Il celebre simbolo di Catania viene affettuosamente chiamato Liotru, un nome che ha stimolato il fiorire di alcune leggende sul mago Eliodoro, personaggio che usufruiva della magia e che si dice abbia cavalcato la stessa statua per spostarsi da un punto all'altro della città.
La storia dell'elefante è però legata ai cartaginesi, che durante le guerre contro Siracusa donarono l'elefante ai catanesi per come avevano respinto la flotta siracusana.
I primi abitanti della città erano infatti sicani e siculi, i quali costituivano ancora gran parte della comunità catanese nonostante si fossero ormai quasi del tutto ellenizzati. Le antiche religioni sicano-sicule mettevano al centro divinità animali legate ai territori che abitavano, sin dalla fondazione di Catania l'elefante fu al centro della sua vita poiché si credeva ch'esso respingesse gli animali selvaggi e le belve dal centro abitato. Forse per questo il beniamino dei primi catanesi suscitò il dono dei cartaginesi, talaltro già noto ai fenici d'Africa per l'utilizzo bellico che ne avevano sempre fatto.
In seguito l'elefante acquisì un forte significato per il popolo catanese, in un paio di occasioni le colate laviche si fermarono nei pressi della sua mole secondo dinamiche similari ai miracoli di Sant'Agata, consacrandolo dunque definitivamente a effige cittadina. La protezione dalle colate laviche non fu l'unica caratteristica del Liotru, egli si fece anche vessillo politico dei catanesi quando Federico II riconobbe la città come terra demaniale e la sottrasse al governo di nobili e vescovi, occasione in cui l'elefante divenne anche lo stemma ufficiale.
L'elefante esprime al meglio l'anima del sentirsi catanese: è un simbolo di forza e di resistenza, di possanza ma anche di serenità e d'intelligenza, l'elefante è animale orgoglioso e protettivo del branco e della propria famiglia e pur tenendosi in disparte da molti altri animali, vive in armonia nel proprio habitat. Non è escluso che simili significati fossero già caratteristici del culto sicano-siculo, in quanto le popolazioni indigene della Sicilia professavano il culto della Dea Madre e quindi praticavano la filosofia del prendersi cura del proprio territorio.
L'elefante d'altronde è per molte altre culture un animale sacro e non raramente costituì l'arma invincibile di alcuni eserciti del passato. Il suo significato è perfettamente rappresentativo di ogni singolo catanese.
Simbolo istituzionale, logo sportivo, stemma dell'Università e riscoperto dai cittadini anche in altri ambiti, viene principalmente rappresentato nella famosa statua di Piazza Duomo con un obelisco che poggia sulla groppa e dalle allegorie che rappresentano i fiumi catanesi Simeto e Amenano.
Altra rappresentazione è il racconto fantasioso di una battaglia tra cartaginesi e libici poco prima che fosse donato agli etnei nel grande telone del Teatro Bellini, ma piccole effigi del Liotru si trovano anche sui frontoni e all'interno di palazzi storici e un po' ovunque in giro per Catania. Ancora oggi è lo spirito guida della città.
@sicilianewseinfo
@siciliaterramia
#catania
La storia dell'elefante è però legata ai cartaginesi, che durante le guerre contro Siracusa donarono l'elefante ai catanesi per come avevano respinto la flotta siracusana.
I primi abitanti della città erano infatti sicani e siculi, i quali costituivano ancora gran parte della comunità catanese nonostante si fossero ormai quasi del tutto ellenizzati. Le antiche religioni sicano-sicule mettevano al centro divinità animali legate ai territori che abitavano, sin dalla fondazione di Catania l'elefante fu al centro della sua vita poiché si credeva ch'esso respingesse gli animali selvaggi e le belve dal centro abitato. Forse per questo il beniamino dei primi catanesi suscitò il dono dei cartaginesi, talaltro già noto ai fenici d'Africa per l'utilizzo bellico che ne avevano sempre fatto.
In seguito l'elefante acquisì un forte significato per il popolo catanese, in un paio di occasioni le colate laviche si fermarono nei pressi della sua mole secondo dinamiche similari ai miracoli di Sant'Agata, consacrandolo dunque definitivamente a effige cittadina. La protezione dalle colate laviche non fu l'unica caratteristica del Liotru, egli si fece anche vessillo politico dei catanesi quando Federico II riconobbe la città come terra demaniale e la sottrasse al governo di nobili e vescovi, occasione in cui l'elefante divenne anche lo stemma ufficiale.
