Ieri la conferenza su “Russofilia Russofobia Verità”, già boicottata due volte, si è tenuta a Napoli, protagonisti Angelo D'Orsi e Alessandro DI Battista. Al termine della conferenza una folta claque presente tra il pubblico si è alzata con addosso magliette dell'Ucraina, urlando a squarciagola domande retoriche tipo "Chi vi paga?", cioè domande che non sono tali, ma sono in effetti ingiurie. Alla resistenza di alcuni astanti a questa azione di disturbo, alcuni hanno cominciato a lamentarsi della scarsa democraticità per non aver risposto alle domande (tipo che se ti chiedono "A che ora tua madre smette il turno sul raccordo anulare?" devi rispondere educatamente dandogli un orario - e non invece con una sacrosanta testata sul setto nasale.)
Ora, qui gli organizzatori politici del sabotaggio sono i soliti noti: Radicali, + Europa et similia, ma qui c'è stato anche il sostegno di elementi della comunità ucraina locale. Napoli, come molte altre città italiane ed europee, ospita una folta comunità di profughi ucraini e questo fatto credo sia stato finora sottovalutato nella sua portata.
L'Ucraina ha esportato in questi anni - grazie alle leggi europee che lo consentivano - milioni di propri cittadini in una moltitudine di città europee. Come è emerso da dati sul traffico social, tra gli ucraini, la maggior parte dei più acerrimi sostenitori della prosecuzione ad oltranza della guerra sono proprio ucraini fuggiti all'estero.
Il sostegno degli ucraini alla guerra alberga soprattutto tra gli imboscati all'estero, mentre in patria l'auspicio di una rapida conclusione, anche con sacrifici territoriali, appare maggioritario.
Alla luce della chiusura del conflitto, che potrebbe non essere distante (io scommetterei su una tempistica di 6 mesi), un problema con cui temo avremo a che fare in futuro sarà precisamente la presenza di folti gruppi di nazionalisti ucraini nel cuore di tutte le città europee.
Sono certo che molti cittadini ucraini vorranno soltanto vivere pacificamente, ma la rilevanza di una diaspora di ipernazionalisti - peraltro connessi con l'area con la massima circolazione di armi di contrabbando al mondo - rappresenterà un serio problema. Tutte le comunità all'estero, soprattutto se arrivate insieme in tempi brevi, tendono a costituirsi in associazioni di muto supporto, e la storia ricorda come tali associazioni abbiano un'elevata tendenza ad essere contigue ad organizzazioni a delinquere (questa è la storia della mafia italiana o irlandese negli USA).
Questa guerra, come tutte le guerre, lascerà strascichi di odio e risentimento. Ma avere folti gruppi di nazionalisti (o, diciamolo, senz'altro di simpatizzanti neonazisti), con accesso facilitato ad armi di contrabbando, nel cuore delle maggiori città d'Europa rappresenta un potenziale di rischio enorme.
Tale rischio può prendere sia la forma tradizionale dell'ordinario crimine organizzato, sia quello della fornitura di manodopera spendibile per operazioni alimentate da poteri occulti e servizi segreti. E questa seconda opzione - tutt'altro che inedita - è di gran lunga più pericolosa e probabile della prima.
Ora, qui gli organizzatori politici del sabotaggio sono i soliti noti: Radicali, + Europa et similia, ma qui c'è stato anche il sostegno di elementi della comunità ucraina locale. Napoli, come molte altre città italiane ed europee, ospita una folta comunità di profughi ucraini e questo fatto credo sia stato finora sottovalutato nella sua portata.
L'Ucraina ha esportato in questi anni - grazie alle leggi europee che lo consentivano - milioni di propri cittadini in una moltitudine di città europee. Come è emerso da dati sul traffico social, tra gli ucraini, la maggior parte dei più acerrimi sostenitori della prosecuzione ad oltranza della guerra sono proprio ucraini fuggiti all'estero.
Il sostegno degli ucraini alla guerra alberga soprattutto tra gli imboscati all'estero, mentre in patria l'auspicio di una rapida conclusione, anche con sacrifici territoriali, appare maggioritario.
Alla luce della chiusura del conflitto, che potrebbe non essere distante (io scommetterei su una tempistica di 6 mesi), un problema con cui temo avremo a che fare in futuro sarà precisamente la presenza di folti gruppi di nazionalisti ucraini nel cuore di tutte le città europee.
Sono certo che molti cittadini ucraini vorranno soltanto vivere pacificamente, ma la rilevanza di una diaspora di ipernazionalisti - peraltro connessi con l'area con la massima circolazione di armi di contrabbando al mondo - rappresenterà un serio problema. Tutte le comunità all'estero, soprattutto se arrivate insieme in tempi brevi, tendono a costituirsi in associazioni di muto supporto, e la storia ricorda come tali associazioni abbiano un'elevata tendenza ad essere contigue ad organizzazioni a delinquere (questa è la storia della mafia italiana o irlandese negli USA).
Questa guerra, come tutte le guerre, lascerà strascichi di odio e risentimento. Ma avere folti gruppi di nazionalisti (o, diciamolo, senz'altro di simpatizzanti neonazisti), con accesso facilitato ad armi di contrabbando, nel cuore delle maggiori città d'Europa rappresenta un potenziale di rischio enorme.
Tale rischio può prendere sia la forma tradizionale dell'ordinario crimine organizzato, sia quello della fornitura di manodopera spendibile per operazioni alimentate da poteri occulti e servizi segreti. E questa seconda opzione - tutt'altro che inedita - è di gran lunga più pericolosa e probabile della prima.
La ragione per cui niente si muoverà nelle coscienze europee, la ragione per cui nonostante in moltissimi vedano l'attuale degenerazione dello stato di diritto, del rispetto dei diritti umani, dell'indipendenza della magistratura, della libertà di stampa ed espressione, ecc., la ragione per cui nonostante tutto questo le indignazioni saranno minoranza e prevarranno quelli che fanno spallucce, è molto semplice.
La maggior parte della popolazione agisce inconsciamente sulla scorta di un meccanismo di pensiero, di un sillogismo vincente, governato dall'informazione tossica.
La premessa materiale del sillogismo è data dalla persuasione che in ogni "altrove" rispetto all'Occidente viga la barbarie, l'oppressione sanguinaria, il dispotismo arbitrario, la legge della giungla. Le teste degli europei - più in generale degli occidentali - sono farcite come tacchini natalizi di luoghi comuni creati ad arte, immagini icastiche, pensierini a manovella: "In Russia ti fanno sparire senza tanti complimenti", "Se non ti piace la nostra libertà di stampa perché non te ne vai in Cina?", "In Iran se non metti il velo ti mettono in galera", "Maduro è un dittatore brutale ed illegittimo", ecc. ecc.
Questo strato di fondo di banalità orecchiate, sciocchezze inventate, fotogrammi senza contesto, spesso pure e semplici leggende metropolitane è coltivato accuratamente nel corso degli anni dalla stampa, che costruisce in questo modo - anche in tempo di pace, anche quando non serve immediatamente - un retroterra di demonizzazione a basso voltaggio di tutto il resto del mondo.
Questo strato deve la sua efficacia proprio al fatto di essere disseminata e alimentata nel lungo periodo, senza l'urgenza di essere usata, come una sorta di sfondo mitologico indiscutibile.
Il cittadino europeo medio non ha la più pallida idea neppure di come si vive alla periferia della sua città, non conosce la vita o i problemi di chi vive sul suo stesso pianerottolo, e tuttavia gli arrivano comodamente a domicilio saldissime certezze intorno a quanto oppressiva e umiliante sia l'esistenza in Cina, in Russia, in Iran, a Cuba, in Venezuela, o in molti altri paesi, paesi enormi, complessi, in cui non ha mai messo piede se non forse per una vacanza in un villaggio turistico.
Una volta che questo sfondo di screditamento e denigrazione è inerzialmente presente nella nostra visione del "mondo altrui", le classi dirigenti occidentali hanno mano libera per le peggio porcate.
Infatti, di fronte a ogni inguardabile schifezza, di fronte ad ogni abuso manifesto, ad ogni ingiustizia sfacciata, si può sempre premere il pulsante mentale dell'ACQUIESCENZA COMPARATIVA:
"Sì, è uno schifo, ma comunque è pur sempre meglio qui che altrove."
"Sì, tutto questo è orribile, ma comunque, con tutti i limiti, siamo fortunati a vivere qua e non altrove."
"Sì, l'ingiustizia impera, ma teniamocela stretta perché l'alternativa sarebbe ben peggiore."
Qui, come in moltissimi altri casi, la responsabilità del sistema mediatico, la criminale complicità del giornalismo mainstream è una volta di più decisiva.
La maggior parte della popolazione agisce inconsciamente sulla scorta di un meccanismo di pensiero, di un sillogismo vincente, governato dall'informazione tossica.
La premessa materiale del sillogismo è data dalla persuasione che in ogni "altrove" rispetto all'Occidente viga la barbarie, l'oppressione sanguinaria, il dispotismo arbitrario, la legge della giungla. Le teste degli europei - più in generale degli occidentali - sono farcite come tacchini natalizi di luoghi comuni creati ad arte, immagini icastiche, pensierini a manovella: "In Russia ti fanno sparire senza tanti complimenti", "Se non ti piace la nostra libertà di stampa perché non te ne vai in Cina?", "In Iran se non metti il velo ti mettono in galera", "Maduro è un dittatore brutale ed illegittimo", ecc. ecc.
Questo strato di fondo di banalità orecchiate, sciocchezze inventate, fotogrammi senza contesto, spesso pure e semplici leggende metropolitane è coltivato accuratamente nel corso degli anni dalla stampa, che costruisce in questo modo - anche in tempo di pace, anche quando non serve immediatamente - un retroterra di demonizzazione a basso voltaggio di tutto il resto del mondo.
Questo strato deve la sua efficacia proprio al fatto di essere disseminata e alimentata nel lungo periodo, senza l'urgenza di essere usata, come una sorta di sfondo mitologico indiscutibile.
Il cittadino europeo medio non ha la più pallida idea neppure di come si vive alla periferia della sua città, non conosce la vita o i problemi di chi vive sul suo stesso pianerottolo, e tuttavia gli arrivano comodamente a domicilio saldissime certezze intorno a quanto oppressiva e umiliante sia l'esistenza in Cina, in Russia, in Iran, a Cuba, in Venezuela, o in molti altri paesi, paesi enormi, complessi, in cui non ha mai messo piede se non forse per una vacanza in un villaggio turistico.
Una volta che questo sfondo di screditamento e denigrazione è inerzialmente presente nella nostra visione del "mondo altrui", le classi dirigenti occidentali hanno mano libera per le peggio porcate.
Infatti, di fronte a ogni inguardabile schifezza, di fronte ad ogni abuso manifesto, ad ogni ingiustizia sfacciata, si può sempre premere il pulsante mentale dell'ACQUIESCENZA COMPARATIVA:
"Sì, è uno schifo, ma comunque è pur sempre meglio qui che altrove."
"Sì, tutto questo è orribile, ma comunque, con tutti i limiti, siamo fortunati a vivere qua e non altrove."
"Sì, l'ingiustizia impera, ma teniamocela stretta perché l'alternativa sarebbe ben peggiore."
Qui, come in moltissimi altri casi, la responsabilità del sistema mediatico, la criminale complicità del giornalismo mainstream è una volta di più decisiva.
IL COMPITO CHE CI SPETTA
In ogni momento storico ci sono molte cause degne, alcune cause urgenti, ma una causa cruciale, una ragione inderogabile per mobilitarsi.
