Schegge Riunite
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In un mondo che gira e gira, come una trottola impazzita, noi ci vantiamo d’essere decisamente statici. Siamo fissi e immobili in una società in costante movimento, piccoli Davide coi piedi ben piantati di fronte a un Golia in preda a una danza sfrenata.
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L'arte per l'arte ha senso solo se non è davvero per sé stessa. La bellezza ha bisogno di essere ammirata, altrimenti è come se non avesse raggiunto il suo scopo, a meno che il suo scopo non sia un altro.
Ciò che hanno dimenticato molti che parlano della sacralità dell'arte, è che il sacro non le è dato da una dimensione magica, ma da quella religiosa. Le guglie nascoste nelle cattedrali gotiche, raggiungono il loro scopo proprio nel perderlo. Da testimonianza diventano preghiera ed è come se tutta l'opera, segretamente, fosse appesa al cielo tramite loro
Una grande conquista della modernità è aver dimostrato che chi compie il male non è cattivo, ma è solo uno a cui i sociologi non hanno ancora fornito la giusta spiegazione.
È una cosa poco moderna probabilmente, ma resta lo scopo, e non il risultato, la ragione per cui si fanno le cose
UN HURRÀ PER GIORGIO BASTA
Ho già speso due parole biografiche sul Conte d’Hust per I Grandi Matti della Storia, ma c’è ancora troppo da dire, quindi eccovi qua il primo di una piccola serie di post.
La prima cosa da notare sono le qualità della sua persona.
Il Basta è in tutto un uomo del suo tempo particolarissimo, un tempo in cui ormai le questioni fra Protestanti e Cattolici sono definite e lui non se ne pone il problema. È nato cattolico, ha servito duchi e sovrani cattolici e tale resterà fino in fondo, da buon soldato. D’altra parte non sopporta che sugli stendardi si mettano immagini di Santi, perché debbono essere inchinati al passaggio del Generale.
Il Basta è un uomo rigido ma non austero. Vuole che i soldati abbiano i giusti “commodi” e salari per poter essere morali e di buoni costumi anche sotto le armi. D’altra parte è convinto che questi buoni costumi abbiano delle conseguenze concrete importanti, sia negli ufficiali, che nei soldati.
Un buon esercito è un esercito buono, uno che non si dà alle ruberie, agli incendi, agli assassinii e alle donne.
In un esercito la prima necessità è la disciplina e va mantenuta a tutti i costi, e qui si vede il pugno di ferro. Ma allo stesso tempo, il suo pensiero è che l’ufficiale deve dare ai suoi soldati tutte le occasioni di splendere, procedere e far carriera, quasi fosse per loro un padre.
E a parlar di carriera non si può che notare il suo luminoso cursus, che lo ha portato da soldato privato che serve nella compagnia del padre, esule dalla sua terra, a diventare passo passo un commissario generale conteso fra vari eserciti, mastro di campo e infine Conte, mandato proprio nel posto più spinoso possibile già da allora, ovvero i Balcani.
Se la prima parte può parere da raccomandato, va notato che il Basta non ha mai sbagliato un colpo. Ha saputo astenersi dagli scontri poco vantaggiosi e cogliere sempre l’occasione di ottenere vittorie strepitose, spesso in vasta inferiorità numerica e contro avversari apparentemente meglio armati. Determinazione, coraggio e esperienza sono le chiavi delle sue continue vittorie. Anche colto di sorpresa, durante un attacco notturno al campo, riesce a raccogliere sedici cavalleggeri e a caricare una truppa guidata dal generale nemico, ferendo lo stesso. Dove queste non bastano, usa l’astuzia; è famoso per gli attacchi notturni al campo nemico. Dei nemici si credono più furbi di lui e iniziano a fare una guardia serrata di notte. Lui li attacca di giorno, stanchi e provati dalle veglie e li mette in rotta.
La grande capacità del Basta è quella di prendere una situazione e tirarne fuori il meglio, con quello che ha, sapendo attendere e colpire al momento giusto con intuizione e buon senso e se questo non basta a farne qualcuno da ammirare, aspettate qualche giorno.
