Forwarded from La bussola
📣 Proteste del personale di Meta
🪧 Il 12 maggio, in diversi uffici di Meta negli USA e in Regno Unito il personale ha iniziato una campagna contro un programma aziendale volto a tracciare la forza-lavoro per addestrare modelli AI.
🇬🇧 Il personale negli uffici britannici ha anche avviato una campagna di sindacalizzazione.
🔏 Negli USA, la campagna è incentrata su una petizione online che chiede di ritirare il programma, per problemi di privacy, consenso e fiducia sul posto di lavoro, citando il diritto di organizzarsi per migliorare le condizioni di lavoro, protetto dalla legislazione federale.
🤕 La protesta segue di una settimana l’annuncio del licenziamento del 10% del personale, che fa parte di una generale ondata di licenziamenti in tutto il settore.
💰 Al contempo, Meta prevede di investire $135 mld per lo sviluppo dell’AI, parte di una spesa complessiva del settore di $805 mld da parte di Google, Amazon, Microsoft, e Oracle.
#tecnologia #sindacato
🪧 Il 12 maggio, in diversi uffici di Meta negli USA e in Regno Unito il personale ha iniziato una campagna contro un programma aziendale volto a tracciare la forza-lavoro per addestrare modelli AI.
🇬🇧 Il personale negli uffici britannici ha anche avviato una campagna di sindacalizzazione.
🔏 Negli USA, la campagna è incentrata su una petizione online che chiede di ritirare il programma, per problemi di privacy, consenso e fiducia sul posto di lavoro, citando il diritto di organizzarsi per migliorare le condizioni di lavoro, protetto dalla legislazione federale.
🤕 La protesta segue di una settimana l’annuncio del licenziamento del 10% del personale, che fa parte di una generale ondata di licenziamenti in tutto il settore.
💰 Al contempo, Meta prevede di investire $135 mld per lo sviluppo dell’AI, parte di una spesa complessiva del settore di $805 mld da parte di Google, Amazon, Microsoft, e Oracle.
#tecnologia #sindacato
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Dal profilo fb di Arianna Ciccone
Quando sono arrivata sabato a Kyiv mi aspettavo la vile ritorsione di Putin sui civili, come sempre.
Le umiliazioni e le sberle che stavano prendendo da giorni, settimane erano davvero tante. A partire dalla mini parata del 9 maggio che nella tradizione putiniana è sempre stata esibizione di forza e si è ridotta a un topolino terrorizzato dai droni ucraini.
Quindi aver passato la notte nei rifugi, mentre in testa ci arrivava di tutto e senza interruzione fino alle 5 del mattino, non mi ha sorpresa. Quello che ancora una volta invece mi ha sorpresa sono stati gli ucraini.
La mattina dopo sono andata a piedi, attraversando la città, fino al quartiere di Podil. Lì i bombardamenti hanno sventrato diversi edifici e abitazioni e distrutto il Museo di Chernobyl riaperto da poco dopo una lunga ristrutturazione proprio per i 40 anni di Chernobyl. Un edificio storico, la Torre dei Pompieri di inizio Novecento dove negli anni '80 operava la brigata dei vigili del fuoco, una delle prime a intervenire nella liquidazione del disastro.
Erano già in corso i lavori per ripulire, mettere in sicurezza e ricostruire. C’erano le forze dell’ordine, la polizia, i vigili del fuoco, addetti vari al lavoro. E tantissime persone alcune davvero giovanissime in fila per registrarsi come volontari e dare una mano. Cittadini comuni con pala e guantoni che spalavano, portavano via le macerie, sistemavano pannelli, partecipavano alle operazioni di recupero. Diversi gazebo erano già allestiti per la distribuzione del cibo.
C’era un caos apparente. In realtà tutto era ben organizzato e tutti sapevano cosa fare. Lo Stato c’era e c’era la società civile organizzata dal basso.
Yevhen aveva aperto il suo locale proprio vicino al museo il giorno prima dei massicci bombardamenti. Ha continuato a distribuire, tra le macerie, caffè ai volontari, agli operai e ai residenti. C’è la fila anche lì per fare colazione e sostenerli. Quando sono arrivata, tra i tavoli distrutti e il soffitto svuotato, la prima cosa che ho notato è stata la vetrina di dolci e torte fresche.
Il giorno prima dell'attacco su Kyiv con impiego anche di missili che vorrebbero essere un messaggio di minaccia nucleare per gli europei, a Sumy i russi hanno attaccato un corteo funebre con dei droni e nei boschi della regione di Chernihiv sono stati ritrovati i corpi molto probabilmente di civili torturati nel 2022 nelle aree che erano state sotto occupazione, con le mani legate dietro alla schiena. Intanto nella città occupata di Oleshky, si sta consumando una vera e propria catastrofe umanitaria di cui in pochissimi parlano: 2000 persone intrappolate senza acqua potabile e con accesso limitato al cibo.
Nel pomeriggio sono andata a piazza Maidan. Di fronte al Palazzo delle Poste colpito dai droni russi, nel via vai affollatissimo di una bellissima domenica di maggio, dei ragazzi hanno improvvisato una gara di breakdance. Ai mercatini della mattina mi sono beccata dalle radioline degli espositori Pupo, qui è andata meglio con i Maneskin.
Tornando verso l’albergo, ripensavo al Museo di Chernobyl, nato non solo per documentare e ricordare le vittime di Chernobyl, ma come monito globale sui pericoli dell'era nucleare. In alcune sale erano presenti anche sezioni, reperti e mostre fotografiche dedicate proprio alle vittime della bomba atomica del 1945 a Hiroshima e Nagasaki e della successiva tragedia di Fukushima.
