Intersecta
50 subscribers
376 photos
5 videos
8 files
882 links
Download Telegram
Forwarded from Radio Popolare
Essere gay a Gaza durante il genocidio. La storia di O.

“Prima del genocidio era un segreto. Lo è anche ora, ma prima anche se sapevo di essere come sono non lo avevo proprio mai detto a nessuno e non avevo mai conosciuto nessuno che era come me. Qui essere gay è considerato qualcosa di molto sbagliato. È pericoloso per un sacco di motivi: per l’occupazione, per il mio governo, per la mia famiglia. Poi, durante questi anni di genocidio ho approfondito la conoscenza di me stesso e ho conosciuto persone come me che vivono fuori da Gaza e che mi hanno detto che era normale essere come me, che non dovevo avere paura, che erano dalla mia parte”.

Ascolta l'intervista di Martina Stefanoni 👇

https://www.radiopopolare.it/essere-gay-a-gaza-durante-il-genocidio-la-storia-di-o
Forwarded from Radio Popolare
"Oggi come allora, perché non si sono fermati un attimo prima?": parla Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi

Dopo la morte di Abderrahim Fakir durante un fermo di polizia, tanti hanno ricordato episodi analoghi del passato. Come quello di Federico Aldrovandi, ucciso durante un controllo, a 18 anni, a Ferrara il 25 settembre 2005. Quattro poliziotti sono stati condannati in via definitiva per omicidio colposo con "eccesso colposo nell'uso legittimo delle armi e della violenza”. Altri tre poliziotti furono condannati nel processo bis sui depistaggi nelle indagini. Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, è stata sempre in prima linea nella ricerca della verità per la morte del figlio. E nella richiesta di correttezza e trasparenza delle forze di polizie, contro gli abusi in divisa.

Ascolta l’intervista di Chiara Manetti 👇

https://www.radiopopolare.it/puntata/popolare-clip/clip_21_07_2026_16_32
1
Dal profilo fb di Damiano Aliprandi
Il disegno di legge che vuole la presunzione di imputabilità dei minori è l'ennesimo regresso dello stato di diritto che, tra l'altro, inverte l'onere della prova! Vero che l'età imputabile resta quella di prima, dai quattordici anni in su. Quello che cambia è chi deve dimostrare cosa. E finisce per essere classista.
Oggi il giudice deve accertare in concreto se il ragazzo che ha davanti fosse davvero in grado di capire quello che stava facendo. Con la nuova norma si parte dal presupposto che lo fosse, e se non è così deve essere la difesa a dimostrare il contrario.
Il ragazzo con una famiglia alle spalle e un avvocato chiamato la sera stessa, una perizia se la procura. Il minore straniero non accompagnato, o quello di cui i servizi sociali si occupano quando riescono, quella presunzione se la tiene addosso fino in fondo. Non perché sia più maturo dell'altro, ma perché non ha gli strumenti ( e soldi, perchè le spese sono enormi) che vada a dimostrare il contrario.
Poi c'è il pezzo di cui si è parlato meno, la modifica all'articolo 9 del decreto sul processo minorile. Quegli accertamenti sulle condizioni familiari e sociali del ragazzo erano nati per capire chi hai davanti e scegliere che strada educativa provare. Adesso serviranno anche a stabilire se è imputabile. Cambia proprio il mestiere di chi li fa.
Sull'emergenza che questa norma dovrebbe risolvere ho qualche dubbio. Le sentenze di non luogo a procedere per immaturità sono passate da oltre duecentocinquanta nel 2004 a una sessantina nel 2024. I giudici minorili sono già severissimi su questo punto. Si sta togliendo di mezzo un argine che non trattiene quasi nessuno.
A dicembre la Corte costituzionale ha bocciato in parte le preclusioni alla messa alla prova volute dal decreto Caivano, ripetendo una cosa che dice da sempre: nella giustizia minorile gli automatismi non reggono, perché la Costituzione chiede di proteggere chi sta crescendo e di puntare al recupero. E il governo che fa? Punta di nuovo su un automatismo.
Sul resto basta guardare un adolescente qualsiasi. Sa benissimo cosa è vietato , il problema è fermarsi quando è in mezzo agli altri e ha addosso l'adrenalina. Non è "buonismo", è come cresce un cervello. Le aree che gestiscono l'emozione, l'impulso e il bisogno di stare dentro al gruppo si accendono con la pubertà e vanno a mille. Quella che frena, valuta le conseguenze e mette in fila le cose, la corteccia prefrontale, finisce di maturare verso i venticinque anni. Per questo un quindicenne sa distinguere il lecito dall'illecito e insieme non riesce a trattenersi, soprattutto quando è in branco.
Presumere per legge che a quattordici anni quella maturità ci sia già significa chiederla a chi biologicamente non ce l'ha ancora. Ma di che cosa stiamo parlando? Di assecondare la pulsione del popolo che, quando è in branco, diventa peggio di un adolescente con gli ormoni a mille?
👍1
Forwarded from Libreria Collettiva
Estremismo di destra in Romania, articolo di Iene Anarchiche.