L'elefante esprime al meglio l'anima del sentirsi catanese: è un simbolo di forza e di resistenza, di possanza ma anche di serenità e d'intelligenza, l'elefante è animale orgoglioso e protettivo del branco e della propria famiglia e pur tenendosi in disparte da molti altri animali, vive in armonia nel proprio habitat. Non è escluso che simili significati fossero già caratteristici del culto sicano-siculo, in quanto le popolazioni indigene della Sicilia professavano il culto della Dea Madre e quindi praticavano la filosofia del prendersi cura del proprio territorio.
L'elefante d'altronde è per molte altre culture un animale sacro e non raramente costituì l'arma invincibile di alcuni eserciti del passato. Il suo significato è perfettamente rappresentativo di ogni singolo catanese.
Simbolo istituzionale, logo sportivo, stemma dell'Università e riscoperto dai cittadini anche in altri ambiti, viene principalmente rappresentato nella famosa statua di Piazza Duomo con un obelisco che poggia sulla groppa e dalle allegorie che rappresentano i fiumi catanesi Simeto e Amenano.
Altra rappresentazione è il racconto fantasioso di una battaglia tra cartaginesi e libici poco prima che fosse donato agli etnei nel grande telone del Teatro Bellini, ma piccole effigi del Liotru si trovano anche sui frontoni e all'interno di palazzi storici e un po' ovunque in giro per Catania. Ancora oggi è lo spirito guida della città.
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Moltissimi siciliani e non ignorano la storia della Trinacria, il simbolo per antonomasia della Sicilia, ovvero la raffigurazione di una testa femminile con tre gambe intorno.
Cominciamo dall’esterno dell’icona e quindi dalle tre gambe. In pochi sanno che il nome originario della Sicilia era Trinacria (oppure Triquetra) perchè la sua forma era singolare e si differenziava da tutte le altre isole.
I tre promontori che la caratterizzano, Pachino, Peloro e Lilibeo, ed i tre vertici o punte le danno una figura che rimanda chiaramente ad un triangolo.
La testa centrale fa riferimento alla mitologia greca, c’è chi dice sia Medusa (creatura mostruosa appartenente alla mitologia greca, la leggenda narra che era una delle tre Gorgoni, unica a non essere immortale, considerata una donna bellissima che affascinava gli uomini che non appena si voltavano per guardarla si trasformavano in pietra), pronta a pietrificare le persone che vogliono male alle famiglie (era usanza, anticamente, posizionare una trinacria dietro la porta di casa come simbolo di protezione).
Ed effettivamente la testa rimanda proprio, più genericamente, ad una delle tre gorgoni, mostri della mitologia greca con ali d’oro, artigli di bronzo, zanne di cinghiale e serpenti come capelli (le tre gorgoni rappresentavano le perversioni dell’uomo: Euriale la perversione sessuale, Steno la perversione morale e Medusa la perversione intellettuale).
E’ una tipica usanza siciliana quella di decorare vasi e tempi, case e ville con delle “teste” o maschere che vogliono allontanare, scongiurare e respingere gli influssi maligni, e dunque la trinacria è un simbolo portafortuna.
Torniamo dunque alla Trinacria, simbolo che gli studiosi attribuiscono al mondo religioso orientale: antiche monete, risalenti al VI e IV secolo a.C., provenienti dall’Asia Minore, ci dicono che questo simbolo doveva raffigurare il dio del sole nella sua triplice forma inverno – primavera – estate.
Diffusosi successivamente tramite i greci anche in occidente (ricordiamo che le monete di Atene del VI sec. a.C., le monete di Paestum, Elea, Metaponto, Caulonia riportavano proprio le tregambe), la trinacria arrivò in Sicilia con Agatocle di Siracusa, che usò questo simbolo per le sue monete e forse come sigillo personale.
Curiosità: i colori della Sicilia, il giallo ed il rosso, simboleggiano due città siciliane, più precisamente il giallo Palermo ed il rosso Corleone, che per prime si ribellarono ai francesi durante i famosi vespri siciliani.
In epoca romana, al posto di Medusa, una delle tre gorgoni, al centro della trinacria vengono sostituiti i serpenti con le spighe, era noto infatti che la Sicilia era l’antico granaio dell’impero romano, oltre che simbolo di fertilità e prosperità.
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Cominciamo dall’esterno dell’icona e quindi dalle tre gambe. In pochi sanno che il nome originario della Sicilia era Trinacria (oppure Triquetra) perchè la sua forma era singolare e si differenziava da tutte le altre isole.
I tre promontori che la caratterizzano, Pachino, Peloro e Lilibeo, ed i tre vertici o punte le danno una figura che rimanda chiaramente ad un triangolo.
