Abitatori di inferi interstellari; e cose
la cui fosca magnitudine può solo misurarsi
in orbite lunari - cose sorte dai crateri
d'un sole estinto levansi allo zenith, dagli abissi
sottostanti l'orizzonte emergendo a mezzo: piovre
come Lune sfolgoranti dagli innumerevoli tentacoli
di fuoco da perenni, ardenti mari affiorano
che mugghian, che ruggiscono su pianeti appena nati, frangendosi su scogli di metallo ignoto; fiere
che in fitte mandrie popolan di Alioth i mondi...
C.A. Smith, "Upon the Seas in Saturn" (1919)
Art: Portal by GaryRCollins
la cui fosca magnitudine può solo misurarsi
in orbite lunari - cose sorte dai crateri
d'un sole estinto levansi allo zenith, dagli abissi
sottostanti l'orizzonte emergendo a mezzo: piovre
come Lune sfolgoranti dagli innumerevoli tentacoli
di fuoco da perenni, ardenti mari affiorano
che mugghian, che ruggiscono su pianeti appena nati, frangendosi su scogli di metallo ignoto; fiere
che in fitte mandrie popolan di Alioth i mondi...
C.A. Smith, "Upon the Seas in Saturn" (1919)
Art: Portal by GaryRCollins
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La depersonalizzazione consiste in “uno stato in cui il senso di sé e la qualità dell’esperienza soggettiva in prima persona sono stranamente alterati” (Medford, 2012, p.3). Nello specifico, il DSM 5 (American Psychiatric Association, 2013) descrive la depersonalizzazione come un insieme di esperienze di distacco, irrealtà e la percezione di essere un osservatore esterno al proprio corpo, ai propri sentimenti, sensazioni, pensieri ed azioni, presentando di conseguenza alterazioni percettive, una sensazione di un sé irreale o addirittura assente, un senso distorto del tempo e intorpidimento fisico/emotivo.
Sempre secondo il DSM 5, la derealizzazione, invece, è caratterizzata da esperienze di irrealtà o di distacco da un determinato ambiente, che portano il soggetto a vivere gli oggetti o le persone come irreali, senza vita, onirici o visibilmente distorti (American Psychiatric Association, 2013).
Il disturbo di depersonalizzazione – derealizzazione si riconosce per una persistente o ricorrente sensazione di distacco dal proprio corpo o dai propri processi mentali, come se si stesse osservando la propria vita dall’esterno (depersonalizzazione) e/o dalla sensazione di essere dissociato dall’ambiente circostante (derealizzazione)
Sempre secondo il DSM 5, la derealizzazione, invece, è caratterizzata da esperienze di irrealtà o di distacco da un determinato ambiente, che portano il soggetto a vivere gli oggetti o le persone come irreali, senza vita, onirici o visibilmente distorti (American Psychiatric Association, 2013).
Il disturbo di depersonalizzazione – derealizzazione si riconosce per una persistente o ricorrente sensazione di distacco dal proprio corpo o dai propri processi mentali, come se si stesse osservando la propria vita dall’esterno (depersonalizzazione) e/o dalla sensazione di essere dissociato dall’ambiente circostante (derealizzazione)
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"I Mondi dello Sciamano" è un testo sull'autentica tradizione dello sciamanesimo peruviano. L'autore rivela il suo percorso per diventare un curandero esperto sotto la guida delle piante sacre. Attraverso straordinari resoconti di esperienze personali con i suoi maestri, Hachumak descrive cosa aspettarsi sia fisicamente che psicologicamente dalle cerimonie sacre e soprattutto dall'uso dell'ayahuasca, la pianta medicinale misteriosa e potente dagli straordinari poteri curativi che viene bevuta durante le cerimonie sacre e che è nota per cambiare radicalmente la vita delle persone. Hachumak si addentra nelle pratiche dei curanderi amazzonici, spiegando a noi occidentali come distinguere tra quelli autentici e i personaggi di dubbia reputazione che hanno iniziato a popolare il mondo delle piante sacre negli ultimi cinquant'anni. "I Mondi dello Sciamano" condivide il potere di guarigione delle piante sacre e descrive i protocolli correnti per l'utilizzo delle piante medicina, in particolare: come funzionano gli effetti delle piante sacre; come vivere al meglio l'esperienza; i codici del linguaggio invisibile; la specificità di quest'arte della cura.
