( ʎɥɔɹɐuɐɟosuos )
深影(呼) ⁝ ( 𝟓𝟒𝟏𝟐 ) 𝐗𝐕
𝐂𝐘𝐏𝐇𝐄𝐑 ⎯⎯ archive 05.
Non scrivo da un po’ — me ne sono accorto quasi per caso, qualche giorno fa, quando ho aperto questo quaderno e ho trovato pagine bianche dove ormai mi aspettavo di leggere la mia stessa voce. È strano come il tempo riesca a passare senza chiedere permesso. Un giorno pensi di avere tutto sotto controllo, quello dopo ti volti e ti rendi conto che sono passati giorni, settimane, forse mesi, e non hai nemmeno capito quando sia successo.
Forse non avevo niente da dire.
O forse avevo troppo.
Ho passato gran parte della mia vita a credere che andare avanti significasse non voltarsi mai indietro. Ho imparato presto che certe cose, se le guardi troppo a lungo, rischiano di guardare indietro loro e da allora ho corso; ho cambiato posti, persone, abitudini, ho lasciato cose a metà perché finire qualcosa avrebbe significato ammettere che era finita davvero — se penso alla mia vita adesso, mi sembra quasi di osservare quella di qualcun altro.
Il bambino che ero. Le cose che desiderava senza avere ancora idea di quanto sarebbe costato ottenerle. Il ragazzo che pensava di essere invincibile. L’uomo che invece ha scoperto che si può sopravvivere praticamente a tutto e, nonostante questo, avere ancora paura di perdere qualcosa.
Ho fatto errori. Tanti. Alcuni li ricordo ancora con una precisione che non meritano, altri li ho sepolti così bene che, ogni tanto, mi dimentico persino di averli commessi. Ho ferito persone. Sono stato ferito. Ho amato male, ho amato troppo, ho avuto paura di amare e ho fatto finta che fosse indifferenza eppure, se potessi tornare indietro, non so se cambierei davvero qualcosa.
Ci sono giorni in cui guardo la mia vita e penso che non assomigli minimamente a quella che avevo immaginato. Altri in cui penso che, forse, sia proprio questo il senso, che la vita non abbia mai avuto intenzione di essere quello che avevo programmato.
E poi ci sono persone; quelle che arrivano quando hai già fatto pace con l’idea di non aspettarti più niente, quelle che entrano nella tua vita senza fare rumore e, quando te ne accorgi, hanno già spostato tutto. Non so ancora cosa diventeranno alcune di queste persone per me, non so quanto resteranno, né cosa ci aspetta più avanti — so soltanto che, per la prima volta dopo tanto tempo, non sento il bisogno di conoscere ogni risposta. Forse perché ho passato una vita intera a cercare di sapere dove stessi andando, quando avrei potuto semplicemente fermarmi ogni tanto e guardare dove ero.
Quindi sì, non scrivo da un po’ ma forse non perché avessi smesso di vivere — forse perché, per una volta, ero troppo impegnato a farlo.
Georgia.
sons of anarchy
motorcycle club.
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noun / latin
this phrase means embracing
everything — the good, the bad,
the painful — as necessary part
of your story. It’s not just
acceptance, its choosing to
love what shaped you.
some things didn’t happen to break you. They happened to build you.
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Forwarded from 𝄢 ࣼ ࣼ ࣼ 𐰢 Wᖾᥱᥒ ᗪᗩᖇK — 𝒸𝑜𝓂𝑒𝓈 𝑜𝓊𝓉
da non accorgermi di
quanto fosse brava a
nascondersi nelle
cose più piccole.
Non so cosa mi riserverà
il domani, ma so che per
la prima volta io non ho
senza rendermene conto,
ho ricominciato ad
essere
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kiss your
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ever learn, is just to
and be loved in return.
Moulin Rouge! 2001.
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( ʎɥɔɹɐuɐɟosuos )
深影(呼) ⁝ ( 𝟓𝟒𝟏𝟐 ) 𝐗𝐕
𝐂𝐘𝐏𝐇𝐄𝐑 ⎯⎯ archive.
like some Stanley Kubrick
porn director casting
couples, eyes wide shut for
a reason.
california.
sons of anarchy
motorcycle club.
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japanese
two people who understand
each other without saying a
word.
from heart to heart.
