Bitcoin Facile
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Gli ultimi anni hanno reso palese a sempre più investitori un concetto chiave: il mondo finanziario è entrato in una fase di polarizzazione strutturale.

Il modello lineare “risk-on = compra azioni, risk-off = compra bond” non funziona più.

Detto questo, proviamo a redigere una mappa operativa per investire in una fase dove inflazione e stagnazione convivono, alla fine del ciclo “Goldilocks” post-pandemia.

L'idea di fondo è di prepararci a un mondo in cui convivono due forze opposte ma complementari:

da un lato l’inevitabile compressione dei multipli sull’azionario growth statunitense, ormai spinto a livelli insostenibili dal flusso passivo e dalla liquidità residua, e dall’altro la riemersione di value e hard asset come strumenti di protezione dal ritorno strutturale dell’inflazione.

L’idea dunque è quella di creare una sorta di "bilanciere": due estremi che si equilibrano, lasciando vuoto il centro.

Da un lato, gli asset reali e difensivi, che rappresentano la gamba “antifragile”: oro, energia, materie prime e Bitcoin.

Sono strumenti che si rivalutano nei regimi di reflazione e che offrono protezione quando il dollaro perde forza o quando i tassi reali si comprimono.

Dall’altro, la liquidità remunerata e i segmenti high-beta selezionati dell’azionario (tecnologia di qualità, semiconduttori, e parte dell’intelligenza artificiale), che consentono di partecipare ai rally guidati dalla narrativa e dal momentum.

In mezzo, poco o nulla.

La “zona neutra” del portafoglio tradizionale 60/40 non ha più senso in un mondo dove i bond non offrono protezione reale e le azioni non offrono margine di sicurezza.

È il ritorno a una logica binaria: o sei su asset reali, o su liquidità; tutto ciò che sta in mezzo rischia di restare schiacciato dall’alternanza di micro-bolle e micro-crash, che potrebbero essere la cifra del prossimo decennio.

Da una prospettiva più tattica, la strategia "barbell" proposta non riguarda solo la selezione di asset class, ma anche la gestione della volatilità e della duration:

da un lato strumenti a breve scadenza e basso rischio (cash, ETF tematici su mega trend, titoli di stato), dall’altro posizioni convessamente esposte a shock di volatilità (oro, BTC, o strutture long gamma).

Nel mezzo, un’unica regola: restare liquidi, pronti a ribilanciare gli estremi quando la volatilità lo consente.

Applicato al contesto attuale, il barbell diventa una risposta alla più grande illusione dei mercati moderni: quella della stabilità permanente.

I rendimenti reali positivi, i debiti pubblici fuori controllo e le politiche fiscali espansive stanno riscrivendo le regole del gioco:

gli asset “risk-free” non esistono più, ma alcuni sono meno rischiosi di altri in base al regime macro in cui ci si trova.

In questa visione, Bitcoin, oro e materie prime rappresentano la “gamba di sinistra” del bilanciere, quella che assorbe gli shock di sistema e riflette la sfiducia nelle valute fiat.

La “gamba di destra” resta invece ancorata al ciclo tecnologico, che continua a drenare capitale per inerzia e per mancanza di alternative di crescita reale.

Il risultato è un portafoglio agile ma robusto, capace di sopravvivere a un mondo con meno linearità e più oscillazione.

Non si tratta più di cercare la direzione del mercato, ma di costruire antifragilità: guadagnare bene quando tutto sale, ma perdere poco quando tutto scende.

Un equilibrio dinamico tra prudenza e opportunità, tra convessità e disciplina; in altre parole, l’unica forma di “hedge morale” rimasta in un mercato che premia la pazienza più della previsione.
All'interno del Circolo degli Investitori stiamo iniziando a strutturare il portafoglio secondo la strategia Barbell appena enunciata.

Adesso passiamo al fronte crypto.

Lunedì Bitcoin ha segnato un nuovo massimo storico a $126.000 dollari, raggiungendo per la prima volta una capitalizzazione di mercato di 2.500 miliardi di dollari.

A differenza del precedente top di metà agosto, questa volta il movimento è sostenuto da una domanda più solida, proveniente sia dai mercati spot sia dagli ETF.

Nelle ultime settimane sono affluiti oltre 3,5 miliardi di dollari netti nei Bitcoin ETF, con un ritmo giornaliero di acquisti spot stimato intorno agli 80 milioni di dollari al giorno.

Dopo un periodo di correzione e di ricarica, questo flusso appare come una nuova iniezione di domanda strutturale.

Il mercato ora si trova sotto l'enorme call wall di IBIT fissato a 123.000 dollari, e molti venditori di opzioni sono “sull’amo”: se il prezzo continua a salire, dovranno coprire le loro posizioni, alimentando ulteriori pressioni rialziste.

Gli elementi centrali per interpretare la fase attuale sono quattro:

La forza della domanda ETF, l’impatto delle opzioni IBIT oltre i $123K, la pressione di vendita da parte degli holder storici e l’eventuale riavvio del processo di accumulo da parte delle crypto treasury company.

Nel complesso, possiamo affermare senza fallo che Bitcoin si trova in una posizione molto sana: l’ETF inflow è robusto, il mercato spot mostra net-buying (al netto della pausa fisiologica degli ultimi giorni), e l’influenza del mercato dei futures (cash & carry trade) è marginale rispetto al peso crescente delle strategie basate sulle opzioni.

Con un patrimonio combinato di oltre 167 miliardi di dollari, i Bitcoin ETF rappresentano oggi circa il 6,7% della capitalizzazione totale e sono già arrivati al 41% degli asset detenuti in ETF sull’oro: un dato straordinario che sottolinea la velocità con cui il capitale istituzionale si sta spostando verso Bitcoin.

Il volume di scambi sugli ETF ha raggiunto record settimanali di 26 miliardi di dollari, un livello in passato visto solo a ridosso dei local top, ma che in questo caso non credo segnali un top imminente, bensì un rinnovato interesse verso l’asset sottostante.

In tale ambito, possiamo distinguere due principali meccanismi di arbitraggio fra ETF e derivati:

- Cash & Carry Trade: l’investitore compra spot (o un ETF) e vende un future CME a premio. È una posizione delta-neutral che aggiunge comunque domanda spot. Il rendimento annualizzato si aggira tra il 7-8%.

- Covered Call Strategy (che nella trading room del Circolo conosciamo molto bene): l’investitore acquista IBIT e vende call sullo stesso sottostante, incassando il premio ma rinunciando al potenziale rialzo oltre lo strike.

Questa strategia, sempre più popolare, genera reddito costante ma limita i guadagni in fasi di bull market.

