Il marmo verde di #Taormina è estratto nell’omonima località, ai piedi dei Monti Peloritani.
La superficie, caratterizzata da un singolare verde brillante, è resa ancora più vivida da inaspettate venature di quarzo che regalano ulteriore bellezza a questo marmo spettacolare.
È utilizzato per rivestimenti e sculture.
Il verde di Taormina è famoso e ricercato sin dall'antichità, i romani si contendevano le rare lastre a suon di sesterzi per poter realizzare statue di questo verde così particolare.
Ancora oggi è apprezzato sui mercati nazionali ed internazionali , per i suoi colori caldi ed avvolgenti, viene estratto dall'unica cava ancora attiva e produttiva in San Marco D'allunzio prov. di Messina , contrada Santa Marina ,dalla società " CAVA MARMI ORITI ANTONINO ".
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Il verde di Taormina è famoso e ricercato sin dall'antichità, i romani si contendevano le rare lastre a suon di sesterzi per poter realizzare statue di questo verde così particolare.
Ancora oggi è apprezzato sui mercati nazionali ed internazionali , per i suoi colori caldi ed avvolgenti, viene estratto dall'unica cava ancora attiva e produttiva in San Marco D'allunzio prov. di Messina , contrada Santa Marina ,dalla società " CAVA MARMI ORITI ANTONINO ".
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Pare che esista un motivo che spieghi perchè il marmo abbia tale colore da ricercare in un antico cuntu ….
Cunta lu cuntu ca nella città di Taormina ai tempi quando gli animali parlavano ancora con gli uomini viveva un giovane che si chiamava Sicisberco .
Sicisberco era il segreto figlio del re di Sicilia nascosto dal padre per evitare che venisse ammazzato da qualche intrigo di corte.
Poco prima che compisse 21 anni il ragazzo cadde da uno dei dirupi che circondano la città dei tori, fu portato con grande velocità dal padre per avere le migliori cure possibili.
I cerusici di corte le provarono tutte ma il destino del giovane pareva ormai segnato, allora il re si rivolse al grande mago Malagiggi .
Il mago dopo attento e magico consulto decretò che per salvare l'erede al trono l'unica era mischiare il sangue del giovane con quello di un drago che volontariamente volesse donarlo.
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Cunta lu cuntu ca nella città di Taormina ai tempi quando gli animali parlavano ancora con gli uomini viveva un giovane che si chiamava Sicisberco .
Sicisberco era il segreto figlio del re di Sicilia nascosto dal padre per evitare che venisse ammazzato da qualche intrigo di corte.
Poco prima che compisse 21 anni il ragazzo cadde da uno dei dirupi che circondano la città dei tori, fu portato con grande velocità dal padre per avere le migliori cure possibili.
I cerusici di corte le provarono tutte ma il destino del giovane pareva ormai segnato, allora il re si rivolse al grande mago Malagiggi .
Il mago dopo attento e magico consulto decretò che per salvare l'erede al trono l'unica era mischiare il sangue del giovane con quello di un drago che volontariamente volesse donarlo.
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Chi sa di storie antiche, sapi pure che tra uomini e draghi le cose non sono mai andate bene, un giorno un cavaliere ne ammazza uno, un altro giorno un drago si ammucca un villaggio picciriddri compresi.
Trovare un drago disposto a donare sangue era cosa difficile assai, comunque sia il mago Malagiggi ne conosceva uno con cui si poteva venire prudentemente a patti.
Il drago Meladonte l'unico tra i draghi che ancora credeva nella convivenza tra umani e bestie volanti.
Accompagnato dal mago, il re andò nell'oscura caverna dei Peloritani dove viveva il drago.
La cosa era pericolosissima in quanto il re aveva dato anni prima ordine di sterminare i draghi e sicuramente non era ben visto dalla comunità draghesca.
Comunque sia i due trovarono un accordo, Meladonte avrebbe donato il suo sangue legandosi per la vita a Sicisberco, ma in cambio il giovane avrebbe dovuto tenere un contegno morale impeccabile e seguire lezioni di comportamento ed educazione tenute dallo stesso drago. Inoltre in Sicilia da quel momento i draghi sarebbero stati sempre ben accolti.
Con le spalle al muro il re dovette accettare le condizioni.
Fu così che Sicisberto si salvò, dopo quattro anni morì il padre e il giovane divenne il re.