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Forwarded from [ ༒︎ ] ; 𝐂𝐈𝐍𝐍𝐀𝐌𝐎𝐍 𝐆𝐈𝐑𝐋. ➳ ⁽ 𝒘𝘩𝛼𝜏 𝔦 𝔴𝔞𝔰 ̵𝑴̵𝑨̵𝑫̵𝑬̵ for? ⁾ 〤
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. 🤩 🤩
he’ll 𝐚͟𝐥͟𝐰͟𝐚͟𝐲͟𝐬
be missed.
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深影(呼) ⁝ ( 𝟓𝟒𝟏𝟐 ) 𝐗𝐕
𝐂𝐘𝐏𝐇𝐄𝐑 ⎯⎯ archive 06.
Abel non ricordava esattamente quando avesse cominciato a chiamarla così, forse era stata una sera di pioggia, quando Kiruna era seduta sul pavimento del soggiorno con le gambe incrociate e un libro enorme aperto davanti a sé. Forse era stato il giorno in cui l’aveva trovata nel bosco con le scarpe sporche di terra e una corona improvvisata di piccoli fiori scuri tra i capelli. Oppure una delle tante sere in cui la vedeva accendere le candele una dopo l’altra, come se conoscesse un modo segreto per convincere il buio a non fare paura. Per Abel, comunque, non era importante ricordare il momento esatto, era importante che fosse successo perché da allora Kiruna aveva smesso di essere semplicemente Kiruna — era diventata la ragazza delle favole.
La prima volta che Gideon lo aveva sentito, Abel era seduto sul bancone della cucina, con le gambe che penzolavano nel vuoto e un giocattolo stretto tra le mani; Kiruna stava preparando qualcosa dall’altra parte della stanza ed aveva le maniche tirate sui gomiti, i capelli raccolti male e una piccola macchia di farina sulla guancia. Non sembrava affatto una principessa, ed era proprio questo, forse, che aveva affascinato Abel.
«Papà.» un sussurro, con quella dolce e tenera voce da bambino.
«Sì, piccolo?» aveva replicato Gideon, distrattamente.
«La ragazza delle favole è una strega?» Gideon aveva guardato Kiruna, poi suo figlio: «Perché me lo chiedi?»
Abel aveva fatto spallucce: «Perché sembra una.» Gideon aveva sorriso. «E tu come fai a sapere come sono le streghe?»
«Me l’ha detto lei.» un momento di esitazione. «Ma dice che non tutte sono cattive.»
«Ha ragione.»
Abel aveva osservato Kiruna ancora per qualche secondo. «Lei è buona.» Gideon aveva abbassato lo sguardo sul figlio.
« Si, lei è buona.» La risposta gli era uscita troppo velocemente. Abel aveva sorriso, come se avesse appena scoperto qualcosa.
«Tu lo sai.» aveva replicato a tono più alto
«Cosa?»
«Che è una ragazza delle favole.» Gideon non aveva saputo cosa rispondere, perché Abel lo diceva con una certezza assoluta, come se fosse una verità semplice quanto il fatto che il cielo fosse azzurro o che suo padre lo avrebbe preso in braccio quando glielo avesse chiesto.
Abel vedeva cose che gli adulti tendevano a ignorare: vedeva il modo in cui Kiruna abbassava la voce quando gli parlava, vedeva che non rideva mai di lui quando pronunciava male una parola, vedeva che, quando gli leggeva una storia, cambiava voce per ogni personaggio e si impegnava persino nei versi degli animali. Vedeva che lasciava sempre una parte del divano libera quando lui si addormentava accanto a lei sul divano, vedeva che quando Gideon era stanco, Kiruna non gli faceva domande, gli si avvicinava soltanto, gli posava una mano sulla spalla e restava lì.
Abel non conosceva parole come comprensione, cura, intimità o appartenenza, conosceva soltanto la sensazione che gli lasciava la presenza di qualcuno e quella di Kiruna gli sembrava una sensazione che poteva appartenere soltanto alle favole.
Una volta Gideon gli aveva chiesto: «Perché continui a chiamarla così?»
Abel aveva risposto mentre disegnava. «Perché quando c’è lei non mi sembra che possa succedere qualcosa di brutto.»
Gideon era rimasto in silenzio.
«Non hai paura che i mostri vengano a prenderti?»
Abel aveva scosso la testa.
«No.»
«Perché?»
Il bambino aveva indicato Kiruna. «Perché lei li conosce.»
Gideon aveva aggrottato la fronte. «Conosce chi?»
«I mostri.» Poi aveva aggiunto, quasi sottovoce «Ma non li lascia entrare.»
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