La crescita esplosiva dell’open interest su IBIT rispetto ai flussi netti ETF a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi, mostra come le opzioni siano ormai la principale fonte di leva nel mercato Bitcoin, superando i futures tradizionali.

Infatti, l’open interest sul CME è sceso di circa il 30% da novembre, mentre piattaforme crypto-native come Binance, Bybit e Hyperliquid hanno raccolto parte dell’eredità di quel volume, senza però mostrare un aumento sostanziale della domanda complessiva.
Di converso, oggi Il mercato delle opzioni IBIT vale circa 51 centesimi di open interest per ogni dollaro di AUM, pari a 403.000 BTC in opzioni contro 785.000 BTC detenuti dall’ETF stesso.

La concentrazione più significativa si trova sullo strike 123.000 dollari, che rappresenta il principale call wall.

A questo livello, i venditori di call hanno incassato il premio, ma sono esposti a perdite potenzialmente illimitate se Bitcoin supera lo strike.

Più il prezzo sale sopra i $123K, più questi operatori sono costretti a coprire le loro posizioni (fenomeno noto come gamma squeeze, capace di innescare accelerazioni violente verso l’alto).

Questo è uno dei motivi per cui stiamo assistendo a una decisa frenata dei prezzi, una volta approcciata l'area in questione.

Infatti, un simile set-up crea due dinamiche contrapposte:

• da un lato, i venditori di call tentano di tenere il prezzo sotto controllo tramite hedging o pressione di vendita (parliamo per lo più di investitori istituzionali, con svariate munizioni dalla loro);

• dall’altro, i compratori e i rialzisti in generale possono sfruttare la debolezza dei compratori per spingere il prezzo verso l’alto e forzare le coperture, innescando un gamma squeeze.

Il nuovo ATH ha preso di sorpresa molti di questi venditori di opzioni, che ora devono gestire la loro esposizione.

Vi rimando a questo post per ulteriori dettagli sul Call Wall IBIT.

Parallelamente, i dati on-chain mostrano che la pressione di vendita da parte dei vecchi holder sta aumentando.

Tuttavia, nonostante questo flusso, Bitcoin continua la fase di consolidamento sopra la soglia psicologica $120K: un segno della straordinaria capacità del mercato di assorbire l’offerta.

In tale contesto, sarà interessante vedere se il pullback in corso sarà una semplice legdown superficiale fisiologica o sarà necessario fare rifornimento più in profondità, magari andando a pescare liquidità nella regione $117 - $118K confermando il flip da resistenza a supporto.
Concludiamo con due parole sulle Bitcoin Treasury Companies, cioè società come Strategy (MSTR) e altre che detengono BTC nei loro bilanci.

Possiamo serenamente definire la situazione attuale come un vero e proprio “carnage”: la maggior parte di queste società è in drawdown del 60%+ dai massimi, nonostante Bitcoin abbia toccato un nuovo ATH.

Il modello “alla Saylor” (emettere debito in valute fiat e comprare BTC) resta valido in teoria, ma funziona solo se il mercato percepisce un valore aggiunto nel possesso dell’azione rispetto al Bitcoin stesso.

Oggi invece il mercato ha “compresso” il mNAV (market NAV), cioè il valore di mercato rispetto agli asset netti, risucchiando il premio: molti titoli ora sono scambiati a sconto rispetto al valore di Bitcoin sottostante, come accade ai closed-end fund quando perdono appeal (ricordiamo il Grayscale Bitcoin Trust prima della conversione in ETF).

MSTR attualmente mantiene un leggero premium sul mNAV a circa 1,3, ma se e quando Bitcoin riprenderà la corsa, Strategy non ha più scuse per non seguirlo: se non lo farà, significa che il mercato non le riconosce alcun premium per i suoi 640K BTC detenuti.

In generale, mentre Strategy ha comunque ancora molte armi a sua disposizione, la capacità della altre DAT di “riaccendere i motori” resta dubbia: infatti le altre società non hanno accesso a debito o azioni privilegiate come MSTR e continuano a diluire gli azionisti.

Per chiudere:

- la struttura di Bitcoin resta solidissima;

- Gli HODLer non hanno ceduto;

- Il prezzo ha superato nuovi massimi;

- Le ingenti vendite degli ultimi giorni non hanno invertito il trend di breve;

- Solo il gigantesco call wall IBIT è riuscito a fermare temporaneamente il rally.

Vi lascio con la segnente considerazione.

Se nello scenario di mercato attuale ignorate o non sapete leggere o operare sul mercato delle opzioni, siete in forte svantaggio rispetto agli altri investitori.

In tale ambito, vi invito caldamente a studiare il mio Master Online Trading di Opzioni, che ho creato appositamente per consentire a chiunque lo desideri di diventare un pro delle opzioni.
🎙️ È online la prima puntata di Secondo Ordine, il mio nuovo podcast su Bitcoin e mercati finanziari.

Tema, la crisi di liquidità di venerdì 10 ottobre: quando i market maker spariscono e il mercato mostra la sua vera fragilità.

Un episodio denso, per capire cosa succede quando il sistema si svuota da dentro.

🎧 Ascolta su Spotify, Apple Podcasts, Amazon Music o YouTube

Ep.1 Il Vuoto di Liquidità

YouTube: https://youtu.be/reUC77j1V1U?si=dH2S2qbBmAMkuLnr

Spotify: https://spotify.link/SoYNhPmdCXb
Analisi dei mercati 02.11.25

Dall'analisi di ottobre, sono successe molte cose.

Prima di tutto, l'evento del 10 ottobre ha tagliato le gambe sul nascere al breakout di BTC di inizio settembre, facendo rientrare la principale criptovaluta all'interno del suo range di riaccumulo e consolidamento da luglio 2025 ($107K - $117K), al netto di deviazioni standard.

Di questo ho parlato in modo più che approfondito nella prima puntata del mio podcast Secondo Ordine, a cui vi rimando per approfondire l'argomento.

Ma anche i mercati tradizionali hanno riservato molte sorprese, a partire dall'ultimo meeting del Federal Open Market Committee che ha sancito un taglio di 25 bps e, soprattutto, la fine del Quantitative Tightening a partire dal 1 dicembre 2025.

Partiamo da qui per valutare le implicazioni sui mercati tradizionali e crypto.

Dopo il FOMC di mercoledì, la Federal Reserve ha innescato la svolta che molti analisti avevano anticipato: un regime più accomodante legato a una fase in cui il rischio di deterioramento del mercato del lavoro è diventato prevalente.

Tuttavia, il mercato sta ora assumendo un atteggiamento più cauto. Le probabilità di un nuovo taglio a dicembre sono scese al 63 %, mentre quelle di una pausa sono risalite al 37 %. Il messaggio è chiaro: la Fed resta data-dependent, e il prossimo taglio non è più assunto come certo.