Nell’epoca e nel luogo che ci è capitato di abitare questo movente cruciale ed inderogabile dev’essere il rifiuto della guerra.
Rifiutare la guerra è qualcosa di molto più complesso e strutturato di un generico pacifismo, di uno “stato d’animo” irenico. Ci possono essere molte forme di guerra, talvolta esistono anche guerre necessarie, ma nel contesto in cui viviamo l’evocazione della guerra è un atto gratuito e motivato da ragioni accuratamente dissimulate, in effetti un atto criminale.
L’attuale insistente strategia che fomenta uno stato di guerra in Europa non ha, ovviamente, nulla a che fare con la realtà di un’esigenza difensiva. Ciò si mostra sia nel fatto che la minaccia di una guerra di conquista russa dell’Europa è una sciocchezza fuori dal mondo, sia nel modo in cui le presunte esigenze difensive sono gestite.
Che la Russia non abbia né l’interesse né la capacità di conquistare l’Europa è un’ovvietà per chiunque non si sia bevuto il cervello (o continui a leggere la stampa di regime): la Russia con i suoi 17 milioni di kmq è più di quattro volte l’UE, ma è abitata da soli 145 milioni di abitanti, un terzo degli abitanti dell’UE. Il principale problema storico della Russia è tenere insieme il suo impero con una popolazione relativamente esigua, non certo sovraestendersi acquisendo nuove terre abitate da popolazioni ostili. È peraltro lo stato con la maggiore dotazione di risorse naturali al mondo, dunque supporre che vada alla ricerca di nuove risorse è ridicolo.
Il modo di impostare la presunta strategia difensiva europea è inoltre palesemente insensata sul piano tecnico, giacché non parte da un’analisi degli scenari di guerra plausibili e dalle esigenze specifiche da soddisfare sul piano tecnologico e militare, ma parte da un budget. Ciò che preme ai governi europei è infatti stabilire quanti soldi potranno estrarre dalle tasche dei propri cittadini, non quali mirate esigenze difensive il proprio paese richieda.
Ma quando si parla di guerra oggi bisogna comprendere bene come si stratifichi la pulsione bellica. Essa opera su tre livelli distinti, che possono presentarsi congiuntamente o separatamente.
1) Il primo livello è quello proposto retoricamente come primario. Esso consiste nella rappresentazione del nemico come pericolo incombente e nel fomentare una disposizione bellicosa nella propria cittadinanza. Non passa giorno che i giornali di tutta Europa non diano il loro pio contributo all’isteria bellicista. Il meccanismo mentale è noto e perseguito senza remore; sanno che forza di ripetere le stesse narrazioni manipolative, queste gradatamente aumentano di plausibilità psicologica in fasce sempre più ampie della popolazione. Bisogna presentare a getto continuo eventi ordinari come minacce straordinarie, bisogna insinuare nella popolazione il dubbio di essere già subdolamente sotto attacco da parte del nemico, e bisogna avviare passi sempre più decisi in direzione di una preparazione materiale alla guerra. In epoca di guerra ibrida e tecnologica è facile sfruttare l’opacità dei sistemi che abitiamo per insinuare il sospetto che un black-out o un bug informatico siano opera del nemico, e che tutto ciò richiede “risposte” acconce (o attacchi preventivi).
Non è detto che le classi dirigenti europee desiderino davvero la guerra, ma questo meccanismo di preparazione e provocazione combinate tende spontaneamente all’escalation e se non fermato in tempo è destinato senza scampo a sfociare in un conflitto armato diretto.
In ogni momento storico ci sono molte cause degne, alcune cause urgenti, ma una causa cruciale, una ragione inderogabile per mobilitarsi.
Nell’epoca e nel luogo che ci è capitato di abitare questo movente cruciale ed inderogabile dev’essere il rifiuto della guerra.
Rifiutare la guerra è qualcosa di molto più complesso e strutturato di un generico pacifismo, di uno “stato d’animo” irenico. Ci possono essere molte forme di guerra, talvolta esistono anche guerre necessarie, ma nel contesto in cui viviamo l’evocazione della guerra è un atto gratuito e motivato da ragioni accuratamente dissimulate, in effetti un atto criminale.
L’attuale insistente strategia che fomenta uno stato di guerra in Europa non ha, ovviamente, nulla a che fare con la realtà di un’esigenza difensiva. Ciò si mostra sia nel fatto che la minaccia di una guerra di conquista russa dell’Europa è una sciocchezza fuori dal mondo, sia nel modo in cui le presunte esigenze difensive sono gestite.
Che la Russia non abbia né l’interesse né la capacità di conquistare l’Europa è un’ovvietà per chiunque non si sia bevuto il cervello (o continui a leggere la stampa di regime): la Russia con i suoi 17 milioni di kmq è più di quattro volte l’UE, ma è abitata da soli 145 milioni di abitanti, un terzo degli abitanti dell’UE. Il principale problema storico della Russia è tenere insieme il suo impero con una popolazione relativamente esigua, non certo sovraestendersi acquisendo nuove terre abitate da popolazioni ostili. È peraltro lo stato con la maggiore dotazione di risorse naturali al mondo, dunque supporre che vada alla ricerca di nuove risorse è ridicolo.
Il modo di impostare la presunta strategia difensiva europea è inoltre palesemente insensata sul piano tecnico, giacché non parte da un’analisi degli scenari di guerra plausibili e dalle esigenze specifiche da soddisfare sul piano tecnologico e militare, ma parte da un budget. Ciò che preme ai governi europei è infatti stabilire quanti soldi potranno estrarre dalle tasche dei propri cittadini, non quali mirate esigenze difensive il proprio paese richieda.
Ma quando si parla di guerra oggi bisogna comprendere bene come si stratifichi la pulsione bellica. Essa opera su tre livelli distinti, che possono presentarsi congiuntamente o separatamente.
1) Il primo livello è quello proposto retoricamente come primario. Esso consiste nella rappresentazione del nemico come pericolo incombente e nel fomentare una disposizione bellicosa nella propria cittadinanza. Non passa giorno che i giornali di tutta Europa non diano il loro pio contributo all’isteria bellicista. Il meccanismo mentale è noto e perseguito senza remore; sanno che forza di ripetere le stesse narrazioni manipolative, queste gradatamente aumentano di plausibilità psicologica in fasce sempre più ampie della popolazione. Bisogna presentare a getto continuo eventi ordinari come minacce straordinarie, bisogna insinuare nella popolazione il dubbio di essere già subdolamente sotto attacco da parte del nemico, e bisogna avviare passi sempre più decisi in direzione di una preparazione materiale alla guerra. In epoca di guerra ibrida e tecnologica è facile sfruttare l’opacità dei sistemi che abitiamo per insinuare il sospetto che un black-out o un bug informatico siano opera del nemico, e che tutto ciò richiede “risposte” acconce (o attacchi preventivi).
Non è detto che le classi dirigenti europee desiderino davvero la guerra, ma questo meccanismo di preparazione e provocazione combinate tende spontaneamente all’escalation e se non fermato in tempo è destinato senza scampo a sfociare in un conflitto armato diretto.
2) Il secondo livello è dato dalla funzione di sorveglianza e controllo sulla popolazione che l’atmosfera bellica impone. Questo è uno degli aspetti più gradevoli e affascinanti per chi detiene il potere, in quanto cancella gli orpelli dello stato di diritto senza sembrare che tale cancellazione avvenga. L’esecutivo subordina legislativo e giudiziario nel nome della “ragion di stato”, e nel nome del “bene supremo” della pubblica incolumità apre la strada ad ogni arbitrio. I recenti casi di Jacques Baud e Nathalie Yamb sono solo la punta dell’iceberg. Il sogno bagnato del potere di tutti i tempi, cioè un potere esercitato senza limiti e senza responsabilità, diviene finalmente plausibile.
3) Il terzo livello è quello originario e che consente a tutti gli altri di istanziarsi. Quando si parla di “ragion di stato”, ovviamente lo “stato” in questione non è più “res publica”, ma “res privata”. Ciò che muove l’apparato statale neoliberale a richiamare la “ragion di stato” non sono motivazioni – discutibili, ma dignitose – come la gloria patria o il benessere collettivo, ma la rispondenza alle lobby economiche del momento. Così come una pandemia è il momento giusto per consegnare l’agenda politica alle lobby farmaceutiche, similmente una guerra ai confini d’Europa è un’occasione d’oro per consegnare l’agenda politica alle lobby dell’industria bellica.
Questi tre livelli con i loro rispettivi orizzonti minano alla radice ogni forma di vita per i cittadini europei. Al minimo, si ottiene di riconvertire spesa pubblica in commesse private, di trasformare servizi ospedalieri, pensioni e pubblica istruzione in cespiti economici per gli oligarchi della finanza occidentale. In seconda istanza si stabilizza il potere entro una cerchia autoperpetuantesi, che sorveglia, censura e sanziona in forme arbitrarie, garantendosi così di non essere sfidabile da alcun contropotere. In prospettiva predispone il terreno per un conflitto sul campo, conflitto che gli oligarchi della finanza desiderano in forma circoscritta e controllata, ma che – come già avvenuto in passato – una volta iniziato nessuno è davvero in grado di circoscrivere e controllare.
Oggi, per tutti i cittadini italiani ed europei, opporsi in ogni forma legalmente percorribile all’odierna spinta bellicista è un obbligo morale, un’esigenza non sindacabile, un valore non negoziabile.
3) Il terzo livello è quello originario e che consente a tutti gli altri di istanziarsi. Quando si parla di “ragion di stato”, ovviamente lo “stato” in questione non è più “res publica”, ma “res privata”. Ciò che muove l’apparato statale neoliberale a richiamare la “ragion di stato” non sono motivazioni – discutibili, ma dignitose – come la gloria patria o il benessere collettivo, ma la rispondenza alle lobby economiche del momento. Così come una pandemia è il momento giusto per consegnare l’agenda politica alle lobby farmaceutiche, similmente una guerra ai confini d’Europa è un’occasione d’oro per consegnare l’agenda politica alle lobby dell’industria bellica.
Questi tre livelli con i loro rispettivi orizzonti minano alla radice ogni forma di vita per i cittadini europei. Al minimo, si ottiene di riconvertire spesa pubblica in commesse private, di trasformare servizi ospedalieri, pensioni e pubblica istruzione in cespiti economici per gli oligarchi della finanza occidentale. In seconda istanza si stabilizza il potere entro una cerchia autoperpetuantesi, che sorveglia, censura e sanziona in forme arbitrarie, garantendosi così di non essere sfidabile da alcun contropotere. In prospettiva predispone il terreno per un conflitto sul campo, conflitto che gli oligarchi della finanza desiderano in forma circoscritta e controllata, ma che – come già avvenuto in passato – una volta iniziato nessuno è davvero in grado di circoscrivere e controllare.
Oggi, per tutti i cittadini italiani ed europei, opporsi in ogni forma legalmente percorribile all’odierna spinta bellicista è un obbligo morale, un’esigenza non sindacabile, un valore non negoziabile.
A quanto pare alcune associazioni italiane hanno raccolto nel corso di 20 anni fino a 7 milioni di euro per sostenere Hamas.
Orsù indigniamoci tutti in coro.
Non si fa!
Non si fa perché Hamas è un gruppo armato che ha commesso atti terroristici.
Nel frattempo, solo dal 7 ottobre 2023 ad oggi gli Stati Uniti hanno trasferito 21 miliardi di dollari in aiuti militari ad Israele, che li ha usati per bombardare 7 paesi, aggredirli unilateralmente, commettere omicidi mirati di militari e civili, uccidere al minimo 65.000 palestinesi (di cui 18.400 bambini).