L’estremismo di destra è un argomento più vivo che mai in Europa, specie in quella parte del continente che ha attraversato una fase di finta-transizione dalla dittatura (di destra o comunista che fosse) al regime democratico neoliberista.
L’inserimento della Chiesa Ortodossa Rumena tra gli attori che possono svolgere un ruolo significativo nell’evoluzione dell’estremismo in Romania rappresenta un punto fondamentale del presente rapporto.
Per molto tempo, il ruolo della religione nello sviluppo dei conflitti è stato sottovalutato e si è avuto su questo fenomeno un’interpretazione ideologica.


Link all’articolo qui (parte 1 e parte 2)

#antifascismo@libreriacollettiva
Forwarded from Radio Popolare
A Ceuta la situazione umanitaria è drammatica: la testimonianza delle ong

A Ceuta, dove la situazione è completamente al collasso e "supera ogni immaginazione", le ong cercano di fare quello che possono per aiutare le persone migranti che hanno attraversato il confine tra la Spagna e il Marocco. Non ci sono, però, abbastanza mezzi e risorse. Le strade sono bloccate e i negozi chiusi. Valeria Schroter ha intervistato Halima Ahmed, la portavoce della ong Luna Blanca, di base a Ceuta.

Ascolta l'intervista 👇

https://www.radiopopolare.it/puntata/popolare-clip/clip_31_07_2026_14_08
Forwarded from Radio Popolare
La crisi di Ceuta e quel disagio giovanile che la Monarchia marocchina vuole nascondere

La crisi migratoria di questi giorni a Ceuta, l'exclave spagnola in Marocco, è stata evidentemente facilitata e alimentata dal governo marocchino, che l'ha sfruttata come pressione politica. È stata anche strumentalizzata da paesi come Stati Uniti e Israele e dalle destre europee per attaccare il premier spagnolo Pedro Sanchez e la sua politica migratoria. Ma le decine di migliaia di persone, in larga parte giovani, che in poche ore hanno cercato di lasciare il Marocco rappresentano anche un importante elemento di realtà che getta luce sulle condizioni di vita dei giovani marocchini e non può essere ignorato.

Martina Stefanoni ne ha parlato con Luciano Ardesi, sociologo e scrittore esperto di Nord Africa.

Ascolta l'intervista 👇

https://www.radiopopolare.it/puntata/popolare-clip/clip_03_08_2026_11_01
1
Dal profilo fb di Tommaso Ciuffoletti
Mi dispiace per i bimbi e le bimbe di Sanchez, ma la baruffa del governo spagnolo con quello italiano sui fatti di Ceuta può scaldare solo chi pensa che in ballo ci sia una questione di tifoserie.

E una gara a chi ce l'ha più lungo nel rimpatriare.

Capisco vi piaccia e abbiate anche da rompere il caxxo a chi invece trova tutto questo grottesco. Il che mi cambia poco, perché non ho davvero tempo da perdere con voi.

E con i vostri ardimentosi cori da stadio scureggiati su questi cosi inutili chiamati social, sulla pelle di migliaia e migliaia di persone che ogni giorno l'Europa (tutta) paga perché siano in balia di aguzzini, stupratori e assassini.
1👍1
Riceviamo e pubblichiamo
Ho visto L’Odissea di Christopher Nolan portandomi dietro una domanda che da giorni mi perseguita: che cosa resta dell’epica quando si sposta lo sguardo dall’eroe a chi viene consumato dal suo viaggio? Così ho finito per guardare Ulisse quasi di sbieco, attratta soprattutto da ciò che il poema e il film lasciano ai margini: i compagni, i corpi, le vite che scompaiono perché il nostos possa continuare.

Il mare, a un certo punto, ha smesso di sembrarmi la strada verso Itaca. Era diventato un archivio di corpi.

È da lì che, per me, comincia davvero il film.