https://www.youtube.com/watch?v=2pNeJHJ40Wo
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YouTube
PIANTE SACRE e SPIRITI nel CURANDERISMO PERUVIANO, con MICHELE MAINO
"I Mondi dello Sciamano" è un testo sull'autentica tradizione dello sciamanesimo peruviano. L'autore rivela il suo percorso per diventare un curandero esperto sotto la guida delle piante sacre. Attraverso straordinari resoconti di esperienze personali con…
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"La tua vera patria è l'Universo.
La tua vera meta è essere te stesso.
Il tuo vero potere è poter aiutare.
La tua vera felicità è godere della vita.
Il tuo vero lavoro è creare bellezza.
La tua vera azione sociale è creare consapevolezza.
La tua vera disciplina è dominare il tuo ego.
La tua vera generosità è dare a te ciò che dai agli altri.
La tua vera avventura è lasciare il sicuro per l'incerto.
Il tuo vero amore è l'amore per la vita."
Alejandro Jodorowsky
La tua vera meta è essere te stesso.
Il tuo vero potere è poter aiutare.
La tua vera felicità è godere della vita.
Il tuo vero lavoro è creare bellezza.
La tua vera azione sociale è creare consapevolezza.
La tua vera disciplina è dominare il tuo ego.
La tua vera generosità è dare a te ciò che dai agli altri.
La tua vera avventura è lasciare il sicuro per l'incerto.
Il tuo vero amore è l'amore per la vita."
Alejandro Jodorowsky
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"Un mito raccontava eventi che hanno avuto luogo in principio, in un istante primordiale e atemporale, in un arco di tempo sacro. Questo tempo mitico o sacro è qualitativamente diverso dal tempo profano, dalla durata continua e irreversibile, in cui si inserisce al nostra esistenza quotidiana e desacralizzata. In una parola si ritiene che il mito si rivolga in un tempo- ci si passi l'espressione- intemporale, in un istante senza durata, che è il modo in cui certi mistici e filosofi si rappresentano l'eternità. Per il semplice fatto di narrare un mito il tempo profano è- almeno simbolicamente- abolito: il narratore e il suo pubblico sono proiettati in un tempo sacro e mitico... un mito strappa l'uomo al tempo che gli è proprio, al suo tempo individuale, cronologico, «storico», e lo proietta, almeno simbolicamente, nel Gran Tempo, in un istante paradossale che non può essere misurato in quanto non costituito da una durata. È come dire che il mito implica una rottura del tempo e del mondo circostante: realizza un'apertura verso il Gran Tempo, il Tempo Sacro. In virtù del semplice fatto di ascoltare un mito l'uomo dimentica la sua condizione profana, la sua «situazione storica». Orbene, tanto un australiano che un individuo appartenente a una civiltà molto più elevata, ascoltando un mito, dimenticano in certo modo la loro situazione specifica e vengono proiettati in un altro mondo, in un universo che non è più il loro misero, ristretto universo di ogni giorno"
Mircea Eliade "Immagini e Simboli"
Mircea Eliade "Immagini e Simboli"
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∴ Sogni nel deserto del tempo ∴
"Un mito raccontava eventi che hanno avuto luogo in principio, in un istante primordiale e atemporale, in un arco di tempo sacro. Questo tempo mitico o sacro è qualitativamente diverso dal tempo profano, dalla durata continua e irreversibile, in cui si inserisce…
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Le casse erano di uno strano legno dorato, con la parte anteriore di un vetro raffinato, e contenevano le forme mummificate di creature che superavano in bizzarria i sogni più caotici degli uomini. Comunicare un' idea di quelle mostruosità è impossibile. Erano della famiglia dei rettili: le linee del corpo facevano pensare a volte al coccodrillo, a volte alla foca, ma più spesso a nulla di cui avessero mai sentito parlare il naturalista e lo zoologo. Nelle dimensioni si avvicinavano ad un uomo di bassa statura, le zampe anteriori terminavano con dei piedi delicati e ben formati, stranamente simili a mani e dita umani. Quando pensai alle creature striscianti, le cui orrende forme mummificate mi erano così vicine, provai una nuova ondata di paura. Le associazioni mentali sono strane, e rifuggii dall'idea che, tranne per il povero primitivo dilaniato nell'ultimo dipinto, la mia era l'unica forma umana tra i molti resti e simboli di una vita antichissima.