La testa centrale fa riferimento alla mitologia greca, c’è chi dice sia Medusa (creatura mostruosa appartenente alla mitologia greca, la leggenda narra che era una delle tre Gorgoni, unica a non essere immortale, considerata una donna bellissima che affascinava gli uomini che non appena si voltavano per guardarla si trasformavano in pietra), pronta a pietrificare le persone che vogliono male alle famiglie (era usanza, anticamente, posizionare una trinacria dietro la porta di casa come simbolo di protezione).
Ed effettivamente la testa rimanda proprio, più genericamente, ad una delle tre gorgoni, mostri della mitologia greca con ali d’oro, artigli di bronzo, zanne di cinghiale e serpenti come capelli (le tre gorgoni rappresentavano le perversioni dell’uomo: Euriale la perversione sessuale, Steno la perversione morale e Medusa la perversione intellettuale).
E’ una tipica usanza siciliana quella di decorare vasi e tempi, case e ville con delle “teste” o maschere che vogliono allontanare, scongiurare e respingere gli influssi maligni, e dunque la trinacria è un simbolo portafortuna.
Torniamo dunque alla Trinacria, simbolo che gli studiosi attribuiscono al mondo religioso orientale: antiche monete, risalenti al VI e IV secolo a.C., provenienti dall’Asia Minore, ci dicono che questo simbolo doveva raffigurare il dio del sole nella sua triplice forma inverno – primavera – estate.
Diffusosi successivamente tramite i greci anche in occidente (ricordiamo che le monete di Atene del VI sec. a.C., le monete di Paestum, Elea, Metaponto, Caulonia riportavano proprio le tregambe), la trinacria arrivò in Sicilia con Agatocle di Siracusa, che usò questo simbolo per le sue monete e forse come sigillo personale.
Curiosità: i colori della Sicilia, il giallo ed il rosso, simboleggiano due città siciliane, più precisamente il giallo Palermo ed il rosso Corleone, che per prime si ribellarono ai francesi durante i famosi vespri siciliani.
In epoca romana, al posto di Medusa, una delle tre gorgoni, al centro della trinacria vengono sostituiti i serpenti con le spighe, era noto infatti che la Sicilia era l’antico granaio dell’impero romano, oltre che simbolo di fertilità e prosperità.
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Campanarazzu di Misterbianco provincia di Catania
L'unica testimonianza di arte RINASCIMENTALE della Sicilia Orientale.
Campanarazzu è il nome che fu dato alle vestigia dell’antico campanile della chiesa Madre sepolta dalla lava del marzo 1669 e che adesso indica non solo il campanile diroccato, ma una intera contrada. Gli scavi realizzati a Campanarazzu per il recupero dell’antica chiesa Madre, edificata tra il ‘400 e il ‘500, ma forse anche prima, pare che sia un fatto unico a livello mondiale, resi possibili per il tipo di lava dell’Etna e per il modo come la chiesa è stata investita dal fronte lavico. A Pompei si è scavato per togliere la cenere, a Campanarazzu si è scavato per svuotare oltre dieci metri di basalto lavico una navata lunga oltre 40 metri e larga nove. Un esperimento mai tentato prima. Considerato che il terremoto del 1693 distrusse tutta la Val di Noto, la chiesa resta un importante, se non unica, testimonianza di arte rinascimentale nella Sicilia orientale.
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Campanarazzu è il nome che fu dato alle vestigia dell’antico campanile della chiesa Madre sepolta dalla lava del marzo 1669 e che adesso indica non solo il campanile diroccato, ma una intera contrada. Gli scavi realizzati a Campanarazzu per il recupero dell’antica chiesa Madre, edificata tra il ‘400 e il ‘500, ma forse anche prima, pare che sia un fatto unico a livello mondiale, resi possibili per il tipo di lava dell’Etna e per il modo come la chiesa è stata investita dal fronte lavico. A Pompei si è scavato per togliere la cenere, a Campanarazzu si è scavato per svuotare oltre dieci metri di basalto lavico una navata lunga oltre 40 metri e larga nove. Un esperimento mai tentato prima. Considerato che il terremoto del 1693 distrusse tutta la Val di Noto, la chiesa resta un importante, se non unica, testimonianza di arte rinascimentale nella Sicilia orientale.
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Il nome dell’isola è molto antico, risale alla colonizzazione greca, che iniziò nell’VIII secolo a.C; il popolo più antico stanziato nell’isola fu quello dei Sicani, che abitava originariamente la parte orientale dell’isola, finchè, nel II millennio a. C. una popolazione certamente indoeuropea, quella dei Siculi, non sospinse i Sicani verso l’interno dell’isola. I Greci chiamarono i Siculi “Sikeloi”,e l’isola cominciò ad essere chiamata “Sikelia“.
