale e l'Iran.
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U CIPUDDAZZU SKILLA
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La scilla marittima (skilla o Sikillu), detta anche cipolla marina “cipuddazzu” (in dialetto siciliano), è una pianta molto comune in Italia, soprattutto in Sicilia, dove cresce abbondantemente, trovando rifugio anche in zone più interne. L’attribuzione di marittima è relativo alle sue caratteristiche prevalentemente di adattamento lungo le coste marine. I bulbi al suo interno sono prevalentemente rossastri o bianchi.
La pianta, simile a una cipolla, risulta essere molto velenosa. Ne erano già a conoscenza gli antichi Egizi nel II millennio a.C., che ne conoscevano segreti e caratteristiche, al contrario dei Greci, i quali, affamati e inconsapevoli, data la somiglianza ai bulbi di cipolla, provarono a cibarsene con esito mortale. Questo però contribuì ben presto alla divulgazione e conoscenza delle caratteristiche della pianta.
La Scilla, essendo velenosa, dal bulbo se ne estraeva il succo, che, gettato o impiegato nei torrenti, favoriva la moria dei pesci. Un altro uso molto diffuso consisteva nel mischiare il succo con del formaggio ed adoperarlo come topicida nelle riserve di grano ecc.
È sorprendente come certi fatti, caratteristiche e nomi di piante o cose possano in qualche modo richiamare alla mente la mitologia. Penso a Niso e al suo capello color purpureo, dal quale pendeva il destino del suo popolo… e che la figlia Scilla glielo recise per amor di Minosse, ma, respinta, si gettò in mare. Penso ancora alla più famosa Scilla e Cariddi, mostri marini dello stretto.
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La Scilla, essendo velenosa, dal bulbo se ne estraeva il succo, che, gettato o impiegato nei torrenti, favoriva la moria dei pesci. Un altro uso molto diffuso consisteva nel mischiare il succo con del formaggio ed adoperarlo come topicida nelle riserve di grano ecc.
È sorprendente come certi fatti, caratteristiche e nomi di piante o cose possano in qualche modo richiamare alla mente la mitologia. Penso a Niso e al suo capello color purpureo, dal quale pendeva il destino del suo popolo… e che la figlia Scilla glielo recise per amor di Minosse, ma, respinta, si gettò in mare. Penso ancora alla più famosa Scilla e Cariddi, mostri marini dello stretto.
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