Con riferimento ai prossimi dati chiave, è stato confermato dunque che solo un deterioramento chiaro e improvviso del mercato del lavoro, spingerà la Fed a intervenire nuovamente.

Quel contesto, ossia il passaggio da uno scenario “low hire, low fire” (basse assunzioni, bassi licenziamenti) in mutazione verso “no hire, let’s fire”, è ancora al centro dell’analisi.

Parallelamente, è in corso un altro elemento strutturale che rafforza l’impostazione di policy accomodante: l’inflazione sta lentamente normalizzandosi. Con il tasso di inflazione core in calo e le pressioni sui salari più gestibili, la Fed ha maggiore margine per concedersi una traiettoria di tassi più morbida.

In questo quadro, alcuni analisti prevedono che nel corso del 2026 si possano realizzare tagli complessivi di 100 punti base, specialmente alla scadenza del mandato del presidente Jerome Powell e con l’ingresso di nuove “leadership” alla Fed.

Un’ulteriore componente rilevante riguarda i flussi di liquidità: le reverse repo facility della Fed (attualmente attestate a circa 50 miliardi di dollari) sono relativamente modeste rispetto al passato, ma in un contesto dove i money-market funds detengono oltre 7.400 miliardi di dollari (livello record), il potenziale di spostamento verso asset più rischiosi è significativo.

Man mano che i rendimenti sui MMF calano, investitori retail e istituzionali saranno incentivati a cercare rendimenti migliori altrove: una parte di questa massa monetaria potrebbe quindi riversarsi su azioni e obbligazioni, creando un vero e proprio “wall of cash” a supporto dei mercati finanziari. Questo spostamento è già in atto e ci si aspetta che acceleri.

Tutto ciò rafforza la narrativa di lungo periodo secondo cui nel 2026 ci aspetta uno scenario a base di liquidità crescente, tassi in discesa, occupazione che rallenta senza collassare, e mercati asset-driven più che macro-driven.

Tuttavia, il repricing delle probabilità di un ulteriore taglio dei FFR per dicembre, segnala che gli operatori non vogliono più scommettere su un easing automatico: attendono conferme dai dati del lavoro e dai flussi.

In termini operativi:

Se i prossimi dati sul mercato del lavoro mostreranno un forte peggioramento, la Fed passerà rapidamente all’azione e un taglio a dicembre diventerà probabilissimo.

Se i dati saranno moderatamente deboli, la Fed manterrà il profilo attendista e il taglio potrebbe slittare al 2026.

Se invece i dati mostreranno una forte tenuta occupazionale, la traiettoria dei tassi potrebbe rallentare ulteriormente, con una curva di riduzione più graduale nel 2026.
In conclusione, il quadro resta favorevole al rischio: tassi più bassi, liquidità in espansione, flussi pronti verso mercati più remunerativi.

Tuttavia, la finestra si è ristretta: la Fed ha implementato la prima mossa, ora tutto dipenderà dall’evoluzione del mercato del lavoro e dal comportamento dei flussi di capitale.

Il taglio a dicembre non è più automatico, ma rimane probabile se le condizioni lo permetteranno.

Passando al fronte crypto, abbiamo già accennato come l'evento di liquidazione del 10 ottobre abbia creato un vero e proprio "disaccoppiamento" tra indici azionari sui massimi storici e Bitcoin, nuovamente impantanato all'interno del suo range di consolidamento.

La recente under-performance di bitcoin rispetto al mercato azionario dunque, ha ragionevolmente la sua genesi in due danni collaterali scaturiti proprio dall'evento del 10 ottobre:

- è diventato palese a tutti che nel mercato crypto c’è molta meno liquidità organica di quanto si pensasse, soprattutto nel comparto altcoin;

- molti crypto trader sono stati letteralmente obliterati durante l’evento, dunque il profilo di domanda proveniente da quel segmento di mercato meramente speculativo, semplicemente non c’è più.

Puoi tosare una pecora centinaia di volte, ma la puoi scuoiare una volta sola.

Queste a mio avviso sono le ragioni principali dietro la price action erratica di BTC e delle altcoin.

In tale contesto, dobbiamo valutare gli impatti futuri e i possibili scenari di medio lungo termine.

Mettendola giù semplice:

1. Fino a quando BTC mantiene la soglia chiave dei $100K, restiamo in un regime di ri-accumulo e consolidamento;

2. Di converso, in caso di ritorno prolungato sotto 100.000 dollari (weekly close), dovremmo iniziare a valutare seriamente l’ipotesi di una transizione in un regime di bear market.

Al momento le mie chips sono sullo scenario 1, ma come investitore ho la tendenza a valutare sempre le probabilità dei vari output.

E anche se l'inizio di un bear market nei prossimi due trimestri è improbabile (circa 20% di probabilità), è comunque un'eventualità da considerare e coprire.

Queste valutazioni ci portano dritti al dibattito che da settimane tiene banco sul mercato crypto, in merito alla presunta durata dell'attuale ciclo rialzista:

Bitcoin rispetterà la cadenza ciclica che fino a oggi ha caratterizzato la sua giovane storia, oppore l'attuale scenario di mercato è dominato dalla liquidità e dalle dinamiche macro, con Bitcoin che inizierà a rispondere a logiche macroeconomiche, seguendo di fatto il ciclo economico?

A tal proposito, vi rimando alla seconda puntata del mio Podcast ‘Secondo Ordine’, nella quale proviamo a rispondere alla domanda, analizzando lo scenario  e la fase attuale dei ciclo.

Guarda Secondo Ordine su YouTube

Ascolta Secondo Ordine su Spotify
Analisi dei mercati del 24.11.25

Le ultime settimane sui mercati sono state caratterizzate da grandi difficoltà dei principali indici azionari e dalla brutale correzione di Bitcoin.

Oggi cerchiamo di fare il punto e comprendere cosa c’è dietro lo scenario appena descritto.

Chiaramente, il comportamento degli asset 'risk on' nelle ultime settimane è stato interpretato da molti come un segnale di fragilità: Bitcoin ha piazzato una correzione di oltre il 30%, l’S&P 500 ha frenato dopo un anno brillante e il clima generale sembra improvvisamente più pesante.

Ma il punto chiave è che non stiamo assistendo a un deterioramento strutturale della crescita, né a un improvviso aumento del rischio creditizio. Quello che sta succedendo è molto più tecnico, e affonda le radici nella dinamica delle riserve del sistema finanziario americano.

Per capirlo bisogna tornare a come funziona oggi il regime monetario.

Dopo la crisi del 2008, la Federal Reserve ha abbandonato il vecchio sistema basato sulla scarsità di riserve, in cui bastava sottrarre poca liquidità per far muovere bruscamente i tassi overnight.

