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L’ARGENTINA E LO SPECCHIO 🇦🇷

L’eterno circolo vizioso politico ed economico che vive il  gigante sul Rio della Plata spingendolo sempre a ritornare sui suoi passi e a ricercare vie miracolose  a parer mio affonda in un abbaglio psico antropologico che attanaglia i suoi abitanti e che si origina da una mancata analisi storica matura ed oggettiva del suo periodo di belle epoque.

È assente uno studio serio ed una presa di coscienza nazionale di cosa sia stata la grandezza del primo scorcio del XX SEC., più mito che realtà. Deriva dalla concentrazione verticale della ricchezza in pochi gruppi elitari (mentre nella meravigliosa Buenos Aires c'era il colera endemico). I risultati economici erano il frutto del corso favorevole delle materie prime cerealicole e della carne che all'epoca erano alti per la scelta economica inglese di trascurare l'agricoltura in favore di industria e allevamento ovino. Successivamente i prezzi furono gonfiati dalla Prima Guerra mondiale.

Quindi la crescita era solo il reddito crescente di rentier fondiari che cavalcavano l’export, (tipico delle economie dipendenti dalla vendita di materie prime) mantenendo in piedi lavori collaterali come il bracciataggio, i mattatoi e le attività di servizio e terziarie, che in Argentina hanno avuto già in epoca remota una crescita abnorme rispetto al resto dei settori, ma tutte con un ruolo non di volano economico, quanto piuttosto una funzione polmonare simpatetica con l’andamento delle esportazione e dei redditi conseguenti. Quando sul mercato mondiale arrivarono altri grandi produttori, la domanda inglese si assestò e le esigenze a fini bellici si bloccarono i conti purtroppo arrivano a bilancio.

Cullarsi nel mito dell'età d'oro è uno dei peccati originali dell'argentino che lo spinge alle trovate assurde, anche per disperazione, alla ricerca della formula miracolosa da Menem a Milei o prima ancora l’età del disordine e del colpi di stato. Spesso credendo in programmi politico-economici da imbonitori da fiera.

Come uscirne, beh diversificare l'economia, ma per farlo bisogna investire, non bastano i privati, questa è la favola dei neoliberisti. Purtroppo investire quando i corsi agricoli sono decrescenti provoca pasticci. Spesso si riduce J.D. Peron a spese pazze elettoralistiche che è in parte vero, le elezioni non si vincono da sole ed il consenso va cercato, ma è soprattutto ingiusto, la fondazione delle grandi industrie argentine è cominciato sotto i suoi primi governi, il problema è doverlo fare nel momento in cui calavano le entrate nazionali e l'Europa usciva dal disastro bellico ripresentandosi come produttore industriale e al contempo riducendo l’import agricolo.

Oggi come oggi vi è un ulteriore problema per gli argentini la doppia monetazione, gli argentini esportano moneta in massa, a causa dell'instabilità della loro certo, ma ciò uccide l'economia e crea il circolo vizioso di crescite, pagate con lacrime e sangue seguite da crolli rovinosi. L’investimento sia social-elettoralistico, sia quello funzional-economico finiscono per essere una fatica di Sisifo, come tentare di colmare d’acqua un colapasta. Lo stesso vale per le cure da cavallo neoliberiste della destra, ma quelle sono pure dannose come purghe e sanguisughe per i febbricitanti e che vedono sempre i rimbalzi post decrescita risolversi in nuove crisi. Il guaio è che i politici sia che abbiano preso coscienza della cosa, con più o meno capacità di governare la situazione, sia quelli che vogliono fare finta di nulla e vivere di trovate e formule economiche magiche non possono bloccare la libera circolazione della moneta senza essere linciati in casa e strangolati dal FMI e da Washington.

Parafrasando, il problema non è che uno si creda bello, ma che allo specchio non veda lo sgorbio che ha davanti. PS l’Argentina è bellissima.

✍🏻Andrea

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Maria Corina Machado nuova santa dell'immaginario colonialista occidentale.

Il Venezuela🇻🇪 può essere ora sicuro di essere nel mirino degli USA🇺🇸.