Riguardando le foto, mi sono resa conto che la ‘Madre di Chernobyl’ è rimasta in piedi. Come gli ucraini che da oltre 4 anni non si piegano.
Quando sono arrivata sabato a Kyiv mi aspettavo la vile ritorsione di Putin sui civili, come sempre.
Le umiliazioni e le sberle che stavano prendendo da giorni, settimane erano davvero tante. A partire dalla mini parata del 9 maggio che nella tradizione putiniana è sempre stata esibizione di forza e si è ridotta a un topolino terrorizzato dai droni ucraini.
Quindi aver passato la notte nei rifugi, mentre in testa ci arrivava di tutto e senza interruzione fino alle 5 del mattino, non mi ha sorpresa. Quello che ancora una volta invece mi ha sorpresa sono stati gli ucraini.
La mattina dopo sono andata a piedi, attraversando la città, fino al quartiere di Podil. Lì i bombardamenti hanno sventrato diversi edifici e abitazioni e distrutto il Museo di Chernobyl riaperto da poco dopo una lunga ristrutturazione proprio per i 40 anni di Chernobyl. Un edificio storico, la Torre dei Pompieri di inizio Novecento dove negli anni '80 operava la brigata dei vigili del fuoco, una delle prime a intervenire nella liquidazione del disastro.
Erano già in corso i lavori per ripulire, mettere in sicurezza e ricostruire. C’erano le forze dell’ordine, la polizia, i vigili del fuoco, addetti vari al lavoro. E tantissime persone alcune davvero giovanissime in fila per registrarsi come volontari e dare una mano. Cittadini comuni con pala e guantoni che spalavano, portavano via le macerie, sistemavano pannelli, partecipavano alle operazioni di recupero. Diversi gazebo erano già allestiti per la distribuzione del cibo.
C’era un caos apparente. In realtà tutto era ben organizzato e tutti sapevano cosa fare. Lo Stato c’era e c’era la società civile organizzata dal basso.
Yevhen aveva aperto il suo locale proprio vicino al museo il giorno prima dei massicci bombardamenti. Ha continuato a distribuire, tra le macerie, caffè ai volontari, agli operai e ai residenti. C’è la fila anche lì per fare colazione e sostenerli. Quando sono arrivata, tra i tavoli distrutti e il soffitto svuotato, la prima cosa che ho notato è stata la vetrina di dolci e torte fresche.
Il giorno prima dell'attacco su Kyiv con impiego anche di missili che vorrebbero essere un messaggio di minaccia nucleare per gli europei, a Sumy i russi hanno attaccato un corteo funebre con dei droni e nei boschi della regione di Chernihiv sono stati ritrovati i corpi molto probabilmente di civili torturati nel 2022 nelle aree che erano state sotto occupazione, con le mani legate dietro alla schiena. Intanto nella città occupata di Oleshky, si sta consumando una vera e propria catastrofe umanitaria di cui in pochissimi parlano: 2000 persone intrappolate senza acqua potabile e con accesso limitato al cibo.
Nel pomeriggio sono andata a piazza Maidan. Di fronte al Palazzo delle Poste colpito dai droni russi, nel via vai affollatissimo di una bellissima domenica di maggio, dei ragazzi hanno improvvisato una gara di breakdance. Ai mercatini della mattina mi sono beccata dalle radioline degli espositori Pupo, qui è andata meglio con i Maneskin.
Tornando verso l’albergo, ripensavo al Museo di Chernobyl, nato non solo per documentare e ricordare le vittime di Chernobyl, ma come monito globale sui pericoli dell'era nucleare. In alcune sale erano presenti anche sezioni, reperti e mostre fotografiche dedicate proprio alle vittime della bomba atomica del 1945 a Hiroshima e Nagasaki e della successiva tragedia di Fukushima.
Riguardando le foto, mi sono resa conto che la ‘Madre di Chernobyl’ è rimasta in piedi. Come gli ucraini che da oltre 4 anni non si piegano.
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Forwarded from Libreria Collettiva
Brutto ma buono. Come l’estetica degli animali influenza il nostro consumo di carne, conferenza di Giulia Heliaha Di Loreto e Rey Sciutto
Video approfondire qui
Estratti dal libro Animalità tradita. Le radici dello specismo (ordinabile qui)
#antispecismo@libreriacollettiva
Nel mondo greco antico il confine tra cucina e sacrificio non esisteva.
Chi cucinava era un sacerdote.
II sangue versato era un'offerta al divino, e tutti i commensali - anche chi non alzava il coltello - erano dentro la sfera del sacro, come già racconta il primo canto dell'lliade.
E non pensate che l'animale venisse scelto perché considerato inferiore.
Nel paganesimo l'animale era il tramite tramite per cui la divinità si manifestava. La differenza tra sacrificare un uomo e sacrificare un animale non stava nella gerarchia, ma nella rappresentazione simbolica di quella divinità.
Video approfondire qui
Estratti dal libro Animalità tradita. Le radici dello specismo (ordinabile qui)
#antispecismo@libreriacollettiva
Una violenta repressione di una protesta nell'Afghanistan occidentale contro l' arresto di donne per presunta violazione del codice di abbigliamento ha provocato almeno un morto, ha dichiarato mercoledì la missione delle Nazioni Unite in Afghanistan.
Testimoni oculari hanno affermato di aver visto la polizia talebana aprire il fuoco martedì durante una protesta di circa 100-150 persone contro gli arresti di donne avvenuti nel fine settimana nella città occidentale di Herat.