Questo naturalmente non è terrorismo, è legittima difesa. Se un bambino ti guarda storto una sventagliata di Uzi è il minimo.
In sostanza, se ho capito bene, 7 milioni in 20 anni per un gruppo armato a sostegno dei palestinesi è uno scandalo immorale, mentre 21 miliardi di armi in 2 anni per uno stato che ha ripetutamente agito in forme terroristiche è un lodevole dettaglio.
Non bisogna armare Hamas, i palestinesi devono solo porgere l'altra guancia - quando hanno la fortuna di averne ancora una - mentre i soldi si potevano raccogliere legittimamente solo per l'acquisto dei sacchi per le salme.
E' davvero scandaloso che questa gente non si lasci ammazzare e imbustare in silenzio.
......
......
Ma voi, sepolcri imbiancati del giornalismo e della politica, riuscite ancora a vergognarvi o dovete pagare qualcuno per farlo al vostro posto?
Orsù indigniamoci tutti in coro.
Non si fa!
Non si fa perché Hamas è un gruppo armato che ha commesso atti terroristici.
Nel frattempo, solo dal 7 ottobre 2023 ad oggi gli Stati Uniti hanno trasferito 21 miliardi di dollari in aiuti militari ad Israele, che li ha usati per bombardare 7 paesi, aggredirli unilateralmente, commettere omicidi mirati di militari e civili, uccidere al minimo 65.000 palestinesi (di cui 18.400 bambini).
Questo naturalmente non è terrorismo, è legittima difesa. Se un bambino ti guarda storto una sventagliata di Uzi è il minimo.
In sostanza, se ho capito bene, 7 milioni in 20 anni per un gruppo armato a sostegno dei palestinesi è uno scandalo immorale, mentre 21 miliardi di armi in 2 anni per uno stato che ha ripetutamente agito in forme terroristiche è un lodevole dettaglio.
Non bisogna armare Hamas, i palestinesi devono solo porgere l'altra guancia - quando hanno la fortuna di averne ancora una - mentre i soldi si potevano raccogliere legittimamente solo per l'acquisto dei sacchi per le salme.
E' davvero scandaloso che questa gente non si lasci ammazzare e imbustare in silenzio.
......
......
Ma voi, sepolcri imbiancati del giornalismo e della politica, riuscite ancora a vergognarvi o dovete pagare qualcuno per farlo al vostro posto?
CRONACHE DAL FUNERALE DELLA COSTITUZIONE
Due parole sulla sentenza della Corte Costituzionale 199 depositata qualche giorno fa ed avente per oggetto la legittimità costituzionale dell’obbligo vaccinale (e di quel paraobbligo che fu il Green Pass: non ti obbligo fisicamente ma ti tolgo lo stipendio se non lo fai).
Come ampiamente previsto e prevedibile la Consulta ha ribadito il proprio stesso lasciapassare, dato con la precedente sentenza del novembre 2022.
La motivazione della sentenza attuale, già ampiamente commentata, fa un’affermazione cruciale: l’obbligo vaccinale sarebbe stato 1) legittimato dalla necessità di tutelare la salute pubblica prevenendo i contagi, e 2) tale funzione sarebbe stata legittimata dallo stato delle conoscenze del momento (“le evidenze scientifiche disponibili all’epoca”).
Ad 1)
Già il primo punto è interessante, perché mette in campo un principio di subordinazione del diritto individuale sulla base di un’istanza di bene collettivo. Questo principio, pur essendo comprensibile, non è affatto ovvio. Non basta appellarsi retoricamente al “bene pubblico” perché questo appello sia sensato. Come la storia esemplifica in una molteplicità di casi ci si può appellare alle ragioni superiori del bene comune per giustificare le peggiori porcate. Un tale principio ha senso, se e quando lo ha, solo in quanto implementa un ragionamento utilitaristico, tale per cui i danni prodotti da una certa coercizione individuale siano più che compensati dai benefici che ricadono su tutti gli altri membri della società. E qui è interessante notare che nessuno né al tempo né oggi si è mai esercitato in una simile (complessa) valutazione utilitaristica. Per farlo sarebbe stato necessario valutare numericamente i rischi dell’inoculazione e i benefici collettivi attesi dagli effetti dell’inoculazione, e questo calcolo si sarebbe dovuto fare non in maniera forfettaria, ma per fasce di età, visto che nella fattispecie rischi e benefici erano distribuiti in maniera drammaticamente asimmetrica. Sarebbe stato bello avere a disposizione questo calcolo al tempo, in modo da avere oggi la possibilità di smontarlo. Ma a nessuno venne in mente di produrlo. Bastava la persuasione collettiva media che i benefici sovrastavano i rischi. E siccome la persuasione collettiva media era disposta dall’unisono dei media, non c’era materia del contendere. Retorica pubblica camuffata da ragione pubblica.
Ad 2)
Il secondo punto è però assai più interessante perché introduce l’idea che a giustificare l’operazione fosse sufficiente lo stato delle conoscenze del momento. Questo punto è particolarmente interessante per la semplice ragione che chiunque non si sia sistematicamente tappato occhi e orecchie oggi sa che il presupposto “scientifico” del momento era puramente e semplicemente falso. La vaccinazione non fermava la trasmissione del virus, il vaccino non era stato né prodotto né testato per avere quel risultato.
Si potrebbe dire che, poverini, mica c’avevano la sfera di cristallo, come potevano saperlo? Ecco, qui ci sono due questioni che devono essere chiarite.
Due parole sulla sentenza della Corte Costituzionale 199 depositata qualche giorno fa ed avente per oggetto la legittimità costituzionale dell’obbligo vaccinale (e di quel paraobbligo che fu il Green Pass: non ti obbligo fisicamente ma ti tolgo lo stipendio se non lo fai).
Come ampiamente previsto e prevedibile la Consulta ha ribadito il proprio stesso lasciapassare, dato con la precedente sentenza del novembre 2022.
La motivazione della sentenza attuale, già ampiamente commentata, fa un’affermazione cruciale: l’obbligo vaccinale sarebbe stato 1) legittimato dalla necessità di tutelare la salute pubblica prevenendo i contagi, e 2) tale funzione sarebbe stata legittimata dallo stato delle conoscenze del momento (“le evidenze scientifiche disponibili all’epoca”).
Ad 1)
Già il primo punto è interessante, perché mette in campo un principio di subordinazione del diritto individuale sulla base di un’istanza di bene collettivo. Questo principio, pur essendo comprensibile, non è affatto ovvio. Non basta appellarsi retoricamente al “bene pubblico” perché questo appello sia sensato. Come la storia esemplifica in una molteplicità di casi ci si può appellare alle ragioni superiori del bene comune per giustificare le peggiori porcate. Un tale principio ha senso, se e quando lo ha, solo in quanto implementa un ragionamento utilitaristico, tale per cui i danni prodotti da una certa coercizione individuale siano più che compensati dai benefici che ricadono su tutti gli altri membri della società. E qui è interessante notare che nessuno né al tempo né oggi si è mai esercitato in una simile (complessa) valutazione utilitaristica. Per farlo sarebbe stato necessario valutare numericamente i rischi dell’inoculazione e i benefici collettivi attesi dagli effetti dell’inoculazione, e questo calcolo si sarebbe dovuto fare non in maniera forfettaria, ma per fasce di età, visto che nella fattispecie rischi e benefici erano distribuiti in maniera drammaticamente asimmetrica. Sarebbe stato bello avere a disposizione questo calcolo al tempo, in modo da avere oggi la possibilità di smontarlo. Ma a nessuno venne in mente di produrlo. Bastava la persuasione collettiva media che i benefici sovrastavano i rischi. E siccome la persuasione collettiva media era disposta dall’unisono dei media, non c’era materia del contendere. Retorica pubblica camuffata da ragione pubblica.
Ad 2)
Il secondo punto è però assai più interessante perché introduce l’idea che a giustificare l’operazione fosse sufficiente lo stato delle conoscenze del momento. Questo punto è particolarmente interessante per la semplice ragione che chiunque non si sia sistematicamente tappato occhi e orecchie oggi sa che il presupposto “scientifico” del momento era puramente e semplicemente falso. La vaccinazione non fermava la trasmissione del virus, il vaccino non era stato né prodotto né testato per avere quel risultato.
Si potrebbe dire che, poverini, mica c’avevano la sfera di cristallo, come potevano saperlo? Ecco, qui ci sono due questioni che devono essere chiarite.
2.1) La prima questione ha a che fare con l’idea di “evidenze scientifiche disponibili all’epoca”. Se anche tali evidenze scientifiche all’epoca ci fossero state (e noi sappiamo che non c’erano), ciò che dovremmo chiederci è: qualunque momentanea “evidenza scientifica”, che dura lo spazio di un mattino, qualunque “prova scientifica” per cui ci siano in questo semestre degli argomenti a favore può diventare una ragione sufficiente per adottare norme legislative conformi? Per di più norme coercitive della libertà individuale? Dovrebbe essere chiaro e noto agli eccellenti giuristi – e se non gli è noto si muniscano di qualche decente storico della scienza – che i risultati scientifici prima di essere considerati probanti attraversano un lungo periodo di libera discussione e consolidamento probatorio. Solo a Hollywood c’è un “experimentum crucis” dopo di che una verità scientifica viene certificata in maniera inconcussa. Se oggi ci fosse un’epidemia di vaiolo potremmo ricorrere all’antivaiolosa sulla scorta di un’evidenza scientifica consolidata. Come tutte le evidenze scientifiche, anche quella potrebbe rivelarsi ad un certo punto labile, ma in un simile caso il giurista potrebbe legittimamente parlare di “evidenze scientifiche disponibili all’epoca”. Ma se cominciamo a considerare “evidenza scientifica disponibile all’epoca” qualunque cosa che momentaneamente, per qualche mese, viene accreditata da qualche articolo scientifico, dovrebbe essere chiaro a tutti che si apre in questo modo uno spazio infinito per ogni tipo di abuso.
L’obsolescenza degli articoli scientifici è enorme e il numero di articoli pubblicati e poi ritirati è colossale. Se qualunque governo può utilizzare qualunque “evidenza scientifica” similmente cursoria per stabilire una legislazione coercitiva emergenziale, siamo di fronte a un fatto che snatura completamente il concetto stesso di diritto.
Di fatto con un pizzico di manipolazione a buon mercato si può giustificare letteralmente qualunque cosa.
2.2) La seconda questione è ancora più clamorosa, ed è data dal fatto che al tempo quelle “evidenze scientifiche” puramente e semplicemente non c’erano. C’erano a reti unificate pagliacci in doppio petto e televirologi in libera uscita che spergiuravano che quelle evidenze ci fossero, ma non c’erano. Di più, siccome il governo doveva avere in mano la documentazione fornita dalla casa farmaceutica, in cui si scrive nero su bianco che non era stato fatto alcun test sull’efficacia dell’inoculazione intorno alla trasmissibilità, il governo ha fondato le sue decisioni consapevolmente su una menzogna (a meno che non si voglia credere che per il ministro della salute “evidenza scientifica” fosse qualche battuta dei televirologi a molla e non si fosse peritato di valutare la documentazione disponibile).
A parte la mancata documentazione, ricordo sommessamente che focolai in gruppi di vaccinati erano stati documentati sin da marzo 2021 (ricordo il primo in Scozia), e ricordo che articoli che certificavano (prima facie) come la carica virale nelle vie aeree dei vaccinati fosse eguale a quella dei non vaccinati. (Nel mio piccolo cercai, al tempo, di attrarre l’attenzione in TV su uno di questi articoli, pubblicato dal prestigioso British Medical Journal, ottenendo solo di essere dileggiato e ricavandone un’ulcera gastrica).