Ora vai con la propaganda spicciola e razzista sui venezuelani, nessuno però che pensa però al poro Zelensky, che fine ha fatto er poro Zelensky?

#Venezuela #nobelprize #CorinaMachado #Zelensky

https://youtube.com/shorts/ftI0JogwG-4?si=fHeTIjwR-tpL52r4
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La tregua che non era una tregua

Dopo oltre sessanta anni di tentativi di annessione coloniale Israele ha capito che non può piegare la resistenza palestinese.
Dunque è passato (in concomitanza con i cambiamenti strutturali interni al capitalismo occidentale) alla fase due del piano: il genocidio compiuto.
C'è solo un modo per fermare la resistenza palestinese: ucciderli tutti.
Il problema reale è che a Tel Aviv e alla Casa Bianca (non fosse per un po' di cosmesi) sarebbero ben disposti a proseguire su questa strada, pur di chiudere la partita e controllare uno snodo geografico fondamentale Est-Ovest e vicino allo Stretto di Suez.

Quello che accade a Gaza ci riguarda tutti, è non è un tregua per i gazawi che conserveranno un'entità coloniale e occupante a pochi chilometri da casa.
Non è una tregua neanche per noi.

L'ordine imperialista sta reagendo alla crescita del Sud globale nel peggiore dei modi possibili: aggredendo, restringendo, depredando, mentendo.
Nel Regno Unito 12.000 fermi per post e commenti su internet in un anno: record assoluto nel mondo.
Negli USA, il presidente invita l'esercito a operare contro i propri cittadini.
Nel resto d'Europa dilagano misure repressive.

Non è il bau bau dello spauracchio a doverci far paura, quanto un mondo artificiale, levigato, controllato, profondamente non-democratico, in cui tutti noi diventiamo unicamente strumenti.

Lo spirito nichilista dell'Occidente che seicento anni fa partì alla conquista dei mari e degli altri popoli, è ora al suo apice, da qui può proseguire o distruggendo tutto e finendo col divorarci tutti o può perdere uno scontro, mortale, in cui soffriremo tutti, tanto.

Facciamoci trovare pronti a questa nuova sfida, metafisica direi.
Siamo tutti in pericolo...
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Dopo settimane di mobilitazioni imponenti per la Palestina, la domanda è inevitabile: questa energia può diventare progetto politico?
Insieme a Linda Meleo (Movimento 5 Stelle) e Stefano Galieni (Rifondazione Comunista), analizziamo il successo del movimento ProPal, il caso Spagna-Sánchez e le prospettive per una nuova forza popolare italiana.
Un episodio da non perdere per chi crede ancora nella politica dal basso.

https://youtu.be/3O5Hi0qSilY?si=_wBJHzZiMomucR8m
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7/10 IL COMPLOTTISMO CHE FINISCE PER FARE LA PANÀ A ISRAELE

In certi ambienti si parte dal presupposto che il 7/10  se lo siano fatti da soli o fatto fare per  poi poter attaccare a piacimento. Provo a dire la mia:

1)Non gli serviva uno smacco tale, hanno fatto operazioni brutali per molto meno o addirittura preventive, hanno un’eccellente Hasbara bastava la scoperta di un tunnel per fare lo stesso.

2)Israele era totalmente protesa sulla Cisgiordania, aveva gli effettivi completamente rivolti là quindi è normale avesse le spalle scoperte.

3) Sebbene sia d'accordo che Israele abbia avuto sospetti e avvisi, occorre considerare che Gaza è come un carcere, esattamente come in carcere i secondini sanno cosa combinano i galeotti tutti i giorni: ordiscono fughe e malanni, però non sanno quando, cosa e come; ed il problema è sapere quando la cosa diventerà pericolosa. Lo stesso vale per Gaza si sa cosa pensa di fare Hamas, ma non tutto il resto.
Senza contare che questo può aver giocato su due piani che hanno invece aumentato la falsa sicurezza dei sionisti al punto da spingerli a comportamenti di sufficienza:

A)Contando di avere il polso della situazione abbiano pensato di cavalcare la tigre in caso di un eventuale attentato che non fosse la solita sventagliata di razzi, ma senza aspettarsi l’entità dell'evento, per dare poi il via all'operazione, che per la cronaca studiavano dal '14 quindi non era né una novità, ma allo stesso tempo neppure un'impellenza, potevano anche aspettare se necessario.