Con il Quantitative Easing, le riserve sono diventate così abbondanti da appiattire completamente quella curva che un tempo determinava l’elasticità dei tassi ai cambiamenti di riserve.

In pratica, piccoli spostamenti di liquidità non producono più alcun effetto sui tassi di riferimento.

Per mantenere un livello minimo di controllo, la Fed ha quindi introdotto un “pavimento” artificiale: gli interessi sulle riserve (IORB), che impediscono ai tassi di collassare verso lo zero. E per gestire il mondo al di fuori delle banche (fondi monetari, istituzionali, soggetti che non ricevono IORB) ha creato il Reverse Repo Facility (RRP), che negli anni del Covid è esploso come un enorme assorbitore di liquidità.

Questo sistema ha funzionato egregiamente finché le riserve sono rimaste abbondanti. Ma dopo tre anni consecutivi di Quantitative Tightening, il livello di riserve e RRP rispetto agli attivi bancari è sceso vicino alla soglia più delicata: quella in cui il sistema non è più “abbondante”, bensì “quasi scarso”.

Ed è proprio qui che cominciano i problemi.

Quando le riserve diventano meno abbondanti, i tassi overnight tornano a essere più sensibili anche a minime variazioni di liquidità.

Lo spread tra SOFR e IORB, per anni estremamente stabile, ha iniziato a mostrare picchi improvvisi. Le operazioni Standing Repo Facility sono aumentate, segnalando un crescente fabbisogno di finanziamento nel mercato dei Treasury. E la volatilità del mercato dei repo, che finanzia l’intero ecosistema dei titoli di Stato, si è immediatamente riflessa nella volatilità dei Treasury stessi, misurata dal MOVE Index.

Questo è il cuore del problema.

Quando il mercato dei Treasury, che rappresenta la colonna portante del sistema finanziario globale, diventa instabile, il moltiplicatore del collaterale si contrae. In altre parole, gli operatori possono riutilizzare meno volte lo stesso Treasury come garanzia, e la leva del sistema si riduce. La conseguenza è un irrigidimento delle condizioni finanziarie non voluto, che si è riversato sui mercati azionari e crypto con un effetto domino.

La risalita del dollaro ha amplificato ulteriormente questa dinamica, sottraendo liquidità globale e rendendo più costoso il funding in valuta. Non sorprende quindi che gli asset più sensibili a queste oscillazioni (Bitcoin, tech, growth) siano stati colpiti per primi.

Per valutare la reale portata di questa stretta, dobbiamo provare a valutare l'attuale livello di liquidità nel sistema, combinando volatilità dei Treasury, condizioni del dollaro, dinamiche di credito e comportamento degli asset bancari.

Mettendo tutti questi elementi a sistema, direi che siamo ancora in una zona tipicamente associata a condizioni macro favorevoli.

Tuttavia, il ROC (rate of change) su base mensile è negativo, segnalando che la liquidità sta entrando in una fase di rallentamento, anche se non ancora di contrazione assoluta.
Gli stessi cicli di liquidità mostrano storicamente dei punti di minimo piuttosto affidabili come segnali di acquisto sia per l’S&P 500 sia per Bitcoin.

Attualmente stiamo scendendo verso uno di questi potenziali minimi, ma il movimento non è ancora completo. La volatilità dei Treasury è tuttora elevata e il dollaro rimane forte: due condizioni che difficilmente coincidono con un bottom di mercato.

Ciò non significa che ci troviamo davanti a un nuovo regime recessivo. Il quadro generale resta compatibile con un contesto espansivo, nonostante il rumore recente. Il problema è più sottile e riguarda la meccanica del funding: una sorta di “micro-tightening” tecnico portato avanti da un mix di QT (ormai agli sgoccioli), minore emissione di T-Bills, volatilità del collaterale e dinamiche stagionali di fine anno.

Finché il sistema non ritroverà un equilibrio, attraverso un calo della volatilità dei Treasury, un indebolimento del dollaro e una risalita degli indicatori di liquidità, i risk asset continueranno a muoversi in modo disordinato. Ma il quadro, nel complesso, non è compromesso: è una fase di frizione temporanea, non un cambiamento strutturale.

In sintesi: quello a cui stiamo assistendo non è un ribaltamento del ciclo economico, ma l’effetto di una soglia tecnica raggiunta troppo rapidamente dal sistema delle riserve americane.

È un fenomeno destinato a rientrare, ma nel frattempo continuerà a generare volatilità. Come sempre, sarà la traiettoria della liquidità a dettare la direzione dei mercati; e oggi quella traiettoria è in fase di rallentamento, ma non ancora di inversione.

Dal punto di vista tecnico di Bitcoin, questa mattina si registrano alcune evoluzioni interessanti.

Finalmente i funding rate aggregati sono scivolati in territorio negativo/neutrale, il che significa che il reset della leva finanziaria è stato finalmente completato con il flush sulla regione $80K.

Anche i BTC Futures della CME sono tornati in contango, dopo la pesante backwardation delle scorse settimane.

Questi sono segnali incoraggianti, in vista di una possibile cementificazione del bottom.

Tuttavia, a mio avviso la maggior criticità resta sul fronte della domanda:

- Coinbase premium ormai stabilmente in discount (prezzo su Coinbase più basso di circa 100 dollari rispetto alle controparti off shore);

- gli ETF non stanno più garantendo afflussi di capitali adeguati (e in qualche caso, sono diventati anche net seller);

- le DAT ormai non possono più comprare a causa dei rispettivi mNAV sotto 1 (a questo aggiungiamo il FUD sulll'MSCI che starebbero valutando l'esclusione di Strategy e delle altre DAT dai suoi indici).

In sostanza, i compratori strutturali degli ultimi anni hanno esaurito la loro spinta, mentre il prezzo ha violato livelli tecnici cruciali, con l’onere della domanda ormai quasi interamente sullo spot market.

In ogni modo, probabilmente presto o tardi ci sarà un rimbalzo tecnico da simili condizioni di iper venduto estremo, ma dovremo valutare se si tratterà di un semplice relief rally o di un'inversione del trend vera e propria; il rischio è che il prossimo rally incontrerà un mare di supply di chi è in attesa di uscire alla prima occasione utile o vorrà semplicemente monetizzare il rimbalzo.

Continuo a pensare che l'attuale ciclo di mercato non sia più definito dal classico schema quadriennale, ma dal contesto macro e dalle conseguenti "maree" di domanda; ma fino a prova contraria, l'ondata di domanda che ha sostenuto il bull market 2023 - 2025, con buona probabilità è agli sgoccioli.

E come se non bastasse, al momento, all'orizzonte non ci sono catalizzatori imminenti che possano alimentarne di nuove.