Ma ovviamente, se per la Corte Costituzionale, conta come “evidenza scientifica disponibile all’epoca” l’opinione pubblica media, in cui tutte le evidenze contrarie - essendo state sistematicamente screditate – non potevano in alcun modo imporsi, beh, credo sia chiaro a tutti come la china che si è presa con questa sentenza è quella della morte del diritto e del trionfo dell’arbitrio.
L’obsolescenza degli articoli scientifici è enorme e il numero di articoli pubblicati e poi ritirati è colossale. Se qualunque governo può utilizzare qualunque “evidenza scientifica” similmente cursoria per stabilire una legislazione coercitiva emergenziale, siamo di fronte a un fatto che snatura completamente il concetto stesso di diritto.
Di fatto con un pizzico di manipolazione a buon mercato si può giustificare letteralmente qualunque cosa.
2.2) La seconda questione è ancora più clamorosa, ed è data dal fatto che al tempo quelle “evidenze scientifiche” puramente e semplicemente non c’erano. C’erano a reti unificate pagliacci in doppio petto e televirologi in libera uscita che spergiuravano che quelle evidenze ci fossero, ma non c’erano. Di più, siccome il governo doveva avere in mano la documentazione fornita dalla casa farmaceutica, in cui si scrive nero su bianco che non era stato fatto alcun test sull’efficacia dell’inoculazione intorno alla trasmissibilità, il governo ha fondato le sue decisioni consapevolmente su una menzogna (a meno che non si voglia credere che per il ministro della salute “evidenza scientifica” fosse qualche battuta dei televirologi a molla e non si fosse peritato di valutare la documentazione disponibile).
A parte la mancata documentazione, ricordo sommessamente che focolai in gruppi di vaccinati erano stati documentati sin da marzo 2021 (ricordo il primo in Scozia), e ricordo che articoli che certificavano (prima facie) come la carica virale nelle vie aeree dei vaccinati fosse eguale a quella dei non vaccinati. (Nel mio piccolo cercai, al tempo, di attrarre l’attenzione in TV su uno di questi articoli, pubblicato dal prestigioso British Medical Journal, ottenendo solo di essere dileggiato e ricavandone un’ulcera gastrica).
Ma ovviamente, se per la Corte Costituzionale, conta come “evidenza scientifica disponibile all’epoca” l’opinione pubblica media, in cui tutte le evidenze contrarie - essendo state sistematicamente screditate – non potevano in alcun modo imporsi, beh, credo sia chiaro a tutti come la china che si è presa con questa sentenza è quella della morte del diritto e del trionfo dell’arbitrio.
La semplice verità – al netto di tutti i ragionamenti svolti più sopra – è che la Corte Costituzionale ha coperto pragmaticamente il governo e le sue decisioni. Lo ha fatto perché non farlo avrebbe dato la stura ad un profluvio di ricorsi e ad una delegittimazione dello stato, tutte cose che - nel momento in cui serve tenere la barra a dritta in vista del futuro orizzonte bellico - si volevano accuratamente evitare.
Dunque è tutto perfettamente comprensibile e tutt’altro che inaspettato. Solo dev’essere chiaro che qui la giustizia non c’entra più nulla. La separazione dei poteri, precondizione fondamentale per l’esistenza di uno stato di diritto è finita, e con ciò è morta la Costituzione e la democrazia che essa sanciva.
Dunque è tutto perfettamente comprensibile e tutt’altro che inaspettato. Solo dev’essere chiaro che qui la giustizia non c’entra più nulla. La separazione dei poteri, precondizione fondamentale per l’esistenza di uno stato di diritto è finita, e con ciò è morta la Costituzione e la democrazia che essa sanciva.
UNA RIFLESSIONE SU DIRITTO INTERNAZIONALE E GIUSTIZIA
Di fronte all'ennesima sfacciata violazione del diritto internazionale da parte degli USA nei confronti del Venezuela molti osservano, con qualche ragione, che il diritto internazionale non è realmente mai esistito.
Ci sono ottimi argomenti per dirlo, argomenti di principio, a partire dalle considerazioni risalenti a Hegel per cui tra stati sovrani non ci può essere tecnicamente un diritto vigente perché non esiste un organismo terzo capace di definire leggi e sanzioni efficaci per tutti gli stati.
L'ONU venne creato proprio per fornire questo organismo terzo, ma, come era prevedibile a priori, e come si è visto ampiamente nel corso del tempo, le "condanne dell'ONU" si concretizzano soltanto nei confronti di stati deboli, mentre i vertici della catena alimentare mondiale - Stati Uniti in testa - sfuggono per definizione a qualunque condanna e sentenza.
Se in un certo senso si può dunque dire che è vero che "il diritto internazionale non è mai esistito", bisogna subito aggiungere che il diritto è sempre la componente formale della giustizia. E per quanto nel mondo moderno ci sia una tendenza pervasiva a considerare reali solo gli aspetti formali, in verità senza quella cosa impalpabile e informale che è il senso di giustizia nessun diritto, nazionale o internazionale che sia, può avere senso. Noi possiamo avere la Costituzione più bella del mondo, ma se abbiamo una Corte Costituzionale priva di senso di giustizia la Costituzione rimane un promemoria senza nessuna memoria.
Se valutiamo in termini di giustizia informale ci ritroviamo subito su un piano complesso, in cui frequentemente non si ha a che fare con tagli netti tra "giusto" e "sbagliato", ma con proporzioni del giusto e dello sbagliato. Il fatto che questo tipo di valutazioni richieda senso critico e onestà intellettuale fa comunque sì che tali valutazioni siano alla portata sempre solo di esigue minoranze.
Una facilitazione per visualizzare il "più" o "meno" giusto è dato in questi casi dal confronto di casi con caratteristiche simili.
Prendiamo l'intervento di ieri delle forze armate statunitensi in Venezuela. Pur essendo un evento che è ancora in divenire, dal discorso pubblico di Trump di ieri sera possiamo evincere se non la realtà, almeno le intenzioni dell'evento bellico.
Trump, dopo aver ricordato le usuali ragioni farlocche per giustificare l'intervento (Maduro capo di un cartello di narcotrafficanti, il Venezuela che ospita "forze straniere ostili", ecc.) ha ammesso con la brutale franchezza che lo contraddistingue che d'ora in poi gli USA saranno in controllo della produzione petrolifera, di quanto viene prodotto, come e a che prezzo. Ha anche aggiunto che saranno gli USA di fatto a governare il Venezuela ("We’re going to run the country until a safe, proper, and judicious transition can take place.")
Se questo sia un wishful thinking o la realtà è troppo presto per dirlo, ma di sicuro queste sono le intenzioni dell'amministrazione americana.
Inoltre è stato ribadito con toni minacciosi rispetto alla Colombia e ad altri paesi dell'America Latina che quanto successo a Maduro può succedere a chiunque altro, se si mette di traverso (versione Trump della "dottrina Monroe").
In breve, le ragioni addotte per giustificare l'intervento sono: 1) la sicurezza interna degli USA (militare e rispetto al narcotraffico); 2) il controllo sulle fonti petrolifere (il Venezuela da solo possiede il 20% dei giacimenti mondiali, il doppio dell'Arabia Saudita); 3) Una ripresa vigorosa della dottrina Monroe, dove l'America Latina è destinata ad essere l'area di sfruttamento coloniale o neocoloniale degli USA.
Ecco, ora facciamo un breve confronto con due casi che occupano da tempo il dibattito pubblico: il rapporto tra Russia e Ucraina (specificamente Donbass), e il rapporto tra Cina e Taiwan.
Di fronte all'ennesima sfacciata violazione del diritto internazionale da parte degli USA nei confronti del Venezuela molti osservano, con qualche ragione, che il diritto internazionale non è realmente mai esistito.
Ci sono ottimi argomenti per dirlo, argomenti di principio, a partire dalle considerazioni risalenti a Hegel per cui tra stati sovrani non ci può essere tecnicamente un diritto vigente perché non esiste un organismo terzo capace di definire leggi e sanzioni efficaci per tutti gli stati.
L'ONU venne creato proprio per fornire questo organismo terzo, ma, come era prevedibile a priori, e come si è visto ampiamente nel corso del tempo, le "condanne dell'ONU" si concretizzano soltanto nei confronti di stati deboli, mentre i vertici della catena alimentare mondiale - Stati Uniti in testa - sfuggono per definizione a qualunque condanna e sentenza.
Se in un certo senso si può dunque dire che è vero che "il diritto internazionale non è mai esistito", bisogna subito aggiungere che il diritto è sempre la componente formale della giustizia. E per quanto nel mondo moderno ci sia una tendenza pervasiva a considerare reali solo gli aspetti formali, in verità senza quella cosa impalpabile e informale che è il senso di giustizia nessun diritto, nazionale o internazionale che sia, può avere senso. Noi possiamo avere la Costituzione più bella del mondo, ma se abbiamo una Corte Costituzionale priva di senso di giustizia la Costituzione rimane un promemoria senza nessuna memoria.
Se valutiamo in termini di giustizia informale ci ritroviamo subito su un piano complesso, in cui frequentemente non si ha a che fare con tagli netti tra "giusto" e "sbagliato", ma con proporzioni del giusto e dello sbagliato. Il fatto che questo tipo di valutazioni richieda senso critico e onestà intellettuale fa comunque sì che tali valutazioni siano alla portata sempre solo di esigue minoranze.
Una facilitazione per visualizzare il "più" o "meno" giusto è dato in questi casi dal confronto di casi con caratteristiche simili.
Prendiamo l'intervento di ieri delle forze armate statunitensi in Venezuela. Pur essendo un evento che è ancora in divenire, dal discorso pubblico di Trump di ieri sera possiamo evincere se non la realtà, almeno le intenzioni dell'evento bellico.
Trump, dopo aver ricordato le usuali ragioni farlocche per giustificare l'intervento (Maduro capo di un cartello di narcotrafficanti, il Venezuela che ospita "forze straniere ostili", ecc.) ha ammesso con la brutale franchezza che lo contraddistingue che d'ora in poi gli USA saranno in controllo della produzione petrolifera, di quanto viene prodotto, come e a che prezzo. Ha anche aggiunto che saranno gli USA di fatto a governare il Venezuela ("We’re going to run the country until a safe, proper, and judicious transition can take place.")
Se questo sia un wishful thinking o la realtà è troppo presto per dirlo, ma di sicuro queste sono le intenzioni dell'amministrazione americana.
Inoltre è stato ribadito con toni minacciosi rispetto alla Colombia e ad altri paesi dell'America Latina che quanto successo a Maduro può succedere a chiunque altro, se si mette di traverso (versione Trump della "dottrina Monroe").
In breve, le ragioni addotte per giustificare l'intervento sono: 1) la sicurezza interna degli USA (militare e rispetto al narcotraffico); 2) il controllo sulle fonti petrolifere (il Venezuela da solo possiede il 20% dei giacimenti mondiali, il doppio dell'Arabia Saudita); 3) Una ripresa vigorosa della dottrina Monroe, dove l'America Latina è destinata ad essere l'area di sfruttamento coloniale o neocoloniale degli USA.
Ecco, ora facciamo un breve confronto con due casi che occupano da tempo il dibattito pubblico: il rapporto tra Russia e Ucraina (specificamente Donbass), e il rapporto tra Cina e Taiwan.
Quanto al rapporto tra Russia e Donbass siamo di fronte ad una violazione del diritto internazionale già avvenuta (l'aggressione militare di uno stato sovrano è innegabilmente tale; come per gli USA l'Irak, l'Iran, la Libia, il Venezuela, ecc. ecc.).