H.P. Lovecraft, La città senza nome(1921)
H.P. Lovecraft, La città senza nome(1921)
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Per tutta la sua lunga vita, Ernst Jünger intrattenne un dialogo silenzioso con il mondo vegetale, intravedendo nella forma e nell’evoluzione delle piante il vertice del sacro mistero dell’esistenza. “Sulle scogliere di marmo”, noto per essere il romanzo visionario che intravide ascesa e caduta del nazismo, è prima di tutto un profondo trattato di botanica simbolica, in cui le piante assistono silenti all’avvicendarsi delle vicende umane.
https://www.youtube.com/watch?v=XnrrGTOhPT8
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YouTube
TEOFANIE VEGETALI: Ernst Jünger e la Psiconautica - con DANIELE PALMIERI
Per tutta la sua lunga vita, Ernst Jünger intrattenne un dialogo silenzioso con il mondo vegetale, intravedendo nella forma e nell’evoluzione delle piante il vertice del sacro mistero dell’esistenza. “Sulle scogliere di marmo”, noto per essere il romanzo…
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“𝘐𝘮𝘮𝘰𝘳𝘵𝘢𝘭𝘪 𝘮𝘰𝘳𝘵𝘢𝘭𝘪, 𝘮𝘰𝘳𝘵𝘢𝘭𝘪 𝘪𝘮𝘮𝘰𝘳𝘵𝘢𝘭𝘪
𝘝𝘪𝘷𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘨𝘭𝘪 𝘶𝘯𝘪 𝘭𝘢 𝘮𝘰𝘳𝘵𝘦 𝘥𝘪 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘪
𝘔𝘰𝘳𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘪 𝘭𝘢 𝘷𝘪𝘵𝘢 𝘥𝘪 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘪.”
(𝐄𝐫𝐚𝐜𝐥𝐢𝐭𝐨, 𝐟𝐫. 𝟔𝟐)
*
<< Gli immortali si fanno mortali nel prendere i mortali nella loro vita, nel dare vita ai mortali, mentre – nella vicenda – i mortali che sfuggono o si oppongono sono morti nella loro vita. L’immortale che dà vita al mortale è lo stesso del vivo che nella notte benevola, accendendosi una luce, accende il morto (B 26, 12). Una vittoria sul sonno. […]
Nel rapporto di opposizione nessuno dei contrari assorbe e annulla il suo; bisogna cercare in quale sintetica tensione immortali siano con mortali. Immortali e mortali non sfumano nell’unirsi e non hanno realtà indipendente, essi restano diversi in contrasto connessi in una synapsi o harmonie. Certo, è un sovvertimento dell’opinione comune che, non essendo reali a sé, non si fronteggino su piani ontologicamente distinti e che il mortale sia implicato nell’immortale e l’immortale nel mortale.
Gli immortali «vivono la morte di quelli» in quanto danno un senso alla vita (ethos ἦθος) dei mortali e li serbano risolti e integrati nella loro vivente guardia (φύλακας, B 63) – con le buone e con le cattive, con le maniere che competono alla classe dei custodi; e per converso i mortali che si oppongono sono «morti nella vita di quelli». I primi si qualificano nel qualificare gli altri, i secondi sono l’inciampo che spiega e impone il loro impegno.