B) Avendo un sistema totalmente rodato e codificato, sicuro ed efficiente si siano fatti beccare in castagna per troppa fiducia in sé stessi, mentre Hamas può aver ovviato alla cappa di controllo dopo aver scovato e isolato, ma non toccato i soffioni e trovato alternative ai sistemi di trasmissione intercettati e quindi aver organizzato qualcosa che andava oltre alle previsioni degli israeliani, perché la troppa sicurezza in sé stessi uccide quanto la stupidità.

La narrazione del “se lo sono fatti da soli” in ultima analisi rafforza l’immagine che l'entità vuol dare di sé di un sistema impenetrabile davanti a dei buzzurri, quindi denigrando la resistenza. Infatti hasbara dice che loro hanno pochissimi caduti in battaglia, ma molti incidenti, cadute, ecc.
Il fenomeno lo abbiamo visto anche con gli americani: ci hanno fatto credere negli anni 90 che sapevano dove e quando ogni iracheno andava pure a pisciare quindi per chi ha creduto a questa favola poi è normale immaginare che se un ubriacone nazista fa scoppiare un furgone carico di anfo davanti ad un ufficio pubblico se lo siano fatti da soli perché loro tutto vedono. È il solito testa coda del complottismo che si avvolge su se stesso credendo troppo alla propaganda che invece vuole smontare, finendo per rafforzarla. Sembra una cosa che denigra Israele, ma in realtà sminuisce la resistenza e sottovaluta Hamas. Fornendo un contorto aiuto all'Hasbara.

Per di più questa presa di posizione è una fallacia logica che contraddice il metodo storico: hanno fatto la tal cosa, come ci sono riusciti? Ci sono le possibilità:
Sì= allora può essere reale

No= allora se lo sono fatti

Ma non si può partire direttamente dal no

A me hanno insegnato la storia delle colonne di Montecassino troppo grosse da portare su, ovviamente sono state proposte tesi che hanno tirato fuori di tutto da pietra già presente in loco all’ assurdo...ma bastava fare archeologia sperimentale e con preghiere, bestemmie, tanti uomini e tempo, un peso pari alla colonna è salito...senza scomodare gli ufo 🫣

Quindi è fattibile SI, non occorre rincorrere teorie nere o affascinanti, semmai indagare perché Israele ha fatto certi errori quanto si debba al pressappochismo, quanta alla sufficienza, quanta alla sottovalutazione del rischio malgrado gli avvisi ecc. In ogni caso si attendevano una nuova Nakba, ma tempi, resistenza e contesto internazionale non gli sono stati propizi.

✍🏻Andrea

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BARGHOUTI E LA PRECARIETÀ DELLA "PACE" TRUMPIANA

La mancata liberazione di Marwan Barghouti è la cartina di tornasole che dimostra la scarsa prospettiva di questa tregua.

Se anche ci fosse stato un solo dubbio, e dalla nostra parte credo che nessuno lo abbia nutrito invero, sulla buonafede dei sionisti e le sincere intenzioni dei mediatori, americani in primis e di tutto il caravanserraglio di servi arabi ed europei al seguito, qui cade miseramente. Sebbene i paesi servi degli americani siano solo marionette in questo grottesco palco degli orrori e dei soprusi dimostrano quanto sia falso il sostegno al progetto dei due stati e bugiardo il riconoscimento della Palestina tanto sbandierata da veri stati canaglia desiderosi di lavarsi la coscienza color ebano (comunque sempre meglio di chi nemmeno ha fatto il bel gesto), perché senza un federatore non vi può essere uno stato palestinese.

Marwan è uno dei pochi che ha la statura morale e l’influenza politica per unificare il mondo palestinese, non stento a credere che il mancato rilascio si debba alla comunanza di interessi tra l’Idra sionista e la gerontocrazia cleptocratica dell’ANP, gelosa e soddisfatta del suo ruolo di amministratore coloniale e di poter fare la cresta sugli aiuti.

