"Come un corpo, contraendosi e raffreddandosi, propaga attorno a sé immediatamente un calore sensibile, così, con una necessità perfettamente uguale, quella negazione originaria diventa il fondamento immediato, la potenza generatrice dell'essere vero e proprio, e lo pone fuori di sé, indipendente da sé, come un essere deposto ed anzi opposto, come l'eterno essente in se stesso.
Non c'è un io senza non-io, e il non-io è, pertanto, anteriore all'io"
F.W. Schelling- Le età del mondo
Non c'è un io senza non-io, e il non-io è, pertanto, anteriore all'io"
F.W. Schelling- Le età del mondo
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Dì un po’: com’è che tu misuri il cosmo e i limiti della terra, tu che porti un piccolo corpo formato da poca terra?
Misura prima te stesso e conosci te stesso, e poi calcolerai l’infinita estensione della terra.
Se non riesci a calcolare il poco fango del tuo corpo, come puoi conoscere la misura dell’incommensurabile?
(Antologia Palatina, XI 349)
Misura prima te stesso e conosci te stesso, e poi calcolerai l’infinita estensione della terra.
Se non riesci a calcolare il poco fango del tuo corpo, come puoi conoscere la misura dell’incommensurabile?
(Antologia Palatina, XI 349)
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Sono giunto alla spaventosa conclusione che sono io l’elemento decisivo.
È il mio atteggiamento che crea l’atmosfera. È il mio umore quotidiano che crea il clima.
Possiedo il tremendo potere di rendere la vita miserabile o gioiosa.
Posso essere uno strumento di tortura o di ispirazione, posso umiliare o divertire, ferire o guarire.
In tutte le situazioni, è la mia risposta che decide se una crisi si inasprirà o ridurrà, e se una persona viene resa più umana o de-umanizzata.
(Johann Wolfgang von Goethe)
Immagine: Opera di Maki Horanai - "Night March"
È il mio atteggiamento che crea l’atmosfera. È il mio umore quotidiano che crea il clima.
Possiedo il tremendo potere di rendere la vita miserabile o gioiosa.
Posso essere uno strumento di tortura o di ispirazione, posso umiliare o divertire, ferire o guarire.
In tutte le situazioni, è la mia risposta che decide se una crisi si inasprirà o ridurrà, e se una persona viene resa più umana o de-umanizzata.
(Johann Wolfgang von Goethe)
Immagine: Opera di Maki Horanai - "Night March"
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"Perché l’esistenza dell’universo fosse prova di quella di un essere infinito, creatore di esso, bisognerebbe provare che l’universo fosse infinito, dal che risultasse che solo una potenza infinita l’avesse potuto creare. La quale infinità dell’universo, nessuna cosa ce la può né provare, né darcela a congetturare probabilmente. E quando poi l’universo fosse infinito, la infinità sarebbe già nell’universo, non sarebbe piú propria esclusivamente del creatore, di quell’essere unico e perfettissimo; allora bisognerebbe provare che l’universo non fosse quello che lo credono i panteisti e gli spinosisti, cioè dio esso medesimo; ovvero, che l’universo, essendo infinito di estensione, non potesse ancora essere infinito di tempo, cioè eterno, stato sempre, e sempre futuro. Nel qual caso non avremmo piú bisogno di un altro ente infinito. Il quale sarebbe sempre ignoto e nascosto: dove che l’universo è palese"
Leopardi
Leopardi
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“La Via del samurai va cercata nella morte. Si mediti quotidianamente sulla sua ineluttabilità. Ogni giorno, quando nulla turba la nostra mente e il nostro corpo, dobbiamo immaginare con tranquillità la nostra fine: trafitti da frecce, proiettili e lance, toccati dalla spada, inghiottiti da onde impetuose, divorati dalle fiamme in un incendio immenso, folgorati dal fulmine, travolti dal terremoto, precipitati in un abisso senza fine, vittime della malattia o di una morte improvvisa. Dobbiamo iniziare la giornata pensando alla morte”.