L’immortale dà senso alla mortalità, il mortale disperde il pregio di questa immortalità. Gli uni portano il loro logos, o il logos tout court, alla condizione mortale, gli altri svuotano la vita valida di senso di coloro che ne hanno.
Comunque che le due spinte siano inscindibili e nulla sia scontato ci fa restare attenti al mistero. Gli immortali si adoperano a vivere la morte in lotta con chi ha l’istinto del morire la vita. Eppure già nel cuore di ciascuno dei due si agita una doppia inclinazione. Se nessun opposto è a sé, il mortale è essenziale all’immortale e l’immortale al mortale.
Ne risulta che la formula «viventi la morte» dev’essere ambivalente: si può imporre un’inversione alla condizione mortale oppure sprofondare consumati dalla sua pesantezza. Della stessa formula «morenti la vita» potranno leggersi due facce: si muore la vita accettandone e valorizzandone la limitatezza o, al contrario, si muore la vita con il dissiparla o subirla impotenti. >>
— Giuseppe Lampis, “I nemici dell’uomo. Il frammento 62 di Eraclito”, Mythos edizioni 2021
Art: Sadao Hasegawa, "Spiral Life", 1986
𝘝𝘪𝘷𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘨𝘭𝘪 𝘶𝘯𝘪 𝘭𝘢 𝘮𝘰𝘳𝘵𝘦 𝘥𝘪 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘪
𝘔𝘰𝘳𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘪 𝘭𝘢 𝘷𝘪𝘵𝘢 𝘥𝘪 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘪.”
(𝐄𝐫𝐚𝐜𝐥𝐢𝐭𝐨, 𝐟𝐫. 𝟔𝟐)
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<< Gli immortali si fanno mortali nel prendere i mortali nella loro vita, nel dare vita ai mortali, mentre – nella vicenda – i mortali che sfuggono o si oppongono sono morti nella loro vita. L’immortale che dà vita al mortale è lo stesso del vivo che nella notte benevola, accendendosi una luce, accende il morto (B 26, 12). Una vittoria sul sonno. […]
Nel rapporto di opposizione nessuno dei contrari assorbe e annulla il suo; bisogna cercare in quale sintetica tensione immortali siano con mortali. Immortali e mortali non sfumano nell’unirsi e non hanno realtà indipendente, essi restano diversi in contrasto connessi in una synapsi o harmonie. Certo, è un sovvertimento dell’opinione comune che, non essendo reali a sé, non si fronteggino su piani ontologicamente distinti e che il mortale sia implicato nell’immortale e l’immortale nel mortale.
Gli immortali «vivono la morte di quelli» in quanto danno un senso alla vita (ethos ἦθος) dei mortali e li serbano risolti e integrati nella loro vivente guardia (φύλακας, B 63) – con le buone e con le cattive, con le maniere che competono alla classe dei custodi; e per converso i mortali che si oppongono sono «morti nella vita di quelli». I primi si qualificano nel qualificare gli altri, i secondi sono l’inciampo che spiega e impone il loro impegno.
L’immortale dà senso alla mortalità, il mortale disperde il pregio di questa immortalità. Gli uni portano il loro logos, o il logos tout court, alla condizione mortale, gli altri svuotano la vita valida di senso di coloro che ne hanno.
Comunque che le due spinte siano inscindibili e nulla sia scontato ci fa restare attenti al mistero. Gli immortali si adoperano a vivere la morte in lotta con chi ha l’istinto del morire la vita. Eppure già nel cuore di ciascuno dei due si agita una doppia inclinazione. Se nessun opposto è a sé, il mortale è essenziale all’immortale e l’immortale al mortale.