La banda di clown a Sharm el Sheik  mente sapendo di mentire parlando di pace, per non parlare della fiera dell'osceno su carta della nostra stampa. Per archiviare il Sudafrica dell'apartheid è stato prima liberato Mandela e molti altri leader della decolonizzazione hanno percorso la stessa via. Non imporre la liberazione di Barghouti significa assecondare il disegno sionista di creare al massimo dei Bantustan isolati da reprimere e comprimere, come avvenuto per gli amerindi nelle riserve indiane degli USA.

Non sono i palestinesi a non avere una posizione, ma la controparte e i suoi complici a impedire che si manifesti.

In ogni caso la tregua è una pausa che andava colta per le sue implicazioni interne ed internazionali, sebbene valesse poco. Era necessaria per dare sollievo alla popolazione, reprimere le bande criminali al soldo dei sionisti, per ragioni politiche internazionali e per confermare davanti all'opinione pubblica mondiale la serietà di Hamas.

✍🏻 Andrea
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TRUMP E IL VENEZUELA: RICAPITOLONE

https://youtu.be/ZXLdBrrPwI4?si=f8Hyh_ao6iePAdwu
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⚡️⚡️🔴🔴 Le cose che la gente dice online sulle piazze per Gaza:

- Perché non manifestate per le cose che interessano i cittadini italiani?

- Vogliono islamizzare l'Italia!1!

- Questi delle manifestazioni sono dei violenti!

- Macché Palestina, è un attacco al governo!

- La GSF è un centro sociale galleggiante

- Sono per la pace ma poi spaccano le vetrine

Con Simone Rossi, vi debunkiamo tutto!

https://youtube.com/live/w_-doYW4rBs
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La crescita delle energie e non sprecare il tempo passato

Per anni in Italia tutti quelli di una certa area hanno vissuto di guerre intestine, fratricide e dibattiti sterili.
Il movimento per la Palestina è arrivato così rapidamente che ci ha lasciati senza parole.
In parte direi che questo grande movimento è stato il risultato, direi eroico, di tutti quelli che nei più piccoli comuni, in ogni iniziativa, presidio anche in pochissimi hanno continuato a portare avanti la causa.
L'insistenza morale è stata tanta e tale da diventare non arginabile e alla fine esplodere in marea.

Oggi la domanda che riecheggia ovunque è: che fare?
Quella piazza non era politicizzata (non solo), era una piazza morale (associandomi a Spinoza direi che è stata "etica" solo per alcuni, ma non può esserlo per tutti).
Quella piazza è politicizzabile? In qualche modo si e no.

L'indignazione rifluirà, già ora con la finta tregua (finta perché rimangono in piedi tutte le condizioni coloniali che hanno posto in essere il conflitto) il sentimento in una parte del paese, più moderata sta scemando, è fisiologico.
Quindi dobbiamo rassegnarci?

No, dobbiamo costruire uno strato, far si che questo momento non scemi senza aver lasciato traccia.
Come diceva giorni fa Osservatorio Italiano sul Neoliberalismo e sento di concordare, la sola possibilità che questa momento politico non sia sprecato è far si che migliaia di persone scese in piazza ritrovino la voglia di fare militanza in associazioni, fare volontariato, riattivarsi, magari iscriversi a un sindacato o a un partito (consapevoli degli enormi limiti di queste ultime due proposte in ogni salsa), tornare a confrontarci con gli altri, discutere, litigare, fare comunità (quindi più o meno esplicitamente politica).

Dobbiamo scappare dal neoliberismo, dal nostro bisogno individuale di aver ragione e riaprirci al prossimo in un confronto. Tornare un po' (senza eccessi sterili) alle assemblee lunghe e fumose, di ore e ore, che diventano anche un po' psicodramma, ma che permettono poi a tutti di tornare a casa con un discorso condiviso, magari conflittuale, ma condiviso.

Il neoliberismo non crea individui, genera nebulose esistenziali senza progetti, frammentate e spesso rabbiose, tutte in competizione con gli altri. La militanza, la comunità, la discussione creano un gruppo e ognuno di noi dal gruppo (per quanto conflittuale) nasce e matura come persona, come soggetto politico.