La missione delle Nazioni Unite ha dichiarato mercoledì di aver "confermato che almeno una persona, un ragazzo, è stata uccisa da colpi d'arma da fuoco, mentre diverse altre hanno riportato ferite, tra cui percosse con bastoni". Ha inoltre affermato di star verificando le segnalazioni di una seconda vittima.
In Afghanistan, paese governato dai talebani dal 2021 in seguito al caotico ritiro delle forze a guida statunitense, le proteste sono rare. Da allora, il governo ha imposto un regime basato su una rigida interpretazione della legge islamica, la Sharia. Il dissenso non è tollerato e le proteste contro le decisioni governative sono illegali.
I regolamenti includono restrizioni draconiane per donne e ragazze, tra cui il divieto di istruzione oltre la scuola primaria e limitazioni sull'abbigliamento femminile.
Le norme stabiliscono che le donne possono uscire in pubblico solo indossando l'hijab completo , che comprende un velo e una lunga veste che copre tutto il corpo, oltre a un velo che lascia scoperti solo gli occhi. Il rispetto di tali norme è affidato al temuto Ministero per la Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio .
Almeno 30 donne sono state arrestate per presunte violazioni del codice di abbigliamento, secondo quanto riferito dalle Nazioni Unite.
La missione delle Nazioni Unite, nota con l'acronimo UNAMA, ha dichiarato che almeno 30 donne sono state arrestate a Herat tra sabato e domenica. "Altre decine di donne avrebbero ricevuto avvertimenti verbali. Sebbene le donne siano state rilasciate l'8 giugno, l'impatto di tali arresti e detenzioni arbitrarie sulle donne e sulle loro famiglie è profondo", si legge in un comunicato.
L'UNAMA ha esortato le autorità a revocare le politiche che limitano i diritti delle donne e delle ragazze in Afghanistan, sottolineando che le forze dell'ordine "devono rispettare gli standard giuridici internazionali".
"Gli individui hanno il diritto di esprimere il proprio dissenso pacificamente, senza timore di violenze, intimidazioni o ritorsioni", si legge nel comunicato.
La polizia di Herat afferma che la legge islamica deve essere rispettata.
Il portavoce del comando di polizia di Herat, Sayed Masoud Hosseini, ha dichiarato mercoledì in un comunicato che la polizia "adotta un approccio serio, conforme alla Sharia e ai principi etici nei confronti di qualsiasi azione che comprometta la sicurezza pubblica".
Ha affermato che martedì "un certo numero di rivoltosi" si erano radunati "con il pretesto di protestare contro questioni legate all'osservanza dell'hijab e all'opposizione all'hijab islamico, e hanno agito per turbare l'ordine pubblico". Ha aggiunto che la presenza delle forze di sicurezza "ha riportato la situazione sotto controllo nel più breve tempo possibile"
Il Comando di Sicurezza della Provincia di Herat ribadisce ancora una volta che le libertà individuali e sociali devono essere attuate nel quadro della legge islamica (Sharia) e dei valori sociali, e che qualsiasi comportamento o azione che comprometta la sicurezza pubblica, crei tensioni e tumulti l'ordine pubblico è inaccettabile.
Lunedì, il ministero afghano per i vizi e le virtù ha respinto le notizie relative ad arresti e detenzioni di donne.
"Le notizie diffuse riguardo agli arresti di donne a Herat sono tutte voci infondate", si legge in un comunicato, che aggiunge che indossare l'hijab "è un precetto divino, una legge che siamo obbligate a rispettare".
Testimoni oculari hanno affermato di aver visto la polizia talebana aprire il fuoco martedì durante una protesta di circa 100-150 persone contro gli arresti di donne avvenuti nel fine settimana nella città occidentale di Herat.
La missione delle Nazioni Unite ha dichiarato mercoledì di aver "confermato che almeno una persona, un ragazzo, è stata uccisa da colpi d'arma da fuoco, mentre diverse altre hanno riportato ferite, tra cui percosse con bastoni". Ha inoltre affermato di star verificando le segnalazioni di una seconda vittima.
In Afghanistan, paese governato dai talebani dal 2021 in seguito al caotico ritiro delle forze a guida statunitense, le proteste sono rare. Da allora, il governo ha imposto un regime basato su una rigida interpretazione della legge islamica, la Sharia. Il dissenso non è tollerato e le proteste contro le decisioni governative sono illegali.
I regolamenti includono restrizioni draconiane per donne e ragazze, tra cui il divieto di istruzione oltre la scuola primaria e limitazioni sull'abbigliamento femminile.
Le norme stabiliscono che le donne possono uscire in pubblico solo indossando l'hijab completo , che comprende un velo e una lunga veste che copre tutto il corpo, oltre a un velo che lascia scoperti solo gli occhi. Il rispetto di tali norme è affidato al temuto Ministero per la Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio .
Almeno 30 donne sono state arrestate per presunte violazioni del codice di abbigliamento, secondo quanto riferito dalle Nazioni Unite.
La missione delle Nazioni Unite, nota con l'acronimo UNAMA, ha dichiarato che almeno 30 donne sono state arrestate a Herat tra sabato e domenica. "Altre decine di donne avrebbero ricevuto avvertimenti verbali. Sebbene le donne siano state rilasciate l'8 giugno, l'impatto di tali arresti e detenzioni arbitrarie sulle donne e sulle loro famiglie è profondo", si legge in un comunicato.