Alla mi presente, al vostra, signori
Che ne pensate di fare un viaggio su uno di questi arnesi?


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Credo che nessuno si sia mai fermato a pensare veramente, intendo profondamente, al fatto che un bambino vede le cose per la prima volta. Lo si dice, lo si pensa, ma non ce lo s'immagina mai per davvero. Non si riesce mai a mettersi seriamente nei suoi piccoli panni, e non per un'ovvia questione di dimensioni. Ma uno sforzo d'immaginazione utile in questo senso è scambiare le parole "nuovo" e "strano", vale a dire pensare a qualcosa che per noi è strano, inusuale, inaspettato. Un uomo nudo che balla per strada, un cane con gli occhiali da sole, un tizio che comincia a fare capriole in aria nel mezzo di un fast-food e via dicendo. Un simile senso di spaesamento, curiosità e persino divertimento è forse la cosa che si avvicina di più allo stupore che prova un bambino la prima volta che vede un semplice cane o che ci vede fare una smorfia o che osserva con somma letizia un piatto cadere a terra e infrangersi dopo averlo trascinato sul bordo del tavolo. Sono cose a cui, nella sua minuscola esperienza, non è assolutamente abituato, così come noi non siamo abituati a vedere gente nuda per le strade. Per lui ogni singolo evento che a noi sembra ordinario, è più spettacolare di un intero circo. Ecco cos'è il nuovo per i bambini.
Callista sta andando molto bene, ma ha ancora pochissime recensioni. Se lo avete preso, spendete due minuti per dire cosa ne pensate

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"Si tratta semplicemente di quattro cinque persone che si piacciono e si incontrano per fare cose che amano fare". Così Lewis definiva quel luogo in cui uomini diversissimi possono ritrovarsi e divenire fratelli; quella zona franca, per così dire, nella quale un avvocato, un pescivendolo e un pittore possono per un istante dimenticare regole, ruoli e apparenze ed entrare in comunione uno con l’altro. A me capita spessissimo, specialmente in quei luoghi e in quei momenti dove ci si abbassa tutti allo stesso livello: mi ritrovo fratello di colui che mangia alla tavola dove mangio io, che beve il vino che bevo io, che spara a zero sui politici come faccio io, che si lamenta della pioggia estiva come farei io se solo non amassi così spudoratamente l’acqua che vien giù dal cielo. Chesterton diceva: "Qualunque vera amicizia comincia dal fuoco, dal cibo, dalle bevande e dalla percezione della pioggia e del gelo", vale a dire che non altro se non la carne è in grado di avvicinare i cuori, poiché è l’unico elemento che abbiamo veramente in comune tra di noi. Un avvocato ha di fatto ben poco da spartire con un pescivendolo: uno pronuncia arringhe, l’altro vende aringhe, e la somiglianza è meramente linguistica; uno fa il suo mestiere in giacca e cravatta, l’altro in tuta e magari con un bel paio di guantacci di gomma. Ma sotto queste apparenze si cela la stessa carne, lo stesso ammasso di organi che ha bisogno allo stesso modo di cibo, acqua, calore e di un buon bicchiere di vino o di birra. L’amicizia in fondo è questo: riconoscere nell’altro la mia stessa carne, vedere nell’altro me stesso, con le mie stesse debolezze e i miei stessi desideri umani, a prescindere dal mestiere, dai vestiti, dall’auto e dalle idee. "Ogni anima umana", prosegue Chesterton, "deve compiere quel gigantesco atto di umiltà che è l’Incarnazione. Ogni uomo deve farsi carne per incontrare i suoi simili". - di Edoardo Dantonia, letto dai Mienmiuaif a Radio Maria
Per la seconda volta in pochi giorni mi ritrovo a leggere che la Provvidenza in Manzoni sarebbe cattiva scrittura e pigrizia.
Siccome credo relativamente alle coincidenze, come ogni ex-pendolare che si rispetti, mi viene da pensare che qualcuno abbia diffuso questa idea e in realtà ho già in mente il nome di un altro A.M. Ma forse sono un fanatico del principio di causa-effetto e lo sono anche nel dire che la Provvidenza manzoniana è un ottimo artificio letterario.