Chiaramente ciò non significa che nel 2026 non possa emergere un nuovo catalizzatore in grado di dare una scossa al mercato; anzi, sono convinto che sarà così.

Ma credo non sia il caso di riporre troppe speranze su una rapida ripresa.

Sono stati inflitti troppi danni strutturali alla struttura tecnica e serviranno mesi al mercato per smaltire le scorie.
Ovvio però che nel lungo periodo, una correzione così brutale non può che rappresentare una buona opportunità; d’altronde, come diceva qualcuno che conosce a fondo i mercati, le migliori opportunità finanziarie arrivano quando scorre il sangue nelle strade (metaforicamente parlando).

Tornando alla price action di breve, nel Circolo degli Investitori la scorsa settimana abbiamo piazzato un'operazione di swing trading sugli $82K.

L’order flow spot mostra un discreto tentativo da parte dei compratori di difendere la regione $80K, mentre stanno emergendo i primi segnali di potenziale capitolazione.

L'operazione è in ottica swing trade, dunque sono disposto a concedere respiro alla manovra.

Tuttavia, perdere la regione 75.000 dollari con chiusura settimanale inferiore, sarebbe un chiaro segnale di uscita.

Da una prospettiva di lungo termine invece, ritengo che l’area $80k sia ottima per accumulare sats nel proprio stack di lungo periodo, soprattutto se non si è soddisfatti delle dotazioni attuali.

E la valutazione è figlia di una considerazione precisa: ritengo che a questi prezzi BTC sia sulla soglia della sottovalutazione. E sappiamo che il momento migliore per acquistare asset di qualità, è proprio quando sono sottovalutati.

Per una valutazione più dettagliata sui fondamentali di Bitcoin e il punto della situazione “onchain”, vi invito a guardare (o ascoltare), l’ultima puntata del mio Podcast “Secondo Ordine”, dal titolo “Bitcoin: correzione o inizio di un bear market?

Buona visione
Analisi dei mercati del 03.01.2026

Buon anno a tutti. Nella nota di oggi facciamo il punto sui mercati, nel tentativo di capire cosa ci aspetta nel 2026.

Il tema che il mercato sta iniziando a prezzare con sempre maggiore convinzione è quello di un 2026 “run it hot”, cioè un anno in cui crescita nominale, utili e asset rischiosi continuano a beneficiare di una combinazione favorevole tra politica fiscale e politica monetaria, mentre l’inflazione scende. È una narrativa potente, perché mette insieme due elementi che raramente convivono a lungo: stimolo e disinflazione.

L’idea di fondo è che l’economia possa rimanere calda senza riaccendere pressioni inflazionistiche rilevanti. In questo schema, l’inflazione converge verso il 2 per cento, i rendimenti scendono o quantomeno si stabilizzano su livelli più bassi, il dollaro si indebolisce e le condizioni finanziarie tornano progressivamente accomodanti.
Questo è il contesto che rende possibile un’estensione del ciclo, non perché tutto vada bene, ma perché gli incentivi politici ed economici spingono nella stessa direzione.

Detto questo, la parte cruciale è che gran parte di questa aspettativa è già incorporata nel posizionamento degli investitori. Le attese di accelerazione nel 2026, in termini di PMI ed EPS, sono diffuse e condivise. La crescita globale degli utili viene vista come solida ma non sorprendente, con margini di upside sempre più dipendenti da shock esogeni positivi, come stimoli fiscali inattesi o interventi coordinati sul fronte globale.

Allo stesso tempo, iniziano a emergere freni strutturali, come un mercato del lavoro che si raffredda gradualmente e un contesto obbligazionario che rimane sensibile a qualsiasi segnale di eccesso di spesa o di inflazione persistente.

Il mercato, però, continua a concentrarsi sulle sorprese positive. Finché inflazione e rendimenti sorprendono al ribasso, il sistema resta in equilibrio. Anche i rischi potenziali, come un possibile picco della liquidità globale o una normalizzazione più rapida delle politiche monetarie in alcune aree, vengono per ora compensati da fattori politici ed economici molto concreti.

Prezzi dell’energia più bassi, necessità di sostenere il potere d’acquisto in vista di appuntamenti elettorali rilevanti e un riequilibrio del mercato del lavoro a favore dei datori, contribuiscono a mantenere basso il rischio di una nuova fiammata inflazionistica. Il risultato è una catena chiara: inflazione in calo, rendimenti più gestibili, dollaro meno forte.

In questo contesto, la lettura più interessante non è quella narrativa ma quella dei flussi. Qui il quadro diventa molto meno ambiguo. I flussi verso l’azionario hanno raggiunto livelli estremi, con afflussi settimanali prossimi ai massimi storici. La parte predominante di questi flussi si concentra sulle azioni statunitensi, mentre una quota minore si distribuisce tra obbligazioni, oro e altre asset class.

La caratteristica fondamentale è che questi acquisti non sono finanziati da nuova liquidità, ma da una riduzione aggressiva delle posizioni in cash. In altre parole, il rischio viene comprato svuotando i parcheggi di liquidità accumulati nei mesi precedenti.

Ancora più rilevante è il canale attraverso cui questi flussi entrano nel mercato. Negli ultimi anni si è consolidata una dinamica strutturale: indici e benchmark passivi (ETF) assorbono capitali in modo massiccio e continuo, mentre la gestione attiva continua a perdere asset.

Questo significa che una parte crescente della domanda di azioni non è il risultato di scelte discrezionali basate su valutazioni fondamentali, ma di meccanismi automatici di allocazione. È un mercato che sale grazie a flussi quasi “meccanici”, non perché qualcuno ha deciso che il prezzo è giusto.
Questo spiega perché si possono osservare contemporaneamente inflow record sugli strumenti passivi e deflussi altrettanto record dai fondi azionari tradizionali. Non è una fuga dall’azionario, è una migrazione di canale.

Il rischio non viene ridotto, viene semplicemente comprato in modo più meccanico. Ed è proprio questa meccanicità a rendere il sistema più fragile in caso di shock, perché quando il flusso si interrompe, l’aggiustamento tende a essere rapido e concentrato.

A livello settoriale emergono segnali coerenti con questa lettura. La tecnologia torna ad attrarre capitali dopo una breve pausa, mentre settori più difensivi mostrano deflussi. Sul fronte del credito, alcune aree sensibili al ciclo, come i prestiti bancari a tasso variabile, iniziano a vedere uscite significative, segnale che sotto la superficie l’appetito per il rischio non è uniforme.

Al contrario, il debito dei mercati emergenti beneficia della prospettiva di un dollaro più debole e di condizioni finanziarie globali meno restrittive.

