Cosa vuol dire?
L’asino che si vanta non vale neanche una lira.Questo detto si usa per tutti i presuntuosi, gli arroganti e i vanitosi che nella vita pensano solo ad apparire e non ad essere pensando sia la strada giusta.
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#dettieproverbisiciliani
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World Pasta Day 2023, a Palermo l'iniziativa dell'Accademia Siciliana della Pasta
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📍 SIRACUSA
La bellezza di Piazza Duomo
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Bella da togliere il fiato, magica ad ogni ora del giorno e della notte.
La Piazza barocca di Ortigia, Siracusa, è tra le più belle d'Italia.
Fiore all’occhiello dell’intera piazza è certamente il Duomo che, con la sua mole e la sua sfarzosa struttura, si impone immediatamente allo sguardo del visitatore. Riconoscibile per le possenti colonne greche, è un capolavoro architettonico di primo livello oltre che fondamentale luogo di culto, oggi cattolico ma che nel corso della sua storia è stato tempio greco e moschea. Una commistione di culti che rispecchia tutta la Sicilia in generale, da sempre terra dei più differenti incontri culturali.
Tanti i palazzi storici che affacciano sulla piazza, come il barocco Palazzo Beneventano dal Bosco, noto per aver ospitato l’ammiraglio Nelson all’epoca delle battaglie napoleoniche, il Palazzo del Municipio e Palazzo Borgia Impellizzeri, e ancora la Chiesa di SantaLucia alla Badia, al cui interno è possibile ammirare un quadro di Caravaggio.
PS: Anche questo post é stato copiato dal canale che da due anni copia e incolla tutti i nostri post
Brava 👏🏻
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Tanti i palazzi storici che affacciano sulla piazza, come il barocco Palazzo Beneventano dal Bosco, noto per aver ospitato l’ammiraglio Nelson all’epoca delle battaglie napoleoniche, il Palazzo del Municipio e Palazzo Borgia Impellizzeri, e ancora la Chiesa di SantaLucia alla Badia, al cui interno è possibile ammirare un quadro di Caravaggio.
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Piazza Duomo a Siracusa, è lei la piazza italiana bella da sembrare dipinta
Bella da togliere il fiato, magica ad ogni ora del giorno e della notte. La piazza barocca della città è tra le più belle d'Italia
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Forte Castellaccio Messina (Messina)
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È stato uno dei posti che per gli "adepti" Segnò il punto di inizio insieme all'ex ospedale "Margherita".
Interessante è conoscerne la storia: Antichissimo d'origine il forte Castellaccio si erge su una collina a 150 metri sul livello del mare, a controllo della sottostante vallata di Gravitelli.
Ricostruito in varie epoche, rifatto di legname e fascine sotto il Viceré Giovanni De Vega nel 1547, venne poi ridotto, nello stesso secolo, in forma quadrata con quattro bastioni agli angoli, dall'architetto bergamasco Antonio Ferramolino (autore, a Messina, anche del Castello del SS. Salvatore, del Castello Gonzaga e della cinta muraria fortificata).
Nel 1674, durante la rivolta antispagnola, fu preso d'assalto dai messinesi comandati dal valoroso Giacomo Avarna. Utilizzato, in quella circostanza, come osservatorio contro gli spagnoli, avvisava con una cannonata i cittadini dei maggiori pericoli.
Danneggiato dal sisma del 28 dicembre 1908, fu ampiamente manomesso all'indomani della fine del secondo conflitto mondiale, quando vi si installò la 'Città del ragazzo". In quell'occasione, oltre allo stravolgimento generale della natura dei luoghi, all'interno del castello venne edificata una palazzina con finestre in falso stile gotico.
Ad oggi il Castellaccio è in uno stato di abbandono totale che ci da la possibilità di esplorarlo per il meglio e di capire la storia dietro esso, abbiamo ricevuto diverse segnalazioni, la maggior parte risultate veritiere, della presenza di possibili attività paranormali tra cui: sospiri, oggetti che cadono, passi ecc. che ci permettono di tenere sempre un occhio sulle vicende interne al castellaccio.
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Interessante è conoscerne la storia: Antichissimo d'origine il forte Castellaccio si erge su una collina a 150 metri sul livello del mare, a controllo della sottostante vallata di Gravitelli.
Ricostruito in varie epoche, rifatto di legname e fascine sotto il Viceré Giovanni De Vega nel 1547, venne poi ridotto, nello stesso secolo, in forma quadrata con quattro bastioni agli angoli, dall'architetto bergamasco Antonio Ferramolino (autore, a Messina, anche del Castello del SS. Salvatore, del Castello Gonzaga e della cinta muraria fortificata).