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Il suggestivo borgo intagliato nella parete, conta 50 grotte collegate da piccole strade ricavate esse stesse nella roccia. Ognuna delle grotte era adibita a piccola abitazione, di una o due stanze al massimo e, alcune di esse, oggi sono state acquistate dal Comune e trasformate in un museo etnografico.
📸Roberta La Mantia
✍🏻@sicilianewseinfo
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Un castello medievale costruito sulla rocca che domina la cittadina di Sperlinga in provincia di Enna, scavato nella roccia arenaria, ricavato da un unico monolite sopra grotte di templi sacre che risalgono a 4.000 anni fa. È dotato di una particolare edificazione nella roccia arenaria.
Il basamento rupestre del castello (dal greco "Spelaìon" poi latinizzato in "Spelunca" ovvero grotta) fu strutturato dalle popolazioni indigene sicule, in cui le grotte scavate nella roccia, venivano utilizzate come sepolcri.
Sperlinga divenne sede di una ampia comunità di Longobardi che arrivano in Sicilia dal Nord Italia nel XII secolo, lombarde, ancora oggi infatti la lingua locale è un particolare dialetto detto "gallo-italico".
L'inizio dell'edificazione si fa risalire tra la fine dell'XI secolo e l'inizio del XII, sotto i normanni. I primi documenti sull'esistenza del borgo e del suo Castello sono del 1080. Lo storico Michele Amari ne La guerra del vespro siciliano, individuò dei documenti che avvalorano la tesi dei soldati angioini a Sperlinga capeggiati da "Petro de Alemanno o Lemanno", resistettero, nel 1283 per quasi un anno all'assedio dell'esercito aragonese. Il Castello, in quel periodo, era di proprietà dello stesso Petro de Lemanno che attese invano gli aiuti angioini, durante la guerra del Vespro. I soldati di Carlo I d'Angiò vi trovarono quindi rifugio, all'interno della sua struttura interamente scavata nella roccia, in cui si avverte la magia di questo luogo e si apprezza il misticismo che lo pervade, è come entrare in un altro mondo, in cui nulla è decorazione e tutto ha un messaggio da raccontare.
Ancora ci si chiede come sia stato possibile scavare questa dura roccia per ricavare le diverse stanze che compongono il castello, su cui si tramandano numerose leggende secolari.
✍🏻@sicilianewseinfo
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🏰#Storia
Il basamento rupestre del castello (dal greco "Spelaìon" poi latinizzato in "Spelunca" ovvero grotta) fu strutturato dalle popolazioni indigene sicule, in cui le grotte scavate nella roccia, venivano utilizzate come sepolcri.
Sperlinga divenne sede di una ampia comunità di Longobardi che arrivano in Sicilia dal Nord Italia nel XII secolo, lombarde, ancora oggi infatti la lingua locale è un particolare dialetto detto "gallo-italico".
L'inizio dell'edificazione si fa risalire tra la fine dell'XI secolo e l'inizio del XII, sotto i normanni. I primi documenti sull'esistenza del borgo e del suo Castello sono del 1080. Lo storico Michele Amari ne La guerra del vespro siciliano, individuò dei documenti che avvalorano la tesi dei soldati angioini a Sperlinga capeggiati da "Petro de Alemanno o Lemanno", resistettero, nel 1283 per quasi un anno all'assedio dell'esercito aragonese. Il Castello, in quel periodo, era di proprietà dello stesso Petro de Lemanno che attese invano gli aiuti angioini, durante la guerra del Vespro. I soldati di Carlo I d'Angiò vi trovarono quindi rifugio, all'interno della sua struttura interamente scavata nella roccia, in cui si avverte la magia di questo luogo e si apprezza il misticismo che lo pervade, è come entrare in un altro mondo, in cui nulla è decorazione e tutto ha un messaggio da raccontare.
Ancora ci si chiede come sia stato possibile scavare questa dura roccia per ricavare le diverse stanze che compongono il castello, su cui si tramandano numerose leggende secolari.
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Cosa sono le olive schiacciate?
In dialetto siciliano si chiamano alivi cunzati e alivi scacciati e si preparano in autunno in grandi quantità per conservarle a lungo e consumarle tutto l’anno.
Sono uno sfiziosissimo antipasto si
servono in genere tra gli antipasti insieme a formaggi e affettati sono molto gustose e stuzzicanti,possono essere anche un ottimo contorno.
