Andrea Zhok
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Antropologia / Filosofia / Politica
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Questa notte e stamane l'attacco israelo-americano è passato al livello più alto, iniziando a martellare, accanto alle infrastrutture dei trasporti, i principali centri di produzione energetica iraniana. Di pochi minuti fa è la notizia dell'inizio del bombardamento sull'isola di Kherg, cruciale per l'approvvigionamento energetico dell'Iran.

Come promesso più volte, l'IRGC ha annunciato che questo significa guerra totale e che procederà alla distruzione di tutti gli asset energetici del Golfo.

Non so se i criminali sionisti e statunitensi riusciranno nel loro intento di "spedire l'Iran all'età della pietra" (con tanti saluti alle puttanate sulla liberazione del popolo iraniano), ma quel che è certo è che se le cose procedono nella direzione presa fino in fondo, all'età della pietra ci finiremo sicuramente noi europei.

Parliamo di un potenziale shock energetico da far sembrare l'austerità del 1973-75 una passeggiata di salute. La prospettiva è quella di uno tsunami di inflazione, distruzione della mobilità privata, esplosione dei costi di produzione, distruzione del tessuto produttivo, fallimenti seriali e disoccupazione di massa.

E sia chiaro che a questa catastrofe ci hanno portato non Trump, non Nethanyahu - che fanno benissimo gli affari propri - ma le nostre politiche e l'ottusità di un elettorato incapace di uscire da schematismi retorici, un elettorato che ha consentito per almeno trent'anni a personaggi inguardabili di distruggere l'Italia e l'Europa.

Abbiamo giocato per tre decenni una partita tutta di contrapposizioni "simboliche", di fuffa sovrastrutturale, ci siamo preoccupati dei cessi unisex, dello schwa, di vietare moschee, di fare la faccia feroce con i poveracci, ci siamo riempiti la bocca di diritti umani e diritto internazionale - se e quando lo ordinava il padrone oltreatlantico - e su ciò abbiamo organizzato fuochi d'artificio dialettici nei Talk Show.
A chi parlava di sovranità alimentare, monetaria ed energetica si è risposto dandogli del fascista o del rossobruno.
A chi criticava quella demenza criminale della "austerità espansiva" si dava del populista.

E ora, come rimanenza di quella lunga stagione ci resta solo una fragilità indifendibile, che porterà a fondo tutti (tranne quella manciata di oligarchi con conti cifrati all'estero, che rientreranno solo a bocce ferme, per comprarvi la casa come nuda proprietà).
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1) Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump:
“Un'intera civiltà morirà stanotte, per non tornare mai più. Non voglio che succeda, ma probabilmente succederà.” [A whole civilization will die tonight, never to be brought back. I don’t want that to happen, but it probably will.”]

2) Il ministro della sicurezza nazionale israeliana Ben Gvir:
“Gli ho già preso tutto [ai Palestinesi]. Ora voglio togliere la vita anche a quei terroristi. È giusto, è equo, e accadrà.”
Il prossimo che oserà ripetere roba tipo: “Israele-unica-democrazia-del-Medio-Oriente” / “Stati-Uniti-leader-della-democrazia-occidentale”, sappia che non troverà più solo parole in replica.
Credo che le spiegazioni abbiano fatto il loro tempo.
Non è possibile che tutti paghino sempre per l’indottrinamento dei cretini.
———————
Nel filmato un musicista iraniano suona nei pressi della centrale elettrica di Damavand, ponendosi come "scudo umano".
Questa notte è stato raggiunto un accordo per un cessate il fuoco di quattordici giorni tra USA e Iran.
Le condizioni di questo accordo sono piuttosto sorprendenti e questo lascia pensare che si tratti di un accordo instabile.
Dell'accordo esistono come sempre due versioni, con retoriche differenti.

La versione americana è: l'Iran è stato costretto ad accettare un cessate il fuoco dagli attacchi di ieri (tra i più pesanti della guerra); la condizione tassativa che viene posta per il mantenimento del cessate il fuoco è l'apertura dello stretto di Hormuz. Quanto alle condizioni per trasformare la tregua in una pace, Trump riferisce che i 10 punti proposti dall'Iran sono una buona base negoziale su cui lavorare.

