Collatio
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COLLATIO dal latino "mettere in comune". È il momento in cui si condividono i frutti della meditazione e della preghiera di una lectio divina. Da anni lo facciamo in Fraternità ogni mattina a Messa. Qui un piccolo segno di condivisione più ampia.
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Lettura di domenica 16 febbraio 2020
Matteo 5,17-37

«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!
Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno».
Lettura di lunedì 17 febbraio 2020
Isaia 51,12-16

51
12
[1-11] Io, io sono il vostro consolatore.
Chi sei tu perché tu tema uomini che muoiono
e un figlio dell’uomo che avrà la sorte dell’erba?
13
Hai dimenticato il Signore tuo creatore,
che ha dispiegato i cieli
e gettato le fondamenta della terra.
Avevi sempre paura, tutto il giorno,
davanti al furore dell’avversario,
perché egli tentava di distruggerti.
Ma dov’è ora il furore dell’avversario?
14
Il prigioniero sarà presto liberato;
egli non morirà nella fossa
né mancherà di pane.
15
Io sono il Signore, tuo Dio,
che agita il mare così che ne fremano i flutti
– Signore degli eserciti è il suo nome.
16
Io ho posto le mie parole sulla tua bocca,
ti ho nascosto sotto l’ombra della mia mano,
quando ho dispiegato i cieli e fondato la terra,
e ho detto a Sion: «Tu sei mio popolo». [17-23]
Is 51,12-16
Ci sono persone che rimangono enigmi umanamente insolubili, abissi di dolore e di follia che nessuno sa davvero toccare e soccorrere, e che solo Dio può abbracciare e consolare: "Io, io sono il consolatore!". E' bello oggi sentire tutta la forza di questa dichiarazione di Dio, che si attribuisce il nome stesso di "consolatore"; è così che risponde al lamento e alle provocazioni del profeta: "Svegliati... rivestiti di forza....! Non sei tu che hai fatto a pezzo Raab...? Non sei tu che hai prosciugato il mare...?"(vv.9-10). Lui consola perché libera dalla paura, perché la memoria di Lui "il tuo creatore, che ha dispiegato i cieli e gettato le fondamenta della terra" riporta ogni cosa nella sua vera dimensione, dentro l'orizzonte più ampio del mondo e della storia. "Avevi sempre paura, tutto il giorno, davanti al furore dell'avversario..."; una paura che si prende tutto lo spazio del cuore, perché ci si sente soli, in balìa di forze più grandi, schiacciati, indifesi. Ricordarsi del Signore, significa anche ricordarsi che quel che allora ci sembrava così grande e invincibile si è poi rivelato inconsistente, e che così sarà anche per ciò che in questo momento ci assilla: "perché temi uomini che muoiono e un figlio dell'uomo che avrà la sorte dell'erba? (cfr. 40,6-7!) ... dov'è ora il furore dell'avversario?". Il Signore del mondo e della storia, che domina sugli abissi del mare e su ogni misteriosa vicenda dei cuori e dei popoli, è Lui che infine libera, salva, nutre, protegge, dà vita: "Il prigioniero sarà presto liberato; egli non morirà nella fossa né mancherà di pane". Solo questa certezza lenisce la nostra paura, e la paura di ogni povero. Ed è questa la parola di speranza che un resto "consolato" deve portare nel mondo, come strumento della carezza nascosta di Dio: "Io ho posto le mie parole sulla tua bocca, ti ho nascosto sotto l'ombra della mia mano". Non riceviamo consolazione, se non per divenirne servitori a vantaggio dei fratelli; altrimenti ogni consolazione si trasforma fatalmente in amara e triste rivendicazione. Segreto della creazione di Dio fin dal principio è la formazione di un popolo che in nome suo porti nelle vicende ferite della storia la consolazione della sua speranza. Scrive Paolo ai Corinzi: "Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio..." (2Cor 1,3-4).
Lettura di martedì 18 febbraio 2020
Isaia 51,17-23

Svégliati, svégliati,
àlzati, Gerusalemme,
che hai bevuto dalla mano del Signore
il calice della sua ira;
la coppa, il calice della vertigine,
hai bevuto, l’hai vuotata.

Nessuno la guida
tra tutti i figli che essa ha partorito;
nessuno la prende per mano
tra tutti i figli che essa ha allevato.

Due mali ti hanno colpito,
chi avrà pietà di te?
Desolazione e distruzione, fame e spada,
chi ti consolerà?

