I Sicani.
I Sicani erano un popolo della Sicilia che, secondo la tradizione, era stanziato anticamente su gran parte dell'isola. In seguito, l'area ad est del fiume Salso, fu occupata dai Siculi, che soppiantarono i primitivi popolatori.
Il loro nome deriva dal termine greco Sikania, che indicava la Sicilia occidentale. Sono una popolazione di origine incerta, probabilmente di ceppo indoeuropeo.
Questi popoli rispettavano moltissimo le donne, che erano viste come generatrici di vita, queste erano molto gelose dei loro uomini, forse deriva da ciò la proverbiale gelosia dei siciliani. Quando in una tribù le donne erano in numero maggiore degli uomini, erano mandate a cercarsi il marito in altre tribù ed erano chiamate perciò fanciulle vaganti.
Stabilirono sull'isola e sviluppò una società basata sull'agricoltura, caratterizzata da uno stile di vita pacifico.
Erano abili artigiani, noti per la loro competenza nella produzione di ceramiche, gioielli in oro e argento e armi in rame e bronzo. Inoltre, avevano una grande passione per gli ornamenti personali e utilizzavano ossa di animali, conchiglie e pietre per creare collane, bracciali e orecchini. Costruivano dei pugnali ricurvi detti sike. Oltre alla sike che allacciavano alla cintura, i sicani usavano altre armi, erano formidabili costruttori di archi. Usavano anche un’enorme ascia di pietra molto tagliente, in grado, anche perché maneggiata dalle loro corpulente braccia, di spaccare in due una corazza. Erano soliti combattere nudi, a piedi o su cavalli che montavano senza uso di selle o parature. Non toccavano mai i cadaveri dei nemici e, per stordire gli avversari, usavano la frombola o fionda, che costruivano con un pezzo di foglia di agave e due cordicelle intrecciate di erica.
I Siculi.
I Siculi ("Sikeloi" dal nome del presunto re siculo "Sikelòs"), appartenenti a un popolo indoeuropeo di origine italica (protolatini)[senza fonte], raggiunsero la Sicilia attorno al XV secolo a.C. Attorno al 1000 a.C., fecero ritirare le popolazioni dei Sicani nella parte sud-occidentale della Sicilia. Diodoro Siculo riporta che le aree lasciate libere dai Sicani a seguito dell'eruzione dell'Etna furono occupate dai Siculi provenienti dalla penisola italiana e che dopo una serie di conflitti con i Sicani si giunse alla stipulazione di trattati che definivano le frontiere dei reciproci territori. Dionigi di Alicarnasso nella sua storia delle antichità romane parla dei Siculi come della prima popolazione che abitò la zona di Albalonga, dove poi sorse Roma.
Il nuovo confine territoriale fu il fiume Salso dove rimase fino all'arrivo dei Greci.
Siculo (o Sikelòs o Siculos), è il presunto Re siculo che avrebbe dato il nome al popolo Siculo e alla Sicilia (Sikelia). La sua figura nella tradizione storiografica rimane costantemente legata alla storia del popolo Siculo che dalla penisola italiana passò in Sicilia, anche nei casi in cui si suppone che il popolo non fosse di Siculi, ma di Ausoni o di Liguri, sempre dello stesso popolo, e dello stesso re si parla.
Antioco Senofaneo parla di un Siculo indistinto che sembra comparire dal nulla per dividere le genti, i Siculi dai Morgeti e dagli Itali-Enotri. Filisto di Siracusa, riportato da Dionigi di Alicarnasso dice che le genti le quali passarono dalla penisola italiana in Sicilia sarebbero state in realtà dei Liguri condotti da Sikelòs figlio di Italos. Servio dice che la città da lui chiamata "Laurolavinia" sorse dove già abitava "Siculos
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I Sicani erano un popolo della Sicilia che, secondo la tradizione, era stanziato anticamente su gran parte dell'isola. In seguito, l'area ad est del fiume Salso, fu occupata dai Siculi, che soppiantarono i primitivi popolatori.
Il loro nome deriva dal termine greco Sikania, che indicava la Sicilia occidentale. Sono una popolazione di origine incerta, probabilmente di ceppo indoeuropeo.
Questi popoli rispettavano moltissimo le donne, che erano viste come generatrici di vita, queste erano molto gelose dei loro uomini, forse deriva da ciò la proverbiale gelosia dei siciliani. Quando in una tribù le donne erano in numero maggiore degli uomini, erano mandate a cercarsi il marito in altre tribù ed erano chiamate perciò fanciulle vaganti.
Stabilirono sull'isola e sviluppò una società basata sull'agricoltura, caratterizzata da uno stile di vita pacifico.