La versione iraniana è, naturalmente, alquanto diversa: gli USA e Israele sarebbero stati costretti dalla vigorosa difesa iraniana a pervenire obtorto collo ad un accordo che rappresenterebbe una chiara sconfitta. E la ragione a sostegno di questa versione sarebbe l'accettazione da parte americana dei 10 punti della proposta iraniana.

Ora, se guardiamo a questi 10 punti, se questi fossero il punto di caduta finale di un accordo di pace, sarebbe difficile dare torto all'interpretazione iraniana. Tali punti infatti recitano:

1- Gli Stati Uniti si impegnano in maniera fondata a garantire l'assenza di aggressione.
2- L'Iran manterrà il controllo sullo Stretto di Hormuz
3- Si riconosce la possibilità di arricchimento dell'uranio
4- Si revocano tutte le sanzioni primarie
5- Si revocano tutte le sanzioni secondarie
6- Si annullano tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza
7- Si annullano tutte le risoluzioni del Board of Governors USA (scongelamento fondi iraniani)
8- Verrà pagato un risarcimento all'Iran per i danni subiti
9- Tutte le forze combattenti statunitensi dalla regione devono essere ritirate
10- La guerra dev'essere fermata su tutti i fronti, compresa la lotta contro la resistenza islamica del Libano.

Ora, è abbastanza chiaro che se questi punti fossero accettati pienamente, si potrebbe parlare letteralmente di una capitolazione della coalizione Epstein.

L'espressione usata da Trump, di essere una base su cui si può lavorare (workable) è sufficientemente ambigua da consentire molte varianti.

Si potrebbe dire che questo sarebbe un esito troppo bello per essere vero, e che ci dev'essere qualcosa dietro.

Si è saputo che dietro le quinte la Cina ha spinto per il raggiungimento di questo esito negoziale, e dal punto di vista cinese si può ben capire sia l'interesse sia la capacità di spingere l'Iran su posizioni conciliatorie.

Quanto a Israele, sembra aver cercato fino alla fine di remare contro l'accordo. Nelle prime ore c'è stato anche un interessante siparietto dove Netanyahu ha dapprima sostenuto che l'accordo non includeva il fronte del Libano, salvo venir ricondotto alla moderazione da una comunicazione del Primo Ministro del Pakistan, che affermava che il Libano era incluso.

Ora, che prospettiva emerge da questo quadro?

Nell'immediato c'è un sollievo collettivo per la rapida discesa del prezzo del petrolio, attestatosi a 95 dollari al barile dai 110 dollari di ieri.

Che gli USA possano accettare integralmente quei 10 punti mi sento di escluderlo.
Anche l'accettazione della metà di essi sarebbe un trionfo per l'Iran.
D'altro canto, non credo che la dirigenza iraniana né possa né voglia accettare un accordo troppo chiaramente al ribasso, dopo gli enormi sacrifici fatti.

Dunque nei prossimi giorni ci si muoverà lungo un crinale assai sottile e la possibilità che il conflitto si reinneschi è altissima.
La mia personale impressione è che qui ci sia un unico attore, non comparso in prima persona sulla scena, che ha la capacità di condurre questa tregua nel porto sicuro di una pace duratura, ed è la Cina. La Cina ha un chiaro interesse alla preservazione della sovranità iraniana, e ha i mezzi per spingere sia gli USA sia l'Iran ad accettare condizioni indigeste. Rispetto all'Iran, la Cina è il maggior partner commerciale e la maggiore forza capace di aiutare nella ricostruzione. Rispetto agli USA, la Cina ha la capacità di minacciare credibilmente un rafforzamento delle capacità iraniane, sia militari che di resistenza economica nel lungo periodo (nel caso di una ripresa del conflitto).

Detto questo, basterà un soffio di vento, un gesto inconsulto perché l'intera regione riprenda immediatamente fuoco.
Come temuto e previsto, Israele non ha alcun interesse ad accettare né una tregua né una pace.
D'altro canto, se non fosse stato per le pressioni israeliane, questo mattatoio non avrebbe neanche avuto inizio, visto che per gli USA l'intera operazione era solo un onere (magari per i giochini in borsa di Trump no, ma Trump non governa da solo).