L'anima di Sicisberto divenne però ogni giorno più nera, paranoico vedeva traditori ovunque ed era pronto ad ammazzare chiunque non lo riverisse e accondiscendesse alle sue voglie.
A nulla valevano le lezioni di Meladonte, anzi una sera di solstizio quando i draghi sono più deboli, lo fece mettere in catene.
Quella stessa notte diede ordine a tutto l'esercito siciliano di cacciare i draghi e sterminarli.
Il cuore di Meladonte si frantumò per il dispiacere, era l'ultima volta che un drago credeva di poter convivere con gli uomini.
Spinto dalla rabbia spezzò le catene e scappò, in quel di Taormina dove Sicisberto era cresciuto, devastò bestie e genti e con una fiamma verde che si vedeva pure da Malta sfidò in duello il re.
Sicisberto grazie alla trasfusione era diventato il più forte guerriero di Sicilia, arrogante come era accettò la sfida.
Si recò con l'esercito a Taormina e proprio dentro il teatro greco si tenne il più grande duello tra uomini e draghi mai avvenuto nella storia.
Per quanto forti se non si è nobili di cuore, un drago è un avversario imbattibile.
Sicisberto dopo un quarto d'ora di duro pugnare era sfinito e il drago pareva ormai aver vinto, ma infame come era il re aveva preparato una trappola per Meladonte, una grande balestra nascosta, al momento giusto ne scoccò un dardo fatto di ferro delle stelle contro il drago, che fu colpito mortalmente .
Quello che Sicisberto non sapeva era che le vite dei due dalla trasfusione erano legate, morto il drago moriva pure lui.
Fu così che il sangue del re e del drago si mischiarono nella morte, penetrando nelle viscere della montagna.
Morirono insieme e a ricordo dei fatti la montagna di Taormina conservò nelle sue cavità per l'eternità un marmo di colore verde che conosciamo ancora oggi.
Fonti : miglioratimarmi. It ; Nonno Billa che mai ebbe a bere acqua nella sua lunga vita, ma solo bevande alcooliche a chilometro zero e che certe notti di solstizio riusciva a parlare con lo spirito del Mago Malagiggi (cosa si dicessero i due non è dato saperlo).
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Il drago Meladonte l'unico tra i draghi che ancora credeva nella convivenza tra umani e bestie volanti.
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La cosa era pericolosissima in quanto il re aveva dato anni prima ordine di sterminare i draghi e sicuramente non era ben visto dalla comunità draghesca.
Comunque sia i due trovarono un accordo, Meladonte avrebbe donato il suo sangue legandosi per la vita a Sicisberco, ma in cambio il giovane avrebbe dovuto tenere un contegno morale impeccabile e seguire lezioni di comportamento ed educazione tenute dallo stesso drago. Inoltre in Sicilia da quel momento i draghi sarebbero stati sempre ben accolti.
Con le spalle al muro il re dovette accettare le condizioni.
Fu così che Sicisberto si salvò, dopo quattro anni morì il padre e il giovane divenne il re.
L'anima di Sicisberto divenne però ogni giorno più nera, paranoico vedeva traditori ovunque ed era pronto ad ammazzare chiunque non lo riverisse e accondiscendesse alle sue voglie.
A nulla valevano le lezioni di Meladonte, anzi una sera di solstizio quando i draghi sono più deboli, lo fece mettere in catene.
Quella stessa notte diede ordine a tutto l'esercito siciliano di cacciare i draghi e sterminarli.
Il cuore di Meladonte si frantumò per il dispiacere, era l'ultima volta che un drago credeva di poter convivere con gli uomini.
Spinto dalla rabbia spezzò le catene e scappò, in quel di Taormina dove Sicisberto era cresciuto, devastò bestie e genti e con una fiamma verde che si vedeva pure da Malta sfidò in duello il re.
Sicisberto grazie alla trasfusione era diventato il più forte guerriero di Sicilia, arrogante come era accettò la sfida.
Si recò con l'esercito a Taormina e proprio dentro il teatro greco si tenne il più grande duello tra uomini e draghi mai avvenuto nella storia.
Per quanto forti se non si è nobili di cuore, un drago è un avversario imbattibile.
Sicisberto dopo un quarto d'ora di duro pugnare era sfinito e il drago pareva ormai aver vinto, ma infame come era il re aveva preparato una trappola per Meladonte, una grande balestra nascosta, al momento giusto ne scoccò un dardo fatto di ferro delle stelle contro il drago, che fu colpito mortalmente .