Quando si incrociano questi flussi con gli indicatori di sentiment, il quadro diventa ancora più chiaro.

Il livello di ottimismo è elevato e si colloca in una zona che storicamente coincide con eccessi di posizionamento. Non è un segnale di fine ciclo, ma un segnale di asimmetria sfavorevole nel breve periodo.

In passato, configurazioni simili sono state seguite da correzioni di entità variabile, spesso rapide e concentrate in pochi mesi, senza necessariamente compromettere la tendenza di fondo.

Ed è qui che emerge la vera risposta alla domanda implicita su come si investe in un mercato “run it hot”. Non inseguendo l’euforia e non caricando rischio quando il sistema è già saturo. La logica che si delinea è diversa.

Restare esposti al ciclo, ma farlo attraverso asset e strutture che beneficiano della disinflazione e di rendimenti più bassi, come long zero coupon bond (come i Treasury STRIPS, dunque duration nominale pura e massima convessità su disinflazione ed easing), mid cap meno affollate, mercati emergenti e risorse reali (tramite proxy azionari come società di estrazione).

Accettare che il percorso non sia lineare, ma fatto di vuoti d’aria e pullback, e che questi episodi non rappresentino necessariamente un cambio di regime, bensì un reset del sentiment.

La sequenza più probabile, alla luce dei dati, non è quella di un top definitivo, ma quella di un mercato che alterna fasi di euforia a correzioni improvvise, seguite da un ritorno aggressivo dei compratori sui ribassi. È un ambiente in cui il rischio maggiore non è sbagliare la direzione di lungo periodo, ma il timing e la gestione della leva.

Il run it hot, se si materializza, non premia chi compra qualsiasi cosa a qualsiasi prezzo, ma chi riesce a restare nel gioco senza venire buttato fuori dal mercato nei momenti di massimo stress.

In sintesi, il quadro che emerge è quello di un mercato strutturalmente sostenuto dai flussi e dalla politica, ma tatticamente vulnerabile agli eccessi di ottimismo. In breve, il 2026 può anche rivelarsi un anno “hot”, ma il percorso per arrivarci sarà tutt’altro che lineare.

Chi confonde il trend con l’assenza di rischio, si espone a pagare caro ogni vuoto d’aria.

Chi invece riconosce la natura meccanica dei flussi e l’importanza dei reset periodici ha molte più probabilità di attraversare il ciclo senza danni permanenti.
Chi ha piacere può terminare la lettura della nota sulla mia pagina substack, dove passo anche all'analisi del mercato crypto per il 2026 dal punto di vista strategico.

Mentre oggi qui voglio analizzare il mercato da una prospettiva più tattica, per ipotizzare cosa ci aspetta nelle prossime sessioni.

Il quadro che emerge dall'analisi del mercato nel suo complesso, restituisce un setup che spesso genera movimenti violenti.

Infatti, al netto della price action "visibile", sotto la superficie si sta accumulando una tensione asimmetrica.

Il primo dato chiave è l’open interest aggregato in aumento, il che suggerisce che il mercato sta aggiungendo leva.

Quando l’OI cresce, l’energia potenziale del sistema sale: più contratti aperti implica più stop, più margine, più fragilità, e quindi più probabilità di accelerazioni improvvise quando un livello cede o viene riconquistato.

Il secondo pezzo del puzzle è il funding rate, che resta sostanzialmente neutrale.

Questo è importante perché esclude, almeno per ora, la lettura più banale da euforia long.

In pratica, la leva può continuare a stratificarsi più a lungo, ed è proprio questo che rende certe strutture pericolose: non diventano subito evidenti.

Il terzo elemento è quello che dà la direzione implicita: il CVD dei perpetual aggregati è in calo mentre il prezzo continua un grinding up lento ma costante.

Se l’aggressione netta è in vendita e il prezzo non scende, vuol dire che la vendita a mercato viene assorbita da acquisti passivi.

In termini di microstruttura, c’è una “mano” (o più di una) che compra senza inseguire, lascia che gli altri vendano a mercato, e intanto sostiene il prezzo.

È la dinamica tipica in cui si accumulano short “convinti” di avere ragione, perché vedono CVD negativo e si aspettano che prima o poi il mercato ceda. Ma se il mercato non cede e l’equilibrio si rompe, spesso lo fa contro chi ha aumentato la leva dalla parte sbagliata.

A rendere la situazione ancora più interessante c’è il layer spot.

Il CVD spot è complessivamente negativo e la pressione di vendita maggiore arriva da Coinbase, coerente con un Coinbase premium negativo.

Tradotto: la componente spot US è net seller o comunque più debole rispetto al resto del mercato.

In teoria questa dovrebbe essere una zavorra, soprattutto in un contesto in cui il prezzo sta tentando di recuperare livelli psicologici.

Eppure il mercato continua a salire, lentamente, verso $90K.

Quindi la conclusione è semplice: quelle vendite non stanno producendo effetto.

E questo o perché vengono assorbita in modo sistematico, o perché altrove c’è domanda sufficiente a neutralizzarla.

In entrambi i casi, quando le vendita diventano “inefficaci”, il rischio si sposta sugli short.

Il livello chiave è proprio $90K, non solo per la cifra tonda ma per ciò che rappresenta in termini di liquidità, stop e posizionamento.

Il fatto che BTC lo abbia già “taggato” più volte, mantenendo però una struttura coerente con OI in crescita e funding non tirato, suggerisce che il mercato stia decidendo se trasformare quel livello in una base accettata o se usarlo come “ceiling” per costruire una trappola.

Qui entra anche il contesto cross asset intraday: l’azionario ha mostrato un reversal netto, con i principali indici che hanno cancellato i guadagni di inizio sessione e sono finiti in negativo; questo mentre l’S&P 500 resta da mesi in una fase laterale, incapace di un break out decisivo.

Nonostante ciò, BTC continua a testare $90K.

Questo è un segnale doppio: forza relativa di Bitcoin, ma anche conferma che la moneta continua ad agire come proxy di rishio.
Il punto operativo non è prevedere la direzione della sessione odierna, ma capire dove risiede la fragilità.

Questo mix, OI che cresce, funding neutrale, CVD perpetual negativo con prezzo in salita, è uno dei setup più classici da “short squeeze potenziale”, perché implica accumulo di short o vendita aggressiva che viene assorbita.

Se $90K viene riconquistato e soprattutto accettato, cioè il prezzo lo trasforma in supporto, lo scenario naturale diventa un’accelerazione alimentata da stop e ricoperture.

Se invece il tentativo di breakout fallisce e i prezzi vengono riassorbiti sotto il livello, mentre l’OI continua a gonfiarsi e il Coinbase premium resta negativo, allora aumenta la probabilità di una trappola: prima si crea la convinzione, poi arriva lo shakeout, e solo dopo eventualmente si tenta di nuovo la rottura.