Appena posatasi la polvere dopo l'inizio ufficiale della tregua, Israele ha effettuato il suo più massiccio bombardamento di sempre sul Libano.
Le immagini di morte e distruzione da Beirut sono apocalittiche.

Una volta di più Israele si dimostra come la più costante minaccia alla pace e alla convivenza tra i popoli della regione.

Un'immagine simbolica di tutto ciò era ieri il rabbino capo della comunità ebraica iraniana che inveiva contro Israele, dopo che l'aviazione dell'IDF aveva distrutto la sinagoga di Teheran e la biblioteca adiacente. Le sue parole sono state: "Non ci perdoneranno mai di essere ebrei antisionisti."

Israele, con il suo fanatismo, con il suo potenziale militare, con il suo suprematismo etnico, è una minaccia esistenziale per il mondo intero.

L'Iran non abbandonerà il Libano alla sua sorte, dunque se gli Usa non riescono a porre un freno alla frenesia idrofoba di Netanyahu, la guerra riprenderà a breve.
Nell'immagine, la visita di Hamami Lalezar, leader degli ebrei iraniani, alla sinagoga attaccata dal regime israeliano a Teheran.
La dinamica delle ultime ore dimostra una volta di più l’elevata preparazione della dirigenza iraniana.

L’attacco violentissimo su Beirut di ieri da parte dell’aviazione israeliana, effettuato immediatamente dopo l’entrata in vigore della tregua, voleva essere un modo per sabotare la tregua stessa. Nelle stesse ore anche un drone di ricognizione israeliano è entrato in territorio iraniano, provocando la risposta della contraerea (formalmente un attacco, ma senza danni).

Israele contava sulla reazione immediata degli iraniani, che avrebbe riaperto immediatamente il conflitto, bruciando lo spazio della trattativa (e, invero, era anche quello che mi aspettavo io).
È chiaro, tuttavia, che in questo momento si sta aprendo un piccolo varco tra le intenzioni americane e quelle israeliane. Gli USA, che non avevano dall’inizio nessun serio motivo per entrare nel conflitto, stanno cercando una via d’uscita che appaia onorevole sul fronte interno. Israele desidera una prosecuzione illimitata del conflitto (ma naturalmente, a condizione di avere il Troll americano al guinzaglio, altrimenti da solo non riuscirebbe a reggere un confronto militare prolungato).

La dirigenza iraniana ha risposto al bombardamento del Libano richiudendo lo stretto di Hormuz (riaperto nominalmente per pochi minuti), ma senza lanciare missili. Così facendo hanno messo gli USA nella difficile posizione o di avallare la strage di Beirut – che sta suscitando orrore anche presso molti alleati degli USA – o di lasciare ad Israele la responsabilità di proseguire il conflitto da solo. Per il momento gli americani stanno facendo esercizi di equilibrismo, da un lato affermando che la tregua non includeva il Libano (ma sono stati smentiti proprio dai mediatori pakistani, unica terza parte direttamente coinvolta), e dall’altro minacciando di riprendere la guerra se lo stretto non verrà riaperto (ma a questa eventualità gli iraniani erano già preparati).

In questo contesto c’è un ulteriore fatto da considerare, ovvero che Trump entro venti giorni dovrà chiedere il permesso al Congresso per proseguire la guerra. Il Presidente ha infatti 60 giorni di iniziativa militare autonoma (ipoteticamente solo per l’immediata difesa da attacchi, ma sono riusciti a presentare l’ennesima guerra di aggressione come autodifesa); dopo 60 giorni deve ottenere un via libera dal Congresso (anche se c’è la possibilità di una proroga di ulteriori 30 giorni nel caso ci sia la necessità di questo periodo per mettere in salvo le truppe esposte). Ora, la maggioranza congressuale per approvare una prosecuzione del conflitto al momento non c’è. Dunque Trump ha un orizzonte di tempo limitato per uscire dall’imbuto in maniera almeno formalmente accettabile.

Mantenendo la pressione sullo stretto, senza riprendere il conflitto guerreggiato, l’Iran utilizza la sua leva più forte lasciando al contempo margini per una possibile de-escalation. Considerando che tra le truppe americane non è più molto popolare l'idea di andare a morire per salvare il culo alla nazione più odiata della Via Lattea, il tempo gioca a favore dell'Iran.