Yamamoto Tsunetomo, Hagakure
Art: Vagabond
Yamamoto Tsunetomo, Hagakure
Art: Vagabond
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"La morfologia di tali favolosi reami è estremamente ricca e complessa e nessuno studioso può pretendere di conoscere tutti i paradisi, tutti gli inferni, i mondi sotterranei, i contromondi o gli antimondi della morte. Né può asserire di conoscere tutte le strade che lì conducono; tuttavia può essere certo che ci sarà un fiume e un ponte, un mare e una barca, un albero, una caverna o un precipizio; un cane o uno psicopompo, un portiere demoniaco o angelico, tanto per nominare le caratteristiche più frequenti della strada che conduce al Paese da cui non si torna"
M. Eliade, Occultismo, stregoneria e mode culturali, cap. 3, Mitologie della morte: un' introduzione
M. Eliade, Occultismo, stregoneria e mode culturali, cap. 3, Mitologie della morte: un' introduzione
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Nella mitologia etrusca Mantus (in etrusco Manth) e sua moglie Mania erano dei dell'oltretomba. Mantus era associato alla città di Mantua (in etrusco Manthva) l'odierna Mantova come ricordato anche da Servio nel commentare l'Eneide di Virgilio.
L'origine etrusca era supportata dal mito che voleva la città fondata da Tarconte, fratello di Tirreno, eroi della mitologia etrusca. In questo caso l'eponimo era appunto Mantus, il dio degli inferi.
Da un'iscrizione ritrovata a Pontecagnano si può ipotizzare che uno degli appellativi di Mantus fosse anche quello che viene ricondotto al dio Suri ("il nero").
https://it.wikipedia.org/wiki/Mantus
L'origine etrusca era supportata dal mito che voleva la città fondata da Tarconte, fratello di Tirreno, eroi della mitologia etrusca. In questo caso l'eponimo era appunto Mantus, il dio degli inferi.
Da un'iscrizione ritrovata a Pontecagnano si può ipotizzare che uno degli appellativi di Mantus fosse anche quello che viene ricondotto al dio Suri ("il nero").
https://it.wikipedia.org/wiki/Mantus
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"Epperò v'è in sostanza negli uomini la medesima incoscienza della morte che v'è negli animali. Solo così può avvenire che il pensiero della morte imminente e immancabile, non dissipi definitivamente, come pur parrebbe dover immediatamente fare, ogni tentativo di giustificazione razionale dell'asservimento della vita umana al lavoro, agli affari, alle carriere. Gli uomini sottraggono i brevi istanti della vita per destinarli ad un obbietto di cui, se lo si considera sotto la luce della riflessione che la morte sopravviene tra breve, si scorge tosto tutta la futilità"
G. Rensi
G. Rensi
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"Un destino stellare è assicurato agli uomini illustri dopo la morte: si tratta della ben nota catasterizzazione, ossia l’assunzione nel consesso del firmamento. Nell’uso quotidiano è rimasto ancora oggi l’augurio per il defunto di “diventare una stella”, e in forma di stelle cadenti Platone immagina le anime che si precipitano a reincarnarsi, in conclusione del racconto di Er, l’armeno che in condizione di premorte aveva soggiornato nella Via Lattea meridionale. Per le tribù australiane del sud-ovest, Baiame abita il cielo accanto a un grande fiume (la Via Lattea) e vi riceve le anime dei buoni, mentre gli indiani Pawnee, collocando l’aldilà di fianco alla Galassia, nel “cuore” dello Scorpione, suggestivamente tramandano: “La nostra gente fu creata dalle stelle. Quando verrà il tempo della fine di tutte le cose, la nostra gente si trasformerà in piccole stelle e volerà fino alla Stella del Sud [Antares], al luogo cui essa appartiene”
A. Casella, "La macchina del tempo. Saggio sulla cosmoteologia arcaica"
A. Casella, "La macchina del tempo. Saggio sulla cosmoteologia arcaica"
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"Chi sa quante volte, destandomi al mio vero essere dal sogno corporeo ed estraniandomi a ogni altra cosa, nell'intimo di me stesso, ho la visione di una stupenda bellezza e credo, allora come non mai, di appartenere a un più alto retaggio; attuando una più alta forma di vita e immedesimato con la divinità e basato sul suo fondamento, esercito, allora, un'attività che mi innalza al di sopra di ogni altro essere dello Spirito: dopo questa quiete in seno al divino, disceso dallo Spirito alla riflessione, cado nella perplessità: come mai è possibile, ora, questa discesa? In qual modo l'anima mi è entrata dentro, nel corpo, pur essendo di tanto valore, quale apparve di per se stessa, pur dallo spiraglio corporeo?"