Sul piano informale la Russia ha invaso il Donbass (come prima la Crimea) appellandosi a ragioni di sicurezza interna (minacce alla base di Sebastopoli, previsto ingresso nella Nato) e a ragioni di tutela delle popolazioni russofone.
E' abbastanza chiaro come in questo caso, diversamente dal Venezuela e da altri casi che hanno coinvolto gli USA, sia la "minaccia ai confini", sia la "tutela della popolazione" sono ragioni credibili.
La minaccia Nato sarebbe stata davvero ai confini (anzi sul suo confine più vulnerabile, coinvolgendo l'accesso navale al Mediterraneo) e la popolazione russofona in Ucraina era davvero oppressa (dalla strage di Odessa in poi). Dunque, la Russia ha una parte di torti, avendo violato il diritto internazionale, ma ha ragioni informali che rendono questa violazione comprensibile. Quanto pesare ragioni e torti lo lasciamo da parte.
Per un confronto, il Venezuela non confina con gli USA (2200 km in linea d'aria), non stava per diventare parte di una "Nato dei Brics", e non ha nessuna parentela storica o culturale con gli USA (in Venezuela si parla spagnolo, non inglese).
Prendiamo un caso al momento virtuale, ovvero il rapporto tra Cina e Taiwan. Se la Cina invadesse Taiwan sarebbe una violazione del diritto internazionale in un senso molto più limitato della Russia in Ucraina, giacché Taiwan non è uno stato pienamente riconosciuto a livello internazionale. Solo 12 stati minori riconoscono Taiwan come stato indipendente (Belize, Guatemala, Haiti, Isole Marshall, Palau, Paraguay, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine, eSwatini, Tuvalu e Città del Vaticano). Di fatto giuridicamente Taiwan ha un'esistenza dubbia come stato autonomo, ma finché gli USA non hanno avviato una politica di trasferimento di armamenti nell'isola, la Cina non pareva troppo interessata a esacerbare i rapporti con quella che considera una sorta di provincia a statuto speciale. Ora, però, anche alla luce delle tendenze indipendentiste emerse nell'isola, la Cina è seriamente preoccupata perché l'area di mare circostante Taiwan è strategica per garantire la libertà dei traffici marittimi cinesi. Geograficamente le coste cinesi sono circondate a nord dal Giappone e a sud dalle Filippine, entrambi alleati degli americani. Il Giappone fornisce agli USA oltre 120 basi militari, di cui la maggiore è ad Okinawa, le Filippine una decina, di cui la maggiore è Palawan). Se Taiwan rientrasse nell'orbita USA, di fatto gli americani sarebbero in grado di effettuare un blocco navale integrale).
Dunque, ricapitolando, se domani la Cina invadesse Taiwan sarebbe una discutibile violazione del diritto internazionale, per quanto riprovevole come ogni esercizio unilaterale di violenza. Sul piano informale le ragioni cinesi di sicurezza sarebbero ben comprensibili, e d'altro canto a Taiwan è culturalmente cinese (vi si parla il mandarino).
Ecco, domani evitate di cascare come al solito dal pero, storditi dalla sorpresa.
Sul piano informale la Russia ha invaso il Donbass (come prima la Crimea) appellandosi a ragioni di sicurezza interna (minacce alla base di Sebastopoli, previsto ingresso nella Nato) e a ragioni di tutela delle popolazioni russofone.
E' abbastanza chiaro come in questo caso, diversamente dal Venezuela e da altri casi che hanno coinvolto gli USA, sia la "minaccia ai confini", sia la "tutela della popolazione" sono ragioni credibili.
La minaccia Nato sarebbe stata davvero ai confini (anzi sul suo confine più vulnerabile, coinvolgendo l'accesso navale al Mediterraneo) e la popolazione russofona in Ucraina era davvero oppressa (dalla strage di Odessa in poi). Dunque, la Russia ha una parte di torti, avendo violato il diritto internazionale, ma ha ragioni informali che rendono questa violazione comprensibile. Quanto pesare ragioni e torti lo lasciamo da parte.
Per un confronto, il Venezuela non confina con gli USA (2200 km in linea d'aria), non stava per diventare parte di una "Nato dei Brics", e non ha nessuna parentela storica o culturale con gli USA (in Venezuela si parla spagnolo, non inglese).
Prendiamo un caso al momento virtuale, ovvero il rapporto tra Cina e Taiwan. Se la Cina invadesse Taiwan sarebbe una violazione del diritto internazionale in un senso molto più limitato della Russia in Ucraina, giacché Taiwan non è uno stato pienamente riconosciuto a livello internazionale. Solo 12 stati minori riconoscono Taiwan come stato indipendente (Belize, Guatemala, Haiti, Isole Marshall, Palau, Paraguay, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine, eSwatini, Tuvalu e Città del Vaticano). Di fatto giuridicamente Taiwan ha un'esistenza dubbia come stato autonomo, ma finché gli USA non hanno avviato una politica di trasferimento di armamenti nell'isola, la Cina non pareva troppo interessata a esacerbare i rapporti con quella che considera una sorta di provincia a statuto speciale. Ora, però, anche alla luce delle tendenze indipendentiste emerse nell'isola, la Cina è seriamente preoccupata perché l'area di mare circostante Taiwan è strategica per garantire la libertà dei traffici marittimi cinesi. Geograficamente le coste cinesi sono circondate a nord dal Giappone e a sud dalle Filippine, entrambi alleati degli americani. Il Giappone fornisce agli USA oltre 120 basi militari, di cui la maggiore è ad Okinawa, le Filippine una decina, di cui la maggiore è Palawan). Se Taiwan rientrasse nell'orbita USA, di fatto gli americani sarebbero in grado di effettuare un blocco navale integrale).
Dunque, ricapitolando, se domani la Cina invadesse Taiwan sarebbe una discutibile violazione del diritto internazionale, per quanto riprovevole come ogni esercizio unilaterale di violenza. Sul piano informale le ragioni cinesi di sicurezza sarebbero ben comprensibili, e d'altro canto a Taiwan è culturalmente cinese (vi si parla il mandarino).
Ecco, domani evitate di cascare come al solito dal pero, storditi dalla sorpresa.
Chiedo venia, ma siccome continuo a vedere persone che, apparentemente normodotate, in tutta serietà, giustificano l'operazione americana come azione di liberazione e sostegno alla popolazione impoverita dal regime, mi permetto di fare una cosa stucchevole come riproporre un post dello scorso ottobre.
Chiedo scusa per la ripetitività.
----------------
Ogni tanto c’è qualcuno che ricorda come la vita a Cuba o in Venezuela sia dura, come la popolazione soffra, come l’economia sia in gravi ambasce. Spesso questi soggetti proseguono assumendo, o sostenendo senz'altro, che questa è responsabilità di governi illiberali, che dunque sarebbe auspicabile veder rovesciati, consentendo così finalmente di emancipare il popolo dalla miseria.
Non si sa mai se per ignoranza o dolo, ma questi soggetti dimenticano sempre di menzionare un dettaglio.
Paesi come Cuba e Venezuela sono sotto la morsa di devastanti sanzioni internazionali promosse dagli USA.
Cuba è sotto sanzioni da sempre, sin da quando hanno osato cacciare il dittatore filoamericano Fulgencio Batista (1959).
Il Venezuela è sotto embargo, con impedimento a vendere il proprio petrolio e ad accedere al sistema creditizio internazionale dal 2017 (primo mandato Trump). Tra il 2017 e il 2024 il Venezuela ha subito perdite stimate intorno a 226 miliardi di dollari, a causa di questa morsa.
Ora, il giochino americano è sempre lo stesso, ovunque nel mondo: esercitano una combinazione di ricatti economici, minacce (o senz’altro interventi) militari, e finanziamento delle forze filoamericane all’interno del paese su cui vogliono mettere le mani. Questo logoramento prosegue fino ad ottenere l’ascesa al potere di un loro pupazzo, in forme che vengono gabellate per “spontanea espressione della volontà popolare”.
Che sia Pinochet in Cile o Al-Jolani in Siria, che si parli di Guatemala, Nicaragua, Bolivia, Libia, ecc. lo schema si ripresenta con piccolissime variazioni.
In ciò non c’è niente di misterioso. Si tratta di ordinaria politica imperialista.
L’unica cosa in questo quadro che rasenta il mistero è la reattività degli “emancipatori a molla” nelle lande occidentali. Si tratta di imbarazzanti quanto frequenti gonzi, per lo più baizuo, che, di quando in quando, vengono svegliati dal giornale del mattino nelle vesti di intrepidi liberatori di popoli oppressi.
Fino alla sera prima non sapevano neanche dell’esistenza di questo o quel terribile regime illiberale ed affamatore dei popoli, ma il giorno dopo, d’un botto, si scoprono protettori dei campesinos e dei diritti civili in qualche paese remoto dove – guarda te le coincidenze – sta or ora maturando un “regime change made in USA”.
Poi, tipicamente, il giorno dopo che il nuovo regime “amico” ha preso il potere, dimenticano in tempo reale l’esistenza del paese medesimo, certi – si suppone – che da quel momento in poi le sorti dei popoli che gli stavano così a cuore si siano definitivamente risollevate, tanto che non vale più la pena occuparsene.
Chiedo scusa per la ripetitività.
----------------
Ogni tanto c’è qualcuno che ricorda come la vita a Cuba o in Venezuela sia dura, come la popolazione soffra, come l’economia sia in gravi ambasce. Spesso questi soggetti proseguono assumendo, o sostenendo senz'altro, che questa è responsabilità di governi illiberali, che dunque sarebbe auspicabile veder rovesciati, consentendo così finalmente di emancipare il popolo dalla miseria.
Non si sa mai se per ignoranza o dolo, ma questi soggetti dimenticano sempre di menzionare un dettaglio.
Paesi come Cuba e Venezuela sono sotto la morsa di devastanti sanzioni internazionali promosse dagli USA.
Cuba è sotto sanzioni da sempre, sin da quando hanno osato cacciare il dittatore filoamericano Fulgencio Batista (1959).
Il Venezuela è sotto embargo, con impedimento a vendere il proprio petrolio e ad accedere al sistema creditizio internazionale dal 2017 (primo mandato Trump). Tra il 2017 e il 2024 il Venezuela ha subito perdite stimate intorno a 226 miliardi di dollari, a causa di questa morsa.
Ora, il giochino americano è sempre lo stesso, ovunque nel mondo: esercitano una combinazione di ricatti economici, minacce (o senz’altro interventi) militari, e finanziamento delle forze filoamericane all’interno del paese su cui vogliono mettere le mani. Questo logoramento prosegue fino ad ottenere l’ascesa al potere di un loro pupazzo, in forme che vengono gabellate per “spontanea espressione della volontà popolare”.
Che sia Pinochet in Cile o Al-Jolani in Siria, che si parli di Guatemala, Nicaragua, Bolivia, Libia, ecc. lo schema si ripresenta con piccolissime variazioni.
In ciò non c’è niente di misterioso. Si tratta di ordinaria politica imperialista.
L’unica cosa in questo quadro che rasenta il mistero è la reattività degli “emancipatori a molla” nelle lande occidentali. Si tratta di imbarazzanti quanto frequenti gonzi, per lo più baizuo, che, di quando in quando, vengono svegliati dal giornale del mattino nelle vesti di intrepidi liberatori di popoli oppressi.
Fino alla sera prima non sapevano neanche dell’esistenza di questo o quel terribile regime illiberale ed affamatore dei popoli, ma il giorno dopo, d’un botto, si scoprono protettori dei campesinos e dei diritti civili in qualche paese remoto dove – guarda te le coincidenze – sta or ora maturando un “regime change made in USA”.