Nolan lavora sul polytropos omerico, l’uomo dalle molte svolte, restituendogli addosso tutta la cenere di Troia. L’astuzia perde qualcosa della sua luce eroica: il cavallo, capolavoro dell’ingegno, porta con sé il peso del massacro che ha reso possibile. Troia continua nel viaggio come un’infezione, una memoria che torna nei corpi, nei morti, nella stessa ossessione del ritorno.

Il nostos diventa allora una questione morale prima ancora che geografica. Itaca esiste, è lì da qualche parte, con il letto costruito intorno all’ulivo, Penelope, Telemaco, il padre, il regno, il nome. Ed è proprio questa abbondanza di cose che aspettano Ulisse a rendere sempre più dolorosa la sorte degli altri.

Lui aveva Itaca.
Noi niente.

Questo verso continua a sembrarmi il centro segreto di ogni contro-Odissea possibile.

Itaca è anche un privilegio narrativo: possedere un luogo capace di ricomporre la propria storia. Ulisse può disperdersi per anni, diventare mendicante, naufrago, amante, guerriero, Nessuno; il suo nome rimane custodito oltre il mare. Qualcuno saprà ancora pronunciarlo.

I compagni, invece, vengono progressivamente assorbiti dalla materia del viaggio. Un ciclope li mastica. Il mare li inghiotte. Una tempesta li disperde. Circe li trasforma. L’epica li raccoglie spesso sotto un genitivo: gli uomini di Ulisse.

Quel genitivo mi inquieta.

Perché contiene già una forma di cancellazione. Prima ancora di morire, appartengono alla storia di qualcun altro.

La parte più fertile del film, per me, si apre proprio attorno a Circe. La metamorfosi restituisce alla carne ciò che il racconto eroico tende a sublimare: appetito, avidità, ferocia, paura. Gli uomini diventano bestie e il gesto sembra quasi portare alla superficie qualcosa che era già presente sotto le armature. La magia assume la forma di una rivelazione.

È qui che immagino l’altra Odissea.

La nave riparte. Ulisse torna verso il proprio destino. La macchina da presa, invece, resta sull’isola.

Resta con Circe, con le stalle, con l’odore animale, con i piatti ancora sporchi, con il rumore del mare contro gli scogli. Resta abbastanza a lungo da permettere agli uomini scomparsi dentro l’epica di tornare persone.

Uno aveva la febbre.
Uno aveva due denti.
Uno bestemmiava durante le tempeste.
Uno aveva qualcuno che lo aspettava.
Uno aveva fame.
Uno sapeva cantare.
Uno forse avrebbe voluto soltanto tornare a casa.

E tutti avevano un nome.

Anche per questo la figura di Nessuno continua a ossessionarmi. Ulisse può permettersi di diventare Outis perché la sua identità possiede una riva. La perdita del nome è temporanea, strategica, quasi l’ennesima forma della sua intelligenza. Per gli altri, invece, l’anonimato rischia di diventare definitivo: la morte porta via anche la grammatica con cui erano esistiti.

Nolan sente profondamente il peso di questi morti. Il suo Ulisse è perseguitato dalla memoria, attraversato dal debito verso chi è rimasto indietro. Ed è proprio qui che il film tocca qualcosa di estremamente contemporaneo: l’eroe torna a casa portandosi addosso la guerra, e il ritorno stesso diventa impossibile da separare dalla responsabilità.

A me, però, resta un’altra domanda, più piccola e forse più crudele:

chi erano quei morti prima di diventare la colpa di Ulisse?

È la domanda che sposta davvero il centro dell’epica.
🔥1
Perché ricordare qualcuno significa anche sottrarlo alla funzione che ha avuto nella storia di un altro. Significa restituirgli dettagli inutili, e proprio per questo umani: una cicatrice, una madre, un odore, una paura ridicola, una fame, il modo in cui dormiva.

Forse la mia contro-Odissea nasce qui: nel desiderio di lasciare partire la nave e restare abbastanza a lungo sulla riva da sentire le altre voci.

Nolan racconta magnificamente quanto pesino i morti sulla coscienza di Ulisse.

Io sono uscita dal film sentendo anche il peso di Ulisse sulle vite dei morti.

E alla fine mi è rimasta questa immagine: il mare come un immenso deposito di nomi, alcuni pronunciati per tremila anni, altri disfatti dalla salsedine.

Da qualche parte, sotto le onde, continuano a esserci.

Bisogna soltanto spostare lo sguardo dall’eroe e ascoltare.
🔥1