Plotino, Enneade (IV, 8 [6])
Plotino, Enneade (IV, 8 [6])
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Thasaidon, signore dei sette inferi
Ove abita l'unico Serpente
Di cui si affacciano le spire dell'un l'altro abisso
Attraversando il fuoco e l'oscurità infinita
Thasaidon, sole dei cieli inferi
Il tuo male antico non muore mai
Perché il tuo oscuro fulgore fiammeggia
Su mondi scomparsi che non hanno nome
E il cuore dell'uomo ti incoronerà supremo
Anche quando i falsi stregoni pronunceranno solo blasfemie
C. A. Smith- Il canto di Xeethra in "L'idolo oscuro" (1935)
Ove abita l'unico Serpente
Di cui si affacciano le spire dell'un l'altro abisso
Attraversando il fuoco e l'oscurità infinita
Thasaidon, sole dei cieli inferi
Il tuo male antico non muore mai
Perché il tuo oscuro fulgore fiammeggia
Su mondi scomparsi che non hanno nome
E il cuore dell'uomo ti incoronerà supremo
Anche quando i falsi stregoni pronunceranno solo blasfemie
C. A. Smith- Il canto di Xeethra in "L'idolo oscuro" (1935)
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Non posso parlare di infinito senza provare una doppia vertigine: dentro e fuori di me. Come se da un'esistenza regolata da leggi e forme mi lanciassi in un turbine, muovendomi confusamente nell'immensità della velocità del pensiero. Questo andamento sinuoso tende verso un punto inaccessibile, più quest'ultimo si sposta verso un' irraggiungibile lontananza, più la vertigine sembra aumentare. I suoi meandri, così lontani dalla leggerezza della grazia, descrivono traiettorie complicate come fiamme cosmiche. Una trepidazione smuove tutto come un inferno. Non vi è sentimento profondo dell'infinito senza questa strana sensazione del vertiginoso avvicinarsi della fine cosmica, universale. L'infinito dà paradossalmente la sensazione di una fine imminente e al tempo stesso la certezza di esserne distanti. Il senso è concepibile solo in un mondo finito, in cui si può arrivare a qualcosa, in cui vi sono limiti alla nostra regressione e punti di riferimento sicuri e precisi. Nello spazio, l'infinito fa si che tutte le direzioni si equivalgano. Esso inficia ogni tentativo di risolvere felicemente la questione del senso del mondo. Provo un piacere demoniaco appena penso a questa impossibilità. Del reso, a cosa servirebbe un senso?. L'ebbrezza dell'irrazionale, un dionisismo totale non possono supplire a questo nonsenso universale? Gettiamoci senza riserve nella terribile vertigine dell'infinito, seguiamo il suo fluttuare nello spazio, consumiamoci nel vivo delle sue fiamme, amiamola, per la sua follia cosmica e per la sua totale anarchia. Non esiste esperienza dell'infinito che non provochi un'anarchia organica irrimediabile. Non si può comprendere l'infinito- che evoca l'immagine di un' anarchia cosmica- se non si hanno in sé, in embrione, tendenze anarchiche. L'intensità della sua esperienza non fa che creare una corrispondenza tra la vertigine interna e quella esterna. Se l'infinito disorganizza l'individuo, lo tormenta e contamina le radici del suo essere, gli fa anche dimenticare il gesto meschino, tutto ciò che è insignificante e contingente... scaraventarsi nell'illimitato, partecipare dell'anarchia universale, percorrere, trasportati dalle sue estenuanti evoluzioni, tutta la demenza di un movimento, consumati