Poi, tipicamente, il giorno dopo che il nuovo regime “amico” ha preso il potere, dimenticano in tempo reale l’esistenza del paese medesimo, certi – si suppone – che da quel momento in poi le sorti dei popoli che gli stavano così a cuore si siano definitivamente risollevate, tanto che non vale più la pena occuparsene.
Dopo la puntata a Caracas, i cui sviluppi sono ancora enigmatici, Trump si sta muovendo con decisione e rapidità.
Possiamo ironizzare sulle sue sparate in mille direzioni: Groenlandia, Iran, Messico, Canada, Colombia, Cuba, ecc. ma sarebbe un'ironia malposta.
Lo stile di governo di Trump è la quintessenza della politica internazionale americana da sempre, ma con un minor gusto per le insalate verbali sul diritto e le ragioni umanitarie (roba in cui sono specializzati i Dem).
Questo stile di governo implica due sole opzioni per i paesi cui si rivolge: la sottomissione volontaria, con concessione di trattati asimmetrici e condizioni di sfruttamento a proprio favore, oppure l'esercizio della forza, nel caso in cui la sottomissione tiri per le lunghe.
A sua volta l'esercizio della forza consta di una combinazione di strangolamento economico del paese bersaglio, corruzione della sua dissidenza interna e intervento militare diretto (con una varietà di opzioni, dai missili proverbialmente intelligenti, ai "boots on the ground").
Come, avevamo osservato più volte negli scorsi anni, siamo alla fase della resa dei conti per la superpotenza americana. Una volta perso il monopolio mondiale del potere (unipolarismo), gli USA devono riconfigurare il proprio potere in crisi sia interna che esterna, sia economica che di egemonia internazionale. E per farlo devono giocare le migliori carte che hanno, cioè principalmente la rimanente supremazia militare e una valuta ancora internazionalmente desiderata.
Essendo l'impero americano, come il suo predecessore britannico, un impero talassocratico, tende a non privilegiare l'invasione stanziale dei territori altrui, preferendo la loro sottomissione volontaria o in alternativa l'insediamento di un proprio plenipotenziario locale (come i "vicerè" e "governatori" del passato).
Se puoi ottenere che il paese vassallo ti dia ciò che vuoi con il sorriso, non c'è ragione di alzare la voce, così come i padroni dei giornali non hanno bisogno di alzare la cornetta per dettare gli articoli quando i loro giornali sono infarciti di servi volontari, di autocensori e di "tengo famiglia".
Per il cretinismo mediatico internazionale questo atteggiamento americano, in cui si preferisce ottenere il pizzo senza dar fuoco a troppi negozi, è stato venerato per decenni come "pax americana".
Trump rappresenta una boccata di aria fresca dal punto di vista comunicativo perché ha ridotto al minimo i balletti formali, la ricerca di scuse plausibili. Ogni tanto ne tira fuori qualcuna, ma non ce la fa a dissimulare a lungo. Tre frasi dopo averti detto che ti sta facendo dimagrire per il tuo bene, gli sfugge che però, se cerchi di trattenere la pagnotta, ti potrebbe arrivare un Tomahawk tra capo e collo.
Aver liberato il terreno dalle cortine fumogene della "plausible deniability" e degli "interventi umanitari" permette di vedere in faccia la fase storica.
Gli USA stanno usando tutti i mezzi a loro disposizione per estendere le proprie aree di estrazione di risorse al massimo consentito, il che significa le Americhe in toto (Groenlandia inclusa), l'Europa, il Commonwealth, il Medio Oriente.
Non potendo affrontare direttamente gli altri pesi massimi, Russia e Cina, cercano di condizionare l'accesso alle risorse di cui essi hanno bisogno (la Cina soprattutto) e di fomentare turbolenze ai loro confini (Ucraina, Georgia, Taiwan) in modo da ostacolare una politica di più ampio respiro in altre parti del globo (ad esempio in Africa).
Possiamo ironizzare sulle sue sparate in mille direzioni: Groenlandia, Iran, Messico, Canada, Colombia, Cuba, ecc. ma sarebbe un'ironia malposta.
Lo stile di governo di Trump è la quintessenza della politica internazionale americana da sempre, ma con un minor gusto per le insalate verbali sul diritto e le ragioni umanitarie (roba in cui sono specializzati i Dem).
Questo stile di governo implica due sole opzioni per i paesi cui si rivolge: la sottomissione volontaria, con concessione di trattati asimmetrici e condizioni di sfruttamento a proprio favore, oppure l'esercizio della forza, nel caso in cui la sottomissione tiri per le lunghe.
A sua volta l'esercizio della forza consta di una combinazione di strangolamento economico del paese bersaglio, corruzione della sua dissidenza interna e intervento militare diretto (con una varietà di opzioni, dai missili proverbialmente intelligenti, ai "boots on the ground").
Come, avevamo osservato più volte negli scorsi anni, siamo alla fase della resa dei conti per la superpotenza americana. Una volta perso il monopolio mondiale del potere (unipolarismo), gli USA devono riconfigurare il proprio potere in crisi sia interna che esterna, sia economica che di egemonia internazionale. E per farlo devono giocare le migliori carte che hanno, cioè principalmente la rimanente supremazia militare e una valuta ancora internazionalmente desiderata.
Essendo l'impero americano, come il suo predecessore britannico, un impero talassocratico, tende a non privilegiare l'invasione stanziale dei territori altrui, preferendo la loro sottomissione volontaria o in alternativa l'insediamento di un proprio plenipotenziario locale (come i "vicerè" e "governatori" del passato).
Se puoi ottenere che il paese vassallo ti dia ciò che vuoi con il sorriso, non c'è ragione di alzare la voce, così come i padroni dei giornali non hanno bisogno di alzare la cornetta per dettare gli articoli quando i loro giornali sono infarciti di servi volontari, di autocensori e di "tengo famiglia".
Per il cretinismo mediatico internazionale questo atteggiamento americano, in cui si preferisce ottenere il pizzo senza dar fuoco a troppi negozi, è stato venerato per decenni come "pax americana".
Trump rappresenta una boccata di aria fresca dal punto di vista comunicativo perché ha ridotto al minimo i balletti formali, la ricerca di scuse plausibili. Ogni tanto ne tira fuori qualcuna, ma non ce la fa a dissimulare a lungo. Tre frasi dopo averti detto che ti sta facendo dimagrire per il tuo bene, gli sfugge che però, se cerchi di trattenere la pagnotta, ti potrebbe arrivare un Tomahawk tra capo e collo.
Aver liberato il terreno dalle cortine fumogene della "plausible deniability" e degli "interventi umanitari" permette di vedere in faccia la fase storica.
Gli USA stanno usando tutti i mezzi a loro disposizione per estendere le proprie aree di estrazione di risorse al massimo consentito, il che significa le Americhe in toto (Groenlandia inclusa), l'Europa, il Commonwealth, il Medio Oriente.
Non potendo affrontare direttamente gli altri pesi massimi, Russia e Cina, cercano di condizionare l'accesso alle risorse di cui essi hanno bisogno (la Cina soprattutto) e di fomentare turbolenze ai loro confini (Ucraina, Georgia, Taiwan) in modo da ostacolare una politica di più ampio respiro in altre parti del globo (ad esempio in Africa).
Questa manovra ha due principali esiti possibili.
Se la manovra di sottomissione, volontaria o involontaria, funziona, se il Venezuela rientra obbediente nella sfera di sfruttamento americano, se l'Iran viene destabilizzato, se Taiwan proclama l'indipendenza, se l'Ucraina continua a tenere occupata la Russia, se Israele diviene l'incontrastato dominus del Medio Oriente, se la Groenlandia diviene una base militare a completa disposizione, se l'Europa continua ad essere troppo concentrata nel suo ventennale suicidio economico e culturale per svegliarsi, la partita per gli USA è vinta.
Cina e Russia rimarranno potenze regionali, mentre gli USA saranno nelle condizioni di instaurare il loro Reich millenario.
L'alternativa è che Russia e Cina, ma soprattutto quest'ultima, non essendo al momento impegnata in un conflitto, agiscano subito con decisione attraverso patti militari e sostegno economico e militare diretto in aree strategiche. Ovviamente gli USA reagiranno ed altrettanto ovviamente si potrebbe arrivare a scontri armati diretti.
Se contingenti militari cinesi si trovassero, per dire, in America Latina a sostegno del Venezuela o di Cuba, è certo che uno scontro sarebbe dietro l'angolo.
E tuttavia è anche chiaro che l'unica cosa, assolutamente l'unica, che farà recedere gli USA dalla loro politica di dominio senza freni sarebbe un opposto e deciso uso della forza. Gli USA (come Israele) sono stati trasimachei, nazioni che riconoscono fondamentalmente soltanto le ragioni della forza e disprezzano tutto il resto.
Finora gli USA si sono mossi con serenità nonostante gli enormi problemi interni, perché le loro aggressioni non gli sono costate nulla. Non un fante americano, non un aereo, non una portaerei. Anzi, da scenari come l'Ucraina hanno trovato il modo di ricavare un profitto netto, lasciando gli oneri agli autolesionisti europei.
Tra questi due scenari estremi, nel medio periodo non vedo molte possibilità intermedie.
Gli USA (insieme ai loro gemelli diversi in Israele) hanno dichiarato sostanzialmente una guerra di saccheggio e sottomissione a livello globale.
Se vengono lasciati fare andranno fino in fondo in questo processo di asservimento.
Se non vengono lasciati fare, scorrerà il sangue.
Se la manovra di sottomissione, volontaria o involontaria, funziona, se il Venezuela rientra obbediente nella sfera di sfruttamento americano, se l'Iran viene destabilizzato, se Taiwan proclama l'indipendenza, se l'Ucraina continua a tenere occupata la Russia, se Israele diviene l'incontrastato dominus del Medio Oriente, se la Groenlandia diviene una base militare a completa disposizione, se l'Europa continua ad essere troppo concentrata nel suo ventennale suicidio economico e culturale per svegliarsi, la partita per gli USA è vinta.
Cina e Russia rimarranno potenze regionali, mentre gli USA saranno nelle condizioni di instaurare il loro Reich millenario.
L'alternativa è che Russia e Cina, ma soprattutto quest'ultima, non essendo al momento impegnata in un conflitto, agiscano subito con decisione attraverso patti militari e sostegno economico e militare diretto in aree strategiche. Ovviamente gli USA reagiranno ed altrettanto ovviamente si potrebbe arrivare a scontri armati diretti.
Se contingenti militari cinesi si trovassero, per dire, in America Latina a sostegno del Venezuela o di Cuba, è certo che uno scontro sarebbe dietro l'angolo.
E tuttavia è anche chiaro che l'unica cosa, assolutamente l'unica, che farà recedere gli USA dalla loro politica di dominio senza freni sarebbe un opposto e deciso uso della forza. Gli USA (come Israele) sono stati trasimachei, nazioni che riconoscono fondamentalmente soltanto le ragioni della forza e disprezzano tutto il resto.
Finora gli USA si sono mossi con serenità nonostante gli enormi problemi interni, perché le loro aggressioni non gli sono costate nulla. Non un fante americano, non un aereo, non una portaerei. Anzi, da scenari come l'Ucraina hanno trovato il modo di ricavare un profitto netto, lasciando gli oneri agli autolesionisti europei.
Tra questi due scenari estremi, nel medio periodo non vedo molte possibilità intermedie.
Gli USA (insieme ai loro gemelli diversi in Israele) hanno dichiarato sostanzialmente una guerra di saccheggio e sottomissione a livello globale.