Erano abili artigiani, noti per la loro competenza nella produzione di ceramiche, gioielli in oro e argento e armi in rame e bronzo. Inoltre, avevano una grande passione per gli ornamenti personali e utilizzavano ossa di animali, conchiglie e pietre per creare collane, bracciali e orecchini. Costruivano dei pugnali ricurvi detti sike. Oltre alla sike che allacciavano alla cintura, i sicani usavano altre armi, erano formidabili costruttori di archi. Usavano anche un’enorme ascia di pietra molto tagliente, in grado, anche perché maneggiata dalle loro corpulente braccia, di spaccare in due una corazza. Erano soliti combattere nudi, a piedi o su cavalli che montavano senza uso di selle o parature. Non toccavano mai i cadaveri dei nemici e, per stordire gli avversari, usavano la frombola o fionda, che costruivano con un pezzo di foglia di agave e due cordicelle intrecciate di erica.
I Siculi.
I Siculi ("Sikeloi" dal nome del presunto re siculo "Sikelòs"), appartenenti a un popolo indoeuropeo di origine italica (protolatini)[senza fonte], raggiunsero la Sicilia attorno al XV secolo a.C. Attorno al 1000 a.C., fecero ritirare le popolazioni dei Sicani nella parte sud-occidentale della Sicilia. Diodoro Siculo riporta che le aree lasciate libere dai Sicani a seguito dell'eruzione dell'Etna furono occupate dai Siculi provenienti dalla penisola italiana e che dopo una serie di conflitti con i Sicani si giunse alla stipulazione di trattati che definivano le frontiere dei reciproci territori. Dionigi di Alicarnasso nella sua storia delle antichità romane parla dei Siculi come della prima popolazione che abitò la zona di Albalonga, dove poi sorse Roma.
Il nuovo confine territoriale fu il fiume Salso dove rimase fino all'arrivo dei Greci.
Siculo (o Sikelòs o Siculos), è il presunto Re siculo che avrebbe dato il nome al popolo Siculo e alla Sicilia (Sikelia). La sua figura nella tradizione storiografica rimane costantemente legata alla storia del popolo Siculo che dalla penisola italiana passò in Sicilia, anche nei casi in cui si suppone che il popolo non fosse di Siculi, ma di Ausoni o di Liguri, sempre dello stesso popolo, e dello stesso re si parla.
Antioco Senofaneo parla di un Siculo indistinto che sembra comparire dal nulla per dividere le genti, i Siculi dai Morgeti e dagli Itali-Enotri. Filisto di Siracusa, riportato da Dionigi di Alicarnasso dice che le genti le quali passarono dalla penisola italiana in Sicilia sarebbero state in realtà dei Liguri condotti da Sikelòs figlio di Italos. Servio dice che la città da lui chiamata "Laurolavinia" sorse dove già abitava "Siculos
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Sua Maestà L'Etna 🌋
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C’e qualcosa di ancestrale e terribile nella lava . Non ci pensiamo mai, la fiamma che divora e uccide.
Solo un Catanese capisce a fondo la paura e l’amore per Etna . Per i turisti è uno spettacolo . Ma per il catanese è qualcosa assieme familiare e inquietante, un’ansia che si cerca di nascondere o di anestetizzare con lo sguardo smagato e sornione di chi è nato in questa città.
Catania è città sotto il vulcano. Non c’è differenza, non c’è distanza. Ci è immersa dentro.
È il confine che manca. L’ansia viene da lì. Dalla consapevolezza che ciò che al ETNA si è strappato con l’inganno ETNA lo potrebbe rivolere indietro. Eruzione non è uno scoppio d’ira, non è uno sgarbo, è il lento insinuarsi della lava in uno spazio suo. E il Catanese la guarda con il groppo alla gola con cui il debitore vede lo strozzino presentarsi alla sua porta per reclamare un debito.
E se non si fermasse più? Se decidesse di riprendersi quello che le appartiene, la città, lo spazio, di rivolere ciò che è suo? Se volesse restare, tenersi tutto? Che le si potrebbe dire mai? Hai torto? Non puoi?
Catania è l’unica città in cui gli abitanti sono ospiti di una padrona di casa eterna e capricciosa. Una divinità generosa, ma anche piena di bizze. Ma è pur sempre una divinità, e come tutti gli dei è altera ed imperscrutabile.
E allora, quando esplode e la dea si manifesta e riprende possesso della sua città, gli abitanti per un attimo trattengono il respiro, pregando la Santuzza che non sia l’ultima volta. Pregando che lei magnanima alla fine restituisca loro le case, i campielli,che sono roba sua e non loro. Che si ritiri, restituendo loro Catania e doni a tutti il privilegio di viverci un giorno in più.
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Catania è città sotto il vulcano. Non c’è differenza, non c’è distanza. Ci è immersa dentro.
È il confine che manca. L’ansia viene da lì. Dalla consapevolezza che ciò che al ETNA si è strappato con l’inganno ETNA lo potrebbe rivolere indietro. Eruzione non è uno scoppio d’ira, non è uno sgarbo, è il lento insinuarsi della lava in uno spazio suo. E il Catanese la guarda con il groppo alla gola con cui il debitore vede lo strozzino presentarsi alla sua porta per reclamare un debito.