nello slancio più drammatico, pensando meno alla morte che alla propria infinita follia. realizzare, portandolo al suo parossismo, un sogno di barbarie cosmica e di esaltazione sconfinata. Che al termine di questa vertigine la nostra caduta non abbia niente di un'estinzione progressiva, affinché noi possiamo continuare questa agonia nel caos del gorgo iniziale. Nella stupenda complessità dell'infinito si ritrova, come elemento costitutivo, la negazione categorica della forma, di un progetto chiuso e determinato. Progressione assoluta, l'infinito annulla fatalmente tutto ciò che è consistente, cristallizzato, compiuto. Non è un caso se l'arte che esprime meglio l'infinto, la musica, dissolve le forme in una fluidità dal fascino strano e ineffabile. La forma tende sempre a dare un carattere assoluto al frammento, a isolarlo in una autonomia e, individualizzandone i contenuti, a eliminare la prospettiva dell'universale e dell'infinito. Le forme esistono solo per sottrarre i contenuti dell'esistenza al caos e all'anarchia della vertigine dell'infinito. Che le forme abbiano una consistenza illusoria rispetto a questa vertigine, lo prova ogni visione più approfondita, poiché, al di là delle cristallizzazioni effimere, la realtà appare come un'intensa pulsazione. Il gusto delle forme deriva da un compiacimento finito, delle seduzioni inconsistenti della limitazione che mai potranno condurre a rivelazioni metafisiche. Se nel mondo vi fosse una coerenza immanente e fatale, i grandi compositori, al vertice della loro arte, dovrebbero suicidarsi o perdere la ragione. Non sono già incamminati verso la follia tutti coloro che si sono avventurati nell'infinto?. Cosa ci importa della normalità e dell'anormalità? Viviamo nell'estasi dell'infinito, distruggiamo le forme ed edifichiamo il solo cielo che ne sia privo: quello dell'infinito
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A Poseidonis sepolta dalle onde
Fui come il nero dio dell'abisso:
Tre corni di similoro
Spuntarono sul mio doppio diadema;
E un occhio solo, di luna l'emblema,
Pareva uscito da un'orrenda meteora.
Ma ora, fra quelle pareti mie sommerse,
Il lento cieco serpe di mare striscia,
E i miei ministri son la razza della biscia
E passano i pesci vaganti,
Premono sulla mia fronte senz'occhi
Come una volta le folle adoranti...
Tuttavia, lasciando il pensier muto,
Uomini mi adorano che non mi hanno mai veduto.
Fanno la mia volontà e mi vedran resuscitare
In quell'ultimo mattino dell'alba nucleare,
E alzato sulla pira planetare
La mia ombra ai cieli proiettare
C.A. Smith, Tolometh(1958)
Fui come il nero dio dell'abisso:
Tre corni di similoro
Spuntarono sul mio doppio diadema;
E un occhio solo, di luna l'emblema,
Pareva uscito da un'orrenda meteora.
Ma ora, fra quelle pareti mie sommerse,
Il lento cieco serpe di mare striscia,
E i miei ministri son la razza della biscia
E passano i pesci vaganti,
Premono sulla mia fronte senz'occhi
Come una volta le folle adoranti...
Tuttavia, lasciando il pensier muto,
Uomini mi adorano che non mi hanno mai veduto.
Fanno la mia volontà e mi vedran resuscitare
In quell'ultimo mattino dell'alba nucleare,
E alzato sulla pira planetare
La mia ombra ai cieli proiettare
C.A. Smith, Tolometh(1958)
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