L'UNAMA ha esortato le autorità a revocare le politiche che limitano i diritti delle donne e delle ragazze in Afghanistan, sottolineando che le forze dell'ordine "devono rispettare gli standard giuridici internazionali".
"Gli individui hanno il diritto di esprimere il proprio dissenso pacificamente, senza timore di violenze, intimidazioni o ritorsioni", si legge nel comunicato.
La polizia di Herat afferma che la legge islamica deve essere rispettata.
Il portavoce del comando di polizia di Herat, Sayed Masoud Hosseini, ha dichiarato mercoledì in un comunicato che la polizia "adotta un approccio serio, conforme alla Sharia e ai principi etici nei confronti di qualsiasi azione che comprometta la sicurezza pubblica".
Ha affermato che martedì "un certo numero di rivoltosi" si erano radunati "con il pretesto di protestare contro questioni legate all'osservanza dell'hijab e all'opposizione all'hijab islamico, e hanno agito per turbare l'ordine pubblico". Ha aggiunto che la presenza delle forze di sicurezza "ha riportato la situazione sotto controllo nel più breve tempo possibile"
Il Comando di Sicurezza della Provincia di Herat ribadisce ancora una volta che le libertà individuali e sociali devono essere attuate nel quadro della legge islamica (Sharia) e dei valori sociali, e che qualsiasi comportamento o azione che comprometta la sicurezza pubblica, crei tensioni e tumulti l'ordine pubblico è inaccettabile.
Lunedì, il ministero afghano per i vizi e le virtù ha respinto le notizie relative ad arresti e detenzioni di donne.
"Le notizie diffuse riguardo agli arresti di donne a Herat sono tutte voci infondate", si legge in un comunicato, che aggiunge che indossare l'hijab "è un precetto divino, una legge che siamo obbligate a rispettare".
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Georgette Gagnon, vice rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite e responsabile dell'UNAMA, ha affermato che la detenzione delle donne in Afghanistan "comporta un enorme stigma, che può esporre le donne al rischio di ulteriori violenze e isolamento nelle loro famiglie e comunità anche dopo il loro rilascio".
Ha affermato che le autorità erano "obbligate, in base al diritto internazionale, a tutelare i diritti di tutti gli afghani alla libertà di espressione, di riunione pacifica, alla libertà e alla sicurezza della persona e alla libertà dalla detenzione arbitraria"
Ha affermato che le autorità erano "obbligate, in base al diritto internazionale, a tutelare i diritti di tutti gli afghani alla libertà di espressione, di riunione pacifica, alla libertà e alla sicurezza della persona e alla libertà dalla detenzione arbitraria"
AP News
Afghanistan: Taliban open fire during protest over arrests of women for dress code violation
A violent crackdown by Afghan authorities on demonstrators in western Afghanistan has left at least three people injured, eyewitnesses say.
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Forwarded from Radio Popolare
Caldo è “crisi umanitaria”: se non si agisce può solo peggiorare
Per la prima volta il discorso annuale sulla crisi climatica del Segretario generale dell’ONU è stato pronunciato non davanti ai rappresentanti dei governi ma davanti a imprenditori, sindaci, società civile radunati nel London Climate Action Week, ce lo racconta proprio dalla conferenza Caterina Sarfatti, direttrice generale per l'inclusione e la leadership globale di C40 (rete globale di città e sindaci per il clima). [...] “L’Europa è la parte del mondo più esposta al cambiamento climatico e l’Italia è un hotspot, c’è una emergenza per cui i governi non sono ancora preparati”, spiega Nicoletta Dentico direttrice del programma di salute globale presso la Society for International Development (SID) e docente di Salute globale all’Università La Sapienza di Roma. [...]
Ascolta l'intervista di Cinzia Poli e Claudio Jampaglia 👇
https://www.radiopopolare.it/puntata/popolare-clip/clip_24_06_2026_11_35
Per la prima volta il discorso annuale sulla crisi climatica del Segretario generale dell’ONU è stato pronunciato non davanti ai rappresentanti dei governi ma davanti a imprenditori, sindaci, società civile radunati nel London Climate Action Week, ce lo racconta proprio dalla conferenza Caterina Sarfatti, direttrice generale per l'inclusione e la leadership globale di C40 (rete globale di città e sindaci per il clima). [...] “L’Europa è la parte del mondo più esposta al cambiamento climatico e l’Italia è un hotspot, c’è una emergenza per cui i governi non sono ancora preparati”, spiega Nicoletta Dentico direttrice del programma di salute globale presso la Society for International Development (SID) e docente di Salute globale all’Università La Sapienza di Roma. [...]
Ascolta l'intervista di Cinzia Poli e Claudio Jampaglia 👇
https://www.radiopopolare.it/puntata/popolare-clip/clip_24_06_2026_11_35
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Dal profilo fb di Ana Alarcon
Stanno iniziando a diffondere la voce che i terremoti in Venezuela siano provocati, suggerendo persino che siano opera dell'“impero nordamericano”. È fondamentale che queste teorie del complotto non mettano a tacere né distolgano l'attenzione dai problemi di fondo che aggravano l'attuale tragedia.
Dal punto di vista scientifico, il Venezuela si trova in una zona ad alta attività tettonica, nello specifico nella regione di interazione tra la placca caraibica e la placca sudamericana. Il paese è attraversato da sistemi di faglie geologiche attive e ben note, come quelle di Boconó, San Sebastián ed El Pilar, che secondo gli esperti accumulano energia da oltre 100 anni. Si tratta, pertanto, di un fenomeno strettamente naturale ed è inammissibile attribuire questo disastro a presunte tecnologie di manipolazione climatica.