I tuoi figli giacciono privi di forze
agli angoli di tutte le strade,
come antilope in una rete,
pieni dell’ira del Signore,
della minaccia del tuo Dio.

Perciò ascolta anche questo, o misera,
o ebbra, ma non di vino.

Così dice il Signore, tuo Dio,
il tuo Dio che difende la causa del suo popolo:
«Ecco, io ti tolgo di mano
il calice della vertigine,
la coppa, il calice della mia ira;
tu non lo berrai più.

Lo metterò in mano ai tuoi torturatori
che ti dicevano: “Cùrvati, che noi ti passiamo sopra”.
Tu facevi del tuo dorso un suolo
e una strada per i passanti».
Is 51,17-23
Ora è Gerusalemme che deve svegliarsi, alzarsi dalla sua condizione di prostrazione: la mano del Signore ha pesato su di lei, il suo castigo si è riversato interamente sulla città peccatrice, che ora non vede più futuro: i suoi figli non sono in grado di risollevarla, di condurla, di aiutarla a fare i passi concreti di ricostruzione di cui ha bisogno, perché sono anch'essi "sdraiati, privi di forze", presi nei lacci delle loro paure. La condizione avvilita di Gerusalemme non è solo quella derivante dal suo castigo; ciò che la costringe a terra "misera" è ora anche la sua rassegnazione, il suo essere "ebbra", cioè dipendente, quasi affezionata alla sua condizione prostrata, di vittima. Sono forse questi, dunque, i "due mali" che l'hanno colpita: non solo il castigo, ma anche la sua debolezza, il gusto amaro e disperante di continuare ad sentirsi vittima: "ti dicevano: curvati, che noi ti passiamo sopra. Tu facevi del tuo dorso un suolo e una strada per i passanti!". Per questo l'azione di Dio è quella di chi si prende cura, con forza paterna e passione sponsale, di colei che non è più in grado di farlo per se stessa, strappando di mano a Gerusalemme "il calice della vertigine", che è divenuto come una droga, emblema disperato cui aggrapparsi con masochismo, in un folle vortice di auto-distruzione. Basta! Ci sono io, qui, per te. Hai sofferto abbastanza. Non è questo il tuo bene e la tua vita, sì tu non sei capace di liberarti da sola, ma ti strappo io di mano lo strumento della tua umiliazione, e ora risvegliati alla tua dignità, rialzati e vivi all'altezza del tuo splendore e della tua bellezza!
Lettura di mercoledì 19 febbraio 2020
Isaia 52,1-6

Svégliati, svégliati, rivèstiti della tua magnificenza, Sion; indossa le vesti più splendide, Gerusalemme, città santa, perché mai più entrerà in te l’incirconciso e l’impuro. Scuotiti la polvere, àlzati, Gerusalemme schiava! Si sciolgano dal collo i legami, schiava figlia di Sion!
Poiché dice il Signore: «Per nulla foste venduti e sarete riscattati senza denaro».
Poiché dice il Signore Dio: «In Egitto è sceso il mio popolo un tempo, per abitarvi come straniero; poi l’Assiro, senza motivo, lo ha oppresso.Ora, che cosa faccio io qui? – oracolo del Signore. Sì, il mio popolo è stato deportato per nulla! I suoi dominatori trionfavano – oracolo del Signore – e sempre, tutti i giorni, il mio nome è stato disprezzato. Pertanto il mio popolo conoscerà il mio nome, comprenderà in quel giorno che io dicevo: “Eccomi!”».
Is 52,1-6
Un nuovo invito al risveglio ci raggiunge a ricordarci chi siamo davvero: "svegliati, svegliati, rivestiti della tua magnificenza...!". Non come singoli, ma come popolo di Dio siamo chiamati a riprenderci il nostro vero splendore: essere lo spazio di accoglienza del Santo. "Indossa le vesti più splendide, Gerusalemme, città santa!". Ogni vicenda, se vissuta con fede, ci conduce, anche dolorosamente, a quella purificazione profonda che rende la nostra comunione fraterna trasparente della presenza di Dio, della sua santità, del suo amore, bruciando ogni ostinazione, incredulità, durezza di cuore: "mai più entrerà in te l'incirconciso e l'impuro!". C'è una polvere da scrollarsi di dosso, una rassegnazione, una tristezza, una schiavitù, una passiva accettazione del male che non si può più tollerare: "alzati, Gerusalemme schiava!". Siamo fatti per la libertà e la signoria, a immagine e somiglianza di Dio. Non c'è giustificazione al male e all'oppressione di un uomo verso un altro uomo, ma gratuita sarà anche la liberazione da parte di Dio. Il Signore stesso custodisce tutta la pena di cui è intessuta la nostra storia, personale e di popolo, perché ogni ingiustizia sia vendicata dal dono di una grazia più grande. "Ora, che cosa faccio io qui?" dice il Signore. E' la domanda posta a ciascuno: in cosa crediamo che consista la sua opera? Verso dove egli ci conduce, attraverso le alterne vicende della nostra vita, e dove conduce il suo popolo attraverso la storia? Il Signora rinnova la fedeltà della sua presenza in mezzo a noi, portando a compimento quell'opera di purificazione e santificazione che fa di noi una umanità nuova, finalmente splendente di bellezza. Isaia aveva contemplato il Dio tre volte Santo sul trono di gloria riempire il tempio, e aveva confessato l'impurità propria e del suo popolo, destinata ad un fuoco purificatore (Is 6); ora il giorno in cui il popolo conoscerà il nome di Dio è fissato, il giorno in cui la gloria di Dio non riempirà più il tempio, ma la città degli uomini, la Gerusalemme santa: "il mio popolo conoscerà il mio nome, comprenderà in quel giorno che io dicevo: Eccomi!"; "E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c'era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate. E Colui che sedeva sul trono disse: Ecco, io faccio nuove tutte le cose" (Ap 21,1-5).
Lettura di giovedì 20 febbraio 2020
Isaia 52,7-12