Ne risulta che la formula «viventi la morte» dev’essere ambivalente: si può imporre un’inversione alla condizione mortale oppure sprofondare consumati dalla sua pesantezza. Della stessa formula «morenti la vita» potranno leggersi due facce: si muore la vita accettandone e valorizzandone la limitatezza o, al contrario, si muore la vita con il dissiparla o subirla impotenti. >>
— Giuseppe Lampis, “I nemici dell’uomo. Il frammento 62 di Eraclito”, Mythos edizioni 2021
Art: Sadao Hasegawa, "Spiral Life", 1986
👍3
La Running Chicken Nebula comprende diverse nubi, che possiamo vedere tutte in questa vasta immagine ottenuta dal VLT Survey Telescope ( VST ), ospitato presso il sito dell'ESO al Paranal. Questa immagine da 1,5 miliardi di pixel copre un'area nel cielo di circa 25 Lune piene. Le nuvole mostrate in sottili pennacchi rosa sono piene di gas e polvere, illuminate dalle stelle giovani e calde al loro interno.
Credit: ESO/VPHAS+ team.
Credit: ESO/VPHAS+ team.
❤7🔥3
" È piacevolissima e sentimentalissima la stessa luce veduta nelle città, dov’ella è frastagliata dalle ombre, dove lo scuro contrasta in molti luoghi col chiaro, dove la luce in molte parti degrada appoco appoco, come sui tetti, dove alcuni luoghi riposti nascondono la vista dell’astro luminoso ec. ec. A questo piacere contribuisce la varietà, l’incertezza, il non veder tutto, e il potersi perciò spaziare coll’immaginazione, riguardo a ciò che non si vede. Nel qual proposito osservo che il piacere della varietà e dell’incertezza prevale a quello dell’apparente infinità, e dell’immensa uniformità. E quindi un cielo variamente sparso di nuvoletti, è forse più piacevole di un cielo affatto puro;
È piacevole un luogo echeggiante, perocchè l’eco non si vede ec. E tanto più quanto il luogo e l’eco è più vasto, quanto più l’eco vien da lontano, quanto più si diffonde; e molto più ancora se vi si aggiunge l’oscurità del luogo che non lasci determinare la vastità del suono, nè i punti da cui esso parte ec. ec.
Le parole lontano, antico, e simili sono poeticissime e piacevoli, perchè destano idee vaste, e indefinite, e non determinabili e confuse. Così in quella divina stanza dell’Ariosto
Il pin che di lontan veder soleva;
Dove l’effetto delle parole di lontano si unisce a quello del soleva, parola di significato egualmente vasto per la copia delle rimembranze che contiene. Togliete queste due parole ed idee; l’effetto di quel verso si perde, e si scema se togliete l’una delle due. Le parole notte notturno ec. le descrizioni della notte ec. sono poeticissime, perchè la notte confondendo gli oggetti, l’animo non ne concepisce che un’immagine vaga, indistinta, incompleta, sì di essa, che quanto ella contiene. Così oscurità, profondo.
ec. ec "
G. Leopardi
È piacevole un luogo echeggiante, perocchè l’eco non si vede ec. E tanto più quanto il luogo e l’eco è più vasto, quanto più l’eco vien da lontano, quanto più si diffonde; e molto più ancora se vi si aggiunge l’oscurità del luogo che non lasci determinare la vastità del suono, nè i punti da cui esso parte ec. ec.
Le parole lontano, antico, e simili sono poeticissime e piacevoli, perchè destano idee vaste, e indefinite, e non determinabili e confuse. Così in quella divina stanza dell’Ariosto
Il pin che di lontan veder soleva;
Dove l’effetto delle parole di lontano si unisce a quello del soleva, parola di significato egualmente vasto per la copia delle rimembranze che contiene. Togliete queste due parole ed idee; l’effetto di quel verso si perde, e si scema se togliete l’una delle due. Le parole notte notturno ec. le descrizioni della notte ec. sono poeticissime, perchè la notte confondendo gli oggetti, l’animo non ne concepisce che un’immagine vaga, indistinta, incompleta, sì di essa, che quanto ella contiene. Così oscurità, profondo.
ec. ec "
G. Leopardi
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