In primo luogo bisogna notare che Manzoni credeva alla Provvidenza; e non era certo il solo. Eschilo, Sofocle, Virgilio, anche loro sono scrittori pigri? Allora per scrivere cose degne di essere ricordate per millenni, è necessario essere pigri. D'altra parte, se uno ha fede, questo si rifletterà perfettamente nel suo scrivere.
In secondo luogo, poi, per quanto possa essere ateo nella realtà, uno scrittore non può di certo negare la Provvidenza nella sua storia. La Provvidenza, buona o cattiva che sia, è lui. Lui può nel suo libro piegare gli eventi, modellarli, farli accadere dal nulla. Si può pretendere tutto da uno scrittore, ma non che creda che la sua storia si dipani senza un volere superiore, dato che quel volere ce lo ha messo lui.
D'altra parte non è che spiegare ogni cosa con un complesso sistema di specchi e leve aggiunga un qualche valore ad un racconto. Certo, occorre un minimo di coerenza (cosa che Manzoni ha e tanti specchiolevisti moderni no) ma questo è quanto. La vita è piena di avvenimenti misteriosi, e persino credere nel principio di causa-effetto è un atto di fede, come ci ricorda Hume. Eppure lo scrittore prende la penna o la tastiera senza dover controllare ogni volta il come dalla sua testa le cose passino alla carta o ad uno schermo, senza doverci trovare chissà che giustificazione astrusa
BRAVO, MARTINO, PROPRIO BRAVO, CON QUESTO LEFTMEME HAI FATTO SNOFFARE TUTTI I FRA PADRI CONCILIARI, ADESSO PERÒ SMETTILA DI DIRE FESSERIE E TORNA NELLA CHIESA CATTOLICA


#luthercantmeme
#gerusamemi
Forwarded from Shitpost
[Thanks to Arlo Sloane]

@shitpost
Viene da chiedersi se fosse più grande l'ego di Dante o di chi lo critica, piuttosto maldestramente, con un articolo neanche accademico.
Ma la vera differenza è che Dante stesso riconosceva la propria presunzione mentre il critico, l'accademico e il giornalista non lo faranno mai. Dante non divinizzava l'Eneide e per questo poteva misurarcisi; Virgilio ebbe la presunzione di misurarsi con Omero. Il critico moderno si limita a qualche frecciata velenosa, e si ritiene superiore segretamente, per il solo fatto di aver messo a posto Dante. Dante fu sicuramente audace a pensare di mettersi fra i grandi poeti dell'epica, ma la fortuna arride agli audaci. Non si è mai sentito dire che la fortuna arrida agli accademici e non è del tutto improbabile che ci sia una ragione dietro questo. C'è più presunzione nella razza di quelli che stanno a terra per il semplice fatto che si sente superiore senza aver provato a fare nulla.
Questo poi omettendo l'ignoranza palese del sostenere che il medioevo abbia dovuto ricucire 1300 anni privi di epica. Non solo perché l'epoca classica non finisce con Virgilio (e non conoscere la Tebaide significa non avere i mezzi per capire un accidente di tutta l'epica medievale e moderna, incluso Dante che si fa accompagnare da Stazio per un bel pezzo del Purgatorio); ma anche perché il medioevo stesso non ha mai smesso di produrre epica grandiosa, dapprima in latino e poi in volgare. La parte più ridicola è che una fetta colossale dell'epica medievale, che prova a confrontarsi con Virgilio a sua volta, è tedesca. Ma a quanto pare qualcuno si diverte di più a sputare nel piatto degli altri, piuttosto che a mangiare cibi succulenti dal proprio
"Il nostro rapporto con la realtà umana non è mai ottimale al punto che il meglio riscuote l'assenso dei più, anzi, l'assenso della folla è prova del peggio." De Vita Beata, Seneca via Schegge Riunite - The Sparklings https://ift.tt/2hwHznP
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