Come sono belli sui monti
i piedi del messaggero che annuncia la pace,
del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza,
che dice a Sion: «Regna il tuo Dio».

Una voce! Le tue sentinelle alzano la voce,
insieme esultano,
poiché vedono con gli occhi
il ritorno del Signore a Sion.

Prorompete insieme in canti di gioia,
rovine di Gerusalemme,
perché il Signore ha consolato il suo popolo,
ha riscattato Gerusalemme.

Il Signore ha snudato il suo santo braccio
davanti a tutte le nazioni;
tutti i confini della terra vedranno
la salvezza del nostro Dio.


Fuori, fuori, uscite di là!
Non toccate niente d’impuro.
Uscite da essa, purificatevi,
voi che portate gli arredi del Signore!

Voi non dovrete uscire in fretta
né andarvene come uno che fugge,
perché davanti a voi cammina il Signore,
il Dio d’Israele chiude la vostra carovana.
Is 52,7-12
All'inizio di questo "libro della consolazione" (capp. 40-55) avevamo sentito il grido del messaggero che annunciava un tempo nuovo per Gerusalemme, di liberazione e di salvezza. Una parola diretta al cuore, perché fosse preparata, nel deserto, la via al Signore, e una nuova via di ritorno per un popolo esiliato e umiliato: "Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion! Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme. Alza la voce, non temere; annuncia alle città di Giuda: Ecco il vostro Dio!". Ora, dopo i lunghi capitoli nei quali si è narrato di come Israele fatichi a lasciarsi raggiungere da questa parola di consolazione, ritroviamo il messaggero dei lieti annunzi, della pace e della salvezza, e di lui si cantano i passi: "Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace!". Ora non c'è più solo un grido nel deserto, ma le orme di un cammino che già si sta realizzando. La parola della liberazione ora raggiunge il cuore perché questa parola è la vita di chi la annunzia! Sono i suoi passi, il suo cammino, a proclamarla come parola che già comincia a compiersi! Gerusalemme era stata più volte invitata a svegliarsi, a scuotersi dalla polvere, ad alzarsi: ora sono le sentinelle a cominciare una veglia che nella notte anticipa il giorno, perché sa già vedere i passi di Dio, il suo ritorno, nei primi segno di liberazione, di consolazione e di pace che solo chi vigila può scorgere. Le rovine non sono più lo scenario appesantito dal sonno della tristezza, della rassegnazione e della lamentazione, ma il luogo del canto e del ringraziamento perché il Signore libera e consola! E' questo il privilegio e la vocazione del popolo di Dio: celebrare la sua salvezza gratuita, come annunzio e una promessa di bene e di pace per tutti i popoli. Sarà in questo popolo che canta e ringrazia, e nei suoi passi purificati, fiduciosi e solenni, che tutti gli uomini riconosceranno la presenza potente e amorevole di Dio: "voi non dovrete uscire in fretta né andarvene come uno che fugge, perché davanti a voi cammina il Signore, il Dio d'Israele chiude la vostra carovana". E' Lui che apre il cammino, anche quando ogni passo ci sembra impossibile, ed è Lui che raccoglie quanti restano indietro, nell'incedere della carovana del popolo di Dio dentro la storia.
Lettura di venerdì 21 febbraio 2020
Isaia 52,13-15

Ecco, il mio servo avrà successo,
sarà onorato, esaltato e innalzato grandemente.