Nel 1674, durante la rivolta antispagnola, fu preso d'assalto dai messinesi comandati dal valoroso Giacomo Avarna. Utilizzato, in quella circostanza, come osservatorio contro gli spagnoli, avvisava con una cannonata i cittadini dei maggiori pericoli.
Danneggiato dal sisma del 28 dicembre 1908, fu ampiamente manomesso all'indomani della fine del secondo conflitto mondiale, quando vi si installò la 'Città del ragazzo". In quell'occasione, oltre allo stravolgimento generale della natura dei luoghi, all'interno del castello venne edificata una palazzina con finestre in falso stile gotico.
Ad oggi il Castellaccio è in uno stato di abbandono totale che ci da la possibilità di esplorarlo per il meglio e di capire la storia dietro esso, abbiamo ricevuto diverse segnalazioni, la maggior parte risultate veritiere, della presenza di possibili attività paranormali tra cui: sospiri, oggetti che cadono, passi ecc. che ci permettono di tenere sempre un occhio sulle vicende interne al castellaccio.
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Castello di S. Stefano Medio
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Santo Stefano Medio è uno dei quarantotto Casali messinesi, misconosciuto ai più, il cui primo raggruppamento abitativo si ebbe già nel sec. XII, in Contrada Bruga.
In antico il Casale veniva denominato “Mezzano” perché, geograficamente, era sito in posizione intermedia fra quello “Sottano” o “Santo Stefano Inferiore” (l’attuale “Santa Margherita”) e quello “Soprano” o “Santo Stefano di Briga”.
Fare due passi oggi, nel centro del vetusto Casale, significa riscoprire ancora conservate, sia pure in parte stravolte da “disinvolti” interventi edilizi, le cospicue impronte del suo antico passato.
Da una stradella campestre si sale al castello detto “dei Saraceni”, già appartenuto ai marchesi De Gregorio Alliata, poi ai Picardi e quindi alla famiglia Martino ed oggi in abbandono. Una massiccia torre a pianta quadrata, il dongione o mastio, nido di pipistrelli e cornacchie, in compagnia di tre torrette-guardiole di avvistamento e circondata da un tratto di cortina muraria, è quanto rimane del vetusto edificio fortificato.
Alle spalle, lungo la collina, si sviluppa il borgo dove fra “bagghi” e “curtigghi” gelosamente rinserrati fra le antiche abitazioni, si svolgeva la vita all’ombra amica e rassicurante del maniero feudale.
Sotto, dal lato di nord-est, un affluente del torrente Santo Stefano è contenuto fra due bassi muri d’argine. Sull’intonaco ormai grigio, graffita quattro secoli fa con rozza mano d’ignoti marinai, una flotta veleggia col vento in poppa. Sono galeazze, galere, feluche, tartane, brigantini, forse il ricordo di un’epica giornata giunto miracolosamente intatto fino a noi: la battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571.
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In antico il Casale veniva denominato “Mezzano” perché, geograficamente, era sito in posizione intermedia fra quello “Sottano” o “Santo Stefano Inferiore” (l’attuale “Santa Margherita”) e quello “Soprano” o “Santo Stefano di Briga”.
Fare due passi oggi, nel centro del vetusto Casale, significa riscoprire ancora conservate, sia pure in parte stravolte da “disinvolti” interventi edilizi, le cospicue impronte del suo antico passato.
Da una stradella campestre si sale al castello detto “dei Saraceni”, già appartenuto ai marchesi De Gregorio Alliata, poi ai Picardi e quindi alla famiglia Martino ed oggi in abbandono. Una massiccia torre a pianta quadrata, il dongione o mastio, nido di pipistrelli e cornacchie, in compagnia di tre torrette-guardiole di avvistamento e circondata da un tratto di cortina muraria, è quanto rimane del vetusto edificio fortificato.
Alle spalle, lungo la collina, si sviluppa il borgo dove fra “bagghi” e “curtigghi” gelosamente rinserrati fra le antiche abitazioni, si svolgeva la vita all’ombra amica e rassicurante del maniero feudale.
Sotto, dal lato di nord-est, un affluente del torrente Santo Stefano è contenuto fra due bassi muri d’argine. Sull’intonaco ormai grigio, graffita quattro secoli fa con rozza mano d’ignoti marinai, una flotta veleggia col vento in poppa. Sono galeazze, galere, feluche, tartane, brigantini, forse il ricordo di un’epica giornata giunto miracolosamente intatto fino a noi: la battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571.
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