E se non si fermasse più? Se decidesse di riprendersi quello che le appartiene, la città, lo spazio, di rivolere ciò che è suo? Se volesse restare, tenersi tutto? Che le si potrebbe dire mai? Hai torto? Non puoi?
Catania è l’unica città in cui gli abitanti sono ospiti di una padrona di casa eterna e capricciosa. Una divinità generosa, ma anche piena di bizze. Ma è pur sempre una divinità, e come tutti gli dei è altera ed imperscrutabile.
E allora, quando esplode e la dea si manifesta e riprende possesso della sua città, gli abitanti per un attimo trattengono il respiro, pregando la Santuzza che non sia l’ultima volta. Pregando che lei magnanima alla fine restituisca loro le case, i campielli,che sono roba sua e non loro. Che si ritiri, restituendo loro Catania e doni a tutti il privilegio di viverci un giorno in più.
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Oggi vi porto in provincia di Messina, in una cittadina che risale all'epoca della Magna Grecia.
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Un borgo di pastori, citato pure da Cicerone e Tucidide, a luogo svevo-normanno, Santo Stefano di Camastra, in provincia di Messina, meglio conosciuta come la Città delle Ceramiche, dopo Caltagirone (CT), è un incantevole territorio che si sviluppa in parte lungo la costa e in parte tra i monti dei Nebrodi, offrendo a tutti i suoi visitatori la possibilità di poter visitare ogni genere di paesaggio, dalle più incantevoli località montuose fino a quelle costiere.
Il centro urbano di Santo Stefano di Camastra si erge su un'altura, da cui è possibile ammirare scenografici panorami dei paesaggi circostanti, Isole Eolie comprese, tutti dotati di incredibili bellezze naturali, da cui si resta incantati.
Ciò che più risalta per le vie della città sono certamente tutti i suoi decori in ceramica locale, che da diversi secoli continua ad essere prodotta con le antiche tecniche tradizionali, con cui si realizzano splendide opere d'arte richiestissime nel mondo.
Santo Stefano di Camastra è un delizioso, piccolo museo a cielo aperto e non a caso si ritrova nelle pagine di vari scrittori siciliani, tra cui quelle di Pirandello, ne "La giara".
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Ciò che più risalta per le vie della città sono certamente tutti i suoi decori in ceramica locale, che da diversi secoli continua ad essere prodotta con le antiche tecniche tradizionali, con cui si realizzano splendide opere d'arte richiestissime nel mondo.
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Modi di dire Messinesi:
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Bisolu = Soglia; gradino.
D’impizzu = Di nessun valore (usato soprattutto nella loc. "Figura d’impizzu" = figura barbina.)
Cuttìgghiu = Pettegolezzo.
Rattalora = Grattugia.
Manciari terra = Essere seppellito.
Piddizzuni = Pelle d’oca.
Fari cascari a cuddura d’i budedda = Annoiare a morte.
Fètere = Imputridire, marcire (anche fig.)
Scaffitutu = Ammuffito.
Scaccia-e-mancia = Approfittatore.
O tempu d’i canonici i lignu = In epoca assai remota.
Sparari = Marinare la scuola; saltare volontariamente un appuntamento.
Trùscia = Involto che le donne usavano portare sulla testa.
Muschera = Zanzariera.
Muscaloru = Ventaglio.
Làstima = Persona che si lamenta continuamente.
Làllera = Schiaffo.
‘Mmazzacani = Grossa pietra.
L’ura d’ajeri a st’ura/L’ura mi ti ccatti u riloggiu = Risposte alla richiesta di conoscere l’ora.
Essiri comu a tridicinu ammenzu a simana = Essere di troppo.
Panza i bbugghiu = Addome prominente.
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D’impizzu = Di nessun valore (usato soprattutto nella loc. "Figura d’impizzu" = figura barbina.)
Cuttìgghiu = Pettegolezzo.
Rattalora = Grattugia.
Manciari terra = Essere seppellito.
Piddizzuni = Pelle d’oca.
Fari cascari a cuddura d’i budedda = Annoiare a morte.
Fètere = Imputridire, marcire (anche fig.)
Scaffitutu = Ammuffito.
Scaccia-e-mancia = Approfittatore.
O tempu d’i canonici i lignu = In epoca assai remota.
Sparari = Marinare la scuola; saltare volontariamente un appuntamento.
Trùscia = Involto che le donne usavano portare sulla testa.
Muschera = Zanzariera.
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Làstima = Persona che si lamenta continuamente.
Làllera = Schiaffo.
‘Mmazzacani = Grossa pietra.
L’ura d’ajeri a st’ura/L’ura mi ti ccatti u riloggiu = Risposte alla richiesta di conoscere l’ora.
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