♡ Sicilia Terra Mia ♡
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La Sicilia è una terra stupenda,tutta da scoprire, con la sua storia, le sue origini, la sua cultura tradizioni e tante curiosità

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Un borgo di pastori, citato pure da Cicerone e Tucidide, a luogo svevo-normanno, Santo Stefano di Camastra, in provincia di Messina, meglio conosciuta come la Città delle Ceramiche, dopo Caltagirone (CT), è un incantevole territorio che si sviluppa in parte lungo la costa e in parte tra i monti dei Nebrodi, offrendo a tutti i suoi visitatori la possibilità di poter visitare ogni genere di paesaggio, dalle più incantevoli località montuose fino a quelle costiere.

Il centro urbano di Santo Stefano di Camastra si erge su un'altura, da cui è possibile ammirare scenografici panorami dei paesaggi circostanti, Isole Eolie comprese, tutti dotati di incredibili bellezze naturali, da cui si resta incantati.

Ciò che più risalta per le vie della città sono certamente tutti i suoi decori in ceramica locale, che da diversi secoli continua ad essere prodotta con le antiche tecniche tradizionali, con cui si realizzano splendide opere d'arte richiestissime nel mondo.

Santo Stefano di Camastra è un delizioso, piccolo museo a cielo aperto e non a caso si ritrova nelle pagine di vari scrittori siciliani, tra cui quelle di Pirandello, ne "La giara".

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Bisolu = Soglia; gradino.

D’impizzu = Di nessun valore (usato soprattutto nella loc. "Figura d’impizzu" = figura barbina.)

Cuttìgghiu = Pettegolezzo.

Rattalora = Grattugia.

Manciari terra = Essere seppellito.

Piddizzuni = Pelle d’oca.

Fari cascari a cuddura d’i budedda = Annoiare a morte.

Fètere = Imputridire, marcire (anche fig.)

Scaffitutu = Ammuffito.

Scaccia-e-mancia = Approfittatore.

O tempu d’i canonici i lignu = In epoca assai remota.

Sparari = Marinare la scuola; saltare volontariamente un appuntamento.

Trùscia = Involto che le donne usavano portare sulla testa.

Muschera = Zanzariera.

Muscaloru = Ventaglio.

Làstima = Persona che si lamenta continuamente.

Làllera = Schiaffo.

‘Mmazzacani = Grossa pietra.

L’ura d’ajeri a st’ura/L’ura mi ti ccatti u riloggiu = Risposte alla richiesta di conoscere l’ora.

Essiri comu a tridicinu ammenzu a simana = Essere di troppo.

Panza i bbugghiu = Addome prominente.

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Culturalmente siamo spesso portati a pensare che le donne non siano in grado di stringere rapporti di amicizia profondi, probabilmente a causa di uno stereotipo di genere tramandato da generazioni.

In realtà, il legame che si crea tra donne è molto più complesso, perché si basa su fiducia, condivisione e un’intensa attivazione emotiva. Questo può renderlo difficile da gestire e può portare a crisi significative quando il rapporto viene messo in discussione.

In passato, i rapporti di amicizia tra donne non erano visti di buon occhio dagli uomini. Si temeva che distraessero le donne dalle responsabilità familiari o che, attraverso il confronto, le portassero a prendere coscienza della loro situazione domestica.
Tuttavia, esiste un tipo di legame che supera queste imposizioni patriarcali: il cummarato.

Essere cummari non è una cosa da poco; è un legame che si avvicina a quello tra sorelle. Quella del cummaratico in Sicilia è una tradizione antica che ancora oggi sopravvive in diverse località.

Questo rapporto, diverso da un legame di sangue, è basato su fiducia reciproca e viene sancito attraverso rituali che legano per sempre le due donne. Le cummari si impegnano a sostenersi a vicenda, aiutandosi nei momenti di necessità e camminando insieme nel percorso della vita.

Le cummari potevano essere legate da diversi tipi di vincoli. Il più formale era quello tra due donne i cui figli si erano sposati o quello sancito quando una donna veniva scelta come madrina di un bambino. In altri casi, erano le mogli di due cumpari a stringere questo rapporto.