La price action odierna inoltre potrebbe segnalare anche una dinamica interessante: le entità che nel Q4 2025 hanno preso profitti e sono uscite dal mercato, stanno sfruttando l’inizio 2026 per riposizionarsi. Questo spiegherebbe in parte la debolezza odierna del mercato azionario e dei metalli, con forza relativa più pronunciata del mercato crypto.

Ma è chiaro che una rondine non fa primavera che prima di poter decretare questa lettura come valida o occorreranno varie giornate, se non settimane, di conferma.

In ogni caso, dopo i LTH che sembrerebbero usciti dalla fase di distribuzione, quello odierno è un altro pezzo del puzzle che si incastra nella giusta direzione.

Nota finale

Se volete seguire queste dinamiche in modo operativo, con aggiornamenti continui su posizionamento, opzioni e gestione del rischio, trovate tutto all’interno del Circolo degli Investitori.
L’Oro, il dollaro, Bitcoin e il futuro monetario

La performance dell’oro negli ultimi mesi è stata impressionante. Analizziamo le cause che hanno innescato il bull market in corso e i potenziali sviluppi futuri.

Per anni l’oro è stato trattato come un residuo del passato. Un asset senza rendimento, senza innovazione, senza narrativa tecnologica.

Una reliquia utile nei momenti di panico, ma destinata a perdere centralità in un mondo dominato da dollaro, Treasury, mercati finanziari profondi e globalizzazione.

Questa lettura oggi è sempre meno convincente.

Non è che l’oro sia improvvisamente tornato di moda per una ragione mistica, ma il contesto che per trent’anni lo aveva reso marginale è mutato profondamente, riportandolo al centro della scena.

Negli anni Novanta, dopo la fine della Guerra Fredda, il mondo si è mosso dentro un ordine molto preciso: egemonia americana, globalizzazione, inflazione in calo, deficit più gestibili, banche centrali credibili, commercio internazionale in espansione e dollaro come infrastruttura monetaria globale.

In quel mondo, detenere oro sembrava inefficiente: i Treasury americani offrivano rendimento, liquidità, profondità, garanzia istituzionale e piena integrazione nel sistema finanziario internazionale.

L’oro, al contrario, non generava alcun rendimento.

Ma quel mondo era figlio di una condizione storica specifica: unipolarità geopolitica, fiducia nel dollaro e convinzione che il sistema finanziario occidentale fosse neutrale, accessibile e politicamente sicuro.

Oggi quelle condizioni non sono più le stesse.

La quota del dollaro nelle riserve globali, se letta includendo anche l’oro a valori di mercato, è scesa sensibilmente rispetto ai picchi del passato.

Allo stesso tempo, la quota dell’oro nelle riserve delle banche centrali è risalita con forza, arrivando vicino al 30%.

Non è un dettaglio tecnico.

È il segnale che una parte crescente del mondo non vuole più concentrare la propria sicurezza finanziaria esclusivamente in attività denominate in dollari e custodite dentro l’architettura occidentale.

Il dato più importante riguarda le banche centrali emergenti. Dal 2008 in poi, gli acquisti ufficiali di oro sono stati trainati quasi interamente dai paesi emergenti.

Cina, Russia, India, Turchia e Polonia sono tra i compratori più visibili, ma la dinamica non riguarda solo i soliti sospetti.

C’è una coda sempre più ampia di paesi che stanno aumentando le riserve auree, dall’Europa dell’Est al Medio Oriente, passando per diverse economie asiatiche.

Questo conta perché le banche centrali emergenti, nel complesso, detengono ancora una quota di oro molto più bassa rispetto alle controparti dei paesi sviluppati.

E ciò lascia spazio per aumentare gradualmente la componente oro.

La ragione è semplice: per un paese emergente, l’oro non è solo un investimento ma una forma di autonomia.

Una riserva in dollari è liquida, profonda e utilizzabile nei mercati globali, ma resta anche una passività del sistema che la emette e la custodisce.

Una riserva in oro fisico, invece, non è controllata da nessuno.

Non dipende da una banca commerciale, da un’infrastruttura di pagamento, da un broker, da una clearing house o da un governo estero.

In un mondo stabile questa differenza conta poco. In un mondo frammentato, conta moltissimo.

Il congelamento delle riserve russe nel 2022 ha rappresentato uno spartiacque psicologico.

Per l’Occidente è stata una misura di pressione geopolitica.

Per molti paesi non occidentali è stata la dimostrazione che le riserve valutarie possono diventare vulnerabili se il rapporto politico con Stati Uniti o Europa si deteriora.

Da quel momento il messaggio è diventato chiaro: il dollaro resta l’asset più liquido del mondo, ma non è più percepito da tutti come un asset politicamente neutrale.
Questo non significa che il dollaro verrà abbandonato domani.

Questa è una tesi superficiale e sbagliata.

Il dollaro resta il centro del sistema finanziario globale perché nessun’altra valuta offre la stessa combinazione di profondità, liquidità, mercato dei capitali, accettazione internazionale, utilizzo commerciale e funzione di collateral.

Ma qui il punto non è la sostituzione immediata del dollaro, ma la diversificazione graduale.

E una diversificazione marginale può bastare per sostenere l’oro.

Il meccanismo agisce su tre canali.

Il primo è l’aumento fisico delle riserve auree da parte delle banche centrali.

Il secondo è l’aumento del prezzo dell’oro, che fa crescere automaticamente il peso dell’oro nelle riserve totali.

Il terzo, potenzialmente il più sottovalutato, è la possibile riduzione del peso delle riserve valutarie tradizionali, soprattutto se alcuni paesi emergenti inizieranno a usare parte dei propri dollari per finanziare difesa, energia, infrastrutture, industria nazionale e autonomia strategica.

In altre parole, la quota dell’oro nelle riserve può salire non solo perché le banche centrali comprano più oro, ma anche perché il dollaro diventa semplicemente meno dominante.

Per decenni, molti paesi emergenti hanno accumulato enormi riserve in dollari perché il modello di sviluppo era costruito attorno a export, globalizzazione e protezione implicita dell’ordine americano.

Producevano, esportavano, incassavano dollari, compravano Treasury e accumulavano riserve.

Era il circuito della globalizzazione.

Ma se il mondo entra in una fase di blocchi geopolitici, sicurezza energetica, reshoring industriale, competizione militare e protezionismo, allora quelle riserve non servono più soltanto a difendere la valuta, ma anche a finanziare sovranità.

La guerra in Ucraina, il conflitto in Medio Oriente, la vulnerabilità degli stretti marittimi, la fragilità delle alleanze tradizionali e il ritorno della spesa militare stanno spingendo molti governi a rivalutare cosa significhi davvero sicurezza.