Quello che Sicisberto non sapeva era che le vite dei due dalla trasfusione erano legate, morto il drago moriva pure lui.
Fu così che il sangue del re e del drago si mischiarono nella morte, penetrando nelle viscere della montagna.
Morirono insieme e a ricordo dei fatti la montagna di Taormina conservò nelle sue cavità per l'eternità un marmo di colore verde che conosciamo ancora oggi.
Fonti : miglioratimarmi. It ; Nonno Billa che mai ebbe a bere acqua nella sua lunga vita, ma solo bevande alcooliche a chilometro zero e che certe notti di solstizio riusciva a parlare con lo spirito del Mago Malagiggi (cosa si dicessero i due non è dato saperlo).
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Troppo caldo a Messina: la statua del Nettuno abbandona la fontana e si tuffa in mare.
Ideatore del filmato già virale sui social è Fabrizio Adamo, 54 anni, 3d artist della Pomona Pictures.
Questo video ha richiesto una settimana di lavoro partendo ...
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A Messina il Nettuno lascia il suo trono per tuffarsi nello Stretto: il video diventato virale
Il Nettuno che lascia la sua storica location e si prende un attimo di relax con un tuffo nelle acque dello Stretto. E' il video che sta diventando virale in queste ore sui social network e che sta strappando più di un sorriso a tanti, messinesi e non.
A realizzarlo è stato Fabrizio Adamo, 54 anni, 3d artist della Pomona Pictures, società di comunicazione messinese che lavora prevalentemente con l’estero, realizzando anche documentari per BBC e NBC.
«Si tratta di un nuovo tipo di comunicazione che sta andando molto di moda in questo periodo, si chiama Fake out of home», spiega Fabrizio che di questo video, realizzato così per gioco, ha curato tutto il processo produttivo, dalle riprese al tracking della scena, alla rimozione del Nettuno e poi all’integrazione mentre corre e si tuffa al mare.
«Quanto tempo per un lavoro del genere? Una settimana circa, soprattutto di lavoro in compositive».
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A realizzarlo è stato Fabrizio Adamo, 54 anni, 3d artist della Pomona Pictures, società di comunicazione messinese che lavora prevalentemente con l’estero, realizzando anche documentari per BBC e NBC.
«Si tratta di un nuovo tipo di comunicazione che sta andando molto di moda in questo periodo, si chiama Fake out of home», spiega Fabrizio che di questo video, realizzato così per gioco, ha curato tutto il processo produttivo, dalle riprese al tracking della scena, alla rimozione del Nettuno e poi all’integrazione mentre corre e si tuffa al mare.
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Festa patronale con "sacrificio" di un vitello nel Messinese, istanza al sindaco
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Festa patronale con "sacrificio" di un vitello nel Messinese, istanza al sindaco
ROCCAVALDINA – Un vitello portato in processione bendato per poi essere “sacrificato” e mangiato dai cittadini in una festa patronale dedicata a San Nicola di Bari in una cittadina del Messinese, Roccavaldina. La “Festa del Convito” è ben descritta nel sito…
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#Etna - 14 Luglio 2024 ore 23:17
“Nel tentativo di immortalare la luna gibbosa crescente al 60,8% con la stella Spica, proprio in prossimità dell’attività del cratere Voragine, che in questo mese ha regalato uno spettacolo unico. Mentre eseguivo gli scatti, proprio verso il cratere Voragine, una bellissima sorpresa, così come fu per la bocca nuova, anche il Voragine inizia a produrre i suoi anelli di fumo, risultato dell’esplosione di bolle di gas presenti nel magma incandescente seguita dalla rapida risalita del vapore acqueo, nel mentre il cerchio si formava sono riuscito a beccare l’attimo in cui si allineava con la luna quasi come fosse una palla da Basket, uno di quei momenti unici che solo la natura può mostrarci".
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“Nel tentativo di immortalare la luna gibbosa crescente al 60,8% con la stella Spica, proprio in prossimità dell’attività del cratere Voragine, che in questo mese ha regalato uno spettacolo unico. Mentre eseguivo gli scatti, proprio verso il cratere Voragine, una bellissima sorpresa, così come fu per la bocca nuova, anche il Voragine inizia a produrre i suoi anelli di fumo, risultato dell’esplosione di bolle di gas presenti nel magma incandescente seguita dalla rapida risalita del vapore acqueo, nel mentre il cerchio si formava sono riuscito a beccare l’attimo in cui si allineava con la luna quasi come fosse una palla da Basket, uno di quei momenti unici che solo la natura può mostrarci".