In questo contesto c’è da aspettarsi qualche ennesima provocazione israeliana, che getti benzina sul fuoco della guerra guerreggiata.

Stiamo a vedere.
Segnalo per gli interessati, questo sabato presso il circolo "Maritain", a San Martino in Rio (Reggio Emilia), h. 16.15
L'ultima, astuta, mossa di Netanyahu è quella di dirsi pronto a negoziare con il governo libanese, ponendo, come condizione per la tregua sul terreno, il disarmo di Hezbollah.

Macron ha immediatamente colto la palla al balzo per ritornare almeno marginalmente protagonista in Medio Oriente, e ha annunciato che fornirà risorse e armamenti all’esercito libanese (implicitamente in chiave anti Hezbollah).

Per capire cosa è Hezbollah per il Libano, bisogna ricordare qualche antefatto.

Nel 1978 Israele aveva tentato una prima invasione del Libano, con l’operazione "Litani".
Nel 1982, con l’Operazione “Pace in Galilea”, Israele ha invaso una seconda volta il Libano. Hezbollah nacque come coordinamento di milizie sciite per contrastare l’invasione israeliana. E ci riuscirono così bene che nel 1985 Israele si ritirò dal Libano meridionale.
Nel 2006 Israele tentò di nuovo un’invasione del Libano meridionale, ma dopo 34 giorni fu respinto dalle forze di Hezbollah.

Hezbollah è l’unica organizzazione armata libanese che abbia mostrato la capacità e la volontà di difendere il proprio paese dagli attacchi israeliani. La semplice verità è che l’esercito libanese non ha mai fatto niente di significativo per difendere il Libano dalle aggressioni israeliane. L’esercito libanese fa essenzialmente attività di polizia al proprio interno.
Senza Hezbollah il Libano sarebbe da tempo un altro “territorio occupato”.
Continuare ad attendersi che Orban facesse il "lavoro sporco" (così si chiama oggi il buon senso) impedendo a Ursula e Kaja di portarci allo scontro frontale con la Russia era comprensibile, ma stolido.

Se verranno meno i veti ungheresi alle politiche suicide della Commissione Europea, forse sarà il momento in cui qualcuno comincerà a muovere il culo senza usare il paravento del "cattivo Orban".

O forse no.

Sappiamo tutti che carriere come quelle di Ursula e Kaja si fanno non per meriti morali o intellettuali, ma in quanto burattini che danno garanzie a gruppi di potere operanti dietro le quinte.

E il meccanismo delle odierne società "liberaldemocratiche" è stato pensato per isolare il potere dalle volontà popolari.

Chi è più in basso nella catena alimentare subisce di più le conseguenze delle scelte idiote dei vertici, è più incazzato, ha meno da perdere, ma ha anche meno potere per farsi sentire al vertice.

Chi ha di più, come medie o grandi imprese, è comunque ricattabile, perché in un sistema altamente competitivo basta perdere una commessa o subire un controllo fiscale o essere oggetto di uno scandalo montato ad arte, per perdere quote di mercato.

Il sistema dunque è tale che chi non ha niente da perdere e rabbia a sufficienza, ha però potere zero e zero capacità di autoorganizzazione; al crescere del potere cresce sia la tolleranza per il sopruso che, in parte, la ricattabilità.

Il meccanismo è stato studiato bene e dunque, molto semplicemente, andremo a sbattere.

La condotta criminale di chi ha lavorato costantemente per svendere le nazioni europee a gruppi multinazionali e la politica europea ai desiderata israeloamericani non sta trovando ostacoli rilevanti.

Dunque, tolto di mezzo l'ostacolo Orban, il moto di collisione con l'iceberg accelererà, con energia razionata e a costi esorbitanti, con interi settori industriali fuori mercato, disoccupazione esplosiva, ulteriore compressione salariale, inflazione, e quel poco di margine economico impiegato in commesse militari (infatti, per fare favori a terzi ci siamo creati nemici che prima non avevamo, e ora, giustamente, dovremo difenderci.)

Vorrei dire che c'è una via d'uscita, ma gli unici eventi "salvifici" al momento possibili sono una imprevedibilmente rapida risoluzione delle crisi ucraina e medioorientale. Altrimenti, per quanto riguarda la nostra traiettoria di continente europeo legato all'istituzione UE, siamo destinati ad andare a sbattere.

