Lo stretto di Messina 🔱
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❤2
"Si tratta di un fenomeno che si verifica solo nello Stretto di Messina in particolari condizioni climatiche, ovvero quando minuscole goccioline d’acqua presenti nell’aria fungono da “lente d’ingrandimento”.
La magia appare in determinati momenti della giornata come l’alba o il crepuscolo o in giornate particolarmente soleggiate.
Si tratta di un vero spettacolo di tipo ipnotico in cui è come se case, palazzi e navi fossero sospesi nel vuoto, questi vengono spesso immortalati in scatti che ancora oggi lasciano a bocca aperta. Fenomeno questo che ha dato origine a diverse leggende popolari quando la nostra terra non era una colonia del nord Italia, protagonista anche nei racconti degli scrittori delle varie epoche.
Si dice che questo fenomeno è legato alla Fata Morgana, figura della mitologia celtica.
Ma cosa dice questo mito? Morgana conosciuta come fata dell’astuzia e dell’inganno aveva la sua dimora in un castello nelle profondità dello Stretto e si divertiva a trarre in inganno chiunque volesse raggiungere la Sicilia partendo dalla Calabria.
Un giorno si trovò davanti un re arabo che arrivato in Calabria restò ammaliato dalle bellezze della Sicilia e voleva conquistarla a tutti i costi.
A questo punto Morgana apparve all’uomo e gli promise che gli avrebbe donato quell’Isola e in quello stesso momento l’uomo era convinto di avere la Sicilia a un passo da lui, ma era solo un inganno, per raggiungerla cadde in acqua e annegò."
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Si dice che questo fenomeno è legato alla Fata Morgana, figura della mitologia celtica.
Ma cosa dice questo mito? Morgana conosciuta come fata dell’astuzia e dell’inganno aveva la sua dimora in un castello nelle profondità dello Stretto e si divertiva a trarre in inganno chiunque volesse raggiungere la Sicilia partendo dalla Calabria.
Un giorno si trovò davanti un re arabo che arrivato in Calabria restò ammaliato dalle bellezze della Sicilia e voleva conquistarla a tutti i costi.
A questo punto Morgana apparve all’uomo e gli promise che gli avrebbe donato quell’Isola e in quello stesso momento l’uomo era convinto di avere la Sicilia a un passo da lui, ma era solo un inganno, per raggiungerla cadde in acqua e annegò."
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💯2
Millenario rito agrario...“U Pagghiaru” di Bordonaro.
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💯2
Con l'arrivo dell'Epifania torna in città un'antica tradizione popolare che si rinnova ogni anno. "
U Pagghiaru" Festa che affonda le sue radici nel mondo agricolo e che si celebra ogni anno il 6 gennaio a Bordonaro.
La costruzione del “Pagghiaru” ha inizio alcuni giorni prima dell’Epifania quando un gruppo di persone, all’alba, si reca sui Monti Peloritani per raccogliere i rami e le foglie da utilizzare per la grande intelaiatura.
Nel giorno della festa, di pomeriggio, il parroco dopo aver celebrato la messa si reca in processione, seguito dai fedeli, dalla Chiesa Madre lungo via Ernesto Cianciolo in piazza Semiramide dov’è allestito il “Pagghiaru”.
Dopo aver benedetto il gigantesco albero, i concorrenti partono di corsa dal sagrato della Chiesa Madre per assaltare (“sparare”, “sparecchiare” o “tirare”) il “Pagghiaru”. Il primo che raggiunge la croce terminale è il vincitore mentre gli altri smembrano le decorazioni lanciando alla folla i doni che ricoprivano l’albero: la collettività si riappropria, così, dei suoi “frutti”, dopo che questi sono stati caricati di nuovi significati dal rito appena consumato.
A conclusione della Festa, in tarda serata, ha luogo lo spettacolo di giochi pirotecnici del “cavadduzzu e l’omu sabbaggiu” dove i personaggi, un uomo all’interno di un’intelaiatura di canne a forma di cavallo ed un altro, entrambi ricoperti di ogni genere di petardi, mortaretti e cariche esplosive, danzano ala suono di una specie di tarantella lenta mimando le fasi di una lotta.
La pantomima rituale simboleggia l’incontro dell’uomo con la natura, evidenziata con la lotta dei due personaggi e con la vittoria di chi esaurisce le cariche per ultimo.