Non solo sicurezza militare, ma anche sicurezza finanziaria, energetica e industriale.
In questo contesto, l’oro torna ad avere una funzione che i modelli finanziari classici tendono a sottovalutare.

Non protegge solo dall’inflazione, dai tassi reali negativi o dal caos di mercato.

Ma protegge dall’incertezza istituzionale del sistema stesso.

È un asset “senza cedola”, ma anche senza controparte.

Questa è la ragione per cui leggere l’oro solo attraverso i tassi reali è riduttivo.

Certo, i tassi reali contano. Il dollaro conta. E se i rendimenti reali salgono molto in un contesto in cui il dollaro si rafforza, l’oro può correggere dai prezzi attuali.

Ma la domanda ufficiale delle banche centrali ha introdotto una componente strutturale che non può essere spiegata solo con il vecchio manuale macro.

Le banche centrali non comprano oro perché devono fare trading sul prossimo dato CPI.

Lo comprano perché stanno ribilanciando la natura delle proprie riserve in un mondo meno stabile.

La storia degli anni Settanta è utile proprio per questo.

Dopo la fine di Bretton Woods, l’oro non perse centralità immediatamente nelle riserve globali.

Anzi, in un decennio segnato da inflazione, shock petroliferi e instabilità geopolitica, il prezzo dell’oro esplose.

Il suo vero declino come quota delle riserve arrivò più tardi, negli anni Novanta, quando il contesto geopolitico e macroeconomico rese il dollaro apparentemente imbattibile.

Non fu solo una questione monetaria, ma di nuovo di ordine globale.

Oggi quell’ordine è meno solido.

La Great Moderation è finita.

L’inflazione è tornata a essere una variabile politica.

I bilanci pubblici sono più fragili.

La fiducia nell’indipendenza delle banche centrali è meno scontata.

La globalizzazione non è più una forza lineare, ma un campo di battaglia.

Il commercio internazionale non è più solo efficienza, è anche dipendenza strategica.

Le riserve valutarie non sono più solo liquidità, sono anche esposizione geopolitica.
Da qui nasce il ritorno dell’oro.

Naturalmente, questo non significa che l’oro sia privo di rischi.

Dopo un rialzo importante, l’asset non è più in una zona di accumulo facile.

Anche una tesi strutturale corretta può attraversare correzioni violente, soprattutto se il dollaro rimbalza, i tassi reali risalgono o il mercato riduce temporaneamente la domanda di beni rifugio.

La differenza è che, rispetto al passato, ogni correzione dell’oro rischia di trovare compratori più profondi e meno speculativi: banche centrali, istituzioni e paesi che stanno pensando in termini di decenni, non di trimestri.

Questo è il punto operativo più importante.

L’oro non va più trattato soltanto come trade tattico da recessione o copertura temporanea contro l’inflazione; ma come asset di regime.

Un asset che beneficia della frammentazione geopolitica, della perdita di fiducia nell’universalità del dollaro e della necessità crescente, soprattutto per gli emergenti, di detenere riserve non sequestrabili, non politicamente condizionate e non legate alla solvibilità di un altro Stato.

Ma il fatto che un nuovo ordine non esista ancora non significa che il vecchio ordine sia intatto.

Ed è proprio in questa zona grigia, tra un dollaro ancora dominante ma meno incontestato e un mondo multipolare ancora incompleto ma sempre più assertivo, che l’oro sta tornando a occupare spazio.

Non come nostalgia del passato o feticcio monetario.

Ma come risposta razionale a un mondo in cui la storia, la geopolitica e il rischio di controparte sono tornati al centro della scena.

E in questo contesto, Bitcoin, il cosiddetto oro digitale, merita una menzione speciale.

Alla luce delle considerazioni precedenti, non vedo ancora all’orizzonte un Bitcoin stabilmente inserito nel bilancio di una banca centrale.

L’oro resta, per ora, l’asset più naturale per governi e riserve statali.

Ma il discorso cambia se ci spostiamo sul mondo privato:

società quotate, imprenditori, family office e individui high net worth guardano sempre più a Bitcoin come a una riserva alternativa, scarsa, liquida, globale e non legata alla solvibilità di uno Stato.

E vista la capitalizzazione ancora ridotta rispetto agli asset di riserva tradizionali, unita alla scarsità assoluta di Bitcoin, potrebbero bastare poche società quotate capaci di seguire, anche solo in parte, l’esempio di Strategy e Michael Saylor per imprimere al prezzo una nuova traiettoria rialzista di lungo periodo.

Naturalmente non sarà un percorso lineare.

Vedremo correzioni violente, fasi di euforia e momenti di disillusione.

Ma a mio avviso la direzione di fondo è tracciata: l’oro resta il grande asset di riserva del mondo statale, Bitcoin può diventare il grande asset di riserva del mondo privato.

Serviranno solo pazienza e lungimiranza per beneficiarne davvero.

Link al saggio sulla mia pagina Substack, con grafici e immagini

https://cristianpalusci.substack.com/p/loro-il-dollaro-bitcoin-e-il-futuro
Analisi dei mercati 17.05.26

Ci troviamo in una fase di mercato interlocutoria.

Gli indici azionari sono sui massimi storici, con il settore dei semiconduttori che in alcuni aspetti richiama le fasi più calde della bolla dotcom del 2001.

Nel frattempo, l'inflazione è tornata a sporcare il quadro macro sia in Europa che negli Stati Uniti.

In un simile scenario, Bitcoin è alle prese con il test decisivo che dovrà dirci se quello in corso è un semplice rimbalzo all'interno di una struttura primaria ribassista o si sta trasformando in qualcosa di più concreto.

La formula di oggi sarà la solita a cui siete abituati qui nel canale: una prima parte dedicata al mercato azionario e la seconda con un focus su Bitcoin.

Solo che l'analisi è in formato video. La trovate su YouYube e potete ascoltarla anche su Spotify
Fuori programma rispetto ai temi abituali del canale, ma secondo me vale la pena segnalarvela.

Ho pubblicato una nuova puntata di Secondo Ordine sui Balcani.

Non parla direttamente di Bitcoin o mercati, ma di un mondo perfettamente adiacente alla macro-finanza: potere privato, asset strategici, capitali del Golfo, famiglia Trump ed Europa scavalcata.

Sono partito dalle recenti proteste in Albania contro un progetto turistico su un tratto di costa protetta, ma scavando a fondo è emersa una realtà molto più articolata.

È probabilmente la puntata più vicina a un’inchiesta giornalistica che abbia fatto finora.

La trovate su YouTube:

https://youtu.be/CsUE7uGjqow