Una variante particolare era la cummari di coppula, una donna designata a ricevere il berrettino del neonato al battesimo, lavarlo e restituirlo insieme a uno nuovo, guarnito con eleganza.

Questo rituale, per la sua sacralità, richiedeva che la cummari fosse una ragazza vergine, e l’acqua usata per lavare la coppula doveva essere versata in un luogo sacro, come una siepe. Spesso questa figura era scelta per convenienza o lontananza, o addirittura tra le converse dei monasteri, che non potevano uscire ma potevano mantenere questo legame.
La cummari era tenuta, a seconda delle situazioni, a offrire doni come anelli, vesti, orecchini, dolci, galline o altri beni simbolici.

Oggi essere cummari è sinonimo di un’amicizia che si è trasformata in famiglia, fatta di persone che restano accanto a noi nonostante difetti e difficoltà.

Un legame profondo e duraturo che supera il tempo e le convenzioni sociali.

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🔱 Messina 10 Gennaio 2025. Oggi il cielo dà spettacolo ❤️

Splendide quanto incredibili ed affascinati nubi lenticolari, indice di forti venti in quota e turbolenze.

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Pochi possono vantare un quartiere che porti il proprio nome, e di solito si tratta di santi o conquistatori. Non è il caso della leggendaria Zza Lisa, donna di non comune bellezza che ha dato il nome a un rione di Catania ricco di storia e mistero.

Il quartiere Zia Lisa, situato all’ingresso della città, era un tempo famoso per la Fonte dell’Acqua Santa, una sorgente naturale usata per irrigare i fertili giardini della zona. Ma il nome Zia Lisa non deriva da queste acque, bensì dalla figura affascinante e controversa di una donna che gestiva un fondaco, una locanda modesta ma molto frequentata dai carrettieri che arrivavano dalle campagne.

Secondo la leggenda, Zza Lisa era la moglie di Zzu Cicciu Burritta Pilusa e divenne famosa non solo per la sua bellezza, ma anche per il suo carattere e la sua abilità con il coltello. Si racconta che scegliesse tra i carrettieri un amante che aveva il privilegio di giacere con lei una sola volta nella vita. Questo unico incontro lasciava molti di loro innamorati e disperati: alcuni si suicidavano, altri si ritiravano in convento, e un brigante arrivò persino a rapirla. Ma Zza Lisa, con il suo coltello, non esitò a ucciderlo per riprendersi la libertà.

Il fondaco di Zza Lisa era una zona franca, dove vigeva una sola regola: "senza cuteddru e senza sbirri". Ventiquattro ore su ventiquattro, un piccolo esercito di venti uomini garantiva l’ordine e il rispetto di questa legge.

Un busto di marmo del Settecento, che ritraeva Zza Lisa, veniva custodito gelosamente nel quartiere dai suoi eredi. Si dice che sia scomparso durante la Seconda Guerra Mondiale, probabilmente distrutto da un bombardamento, anche se altri raccontano di un gerarca fascista che se ne innamorò e lo portò via.

Sull’origine del toponimo Zia Lisa esistono altre teorie: potrebbe derivare dal greco Theia Elysia ("Divini Elisi") o dall’arabo Zisa ("palazzo maestoso"). Quale che sia la verità, il quartiere ha conosciuto un destino diverso rispetto alla sua leggenda. Da fertile contrada, è diventato un’area degradata, piena di palazzoni e priva di infrastrutture adeguate, ormai inglobata dai vicini Librino e Villaggio Sant’Agata.

Zza Lisa, però, rimane una figura indelebile nella memoria popolare, simbolo di bellezza, forza e mistero.

Fonti: cataniagiovani.wordpress. com, Nonno Billa che mai ebbe a bere acqua nella sua lunga vita e che aveva visto bene il busto da zza Lisa tanto da disegnarlo in un quadro che teneva al centro do so malazeni, , alunni della scuola Angelo Musco.

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