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🏛 IL TEMPIO DI APOLLO DI SIRACUSA
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Risalente all'inizio del VI secolo a.C., è il tempio dorico in pietra più antico della Sicilia. Subì diverse trasformazioni: fu chiesa bizantina (se ne conservano la scalinata frontale e tracce di una porta), divenne moschea araba e poi chiesa normanna del Salvatore che venne poi inglobata in una cinquecentesca caserma spagnola e in edifici privati.
Una storia così travagliata danneggiò gravemente l'edificio, che fu riscoperto intorno al 1860 all'interno della caserma e venne riportato interamente alla luce fra il 1933 e il 1943.
La struttura originaria è un edificio molto allungato (m. 58,10 x 24,50), che poggia su poderose sostruzioni a gradini costruite con blocchi di arenaria. Periptero (cioè circondato da colonne), con 6 colonne sui lati brevi e 17 sui lati lunghi, presenta intercolumni molto stretti e grandiose colonne monolitiche. Una seconda fila di colonne sulla facciata orientale precedeva il vano antistante alla cella (pronaos), caratterizzato dalla presenza di altre due colonne fra le testate dei muri perimetrali (in antis) enfatizzando, come spesso accade nei templi arcaici di Sicilia, l’aspetto della frontalità. La cella era suddivisa in tre navate da due file di 7 colonne, disposte su due piani. Dietro la cella, in posizione simmetrica rispetto al pronaos, si trovava l’adyton, un vano chiuso verso l’esterno. Sul gradino più alto del lato orientale, un’iscrizione incisa sulla pietra, contemporanea alla costruzione del tempio e lunga circa 8 m, recita: “Kleomene fece per Apollo (il tempio), il figlio di Knidieidas, e alzò i colonnati, opere belle”. L’iscrizione permette di accertare la divinità cui il santuario era dedicato; inoltre, il ricordo del nome dell’architetto, circostanza molto rara nel mondo greco, indica che già i contemporanei erano consapevoli dell’eccezionalità dell’opera.
Frammenti degli splendidi rivestimenti di terracotta policroma che decoravano all’esterno la parte alta del tempio rivestendone gli elementi lignei sono conservati nel Museo Archeologico Regionale “Paolo Orsi”.
I lati sud ed ovest conservano resti del muro di recinzione del santuario (temenos).
Ad una cinta di fortificazione di probabile età bizantina appartengono i resti di un muro e una torre, addossati al tempio, sul lato ovest.
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La struttura originaria è un edificio molto allungato (m. 58,10 x 24,50), che poggia su poderose sostruzioni a gradini costruite con blocchi di arenaria. Periptero (cioè circondato da colonne), con 6 colonne sui lati brevi e 17 sui lati lunghi, presenta intercolumni molto stretti e grandiose colonne monolitiche. Una seconda fila di colonne sulla facciata orientale precedeva il vano antistante alla cella (pronaos), caratterizzato dalla presenza di altre due colonne fra le testate dei muri perimetrali (in antis) enfatizzando, come spesso accade nei templi arcaici di Sicilia, l’aspetto della frontalità. La cella era suddivisa in tre navate da due file di 7 colonne, disposte su due piani. Dietro la cella, in posizione simmetrica rispetto al pronaos, si trovava l’adyton, un vano chiuso verso l’esterno. Sul gradino più alto del lato orientale, un’iscrizione incisa sulla pietra, contemporanea alla costruzione del tempio e lunga circa 8 m, recita: “Kleomene fece per Apollo (il tempio), il figlio di Knidieidas, e alzò i colonnati, opere belle”. L’iscrizione permette di accertare la divinità cui il santuario era dedicato; inoltre, il ricordo del nome dell’architetto, circostanza molto rara nel mondo greco, indica che già i contemporanei erano consapevoli dell’eccezionalità dell’opera.
Frammenti degli splendidi rivestimenti di terracotta policroma che decoravano all’esterno la parte alta del tempio rivestendone gli elementi lignei sono conservati nel Museo Archeologico Regionale “Paolo Orsi”.
I lati sud ed ovest conservano resti del muro di recinzione del santuario (temenos).
Ad una cinta di fortificazione di probabile età bizantina appartengono i resti di un muro e una torre, addossati al tempio, sul lato ovest.
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