Se vengono lasciati fare andranno fino in fondo in questo processo di asservimento.
Se non vengono lasciati fare, scorrerà il sangue.
UN MINUTO A MEZZANOTTE
Il sequestro appena avvenuto di due navi battenti bandiera russa, in acque internazionali, da parte degli Stati Uniti è ovviamente una provocazione ed una prova di forza.
Ciò che sta accadendo davanti ai nostri occhi è abbastanza semplice: gli USA, minacciati dalla dedollarizzazione e dalla loro riduzione d'influenza internazionale, vogliono ribadire la propria posizione di supremazia utilizzando la leva migliore che hanno, ovvero la loro proiezione militare globale. (Ricordiamo che il rapporto numerico tra basi militari extraterritoriali nel mondo è: USA 800, Russia 20, Cina 1). Avere basi militari prossime a tutti gli scenari possibili rende molto più semplice agli USA di svolgere attività che hanno l'apparenza della "polizia internazionale", senza esplicitarsi come atti di guerra.
Nella fattispecie concernente le due petroliere questo fatto sembra emergere chiaramente. Da quanto si evince nei resoconti delle ultime ore, le petroliere erano scortate da sommergibili russi, come disincentivo ad essere abbordate. Ora, la forza sommergibilistica russa è perfettamente all'altezza di quella americana, ma l'abbordaggio è avvenuto senza problemi, con l'invio di elicotteri da guerra e sbarco di truppe.
La ragione a mio avviso sta nella difficoltà di dosare una risposta intermedia. Tra il non fare nulla e affondare una nave portaelicotteri (o abbattere un elicottero militare americano) non c'erano passi intermedi.
Scortare un trasporto civile con un'arma da guerra mondiale come un sommergibile è in certo modo un bluff, perché le risposte a disposizione sono troppo radicali.
Ma è esattamente su questo piano che gli USA hanno un vantaggio incolmabile, dato dalla disseminazione globale della loro presenza: Trump ha visto il bluff.
Ora quest'ultima sfida dell'amministrazione americana sembra annunciare qualcosa come un blocco navale mondiale.
Si tratta di un'arma letale per chiunque, ma soprattutto per paesi che hanno stringente necessità di esportare o importare per sopravvivere (la Russia come esportatore energetico, la Cina come maggior commerciante mondiale). Ricordiamo che a tutt'oggi circa il 90% del traffico mercantile avviene via mare e dunque l'esercizio di un blocco navale globale implica uno strangolamento senza scampo.
L'entità della sfida è straordinaria, la minaccia terminale.
Credo che dall'epoca dei missili sovietici a Cuba non siamo mai stati così vicini alla terza guerra mondiale.
Se la Russia abbozza e non trova il modo per replicare in maniera proporzionale, gli USA sapranno di avere mano libera.
Se la Russia reagisce in maniera robusta (e come altrimenti potrebbe?) saremo alla vigilia di una guerra.
Gli USA, peraltro, si stanno muovendo rapidamente su tutti i fronti.
In Iran le proteste popolari - innescate dall'inflazione, a sua volta dipendente dal sistema sanzionatorio internazionale - sono chiaramente alimentate ed estremizzate da sobillatori esterni, probabilmente israeliani (la massiva presenza di armi tra i manifestanti ne è un indizio). Al contempo le forze aeree americane si sono avvicinate all'area mediorientale coinvolta in forme simili a quanto avevano fatto prima dell'attacco all'Iran del giugno scorso. Il tentativo di dare uno scossone finale al regime iraniano è palese.
Iran, Groenlandia, Venezuela, traffici marittimi: la proiezione aggressiva americana sta tentando il tutto per tutto, sta letteralmente cercando il conflitto diretto contando sul proprio vantaggio nel posizionamento strategico.
In ciò vi è un atteggiamento atavico, tipicamente occidentale, in cui l'attacco diretto viene utilizzato come mossa contrattuale.
In passato questo atteggiamento è stato spesso vincente (si pensi alla "diplomazia delle cannoniere" britannica), ma allora la differenza militare e tecnologica era abissale. Allora, tuttavia, i rischi di una guerra diretta non implicava l'Armageddon.
Nelle prossime settimane si decideranno molte cose che determineranno le sorti del XXI secolo.
Il Doomsday Clock si avvicina a mezzanotte.
Il sequestro appena avvenuto di due navi battenti bandiera russa, in acque internazionali, da parte degli Stati Uniti è ovviamente una provocazione ed una prova di forza.
Ciò che sta accadendo davanti ai nostri occhi è abbastanza semplice: gli USA, minacciati dalla dedollarizzazione e dalla loro riduzione d'influenza internazionale, vogliono ribadire la propria posizione di supremazia utilizzando la leva migliore che hanno, ovvero la loro proiezione militare globale. (Ricordiamo che il rapporto numerico tra basi militari extraterritoriali nel mondo è: USA 800, Russia 20, Cina 1). Avere basi militari prossime a tutti gli scenari possibili rende molto più semplice agli USA di svolgere attività che hanno l'apparenza della "polizia internazionale", senza esplicitarsi come atti di guerra.
Nella fattispecie concernente le due petroliere questo fatto sembra emergere chiaramente. Da quanto si evince nei resoconti delle ultime ore, le petroliere erano scortate da sommergibili russi, come disincentivo ad essere abbordate. Ora, la forza sommergibilistica russa è perfettamente all'altezza di quella americana, ma l'abbordaggio è avvenuto senza problemi, con l'invio di elicotteri da guerra e sbarco di truppe.
La ragione a mio avviso sta nella difficoltà di dosare una risposta intermedia. Tra il non fare nulla e affondare una nave portaelicotteri (o abbattere un elicottero militare americano) non c'erano passi intermedi.
Scortare un trasporto civile con un'arma da guerra mondiale come un sommergibile è in certo modo un bluff, perché le risposte a disposizione sono troppo radicali.
Ma è esattamente su questo piano che gli USA hanno un vantaggio incolmabile, dato dalla disseminazione globale della loro presenza: Trump ha visto il bluff.
Ora quest'ultima sfida dell'amministrazione americana sembra annunciare qualcosa come un blocco navale mondiale.
Si tratta di un'arma letale per chiunque, ma soprattutto per paesi che hanno stringente necessità di esportare o importare per sopravvivere (la Russia come esportatore energetico, la Cina come maggior commerciante mondiale). Ricordiamo che a tutt'oggi circa il 90% del traffico mercantile avviene via mare e dunque l'esercizio di un blocco navale globale implica uno strangolamento senza scampo.
L'entità della sfida è straordinaria, la minaccia terminale.
Credo che dall'epoca dei missili sovietici a Cuba non siamo mai stati così vicini alla terza guerra mondiale.
Se la Russia abbozza e non trova il modo per replicare in maniera proporzionale, gli USA sapranno di avere mano libera.
Se la Russia reagisce in maniera robusta (e come altrimenti potrebbe?) saremo alla vigilia di una guerra.
Gli USA, peraltro, si stanno muovendo rapidamente su tutti i fronti.
In Iran le proteste popolari - innescate dall'inflazione, a sua volta dipendente dal sistema sanzionatorio internazionale - sono chiaramente alimentate ed estremizzate da sobillatori esterni, probabilmente israeliani (la massiva presenza di armi tra i manifestanti ne è un indizio). Al contempo le forze aeree americane si sono avvicinate all'area mediorientale coinvolta in forme simili a quanto avevano fatto prima dell'attacco all'Iran del giugno scorso. Il tentativo di dare uno scossone finale al regime iraniano è palese.
Iran, Groenlandia, Venezuela, traffici marittimi: la proiezione aggressiva americana sta tentando il tutto per tutto, sta letteralmente cercando il conflitto diretto contando sul proprio vantaggio nel posizionamento strategico.
In ciò vi è un atteggiamento atavico, tipicamente occidentale, in cui l'attacco diretto viene utilizzato come mossa contrattuale.
In passato questo atteggiamento è stato spesso vincente (si pensi alla "diplomazia delle cannoniere" britannica), ma allora la differenza militare e tecnologica era abissale. Allora, tuttavia, i rischi di una guerra diretta non implicava l'Armageddon.
Nelle prossime settimane si decideranno molte cose che determineranno le sorti del XXI secolo.
Il Doomsday Clock si avvicina a mezzanotte.
Gli USA sono la più grande macchina bellica del pianeta.
Sono il paese di gran lunga più aggressivo, il paese che ha fatto più guerre dalla sua fondazione, che ha rovesciato più regimi e fomentato più colpi di stato. Con l'eccezione di Pearl Harbour, quella macchina bellica non è mai stata utilizzata a fini difensivi ma sempre per promuovere i propri interessi economici.
Sono anche l'unico paese al mondo ad avere utilizzato bombe atomiche sulla popolazione civile.
Sono il paese che ha il più grande soft power del pianeta, di cui Hollywood è il principale braccio armato, capace di creare nel mondo un'immagine di sé integralmente fantastica e di farne un'arma egemonica. Accanto a Hollywood oggi il secondo braccio armato è rappresentato dai social media internazionali, tutti incardinati in California (tranne uno) e tutti a disposizione per qualunque pressione o indirizzo della NSA.
Sono il paese che, per usare una sineddoche, stermina un popolo (pellerossa) e poi ci fa su migliaia di film per presentarsi di volta in volta con tutte le parti in commedia: come coraggioso esportatore di civiltà o come animo nobile, simpatetico con la dolorosa sorte degli indiani.
Questo paese è guidato da un'oligarchia a base finanziaria che lascia alla minoritaria plebe votante scelte come quelle tra Trump e Biden, cioè scelte tra una padella demente e una brace squilibrata. In ogni caso ogni rappresentante politico, dal Senato alla Presidenza, anche quando più presentabile, è manipolabile e condizionato, potendo venire eletto solo se si è indebitato e compromesso a peso d'oro con i maggiorenti del paese.
Questo paese sta informalmente dichiarando guerra al mondo intero, lasciando la scelta tra la sottomissione con tributi o devastazione (economica e/o militare).
L'attuale proposta di Trump di portare il budget militare dalla cifra già record di 1000 miliardi di dollari a 1500 miliardi di dollari - per un confronto: Russia 109 miliardi, Cina 320 miliardi - significa una sola cosa: guerra illimitata (poi talvolta sarà guerra ibrida, talaltra "polizia internazionale", qualche volta un bombardamento una tantum, altre volte un'invasione come si deve).
Ovviamente il pluridecennale lavaggio del cervello cui siamo stati sottoposti in Occidente farà sì che schiere di diversamente astuti vedranno in queste parole un qualche mitico "antiamericanismo", e si sbracceranno a spiegarti che la vera minaccia è Putin che vuole arrivare a Lisbona o è la Cina che vuole imporci il credito sociale, o sono i "comunisti".
Ma al netto di questi (diffusissimi) scemi di guerra la semplice verità è che oggi gli USA rappresentano il più grande pericolo che l'umanità abbia mai corso.
Sono il paese di gran lunga più aggressivo, il paese che ha fatto più guerre dalla sua fondazione, che ha rovesciato più regimi e fomentato più colpi di stato. Con l'eccezione di Pearl Harbour, quella macchina bellica non è mai stata utilizzata a fini difensivi ma sempre per promuovere i propri interessi economici.
Sono anche l'unico paese al mondo ad avere utilizzato bombe atomiche sulla popolazione civile.
Sono il paese che ha il più grande soft power del pianeta, di cui Hollywood è il principale braccio armato, capace di creare nel mondo un'immagine di sé integralmente fantastica e di farne un'arma egemonica. Accanto a Hollywood oggi il secondo braccio armato è rappresentato dai social media internazionali, tutti incardinati in California (tranne uno) e tutti a disposizione per qualunque pressione o indirizzo della NSA.