La retorica antimperialista non può continuare a essere la scusa perfetta per coprire la corruzione, la mancanza di prevenzione e l'inefficacia accumulate in 27 anni di gestione militarista. In questo preciso momento ci sono vite in gioco: ci sono ancora persone intrappolate sotto le macerie, molti dei quali operai, lavoratori e cittadini comuni in zone come La Guaira. È allarmante che diversi edifici crollati appartengano ai progetti statali della "Misión Vivienda", il che evidenzia gravi carenze nella qualità delle costruzioni.
Faccio un appello urgente al buon senso e alla ragionevolezza. Non si può usare questa catastrofe come una bandiera politica né diffondere affermazioni che dimostrano un'ignoranza terrificante. Ciò che è veramente urgente ora è canalizzare le informazioni in modo efficiente per coordinare i soccorsi e salvare chi si trova ancora sotto le macerie.
Stanno iniziando a diffondere la voce che i terremoti in Venezuela siano provocati, suggerendo persino che siano opera dell'“impero nordamericano”. È fondamentale che queste teorie del complotto non mettano a tacere né distolgano l'attenzione dai problemi di fondo che aggravano l'attuale tragedia.
Dal punto di vista scientifico, il Venezuela si trova in una zona ad alta attività tettonica, nello specifico nella regione di interazione tra la placca caraibica e la placca sudamericana. Il paese è attraversato da sistemi di faglie geologiche attive e ben note, come quelle di Boconó, San Sebastián ed El Pilar, che secondo gli esperti accumulano energia da oltre 100 anni. Si tratta, pertanto, di un fenomeno strettamente naturale ed è inammissibile attribuire questo disastro a presunte tecnologie di manipolazione climatica.
La retorica antimperialista non può continuare a essere la scusa perfetta per coprire la corruzione, la mancanza di prevenzione e l'inefficacia accumulate in 27 anni di gestione militarista. In questo preciso momento ci sono vite in gioco: ci sono ancora persone intrappolate sotto le macerie, molti dei quali operai, lavoratori e cittadini comuni in zone come La Guaira. È allarmante che diversi edifici crollati appartengano ai progetti statali della "Misión Vivienda", il che evidenzia gravi carenze nella qualità delle costruzioni.
Faccio un appello urgente al buon senso e alla ragionevolezza. Non si può usare questa catastrofe come una bandiera politica né diffondere affermazioni che dimostrano un'ignoranza terrificante. Ciò che è veramente urgente ora è canalizzare le informazioni in modo efficiente per coordinare i soccorsi e salvare chi si trova ancora sotto le macerie.
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Dal profilo fb di Adriano Sofri
Il cielo fu vuoto di uccelli, ma ora
La caccia, per gli antichi, era l'addestramento alla guerra. La guerra era, ed è, la caccia all'uomo. L'Italia di oggi, provvisoriamente privata e offesa dalla mancanza della guerra (e dei terremoti, possiamo vantarci solo della canicola, ma è troppo condivisa), vota per rincarare la caccia agli altri animali. Impaziente che tocchi anche a lei la parte dovuta del bottino di animali umani. E se dovesse tardare, resterebbe almeno il risarcimento di gabbiette moltiplicate di uccelli da richiamo, di licenza di cacciare in tempo di migrazione e di riproduzione - mettendo più a rischio tortore selvatiche, allodole, quaglie, moriglioni, fischioni, pavoncelle, conigli selvatici, "e tante altre specie" - di spiagge e boschi a piena disposizione, di colombacci e oche selvatiche e piccioni ammessi al mirino, di esautoramento dell'ISPRA, di graziosa ridenominazione dei cacciatori come bioregolatori - e specie altresì di mogli ed ex mogli, amanti ed ex amanti, fidanzate ed ex fidanzate, femmine in generale, su cui far festa, cui far la festa - che enormità, eh? Andate all'inferno. L'uomo è cacciatore, la donna selvaggina. E il lupo, specialmente, fine della protezione speciale: homo lupo lupus, e intanto tutti a commemorare frate Francesco e Gubbio. E aggravamento delle sanzioni contro chi manifesti contro la caccia: molestatori di bioregolatori.
Due settimane fa il papa Leone aveva risposto alla Lipu assicurando di "pregare perché fossero esauditi i suoi legittimi desideri". Che cosa legittimamente desidera una lega di protezione degli uccelli? Ignorato il papa, come la Commissione Europea, si spera nel Quirinale, tanto per cambiare.
In Italia i sondaggi sono incerti solo quanto alla larghezza della maggioranza dei contrari alla modificazione della legge vigente (da trent'anni, benché già più volte peggiorata): tra il 60 e l'80 per cento. Al Senato, all'opposto, è andata 80 contro 56 e 2 astenuti: senatores autem malae bestiae. Comprese le senatrici: altrettante amazzoni di cinciallegre. Ora la Camera.
Il mare seminato di cadaveri, il cielo vuoto di uccelli. Ma ora verranno i droni, i placidi droni.