Si chiamano olive schiacciate perché vengono schiacciate e aperte con un peso che può essere un sasso come nella tradizione siciliana o anche un batticarne.
Un antipasto tipico che si conserva in barattolo per tutto l'anno.
@sicilianewseinfo
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In dialetto siciliano si chiamano alivi cunzati e alivi scacciati e si preparano in autunno in grandi quantità per conservarle a lungo e consumarle tutto l’anno.
Sono uno sfiziosissimo antipasto si
servono in genere tra gli antipasti insieme a formaggi e affettati sono molto gustose e stuzzicanti,possono essere anche un ottimo contorno.
Si chiamano olive schiacciate perché vengono schiacciate e aperte con un peso che può essere un sasso come nella tradizione siciliana o anche un batticarne.
Un antipasto tipico che si conserva in barattolo per tutto l'anno.
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L'Isola dei Conigli a Lampedusa si conferma la spiaggia più amata su Tripadvisor @sicilianewseinfo
#goodnews 〽️
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Telegraph
L'Isola dei Conigli a Lampedusa si conferma la spiaggia più amata su Tripadvisor
PALERMO - «La spiaggia dell’Isola dei Conigli di Lampedusa si conferma una meraviglia della natura ammirata ed apprezzata in tutto il mondo: secondo la classifica pubblicata da TripAdvisor in base alle recensioni ed alle preferenze degli utenti espresse nell’ultimo…
Arturo Di Modica, famoso in tutto il mondo per il Toro di Wall Street, è morto VENERDI' 19 febbraio nella sua abitazione di VITTORIA, in provincia di Ragusa. Lo scultore aveva compiuto da poco 80 anni, ma da tempo, come riporta la stampa siciliana, combatteva contro un tumore. Malgrado la malattia, dopo aver regalato a New York il Charging bull, il toro che ringhia, da anni stava lavorando a un altro progetto da donare alla sua città, Vittoria: una coppia di cavalli in bronzo da 40 metri da collocare sul fiume Ippari. Era riuscito a portare a termine il prototipo di dimensioni enormi, circa 8 metri di lunghezza, ma poi le sue condizioni sono definitivamente peggiorate.
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#siciliaautori
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Antica torre di guardia, comunemente detta “Torre Saracena”.
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# Roccalumera
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# Roccalumera
Antica torre di guardia, comunemente detta “Torre Saracena”. La costruzione risale probabilmente all’inizio del ‘400.
Le funzioni della torre, costruita nei pressi della spiaggia, erano di avvistamento e di prima difesa. Le segnalazioni di pericolo si effettuavano di giorno con il fumo, e di notte con il fuoco acceso in apposite padelle. Scomparso il pericolo dei pirati, la torre fu adibita a torre telegrafo.
Nel 1578 la “Torre saracena” presentava una struttura con un tetto conico, due lucernari sulla parte superiore, una porticina d’ingresso al di sopra della zoccolatura e, di fianco, la stalla per il “cavallaio”, visibile ancora oggi.
Dopo il 1830 furono aperte, nella parte superiore, due finestre a sesto acuto in pietra bianca e il tetto fu arricchito da una notevole merlatura che fungeva da terrazzo. La “Torre saracena” è divenuta nel tempo il simbolo di Roccalumera.
Salvatore Quasimodo le fu particolarmente legato, dedicandole la poesia “Vicino ad una Torre Saracena per il fratello morto”, riprodotta su una lapide di marmo posta alla base della torre.
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# Roccalumera
#Messina
Le funzioni della torre, costruita nei pressi della spiaggia, erano di avvistamento e di prima difesa. Le segnalazioni di pericolo si effettuavano di giorno con il fumo, e di notte con il fuoco acceso in apposite padelle. Scomparso il pericolo dei pirati, la torre fu adibita a torre telegrafo.
Nel 1578 la “Torre saracena” presentava una struttura con un tetto conico, due lucernari sulla parte superiore, una porticina d’ingresso al di sopra della zoccolatura e, di fianco, la stalla per il “cavallaio”, visibile ancora oggi.
Dopo il 1830 furono aperte, nella parte superiore, due finestre a sesto acuto in pietra bianca e il tetto fu arricchito da una notevole merlatura che fungeva da terrazzo. La “Torre saracena” è divenuta nel tempo il simbolo di Roccalumera.
Salvatore Quasimodo le fu particolarmente legato, dedicandole la poesia “Vicino ad una Torre Saracena per il fratello morto”, riprodotta su una lapide di marmo posta alla base della torre.
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