Penso che sia questo lo strato che dobbiamo ricavare dal movimento filo-palestinese: una nuova ondata di militanza e attivismo per riprendere un discorso diverso e alternativo nella società a tempo debito.

Dal canto mio, per non predicare bene e razzolare male, mi iscriverò a un sindacato autonomo e di base, cercando di portare il mio pezzettino di militanza nel fiume collettivo.
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A voi i commenti… il racconto terribile di un nostro connazionale, operatore umanitario, su quanto accade a Gaza.
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Poco fa ripensavo alla parte iniziale del primo libro de "Il problema dei tre corpi" di Liu Cixin: un'introduzione che dalla Rivoluzione Culturale ci lancia in poche centinaia di pagine nel futuro infinito.
In molti, in Occidente, hanno speculato sul rapporto di questo autore con il governo cinese, con il partito e con la contemporanea società cinese.
Come al solito, il substrato è sempre quello di proporre l'immagine dell'intellettuale dissidente contro un regime oppressivo (che gli permette però di pubblicare, vivere del proprio lavoro artistico ed essere popolare e apprezzato in patria e all'estero).
Mi pare però evidente che il punto reale non sia questo: se andassimo a contare il numero di intellettuali comunisti o anarchici negli USA nel secondo dopoguerra (cioè nel periodo di massimo apogeo statunitense) supererebbero di gran lunga gli omologhi non dissidenti. A questi andrebbe poi aggiunta un'altrettanto nutrita schiera di artisti, musicisti, attori e persino sportivi.
Insomma, il dissenso creativo è in finale parte delle società vive e vitali.
Gli Stati Uniti di oggi sono sicuramente vivi, ma non so quanto vitali, infatti sono una macchina per la propaganda (pessima).

Nulla di strano che la Cina, potenza in ascesa, produca oggi intellettuali più o meno critici.
Quale sarebbe la differenza tra un "dissidente" e un "ribelle"?

Il trattamento riservato negli USA per i dissidenti non è o era certo più o meno morbido che altrove (dalle condizioni in cui erano tenuti gli afroamericani o le riserve per i nativi, fino a Sacco e Vanzetti o il maccartismo).
Il potere giustifica se stesso ovunque e in nessun comunità umana è permesso tutto.

La riflessione dunque interessante è semmai scoprire che ciò che noi attribuivamo alla democrazia (la libertà di critica) non c'entra nulla con questa, quanto invece è dato da un certo grado di complessità raggiunto dalle società industriali e forse ancor di più post-industriali.
La crescita economica porta con se il rafforzamento della società civile e questa nella sua pluralità, come saggiamente aveva previsto Gramsci, diventa l'ago della bilancia dei rapporti di forza politici ed economici.

Questo è anche spunto interessante per discutere o meno sulla natura socialista della società cinese o meno, ma è solo un sabato pomeriggio di ottobre... Rilassiamoci.

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Negli ultimi anni, il tempo sembra essersi sbriciolato. Non passa più: scorre, lampeggia, si consuma.
Ma perché oggi ci sentiamo sempre in ritardo, anche quando non abbiamo niente da fare? E perché, nonostante abbiamo più strumenti che mai, abbiamo meno tempo per noi stessi?

In questo video esploriamo una domanda semplice ma profonda: come il tempo digitale ha cambiato la nostra percezione del tempo – e della vita. Non si tratta di rimpiangere il passato, né di demonizzare la tecnologia. Si tratta di capire perché, con tutti i nostri schermi, siamo diventati così bravi a riempire ogni secondo… ma così incapaci di viverlo davvero.

https://www.youtube.com/watch?v=ZD4eB90g4vM

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Gli amici di Ibex mi hanno ospitato sul loro canale Youtube per parlare di Impero Romano, Tardoantico e confronto con l'epoca contemporanea, fateci un salto :)
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Approfitto della mia formazione in storia economica e antropologia del Corno d'Africa per appesantirvi il quotidiano su un argomento di nicchia, che però spero possa interessare: la Somalia pre coloniale, coloniale e post coloniale.
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