Il cielo fu vuoto di uccelli, ma ora
La caccia, per gli antichi, era l'addestramento alla guerra. La guerra era, ed è, la caccia all'uomo. L'Italia di oggi, provvisoriamente privata e offesa dalla mancanza della guerra (e dei terremoti, possiamo vantarci solo della canicola, ma è troppo condivisa), vota per rincarare la caccia agli altri animali. Impaziente che tocchi anche a lei la parte dovuta del bottino di animali umani. E se dovesse tardare, resterebbe almeno il risarcimento di gabbiette moltiplicate di uccelli da richiamo, di licenza di cacciare in tempo di migrazione e di riproduzione - mettendo più a rischio tortore selvatiche, allodole, quaglie, moriglioni, fischioni, pavoncelle, conigli selvatici, "e tante altre specie" - di spiagge e boschi a piena disposizione, di colombacci e oche selvatiche e piccioni ammessi al mirino, di esautoramento dell'ISPRA, di graziosa ridenominazione dei cacciatori come bioregolatori - e specie altresì di mogli ed ex mogli, amanti ed ex amanti, fidanzate ed ex fidanzate, femmine in generale, su cui far festa, cui far la festa - che enormità, eh? Andate all'inferno. L'uomo è cacciatore, la donna selvaggina. E il lupo, specialmente, fine della protezione speciale: homo lupo lupus, e intanto tutti a commemorare frate Francesco e Gubbio. E aggravamento delle sanzioni contro chi manifesti contro la caccia: molestatori di bioregolatori.
Due settimane fa il papa Leone aveva risposto alla Lipu assicurando di "pregare perché fossero esauditi i suoi legittimi desideri". Che cosa legittimamente desidera una lega di protezione degli uccelli? Ignorato il papa, come la Commissione Europea, si spera nel Quirinale, tanto per cambiare.
In Italia i sondaggi sono incerti solo quanto alla larghezza della maggioranza dei contrari alla modificazione della legge vigente (da trent'anni, benché già più volte peggiorata): tra il 60 e l'80 per cento. Al Senato, all'opposto, è andata 80 contro 56 e 2 astenuti: senatores autem malae bestiae. Comprese le senatrici: altrettante amazzoni di cinciallegre. Ora la Camera.
Il mare seminato di cadaveri, il cielo vuoto di uccelli. Ma ora verranno i droni, i placidi droni.
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Forwarded from Sinistra per l'Ucraina
Per una pace giusta, dalla parte delle persone.
Da sinistra, la nostra solidarietà non può essere astratta. Non esiste vera pace senza giustizia, e non esiste giustizia se si lascia l'aggredito alla mercé dell'aggressore.
Il dibattito pubblico sul supporto all'Ucraina cade spesso in una retorica semplificata. Dobbiamo invece guardare alla realtà sul campo: i sistemi di difesa aerea e le armi difensive sono lo scudo che protegge i civili dai bombardamenti quotidiani. Non alimentano la distruzione, la fermano.
Con questo spirito, come Sinistra per l'Ucraina - Laboratorio Internazionalista, ribadiamo un concetto fondamentale espresso nell'immagine: la difesa armata, in questo contesto, è uno strumento di salvaguardia umana. Proteggere i cieli e i confini ucraini significa dare un domani a milioni di persone.
Da sinistra, la nostra solidarietà non può essere astratta. Non esiste vera pace senza giustizia, e non esiste giustizia se si lascia l'aggredito alla mercé dell'aggressore.
Il dibattito pubblico sul supporto all'Ucraina cade spesso in una retorica semplificata. Dobbiamo invece guardare alla realtà sul campo: i sistemi di difesa aerea e le armi difensive sono lo scudo che protegge i civili dai bombardamenti quotidiani. Non alimentano la distruzione, la fermano.
Con questo spirito, come Sinistra per l'Ucraina - Laboratorio Internazionalista, ribadiamo un concetto fondamentale espresso nell'immagine: la difesa armata, in questo contesto, è uno strumento di salvaguardia umana. Proteggere i cieli e i confini ucraini significa dare un domani a milioni di persone.
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Forwarded from Radio Popolare
Essere gay a Gaza durante il genocidio. La storia di O.
“Prima del genocidio era un segreto. Lo è anche ora, ma prima anche se sapevo di essere come sono non lo avevo proprio mai detto a nessuno e non avevo mai conosciuto nessuno che era come me. Qui essere gay è considerato qualcosa di molto sbagliato. È pericoloso per un sacco di motivi: per l’occupazione, per il mio governo, per la mia famiglia. Poi, durante questi anni di genocidio ho approfondito la conoscenza di me stesso e ho conosciuto persone come me che vivono fuori da Gaza e che mi hanno detto che era normale essere come me, che non dovevo avere paura, che erano dalla mia parte”.
Ascolta l'intervista di Martina Stefanoni 👇
https://www.radiopopolare.it/essere-gay-a-gaza-durante-il-genocidio-la-storia-di-o
“Prima del genocidio era un segreto. Lo è anche ora, ma prima anche se sapevo di essere come sono non lo avevo proprio mai detto a nessuno e non avevo mai conosciuto nessuno che era come me. Qui essere gay è considerato qualcosa di molto sbagliato. È pericoloso per un sacco di motivi: per l’occupazione, per il mio governo, per la mia famiglia. Poi, durante questi anni di genocidio ho approfondito la conoscenza di me stesso e ho conosciuto persone come me che vivono fuori da Gaza e che mi hanno detto che era normale essere come me, che non dovevo avere paura, che erano dalla mia parte”.
Ascolta l'intervista di Martina Stefanoni 👇
https://www.radiopopolare.it/essere-gay-a-gaza-durante-il-genocidio-la-storia-di-o
Forwarded from Radio Popolare
"Oggi come allora, perché non si sono fermati un attimo prima?": parla Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi
Dopo la morte di Abderrahim Fakir durante un fermo di polizia, tanti hanno ricordato episodi analoghi del passato. Come quello di Federico Aldrovandi, ucciso durante un controllo, a 18 anni, a Ferrara il 25 settembre 2005. Quattro poliziotti sono stati condannati in via definitiva per omicidio colposo con "eccesso colposo nell'uso legittimo delle armi e della violenza”. Altri tre poliziotti furono condannati nel processo bis sui depistaggi nelle indagini. Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, è stata sempre in prima linea nella ricerca della verità per la morte del figlio. E nella richiesta di correttezza e trasparenza delle forze di polizie, contro gli abusi in divisa.