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U Pagghiaru" Festa che affonda le sue radici nel mondo agricolo e che si celebra ogni anno il 6 gennaio a Bordonaro.
La costruzione del “Pagghiaru” ha inizio alcuni giorni prima dell’Epifania quando un gruppo di persone, all’alba, si reca sui Monti Peloritani per raccogliere i rami e le foglie da utilizzare per la grande intelaiatura.
Nel giorno della festa, di pomeriggio, il parroco dopo aver celebrato la messa si reca in processione, seguito dai fedeli, dalla Chiesa Madre lungo via Ernesto Cianciolo in piazza Semiramide dov’è allestito il “Pagghiaru”.
Dopo aver benedetto il gigantesco albero, i concorrenti partono di corsa dal sagrato della Chiesa Madre per assaltare (“sparare”, “sparecchiare” o “tirare”) il “Pagghiaru”. Il primo che raggiunge la croce terminale è il vincitore mentre gli altri smembrano le decorazioni lanciando alla folla i doni che ricoprivano l’albero: la collettività si riappropria, così, dei suoi “frutti”, dopo che questi sono stati caricati di nuovi significati dal rito appena consumato.
A conclusione della Festa, in tarda serata, ha luogo lo spettacolo di giochi pirotecnici del “cavadduzzu e l’omu sabbaggiu” dove i personaggi, un uomo all’interno di un’intelaiatura di canne a forma di cavallo ed un altro, entrambi ricoperti di ogni genere di petardi, mortaretti e cariche esplosive, danzano ala suono di una specie di tarantella lenta mimando le fasi di una lotta.
La pantomima rituale simboleggia l’incontro dell’uomo con la natura, evidenziata con la lotta dei due personaggi e con la vittoria di chi esaurisce le cariche per ultimo.
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💯2❤1
“U muccalapuni”.
Ingenuo, boccalone, credulone...
Se si è soliti meravigliarsi e rimanere a bocca aperta per qualunque cosa, anche le più assurde e improbabili, è plausibile che finirai presto per ingoiare (ammuccare) perfino un calabrone o un'ape (lapuni).
Allo stesso tempo può essere utilizzato per chi è facile da abbindolare, convinto della verità di qualunque cosa, fino a lasciarsi persuadere a mangiare qualcosa di pericoloso senza rendersi nemmeno conto del danno che potrebbe arrecare a sé stesso.
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Allo stesso tempo può essere utilizzato per chi è facile da abbindolare, convinto della verità di qualunque cosa, fino a lasciarsi persuadere a mangiare qualcosa di pericoloso senza rendersi nemmeno conto del danno che potrebbe arrecare a sé stesso.
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💯2
Il viaggio di ritorno non prevedeva la vista finestrino e allora ho chiesto a @diniloris di scattare una foto all’Etna per me.
L’ho guardato tanto nelle poche ore passate a Reggio Calabria e ogni sguardo riusciva a riempirmi di una inaspettata serenità.
Ridimensiona tutto la sua maestosità, ti ricorda quanto tu sia piccolo, una minuscola forma di vita su questa terra bellissima.
Inevitabilmente ho pensato alla fragilità dell’essere, alla fortuna che abbiamo di vivere questa incredibile esperienza, al rispetto che dovremmo averne, attimo dopo attimo, adesso dopo adesso.
Vi auguro di riuscire a rendervene sempre conto, di emozionarvi, di condividere, di empatizzare, di essere.
Ci proverò anch’io e quando potremo lo faremo insieme, in una piazza per una manifestazione, in un teatro, in un club mentre balliamo, in ogni viaggio possibile.
Ci tenevo a dirvelo, ancora una volta, che in questo mondo strano rischiamo sempre di fare confusione, di dimenticarci cosa siamo.
Ieri ci ha pensato un poeta gentile a ricordarmelo ancora una volta. Spero sia partito per un viaggio bellissimo nell’universo. Mentre cantavo le prime parole de “L’anno che verrà” pensavo a lui, e poi a noi, che siamo qui a vivere tutto questo
👉🏻©diodatomusic
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L’ho guardato tanto nelle poche ore passate a Reggio Calabria e ogni sguardo riusciva a riempirmi di una inaspettata serenità.