C'era una vecchia battuta di Petrolini a teatro, che di fronte a un'offesa proveniente dal loggione volgeva lo sguardo in alto verso lo spettatore ostile, dicendogli con un sorriso:
"Tranquillo, io mica ce l'ho con te...
Ce l'ho con quello vicino a te, perché non ti butta di sotto."

Ecco, io non ce l'ho con le von der Leyen, le Kallas, la Commissione Europea.
Ce l'ho con quelli - poteri pubblici e privati - che verranno anch'essi travolti - che, pur potendo farlo, non le buttano di sotto.
Continua a girare questa fiaba derelitta per cui l'aggressione americana all'Iran sarebbe comprensibile e persino utile, avendo come fine uno strangolamento della Cina.

Ho addirittura sentito editorialisti spiegare che Trump sta aiutando le partite IVA italiane perché colpisce la "concorrenza sleale" cinese.

Ok, giusto per intenderci.
La Cina è sicuramente disturbata dalla guerra nel Golfo Persico, lo è per l'approvvigionamento di idrocarburi a basso costo e lo è perché è un grande spazio commerciale che momentaneamente si chiude.

Tuttavia la Cina ha diretto accesso alle eccedenze di petrolio e gas naturale russo (quelle eccedenze che l'Europa genialmente ha liberato, perché noi quando ci sono violazioni del diritto internazionale, signora mia...).
Dunque tanto la guerra nel Golfo Persico che l'attuale secondo blocco di Hormuz da parte americana alla Cina producono poco più di un prurito.

Al contempo, chi parla di "concorrenza sleale" della Cina è rimasto all'epoca in cui la Cina produceva grandi quantità di prodotti a basso valore aggiunto e a prezzi competitivi per i bassi salari. Solo che negli ultimi 20 anni i salari industriali cinesi sono diventati i più alti dell'intera Asia e i prodotti industriali cinesi sono tra quelli a maggior valore aggiunto.

Dunque, per capirci, la Cina sta scalzando l'Occidente (e l'Europa in particolare) come "officina del mondo", sta occupando fette di mercato industriale e tecnologico sempre più grande, sta al contempo aumentando il proprio potere d'acquisto interno, diventando essa stessa un grande mercato, e sta ottenendo petrolio a costi competitivi dai suoi vicini, Russia in testa.

Lo sta facendo serenamente, anche perché l'unica vittima sacrificale della guerra di aggressione israelo-americana all'Iran è - chi se lo sarebbe mai aspettato? - proprio l'Europa.

Quell'Europa che, dopo essersi ripetutamente sparata su entrambi i piedi e nelle mutande, sanzionando l'Iran, lasciandosi distruggere il North Stream 2, rinunciando al petrolio russo, litigando con la Cina per la via della seta, sanzionando il mercato russo e delocalizzando le industrie in Asia (per poter abbassare i salari al proprio interno), ora, di fronte alla doppia chiusura ermetica del Golfo Persico si ritrova:
senza approvvigionamenti energetici,
con mercati di sbocco ristretti per le proprie merci,
con costi di produzione fuori mercato,
con un mercato interno impoverito dalla perdita di potere d'acquisto dei propri lavoratori,
e con Lady Ursula che ti spiega, con il suo sorrisetto da garrota, che:
1) "l'energia meno costosa è quella non usata" (ricordate "Take that Putin!" rinunciando alla doccia calda? quella roba là) e che
2) il nostro errore è stato di non essere stati ancora più veloci nell'elettrificazione del sistema (mentre il 90% della produzione di impianti fotovoltaici è oramai cinese).

In un'immagine. Ci siamo confezionati un nodo scorsoio facendo terra bruciata verso tutti i partner utili, ci siamo messi un cappio al collo indebolendo il nostro tessuto industriale e il mercato interno, abbiamo insaponato il cappio inventandoci un green deal per fare qualche favore a zii e cugini dei commissari europei, e infine, quando gli americani hanno dato un calcio alla sedia, abbiamo cercato con voce strozzata di ringraziarli per il GPL a prezzi esorbitanti.

Orgoglio europeo.