Ascolta l’intervista di Chiara Manetti 👇
https://www.radiopopolare.it/puntata/popolare-clip/clip_21_07_2026_16_32
Dopo la morte di Abderrahim Fakir durante un fermo di polizia, tanti hanno ricordato episodi analoghi del passato. Come quello di Federico Aldrovandi, ucciso durante un controllo, a 18 anni, a Ferrara il 25 settembre 2005. Quattro poliziotti sono stati condannati in via definitiva per omicidio colposo con "eccesso colposo nell'uso legittimo delle armi e della violenza”. Altri tre poliziotti furono condannati nel processo bis sui depistaggi nelle indagini. Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, è stata sempre in prima linea nella ricerca della verità per la morte del figlio. E nella richiesta di correttezza e trasparenza delle forze di polizie, contro gli abusi in divisa.
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Dal profilo fb di Damiano Aliprandi
Il disegno di legge che vuole la presunzione di imputabilità dei minori è l'ennesimo regresso dello stato di diritto che, tra l'altro, inverte l'onere della prova! Vero che l'età imputabile resta quella di prima, dai quattordici anni in su. Quello che cambia è chi deve dimostrare cosa. E finisce per essere classista.
Oggi il giudice deve accertare in concreto se il ragazzo che ha davanti fosse davvero in grado di capire quello che stava facendo. Con la nuova norma si parte dal presupposto che lo fosse, e se non è così deve essere la difesa a dimostrare il contrario.
Il ragazzo con una famiglia alle spalle e un avvocato chiamato la sera stessa, una perizia se la procura. Il minore straniero non accompagnato, o quello di cui i servizi sociali si occupano quando riescono, quella presunzione se la tiene addosso fino in fondo. Non perché sia più maturo dell'altro, ma perché non ha gli strumenti ( e soldi, perchè le spese sono enormi) che vada a dimostrare il contrario.
Poi c'è il pezzo di cui si è parlato meno, la modifica all'articolo 9 del decreto sul processo minorile. Quegli accertamenti sulle condizioni familiari e sociali del ragazzo erano nati per capire chi hai davanti e scegliere che strada educativa provare. Adesso serviranno anche a stabilire se è imputabile. Cambia proprio il mestiere di chi li fa.
Sull'emergenza che questa norma dovrebbe risolvere ho qualche dubbio. Le sentenze di non luogo a procedere per immaturità sono passate da oltre duecentocinquanta nel 2004 a una sessantina nel 2024. I giudici minorili sono già severissimi su questo punto. Si sta togliendo di mezzo un argine che non trattiene quasi nessuno.
A dicembre la Corte costituzionale ha bocciato in parte le preclusioni alla messa alla prova volute dal decreto Caivano, ripetendo una cosa che dice da sempre: nella giustizia minorile gli automatismi non reggono, perché la Costituzione chiede di proteggere chi sta crescendo e di puntare al recupero. E il governo che fa? Punta di nuovo su un automatismo.
Sul resto basta guardare un adolescente qualsiasi. Sa benissimo cosa è vietato , il problema è fermarsi quando è in mezzo agli altri e ha addosso l'adrenalina. Non è "buonismo", è come cresce un cervello. Le aree che gestiscono l'emozione, l'impulso e il bisogno di stare dentro al gruppo si accendono con la pubertà e vanno a mille. Quella che frena, valuta le conseguenze e mette in fila le cose, la corteccia prefrontale, finisce di maturare verso i venticinque anni. Per questo un quindicenne sa distinguere il lecito dall'illecito e insieme non riesce a trattenersi, soprattutto quando è in branco.
Presumere per legge che a quattordici anni quella maturità ci sia già significa chiederla a chi biologicamente non ce l'ha ancora. Ma di che cosa stiamo parlando? Di assecondare la pulsione del popolo che, quando è in branco, diventa peggio di un adolescente con gli ormoni a mille?
Il disegno di legge che vuole la presunzione di imputabilità dei minori è l'ennesimo regresso dello stato di diritto che, tra l'altro, inverte l'onere della prova! Vero che l'età imputabile resta quella di prima, dai quattordici anni in su. Quello che cambia è chi deve dimostrare cosa. E finisce per essere classista.
Oggi il giudice deve accertare in concreto se il ragazzo che ha davanti fosse davvero in grado di capire quello che stava facendo. Con la nuova norma si parte dal presupposto che lo fosse, e se non è così deve essere la difesa a dimostrare il contrario.
Il ragazzo con una famiglia alle spalle e un avvocato chiamato la sera stessa, una perizia se la procura. Il minore straniero non accompagnato, o quello di cui i servizi sociali si occupano quando riescono, quella presunzione se la tiene addosso fino in fondo. Non perché sia più maturo dell'altro, ma perché non ha gli strumenti ( e soldi, perchè le spese sono enormi) che vada a dimostrare il contrario.
Poi c'è il pezzo di cui si è parlato meno, la modifica all'articolo 9 del decreto sul processo minorile. Quegli accertamenti sulle condizioni familiari e sociali del ragazzo erano nati per capire chi hai davanti e scegliere che strada educativa provare. Adesso serviranno anche a stabilire se è imputabile. Cambia proprio il mestiere di chi li fa.