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Inevitabilmente ho pensato alla fragilità dell’essere, alla fortuna che abbiamo di vivere questa incredibile esperienza, al rispetto che dovremmo averne, attimo dopo attimo, adesso dopo adesso.
Vi auguro di riuscire a rendervene sempre conto, di emozionarvi, di condividere, di empatizzare, di essere.
Ci proverò anch’io e quando potremo lo faremo insieme, in una piazza per una manifestazione, in un teatro, in un club mentre balliamo, in ogni viaggio possibile.
Ci tenevo a dirvelo, ancora una volta, che in questo mondo strano rischiamo sempre di fare confusione, di dimenticarci cosa siamo.
Ieri ci ha pensato un poeta gentile a ricordarmelo ancora una volta. Spero sia partito per un viaggio bellissimo nell’universo. Mentre cantavo le prime parole de “L’anno che verrà” pensavo a lui, e poi a noi, che siamo qui a vivere tutto questo
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“FARI U SCECCU NTO LINZOLU”
Trad: “Fare l’asino nel lenzuolo”
“Uno dei tanti modi di dire con protagonista l’asino (sceccu). L’espressione si riferisce a chi cerca di fare il finto tonto in una determinata situazione, provando a far credere di non sapere di cosa o di chi si stia parlando. Si estende a coloro che si fingono ingenui a comando, per evitare di esprimersi o prendere posizione su qualcosa che potrebbe coinvolgerli.
Deriverebbe dalla tradizione del teatro popolare. Quando si doveva portare in scena un animale, esso veniva raffigurato attraverso una testa di cartapesta attaccata ad un corpo formato da due attori coperti da un lenzuolo, che ne simulavano il movimento.
Al pubblico era ben chiaro che, nonostante il telo, il corpo dell’animale fosse costituito da due persone. Da qui nascerebbe l’espressione che svela la vera natura di certi scecchi nel lenzuolo.”
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“Uno dei tanti modi di dire con protagonista l’asino (sceccu). L’espressione si riferisce a chi cerca di fare il finto tonto in una determinata situazione, provando a far credere di non sapere di cosa o di chi si stia parlando. Si estende a coloro che si fingono ingenui a comando, per evitare di esprimersi o prendere posizione su qualcosa che potrebbe coinvolgerli.
Deriverebbe dalla tradizione del teatro popolare. Quando si doveva portare in scena un animale, esso veniva raffigurato attraverso una testa di cartapesta attaccata ad un corpo formato da due attori coperti da un lenzuolo, che ne simulavano il movimento.
Al pubblico era ben chiaro che, nonostante il telo, il corpo dell’animale fosse costituito da due persone. Da qui nascerebbe l’espressione che svela la vera natura di certi scecchi nel lenzuolo.”
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💯2👍1
Il Campanile meccanico e astronomico del Duomo di Messina.
Il Leone simboleggia la forza e la provincia di Messina, è alto 4 metri, di bronzo dorato come tutti gli altri automi.
A mezzogiorno, dopo i rintocchi delle campane, inizia i movimenti agitando la bandiera alta 6.30m e muovendo la coda. Poi gira la testa verso la piazza e alzandola ruggisce per tre volte di seguito.
I movimenti del leone sono garantiti da assi verticali e orizzontali, invece il movimento della bandiera è dovuto ad una piattaforma girevole.
La bandiera non è quella originale, in quanto è stata oggetto, a fine anni ’60, di un trafugamento da parte dei goliardi toscani per risposta ad un’analoga azione di quelli messinesi.
Sullo stesso piano del Leone si trovano otto campane.
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Il Leone simboleggia la forza e la provincia di Messina, è alto 4 metri, di bronzo dorato come tutti gli altri automi.
A mezzogiorno, dopo i rintocchi delle campane, inizia i movimenti agitando la bandiera alta 6.30m e muovendo la coda. Poi gira la testa verso la piazza e alzandola ruggisce per tre volte di seguito.
I movimenti del leone sono garantiti da assi verticali e orizzontali, invece il movimento della bandiera è dovuto ad una piattaforma girevole.
La bandiera non è quella originale, in quanto è stata oggetto, a fine anni ’60, di un trafugamento da parte dei goliardi toscani per risposta ad un’analoga azione di quelli messinesi.
Sullo stesso piano del Leone si trovano otto campane.
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