Sono il paese che, per usare una sineddoche, stermina un popolo (pellerossa) e poi ci fa su migliaia di film per presentarsi di volta in volta con tutte le parti in commedia: come coraggioso esportatore di civiltà o come animo nobile, simpatetico con la dolorosa sorte degli indiani.
Questo paese è guidato da un'oligarchia a base finanziaria che lascia alla minoritaria plebe votante scelte come quelle tra Trump e Biden, cioè scelte tra una padella demente e una brace squilibrata. In ogni caso ogni rappresentante politico, dal Senato alla Presidenza, anche quando più presentabile, è manipolabile e condizionato, potendo venire eletto solo se si è indebitato e compromesso a peso d'oro con i maggiorenti del paese.
Questo paese sta informalmente dichiarando guerra al mondo intero, lasciando la scelta tra la sottomissione con tributi o devastazione (economica e/o militare).
L'attuale proposta di Trump di portare il budget militare dalla cifra già record di 1000 miliardi di dollari a 1500 miliardi di dollari - per un confronto: Russia 109 miliardi, Cina 320 miliardi - significa una sola cosa: guerra illimitata (poi talvolta sarà guerra ibrida, talaltra "polizia internazionale", qualche volta un bombardamento una tantum, altre volte un'invasione come si deve).
Ovviamente il pluridecennale lavaggio del cervello cui siamo stati sottoposti in Occidente farà sì che schiere di diversamente astuti vedranno in queste parole un qualche mitico "antiamericanismo", e si sbracceranno a spiegarti che la vera minaccia è Putin che vuole arrivare a Lisbona o è la Cina che vuole imporci il credito sociale, o sono i "comunisti".
Ma al netto di questi (diffusissimi) scemi di guerra la semplice verità è che oggi gli USA rappresentano il più grande pericolo che l'umanità abbia mai corso.
SUL POTERE EMANCIPATIVO DELLE RIVOLUZIONI COLORATE
Sui giornali italiani l'opposizione armata in Iran di solito viene nominata col termine "dimostranti" o "manifestanti".
Sono gli stessi giornali che quando qualche esagitato brucia un cassonetto in Italia chiamano la Digos e l'Antiterrorismo.
Ora, per essere chiari, le proteste in Iran sono partite da una situazione interna oggettivamente difficile dovuta prima alla lunga siccità che ha creato gravi problemi di approvvigionamento idrico e poi dalla crisi economica, innescata dalle sanzioni internazionali e culminata in una svalutazione monetaria pesante.
Rispetto a queste proteste il governo iraniano si è attivato non solo consentendo piena libertà di manifestazione (vogliamo ricordare come sono finite le ultime manifestazioni filopalestinesi in Inghilterra e Germania?), ma si è anche assunto la responsabilità dell'accaduto, pur essendo tale responsabilità solo parziale (e così deve fare un governo: ma non credo di aver mai sentito in Italia un governo ammettere una qualunque responsabilità per un qualunque problema; è sempre colpa del governo precedente o degli italiani scansafatiche o degli astri).
Su queste proteste inizialmente pacifiche si è innestata una frangia radicale armata (ci sono filmati di pattuglie di questi soggetti che ingaggiano le forze dell'ordine armati di AK-47), che ha messo letteralmente a ferro e fuoco alcune città del paese, devastato luoghi di culto, attaccato ospedali, bruciato automobili, ucciso numerosi membri della sicurezza interna, abbattuto statue.) Simultaneamente Trump ha detto che se ci dovesse essere una repressione armata dei "manifestanti" lui si vedrà costretto ad intervenire (aspettiamoci l'ennesimo bombardamento umanitario).
Ora, che questo sia l'ennesimo tentativo di "rivoluzione colorata" fomentata da USA (e Israele) per ottenere un cambio di regime è del tutto evidente. Israele ha una fortissima capacità di infiltrazione in territorio iraniano, anche in ragione della forte tolleranza confessionale esistente in Iran, dove esiste la seconda maggiore comunità ebraica del Medio Oriente, dopo Israele.
Che questo tentativo di regime change non sia fatto nell'interesse del popolo iraniano è ovvio a chiunque non sia del tutto rimbecillito.
Esiste tuttavia in Occidente una folta rappresentanza di illuminati che reputano che un rovesciamento violento del regime, sostenuto dall'esterno, sia un bene in quanto l'Iran sarebbe una teocrazia misogina ed arretrata.
Ora, sarebbe facile mostrare come le sole forme di maturazione sociale duratura e solida sono quelle che procedono per sviluppo interno, mentre quando sono prodotte da interventi esterni generano sistematicamente ibridi culturali deformi e fragili.
Ma voglio soffermarmi su un altro aspetto, che ha a che fare con il nostro atteggiamento nei confronti delle civiltà che consideriamo sotto questo o quell'aspetto "arretrate".
Come ricordava un amico siciliano di nascita, la situazione di costume nella Sicilia del secondo dopo guerra era certamente più "arretrata" per la condizione femminile dell'odierno Iran, dove le donne hanno mediamente elevati titoli di studio e occupano posizione di responsabilità in tutti i settori dello stato. Se giriamo lo sguardo un istante con un minimo di prospettiva storica vediamo che quando nascevo io (anni '60) negli USA esisteva ancora l'apartheid e in Svizzera le donne non avevano ancora il diritto di voto. Le "leggi contro la sodomia" esistevano in molti stati americani fino al 2003. L'altro ieri.
Sui giornali italiani l'opposizione armata in Iran di solito viene nominata col termine "dimostranti" o "manifestanti".
Sono gli stessi giornali che quando qualche esagitato brucia un cassonetto in Italia chiamano la Digos e l'Antiterrorismo.
Ora, per essere chiari, le proteste in Iran sono partite da una situazione interna oggettivamente difficile dovuta prima alla lunga siccità che ha creato gravi problemi di approvvigionamento idrico e poi dalla crisi economica, innescata dalle sanzioni internazionali e culminata in una svalutazione monetaria pesante.
Rispetto a queste proteste il governo iraniano si è attivato non solo consentendo piena libertà di manifestazione (vogliamo ricordare come sono finite le ultime manifestazioni filopalestinesi in Inghilterra e Germania?), ma si è anche assunto la responsabilità dell'accaduto, pur essendo tale responsabilità solo parziale (e così deve fare un governo: ma non credo di aver mai sentito in Italia un governo ammettere una qualunque responsabilità per un qualunque problema; è sempre colpa del governo precedente o degli italiani scansafatiche o degli astri).
Su queste proteste inizialmente pacifiche si è innestata una frangia radicale armata (ci sono filmati di pattuglie di questi soggetti che ingaggiano le forze dell'ordine armati di AK-47), che ha messo letteralmente a ferro e fuoco alcune città del paese, devastato luoghi di culto, attaccato ospedali, bruciato automobili, ucciso numerosi membri della sicurezza interna, abbattuto statue.) Simultaneamente Trump ha detto che se ci dovesse essere una repressione armata dei "manifestanti" lui si vedrà costretto ad intervenire (aspettiamoci l'ennesimo bombardamento umanitario).
Ora, che questo sia l'ennesimo tentativo di "rivoluzione colorata" fomentata da USA (e Israele) per ottenere un cambio di regime è del tutto evidente. Israele ha una fortissima capacità di infiltrazione in territorio iraniano, anche in ragione della forte tolleranza confessionale esistente in Iran, dove esiste la seconda maggiore comunità ebraica del Medio Oriente, dopo Israele.
Che questo tentativo di regime change non sia fatto nell'interesse del popolo iraniano è ovvio a chiunque non sia del tutto rimbecillito.
Esiste tuttavia in Occidente una folta rappresentanza di illuminati che reputano che un rovesciamento violento del regime, sostenuto dall'esterno, sia un bene in quanto l'Iran sarebbe una teocrazia misogina ed arretrata.
Ora, sarebbe facile mostrare come le sole forme di maturazione sociale duratura e solida sono quelle che procedono per sviluppo interno, mentre quando sono prodotte da interventi esterni generano sistematicamente ibridi culturali deformi e fragili.
Ma voglio soffermarmi su un altro aspetto, che ha a che fare con il nostro atteggiamento nei confronti delle civiltà che consideriamo sotto questo o quell'aspetto "arretrate".
Come ricordava un amico siciliano di nascita, la situazione di costume nella Sicilia del secondo dopo guerra era certamente più "arretrata" per la condizione femminile dell'odierno Iran, dove le donne hanno mediamente elevati titoli di studio e occupano posizione di responsabilità in tutti i settori dello stato. Se giriamo lo sguardo un istante con un minimo di prospettiva storica vediamo che quando nascevo io (anni '60) negli USA esisteva ancora l'apartheid e in Svizzera le donne non avevano ancora il diritto di voto. Le "leggi contro la sodomia" esistevano in molti stati americani fino al 2003. L'altro ieri.
Nelle narrazioni progressiste sembra sempre che la storia sia una gara di corsa in cui si deve arrivare il più presto possibile ad una predeterminata meta emancipativa.
E questa meta è predeterminata da chi si autodefinisce "avanzato" rispetto a chi lui medesimo definisce "arretrato".
Si dimentica con indecente presunzione che quella eventuale meta, laddove si sia anche convinti della sua ottimalità, è sempre solo un prodotto di ricerca interna ad una cultura: non è qualcosa di ovvio, di dato in natura, che semplicemente aspetta di essere raggiunto ed afferrato.
La storia non è una gara di corsa a chi arriva prima al progresso. Non c'è nessun premio per chi arriva primo e non è mai facile distinguere davvero cosa sia "progresso", se non proiettando i proprio pregiudizi.
A parte ciò, noi dimentichiamo con troppa rapidità quello che eravamo noi stessi ieri o l'altro ieri e ci slanciamo, con lo zelo del neofita, del neoconvertito, ad ammaestrare gli altri, violentandoli per il loro bene, alle nostre incerte e confuse "conquiste".
Tanto era dovuto a quelli che di fronte ai regime change eterodiretti pensano in buona fede di assistere ad un evento emancipativo.
Poi naturalmente ci sono quelli che vogliono semplicemente che vincano i cowboy, che rambo spazzi via i musi gialli e che le moschee siano rimpiazzate dai megastore, perché quello è il progresso. E per quelli non esiste alcun argomento.
E questa meta è predeterminata da chi si autodefinisce "avanzato" rispetto a chi lui medesimo definisce "arretrato".
Si dimentica con indecente presunzione che quella eventuale meta, laddove si sia anche convinti della sua ottimalità, è sempre solo un prodotto di ricerca interna ad una cultura: non è qualcosa di ovvio, di dato in natura, che semplicemente aspetta di essere raggiunto ed afferrato.
La storia non è una gara di corsa a chi arriva prima al progresso. Non c'è nessun premio per chi arriva primo e non è mai facile distinguere davvero cosa sia "progresso", se non proiettando i proprio pregiudizi.
A parte ciò, noi dimentichiamo con troppa rapidità quello che eravamo noi stessi ieri o l'altro ieri e ci slanciamo, con lo zelo del neofita, del neoconvertito, ad ammaestrare gli altri, violentandoli per il loro bene, alle nostre incerte e confuse "conquiste".
Tanto era dovuto a quelli che di fronte ai regime change eterodiretti pensano in buona fede di assistere ad un evento emancipativo.
Poi naturalmente ci sono quelli che vogliono semplicemente che vincano i cowboy, che rambo spazzi via i musi gialli e che le moschee siano rimpiazzate dai megastore, perché quello è il progresso. E per quelli non esiste alcun argomento.