Come molti si stupirono di lui
– tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto
e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo –,

così si meraviglieranno di lui molte nazioni;
i re davanti a lui si chiuderanno la bocca,
poiché vedranno un fatto mai a essi raccontato
e comprenderanno ciò che mai avevano udito.
Is 52,13-15
Questo quarto e ultimo "canto del servo", che oggi iniziamo ad ascoltare, porta a compimento il percorso fatto fin qui, iniziando con le stesse parole del primo oracolo sul servo: "Ecco il mio servo...". Là, in 42,1-9, il servo era Israele, che il Signore chiama, nella forza dello Spirito, a portare "il diritto alle nazioni" senza gridare e senza abbattersi, nella consapevolezza che il Signore, attraverso Israele, sta per operare qualcosa di nuovo per tutte le nazioni. La sordità e cecità del popolo, che si ostina a non fidarsi e a non acconsentire alla chiamata (cfr. p. es. 42,18-25) impone a Dio di un "cambiamento di programma"; sorge, in mezzo a Israele, un uomo che ne accoglie la chiamata e al quale il Signore affida la missione stessa del popolo: "Mio servo, Israele sei tu!". L'esperienza dell'inefficacia della sua opera lo prepara ad essere strumento umile e affidato nelle mani di Dio non solo per il ritorno di Israele, ma per la illuminazione e la salvezza per tutti i popoli (49,1-7). Nel terzo canto (50,4-7) è il servo che parla; egli è consapevole che questo incarico lo esporrà ad una grande tribolazione, persecuzione e irrisione da parte di molti del suo popolo, ma è disposto a lasciarsi "aprire l'orecchio", perché proprio attraverso quella sofferenza, accettata coraggiosamente e nella certezza della presenza fedele di Dio, possa comprendere "le cose nuove" che Lui prepara per il suo popolo e per tutti. Ora, nei nostri versetti, è il Signore che per primo prende la parola, confermando il suo servo e il senso glorioso del suo cammino nella sofferenza: "Ecco il mio servo avrà successo" o anche "comprenderà" (è una traduzione possibile, quella seguita per esempio dalla versione greca dei LXX). Il Signore rivestirà della sua gloria e del suo onore il servo disprezzato e calpestato. Lo stupore davanti alla sua condizione umanamente disonorata, umiliata e irriconoscibile si trasforma in uno stupore nuovo, davanti alla scelta di Dio, che innalza proprio colui che gli uomini hanno calpestato e che anzi non riconoscono più nemmeno come simile a loro, uno "meno che umano". Com'è possibile? Sono le nazioni a meravigliarsi e i re non sanno più che cosa dire: la loro ricerca dell'umana potenza e della propria affermazione è improvvisamente svuotata di senso, e ciò su cui si regge tutta la costruzione del potere ora crolla. E' questa la "cosa nuova" che Israele riceve come un fatto mai raccontato e una rivelazione mai udita (cfr. 48,6-8!): c'è una luce divina misteriosa dentro la storia di quel servo sofferente, da loro perseguitato, e ora innalzato e rivestito di gloria. Anzi lui stesso ha "compreso" qualcosa dentro quell'esperienza che diventa ora il tesoro di rivelazione più prezioso affidato a Israele. Sentiremo nei versetti che seguono quale tesoro racchiude la sofferenza "gloriosa" del servo.
Lettura di sabato 22 febbraio 2020
Isaia 53,1-6

Chi avrebbe creduto al nostro annuncio?
A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?
È cresciuto come un virgulto davanti a lui
e come una radice in terra arida.
Non ha apparenza né bellezza
per attirare i nostri sguardi,
non splendore per poterci piacere.
Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia;
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori;
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato.
Egli è stato trafitto per le nostre colpe,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,
ognuno di noi seguiva la sua strada;
il Signore fece ricadere su di lui
l’iniquità di noi tutti.
_____________
Lettura di domenica 23 febbraio 2020
Matteo 5,38-48

[1-37] «Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.
Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».
Lettura di lunedì 24 febbraio 2020
Isaia 53,7-10

Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca. Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua posterità? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per la colpa del mio popolo fu percosso a morte. Gli si diede sepoltura con gli empi, con il ricco fu il suo tumulo, sebbene non avesse commesso violenza né vi fosse inganno nella sua bocca. Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.
Is 53,1-10
Prende ora la parola quella parte di Israele che testimonia l'esperienza del servo. Essi hanno visto in lui "un fatto mai ad esso raccontato" e hanno compreso "ciò che mai avevano udito", e ora si rivolgono (non è una domanda retorica, come sembra dalla traduzione italiana!) a quanti sono stati disposti ad aprirsi al loro annuncio accogliendo questa inedita e paradossale manifestazione, nel servo sofferente, dell'opera potente di Dio nella storia: "chi ha creduto al nostro annuncio? a chi è stato manifestato il braccio del Signore?". E così si torna con la memoria agli inizi disprezzabili e insignificanti della vicenda di questo servo. Il "noi" che parla, e racconta la sua storia, non solo testimonia di lui, ma insieme anche confessa la propria totale incomprensione e la propria violenza nei suoi confronti: sgradevole allo sguardo, ripugnante e diverso, colpito dalla malattia e dallo stigma sociale, "era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima". La comunità che parla ammette di avere scaricato su di lui non solo discredito, ma tutto il proprio disgusto e la propria ripugnanza. Il servo è lo scartato, "disprezzato e reietto dagli uomini", compresi coloro che ora ne stanno facendo memoria. Ma ora la "comunità confessante" riconosce che un'altra storia, a loro insaputa, si stava scrivendo, più profondamente, nel patimento di quel servo: "eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato". Nella vicenda del servo le nostre categorie di lettura della storia saltano: quel che ci sembrava un giusto castigo di Dio per il peccatore era invece un mistero di condivisione nel dolore, di accettazione su di sé da parte del servo della nostra stessa sofferenza. Lui ha accettato di sentire quel che noi non potevamo o non sapevamo sentire, e cioè la sofferenza prodotta della nostra stessa violenza, l'esito del nostro peccato: "Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità". La sofferenza di quell'innocente ci ha aperto gli occhi sul male da noi fatto! E' una straziante, intensissima confessione di un "noi" che riconosce il proprio peccato mentre guarda il "castigato". E allo stesso tempo si scopre risanata in profondità, guarita proprio da quella violenza, e dalla sofferenza che vi si nascondeva dentro: "il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti". In un certo senso ora scopriamo (questa è "la cosa nuova"!) in cosa consisteva quella consolazione promessa (cfr. 40,1)! Non è il castigo da noi subìto che ci salva davvero e guarisce fino in fondo, ma il dono che scaturisce da quel patire gratuito, mite, innocente e che apre un orizzonte impensato e fa "saltare i conti" verso un' "altra giustizia". Altrimenti il castigo non fa che lasciarci vagare ancora di più ciascuno per le sue strade, come un gregge colpito e disperso, come pecore che non sono più un gregge. Qui c'è la mano misteriosa di Dio, che prende "l'iniquità di noi tutti" e l'affida al servo, da noi disprezzato e condannato, perché possa essere generata la bellezza potente di un amore che ci salva. Il servo non ha voce. La mitezza del suo consegnarsi all'umiliazione è la fiducia illimitata del suo mettersi nelle mani di Dio, affidando a lui la sua causa. Le pecore disperse sono radunate e salvate dall'agnello che si offre muto. La "bocca" del servo era stata resa "come spada affilata" (49,2), e gli era stata data "una lingua da discepolo" per "indirizzare
una parola allo sfiduciato" (50,4), ma ora il servo non apre la sua bocca: è il suo corpo offerto a parlare. Esito di una condanna ingiusta e del totale disinteresse nei confronti suoi e del suo futuro, fu la sua morte: "fu eliminato dalla terra dei viventi, per colpa del mio popolo fu percosso a morte". Il servo non commise violenza, ma fu l'oggetto della violenza, non disse nulla di falso, ma fu accusato ingiustamente, e finì per condividere la sepoltura infamante degli empi. Il "noi confessante" sa però una cosa con certezza: la parabola d
i dolore del servo innocente è nascosta e saldamente custodita nel mistero della volontà di Dio: "al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori... si compirà per mezzo suo la volontà del Signore". La morte del servo non solo grida il nostro peccato e la nostra violenza verso lo scartato, ma si trasforma in offerta che redime, in potenza di guarigione e salvezza per noi, in promessa di generazione nuova, di posterità, di vita sovrabbondante.
Lettura di martedì 25 febbraio 2020
Isaia 53,11-12

Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce
e si sazierà della sua conoscenza;
il giusto mio servo giustificherà molti,
egli si addosserà le loro iniquità.
Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
dei potenti egli farà bottino,
perché ha spogliato se stesso fino alla morte
ed è stato annoverato fra gli empi,
mentre egli portava il peccato di molti
e intercedeva per i colpevoli.
Is 53,11-12
All'inizio di questo quarto e ultimo "canto del servo del Signore" (52,13-15) avevamo sentito risuonare la voce di Dio ("ecco il mio servo avrà successo...") che prospettava l'innalzamento di colui per il quale molti, a motivo della sua deformante umiliazione ("si stupirono di lui tanto era sfigurato..."), erano rimasti sconcertati. E ora, al termine dell'oracolo, torna la voce di Dio, dopo la lunga confessione della comunità colpevole e che ha riconosciuto di aver scaricato sul servo innocente la sua violenza fino a farlo morire e di aver in cambio da lui ricevuto, per volontà di Dio, guarigione e salvezza a motivo del suo mite abbandono e dell'offerta della sua vita per i peccati del popolo. Una vicenda così misteriosa e grande da costituire una promessa di vita e di posterità. Ecco ora, appunto, Dio stesso riprende la parola, non solo per confermare che la morte del servo non sarà l'ultima parola, ma anche per indicare, proprio a partire "dal suo intimo tormento", il frutto di una luce, di una conoscenza nuova per il servo. Il suo viaggio innocente e mite negli abissi dell'umana violenza fino a dare la vita è per il servo come lo spalancarsi di una verità più profonda, ultima sul mistero della storia, dell'uomo e di Dio stesso. Una luce e una conoscenza così radicale da toccare un punto che riguarda non solo la "comunità colpevole" che lo ha messo e morte e che ora lo confessa, ma i "molti", cioè tutti gli uomini. Dio assume la vicenda del servo, personaggio storicamente avvolto nel mistero, per mostrarne non solo il significato "universale", ma anche l'efficacia di una salvezza senza confini. Il suo essere, innocente, "annoverato fra gli empi" e aver "versato la vita fino alla morte" (così letteralmente) lo pone in una tale vicinanza "pura" e bruciante con il peccato da divenire annuncio di salvezza e intercessione per i molti (di cui si era detto che "si stupirono" in 52,14): "egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori". Nell'ascolto "cristiano" di questo brano, contempliamo la vicenda del servo giungere ad un "livello" così essenziale di assunzione del peccato per la salvezza, da leggervi in trasparenza il mistero stesso di Gesù, e quindi, in lui, di ogni "innocente sacrificato".
Lettura di mercoledì 26 febbraio 2020
Matteo 6,1-6.16-18

«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».
«E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».
Lettura di giovedì 27 febbraio 2020
Isaia 54,1-10

Esulta, o sterile che non hai partorito,
prorompi in grida di giubilo e di gioia,
tu che non hai provato i dolori,
perché più numerosi sono i figli dell’abbandonata
che i figli della maritata, dice il Signore.

Allarga lo spazio della tua tenda,
stendi i teli della tua dimora senza risparmio,
allunga le cordicelle, rinforza i tuoi paletti,

poiché ti allargherai a destra e a sinistra
e la tua discendenza possederà le nazioni,
popolerà le città un tempo deserte.

Non temere, perché non dovrai più arrossire;
non vergognarti, perché non sarai più disonorata;
anzi, dimenticherai la vergogna della tua giovinezza
e non ricorderai più il disonore della tua vedovanza.

Poiché tuo sposo è il tuo creatore,
Signore degli eserciti è il suo nome;
tuo redentore è il Santo d’Israele,
è chiamato Dio di tutta la terra.

Come una donna abbandonata
e con l’animo afflitto, ti ha richiamata il Signore.
Viene forse ripudiata la donna sposata in gioventù?
– dice il tuo Dio.

Per un breve istante ti ho abbandonata,
ma ti raccoglierò con immenso amore.

In un impeto di collera
ti ho nascosto per un poco il mio volto;
ma con affetto perenne
ho avuto pietà di te,
dice il tuo redentore, il Signore.

Ora è per me come ai giorni di Noè,
quando giurai che non avrei più riversato
le acque di Noè sulla terra;
così ora giuro di non più adirarmi con te
e di non più minacciarti.

Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero,
non si allontanerebbe da te il mio affetto,
né vacillerebbe la mia alleanza di pace,
dice il Signore che ti usa misericordia.