Sull'emergenza che questa norma dovrebbe risolvere ho qualche dubbio. Le sentenze di non luogo a procedere per immaturità sono passate da oltre duecentocinquanta nel 2004 a una sessantina nel 2024. I giudici minorili sono già severissimi su questo punto. Si sta togliendo di mezzo un argine che non trattiene quasi nessuno.
A dicembre la Corte costituzionale ha bocciato in parte le preclusioni alla messa alla prova volute dal decreto Caivano, ripetendo una cosa che dice da sempre: nella giustizia minorile gli automatismi non reggono, perché la Costituzione chiede di proteggere chi sta crescendo e di puntare al recupero. E il governo che fa? Punta di nuovo su un automatismo.
Sul resto basta guardare un adolescente qualsiasi. Sa benissimo cosa è vietato , il problema è fermarsi quando è in mezzo agli altri e ha addosso l'adrenalina. Non è "buonismo", è come cresce un cervello. Le aree che gestiscono l'emozione, l'impulso e il bisogno di stare dentro al gruppo si accendono con la pubertà e vanno a mille. Quella che frena, valuta le conseguenze e mette in fila le cose, la corteccia prefrontale, finisce di maturare verso i venticinque anni. Per questo un quindicenne sa distinguere il lecito dall'illecito e insieme non riesce a trattenersi, soprattutto quando è in branco.
Presumere per legge che a quattordici anni quella maturità ci sia già significa chiederla a chi biologicamente non ce l'ha ancora. Ma di che cosa stiamo parlando? Di assecondare la pulsione del popolo che, quando è in branco, diventa peggio di un adolescente con gli ormoni a mille?
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Forwarded from Libreria Collettiva
Estremismo di destra in Romania, articolo di Iene Anarchiche.
Link all’articolo qui (parte 1 e parte 2)
#antifascismo@libreriacollettiva
L’estremismo di destra è un argomento più vivo che mai in Europa, specie in quella parte del continente che ha attraversato una fase di finta-transizione dalla dittatura (di destra o comunista che fosse) al regime democratico neoliberista.
L’inserimento della Chiesa Ortodossa Rumena tra gli attori che possono svolgere un ruolo significativo nell’evoluzione dell’estremismo in Romania rappresenta un punto fondamentale del presente rapporto.
Per molto tempo, il ruolo della religione nello sviluppo dei conflitti è stato sottovalutato e si è avuto su questo fenomeno un’interpretazione ideologica.
Link all’articolo qui (parte 1 e parte 2)
#antifascismo@libreriacollettiva
Forwarded from Radio Popolare
A Ceuta la situazione umanitaria è drammatica: la testimonianza delle ong
A Ceuta, dove la situazione è completamente al collasso e "supera ogni immaginazione", le ong cercano di fare quello che possono per aiutare le persone migranti che hanno attraversato il confine tra la Spagna e il Marocco. Non ci sono, però, abbastanza mezzi e risorse. Le strade sono bloccate e i negozi chiusi. Valeria Schroter ha intervistato Halima Ahmed, la portavoce della ong Luna Blanca, di base a Ceuta.
Ascolta l'intervista 👇
https://www.radiopopolare.it/puntata/popolare-clip/clip_31_07_2026_14_08
A Ceuta, dove la situazione è completamente al collasso e "supera ogni immaginazione", le ong cercano di fare quello che possono per aiutare le persone migranti che hanno attraversato il confine tra la Spagna e il Marocco. Non ci sono, però, abbastanza mezzi e risorse. Le strade sono bloccate e i negozi chiusi. Valeria Schroter ha intervistato Halima Ahmed, la portavoce della ong Luna Blanca, di base a Ceuta.
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https://www.radiopopolare.it/puntata/popolare-clip/clip_31_07_2026_14_08
Forwarded from Radio Popolare
La crisi di Ceuta e quel disagio giovanile che la Monarchia marocchina vuole nascondere
La crisi migratoria di questi giorni a Ceuta, l'exclave spagnola in Marocco, è stata evidentemente facilitata e alimentata dal governo marocchino, che l'ha sfruttata come pressione politica. È stata anche strumentalizzata da paesi come Stati Uniti e Israele e dalle destre europee per attaccare il premier spagnolo Pedro Sanchez e la sua politica migratoria. Ma le decine di migliaia di persone, in larga parte giovani, che in poche ore hanno cercato di lasciare il Marocco rappresentano anche un importante elemento di realtà che getta luce sulle condizioni di vita dei giovani marocchini e non può essere ignorato.
Martina Stefanoni ne ha parlato con Luciano Ardesi, sociologo e scrittore esperto di Nord Africa.
Ascolta l'intervista 👇
https://www.radiopopolare.it/puntata/popolare-clip/clip_03_08_2026_11_01
La crisi migratoria di questi giorni a Ceuta, l'exclave spagnola in Marocco, è stata evidentemente facilitata e alimentata dal governo marocchino, che l'ha sfruttata come pressione politica. È stata anche strumentalizzata da paesi come Stati Uniti e Israele e dalle destre europee per attaccare il premier spagnolo Pedro Sanchez e la sua politica migratoria. Ma le decine di migliaia di persone, in larga parte giovani, che in poche ore hanno cercato di lasciare il Marocco rappresentano anche un importante elemento di realtà che getta luce sulle condizioni di vita dei giovani marocchini e non può essere ignorato.
Martina Stefanoni ne ha parlato con Luciano Ardesi, sociologo e scrittore esperto di Nord Africa.
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